La Filippa è davvero un'altra cosa

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Autore: Paolo Marchesini
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La Filippa è davvero un’altra cosa

Parlare di Economia Circolare sembra oggi se non obbligatorio quantomeno inevitabile, sia per l’effettiva necessità di convertire le produzioni lineari verso soluzioni più concilianti con le risorse limitate di questo nostro pianeta, sia per quel certo allure che le tematiche ambientali hanno ormai decisamente assunto anche all’interno del dibattito economico. Ma ci sono aziende, ci sono storie, ci sono persone che lavorano e agiscono da tempo con “circolarità”, ancora prima della consapevolezza terminologica e nella piena coerenza delle proprie idee.

Questa storia parte da una discarica e ce la racconta Massimo Vaccari, ideatore circa vent’anni fa, assieme al fratello Carlo, de La Filippa di Cairo Montenotte, in provincia di Savona.
“Ho cominciato a lavorare nel 1981 e rappresento la quarta generazione di una famiglia di imprenditori dell’industria del laterizio e dei materiali da costruzione. All’epoca il nostro era un settore già maturo, non c’era niente da inventare, ti giocavi tutto sull’abbattimento dei costi di produzione, sull’utilizzo della tecnologia e sulla riduzione dei costi di manodopera. Poca creatività, poca innovazione. C’era ancora il mercato perché resisteva la domanda ma qualcosa doveva cambiare. È stato proprio in quel momento che insieme a mio fratello Carlo abbiamo pensato di innovare. Non avevamo a disposizione grandi strutture di ricerca e sviluppo alle spalle o grandi investimenti. Avevamo però la convinzione profonda di guardare alle cose che esistono e riprogettarle trasformando i fattori negativi in aspetti positivi. Visione? Credo di aver avviato un mio percorso personale di sostenibilità senza nemmeno saperlo perché ho iniziato a guardare le cose in modo diverso. Volevo aggiungere loro valore e progettarne il loro riutilizzo nel futuro”.

Il tutto partendo da una discarica, il luogo che serve a tutti ma che nessuno vuole vicino a casa, uno dei paradigmi inevitabili della modernità più contestati dal mondo ambientalista.
“Era anche il luogo migliore dove rendere evidente la diversità del pensiero che c’era alle spalle. Ho cominciato da piccole azioni: in discarica serviva una vasca in cemento armato per evitare che l’acqua piovana entrasse a contatto con i rifiuti. Costava 300mila euro e sarebbe stata utilizzata per un numero limitato di anni prima di essere demolita e smaltita. Quando il mio ingegnere è venuto in ufficio e per ridere mi ha detto… ho il progetto della piscina, io l’ho guardato e ho pensato, perché no? E abbiamo davvero realizzato la vasca nell’ottica di usarla in futuro come piscina. Perché degli oggetti oggi ne faccio un uso e domani un altro ma occorre pensarci da subito e progettare il loro utilizzo futuro sin dall’inizio della loro storia “.

E inizia così questa piccola rivoluzione chiamata La Filippa. Quello che oggi è un modello di sostenibilità riconosciuto a livello internazionale, una discarica che smaltisce rifiuti non pericolosi adottando soluzioni progettuali e gestionali che vanno ben oltre gli standard previsti dalla legge. Le condizioni ambientali dell’area, che rappresentano assetti di valore anche economico, sono costantemente monitorate e diventano elementi costitutivi di un esempio dinamico attorno a un tema, quello dell’economia circolare, che ora sta venendo fuori in modo prepotente.
“L’economia circolare nasce da una questione gigantesca, che è quella dell’impatto ambientale delle attività antropiche: generano scarti e inquinano l’ambiente. In questo momento gli imprenditori si rendono conto che il problema non è più il mercato ma la precondizione necessaria di non avere più materia per produrre gli oggetti di consumo. Non serve più dire non spreco perché non è etico. La questione è sostanziale. Abbiamo la consapevolezza definitiva che stiamo esaurendo le risorse e che dobbiamo rimettere in circolo quelle che abbiamo”.

Questo approccio che prevede di comprendere nel costo dell’investimento anche il fine vita o la seconda vita del prodotto può alimentare la rivoluzione definitiva e consapevole del sistema della produzione, la chiusura del cerchio?
“In certi casi si può lavorare per allungare la vita di oggetti e materiali, in altri è bene pensare che i prodotti finiti siamo smontabili, riutilizzabili, rigenerabili. Nel nostro caso siamo partiti dalla riprogettazione della discarica che è di per sé un’attività temporanea perché nel momento in cui tu hai esaurito i volumi di riempimento il lavoro è finito. Tutte le discariche del mondo sono state pensate per durare un tempo limitato e questo cosa ha portato? Che tutte le infrastrutture necessarie per utilizzarle, dall’urbanizzazione agli scarichi civili e industriali, dalle telecomunicazioni all’illuminazione e alla fibra sono tutte provvisorie, tutta roba che smonti e butti. Noi abbiamo sostenuto l’investimento pensando,invece, al fine vita degli oggetti. Tutto doveva avere una seconda vita, un secondo scopo, una seconda utilità. Alla Filippa l’ufficio è una casetta di legno che un domani potrà venire utilizzata per un agriturismo piuttosto che per la reception di un parco e la vasca come ho detto prima è pensata per diventare una piscina. Quando abbiamo progettato La Filippa ho pensato: mio padre ci ha lasciato un’area meravigliosa dove viviamo il 70% del nostro tempo, il luogo dove lavoriamo deve essere un luogo salubre, in cui stare bene ma anche un fattore di coesione sociale, culturale ed economico per tutta la comunità che ci circonda e per il suo territorio. Abbiamo fatto una scommessa. Dimostreremo a tutti che, alla fine, l’area su cui stiamo intervenendo avrà un valore economico a metro quadrato superiore a quello di prima”.

Chi è un imprenditore, oggi?
“Come diceva mio padre, il senso autentico del fare l’imprenditore è quello di lasciare delle impronte dopo il tuo passaggio. Quando ho iniziato a lavorare ho capito che per l’imprenditore lasciare delle impronte è la cosa più facile che esista, il problema è che tipo di impronte lasci”.

Intanto ha deciso di occuparsi anche di turismo. Perché?
I parchi italiani e internazionali, in genere, consumano davvero troppa energia. Ho pensato: come faccio a far funzionare un parco in modo sostenibile? Semplice, uso la forza di gravità, i principi della fisica e, soprattutto, metto l’uomo al centro del suo divertimento. Ho progettato delle macchine che si muovono con la spinta del corpo e, allo stesso tempo, sono in grado di offrire a chi le usa emozioni ed esperienze tutte da scoprire. Così è venuto fuori il progetto di un green park in Liguria, un ecosistema naturale dove il vero protagonista del divertimento sarà il benessere di chi lo visita. Anche quando si tratta di mangiare: al parco non troverai cibo già pronto ma chioschi che ti vendono le eccellenze del territorio, dal pane ai formaggi, dai salumi alle verdure. E anche il panino diventerà un progetto da condividere nel senso pieno di una vacanza a contatto con la natura, a impatto zero e con la sola forza dei tuoi desideri”.


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