Nel deserto di Atacama, il cimitero tossico della moda usa e getta

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Autore: AFP – adattamento italiano a cura di Gianluca Bolelli
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Nel deserto di Atacama, il cimitero tossico della moda usa e getta

Il Paese sudamericano si è specializzato da quarant’anni nel commercio di abiti usati, tra abiti gettati dai consumatori, riduzione delle scorte praticate dalle aziende e capi donati in beneficenza provenienti da Stati Uniti, Canada, Europa e Asia.

Ogni anno 59.000 tonnellate di vestiti arrivano nella zona franca del porto di Iquique, 1.800 km a nord di Santiago. In quest’area commerciale con dazi doganali preferenziali, le balle vengono smistate e poi rivendute nei negozi dell’usato in Cile o esportate verso altre nazioni dell’America Latina.

“Questi vestiti provengono da tutto il mondo”, ha detto all’agenzia di stampa francese AFP Alex Carreño, un ex operaio della zona d’importazione portuale.

Ma di fronte alla crescita della quantità di abbigliamento prodotta a basso costo in Asia per marchi in grado di offrire una cinquantina di nuove collezioni all’anno, il circuito è ormai congestionato e gli scarti di tessuti e vestiti si accumulano in maniera esponenziale.

Circa 39.000 tonnellate di rifiuti vengono così stoccate in discariche abusive ad Alto Hospicio, comune alla periferia di Iquique.

“Ciò che non è stato venduto a Santiago o che non è stato contrabbandato in altri Paesi”, come Bolivia, Perù e Paraguay, “rimane qui”, perché portarlo fuori dalla zona franca non sarebbe redditizio, spiega Alex Carreño, che vive non lontano da una discarica.

“Il problema è che questi vestiti non sono biodegradabili e contengono sostanze chimiche, quindi non sono accettati nelle discariche municipali”, ha affermato all’AFP Franklin Zepeda, che ha appena creato una società di riciclaggio, EcoFibra, nel tentativo di far fronte a questo problema crescente.

Dai grappoli di abiti emergono una bandiera statunitense, gonne in lamé, pantaloni che hanno ancora le etichette, felpe dai colori natalizi.

Una donna, che non vuole dire il suo nome, sprofonda fino alla vita in un mucchio di capi nel tentativo di trovare vestiti nelle migliori condizioni possibili che spera di rivendere nel suo quartiere di Alto Hospicio.

Dei residenti che vivono nelle vicinanze approfittano della situazione per chiedere tra 6 e 12 dollari per tre pantaloni o per riempire un camion. “Non è male, vendo qualcosa e guadagno un po’ di soldi”, dicono.

Più lontano, due giovani migranti venezuelani, che di recente hanno attraversato il confine settentrionale del Cile, sperano di trovare vestiti “per il freddo”, visto che di notte nella zona le temperature possono scendere drasticamente.

In un impianto di riciclaggio di vestiti usati ad Alto Hospicio, Cile, il 27 settembre 2021 – AFP

Secondo uno studio delle Nazioni Unite del 2019, la produzione globale di abbigliamento, raddoppiata tra il 2000 e il 2014, è “responsabile del 20% dello spreco totale di acqua nel mondo”.

Secondo il rapporto, la fabbricazione di capi d’abbigliamento e calzature produce l’8% dei gas serra e, all’ultimo anello della catena, “ogni secondo viene seppellita o bruciata una quantità di tessuti equivalente all’intero carico di un camion di rifiuti”.

Ad Alto Hospicio viene anche seppellito un gran numero di indumenti per prevenire incendi che possono rivelarsi altamente tossici, a causa della composizione sintetica di molti tessuti. Ma che siano sepolti sottoterra o vengano lasciati all’aperto, la loro decomposizione chimica, che può richiedere decenni, inquina l’aria e le falde freatiche delle acque sotterranee.

Il governo ha recentemente annunciato che l’industria tessile sarà presto soggetta alla legge sulla “Responsabilità estesa del produttore”, la quale impone alle aziende che importano abbigliamento di assumersi la responsabilità dei residui tessili e di facilitarne il riciclaggio.

Nella sua azienda con sede ad Alto Hospicio, fondata nel 2018, Franklin Zepeda tratta fino a 40 tonnellate di indumenti usati al mese. I capi sintetici e in poliestere vengono separati dai vestiti in cotone e successivamente sono utilizzati per fabbricare pannelli isolanti per gli edifici.

Dopo dieci anni di lavoro nella zona franca di Iquique, l’imprenditore, stanco di vedere queste “montagne di scarti tessili” vicino a casa sua, ha deciso di “uscire dal problema ed essere parte della soluzione”.


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