PERCORSI SPERICOLATI: nuove sinergie per valorizzare le aree interne del Friuli Venezia Giulia

PERCORSI SPERICOLATI: nuove sinergie per valorizzare le aree interne del Friuli Venezia Giulia

Favorire uno scambio generativo tra realtà imprenditoriali innovative presenti nelle aree interne del Friuli-Venezia Giulia e un gruppo di giovani formati e pronti a sperimentarsi come “agenti di valorizzazione territoriale”. Questo l’obiettivo della seconda edizione del progetto “Percorsi spericolati” promosso dalla Fondazione Pietro Pittini insieme ai partner Meraki-desideri culturali, Rob de Matt e grazie al supporto della Coop. Sociale Cramars, di Avanzi e della Rete Rifai.

“La prima edizione del progetto” – sottolinea la Presidente della Fondazione, Marina Pittini ­– “ha coinvolto 22 giovani provenienti da 9 regioni italiane diverse, 10 imprese partner e ha offerto l’erogazione di oltre 90 ore di attività e formazione gratuita. La call di selezione che lanciamo oggi – continua Mairina Pittini, ricordando la data ultima per la ricezione delle domande, domenica 22 gennaio 2023 – intende selezionare un gruppo di giovani under 30 desiderosi di intraprendere insieme a noi questo ambizioso percorso: un’esplorazione collettiva attraverso la conoscenza di luoghi e attività imprenditoriali, culturali e di comunità, un tentativo di connessione tra generazioni, professionalità e scelte di vita”.

“Percorsi spericolati” nasce in risposta ad alcuni bisogni emersi dalla ricerca sugli imprenditori e sulle imprenditrici delle aree interne e della montagna friulana che la Fondazione ha commissionato nel 2020 al professor Giovanni Carrosio dell’Università degli Studi di Trieste e a Vanni Treu della Cooperativa Sociale Cramars di Tolmezzo (Udine).
L’indagine ha prodotto un censimento degli imprenditori resilienti di queste aree del Friuli, racchiuse a nord dalle Dolomiti Friulane, dalla Carnia, dal Canal del Ferro e a est dai monti delle Valli del Natisone, restituendo una fotografia dei bisogni e delle caratteristiche del vivere e lavorare in montagna, con tratti molto comuni alle altre Aree Interne nazionali individuate dalla Strategia Nazionale (SNAI).

“In linea con la missione della Fondazione di valorizzare realtà innovative e nuove forme di ri-attivazione dei territori al margine, come quelli mappati e di sostenere al contempo l’empowerment delle nuove generazioni” – conclude la Presidente Marina Pittini – “il progetto prevede un percorso di formazione multidisciplinare su alcune competenze chiave per imparare a promuovere e valorizzare le singole realtà e i territori. L’esplorazione continua con l’attivazione di processi di ascolto e poi di valorizzazione delle realtà imprenditoriali, artigianali e culturali locali per individuare risposte innovative ai loro bisogni e desideri emergenti”.

La call di selezione è rivolta ai giovani di tutta Italia, con età tra i 18 e i 30 anni circa, impegnati ancora negli studi o in cerca di lavoro, appassionati del mondo della montagna e delle aree interne, interessati ai temi della rigenerazione territoriale, con il desiderio di approfondire i linguaggi e le potenzialità dei social media e degli strumenti di comunicazione e racconto (comunicazione, storytelling, social media management, progettazione, service design, community engagement).

I PARTNER DEL PROGETTO

Fondazione Pietro Pittini
Si rivolge ai più giovani e fragili per fornire opportunità di emancipazione e di sviluppo del potenziale. In collaborazione con numerosi partner, propone un’ampia sfera di attività, mirate alla crescita educativa e lavorativa della persona, al supporto sociale e culturale.

Meraki-desideri culturali
Un’organizzazione di professioniste/i del settore culturale e dell’innovazione sociale con sede a Milano. Nello specifico si occupa di ricerca quali quantitativa, community engagement, storytelling e marketing culturale, monitoraggio e valutazione, capacity building e fundraising di progetti     .

Rob de Matt
Un’associazione di promozione sociale che sostiene l’inclusione sociale e lavorativa di persone con storie di marginalità e svantaggio. L’associazione ha dato vita nel 2017 a un bistrot inclusivo, nel cuore del quartiere Dergano a Milano, che negli anni è diventato uno spazio di comunità, generatore di opportunità sociali, culturali, lavorative, formative e aggregative.

Contribuiscono inoltre alla realizzazione del progetto:

Avanzi. Sostenibilità per Azioni
Una società indipendente che dal 1997 promuove il cambiamento per la sostenibilità attraverso l’innovazione sociale. Avanzi è un punto di riferimento per organizzazioni no profit, imprese ed enti pubblici che vogliono disegnare strategie, politiche e piani e a valutarne gli effetti sulla sostenibilità, agendo come facilitatore di processi di cambiamento e stimolando occasioni di dibattito e approfondimento culturale.

Cooperativa Sociale Cramars
Da oltre venti anni lavora in montagna, particolarmente attenta ai temi dello sviluppo locale, offre corsi e servizi volti ai bisogni della Carnia e luoghi limitrofi. La cooperativa fonda i propri progetti concertandoli di continuo con le aziende, interpretando le esigenze degli enti locali e valorizzando al massimo i potenziali degli utenti. È un ente accreditato per le attività formative.

Rete Rifai
Rete Italiana dei giovani Facilitatori delle Aree Interne. Si tratta di un gruppo di persone più o meno giovani distribuito lungo tutta la Penisola italiana che intende diventare il megafono delle esigenze, delle necessità, dei sogni e delle sfide dei giovani che vivono nelle aree marginali italiane.


Aggiornamento I:

PERCORSI SPERICOLATI: nuove sinergie per valorizzare le aree interne del Friuli Venezia Giulia

300 candidature da tutta Italia per partecipare alla II edizione del progetto promosso dalla Fondazione Pietro Pittini 

Trecento candidature per 28 “Percorsi spericolati”ideati dalla Fondazione Pietro Pittini per favorire uno scambio generativo tra realtà imprenditoriali innovative presenti nelle aree interne del Friuli-Venezia Giulia e un gruppo di giovani formati e pronti a sperimentarsi come “agenti di valorizzazione territoriale”.  Ha riscosso un grande successo la call di selezione del progetto, promosso dalla Fondazione insieme ai partner Meraki-desideri culturali, Rob de Matt e grazie al supporto della Coop. Sociale Cramars, di Avanzi e della Rete Rifai: le candidature sono giunte da tutte le regioni d’Italia, dalla Lombardia (oltre 40) alla Sicilia, dal Piemonte alla Calabria, dal Lazio al Friuli Venezia Giula (oltre 60), solo per citarne alcune. Tra i giovani, la maggioranza (62.5%) appartiene alla fascia d’età tra i 25 e i 30 anni, la gran parte sono in cerca di lavoro o stanno ancora studiando. Il 34,7% dei giovani è in possesso di una laurea triennale, il 27,4% di quella magistrale, e ci sono state candidature anche da parte di laureati in possesso di Master o dottorati di ricerca come pure di studenti diplomati (22,4%).

“Le tantissime candidature arrivate, anche grazie alle reti dei e delle partecipanti della prima edizione che hanno rilanciato e consigliato il percorso, sono sicuramente un segnale importante” – affermano Lucia Borso, Naima Comotti Teresa De Martinper Meraki-desideri culturali.

“L’iniziativa è importante perché porta nella montagna friulana giovani che provengono da tutta Italia ­– aggiunge Vanni Treu della Coop. Sociale Cramars – “dando loro l’opportunità di affiancare alcune aziende locali nei piani di comunicazione, in uno scambio reciproco. L’originalità di Percorsi Spericolati è proprio questa: connettere il margine con le realtà giovanili del resto d’Italia”.

“Far parte di Percorsi spericolati è una grande opportunità anche per la Rete Rifai” – sottolinea Aura Zanier – “non solo perché costituisce una preziosa occasione di formazione ma anche e soprattutto perché permette la creazione di legami tra i suoi giovani partecipanti e i territori da cui provengono”. “Nel raccoglie passioni, idee, immaginazione, convivialità, capacità e aspirazioni, Percorsi Spericolati rappresenta per Avanzi-Sostenibilità per azioni”  –  evidenzia Claudio Calvaresi – “una grande opportunità di collaborazione, atta a portare un contributo su come costruire un credibile progetto imprenditoriale in relazione con il territorio e le attese degli attori locali”.

“In linea con la missione della Fondazione Pietro Pittini di valorizzare realtà innovative e nuove forme di ri-attivazione dei territori al margine” – conclude la Presidente Marina Pittini – “il progetto prevede un percorso di formazione multidisciplinare su alcune competenze chiave per imparare a promuovere e valorizzare le singole realtà e i territori. A breve la Fondazione ufficializzerà il nome dei 28 selezionati e delle imprese partecipanti e presenterà il programma della II edizione”.

Aggiornamento II:

PERCORSI SPERICOLATI: AL VIA LA SETTIMANA RESIDENZIALE A VALBRUNA E AD ARTA TERME del progetto promosso dalla Fondazione Pietro Pittini

Al via la settimana residenziale della II edizione del progetto Percorsi spericolati, promosso dalla Fondazione Pietro Pittini per favorire uno scambio generativo tra realtà innovative presenti nelle aree interne del Friuli-Venezia Giulia e un gruppo di giovani formati e pronti a sperimentarsi come “agenti di valorizzazione territoriale”. 

Da domenica 12 marzo a sabato 18 marzo, il gruppo di 28 ragazze e ragazzi provenienti da tutta Italia (selezionati su 300 partecipanti al bando) si immergeranno nel mondo della montagna, attraverso un training residenziale a Valbruna e ad Arta Terme (UD) durante il quale, grazie al supporto di docenti ed esperti, verranno offerti momenti formativi gratuiti sui temi della comunicazione e storytelling, della progettazione, service design, fundraising e community engagement. Seguiranno matching con le realtà partner per svilupparne i progetti di valorizzazione nelle fasi successive e camp immersivo per andare alla scoperta delle realtà locali presso le rispettive sedi dove, con gli strumenti appresi durante il percorso, si faranno emergere potenzialità e bisogni.

Le candidature sono giunte da tutte le regioni d’Italia, dalla Lombardia (oltre 40) alla Sicilia, dal Piemonte alla Calabria, dal Lazio al Friuli Venezia Giula (oltre 60), solo per citarne alcune. Tra i giovani, la maggioranza (62.5%) appartiene alla fascia d’età tra i 25 e i 30 anni, la gran parte sono in cerca di lavoro o stanno ancora studiando. Il 34,7% dei giovani è in possesso di una laurea triennale, il 27,4% di quella magistrale, e ci sono state candidature anche da parte di laureati in possesso di Master o dottorati di ricerca come pure di studenti diplomati (22,4%).

“L’elevato numero di candidature ricevute per la nuova edizione di Percorsi Spericolati” –  dichiara Marina Pittini, Presidente della Fondazione Pietro Pittini –“sono un chiaro segno del crescente interesse che le nuove generazioni nutrono nei confronti delle aree interne e della rigenerazione dei territori al margine. Anche quest’anno abbiamo cercato di comporre un gruppo il più eterogeneo possibile per provenienza ed esperienze formative e professionali. Agenti di cambiamento motivati a creare un impatto positivo sul nostro territorio e in quelli di provenienza”.

Nell’ambito della settimana residenziale, la Fondazione Pietro Pittini organizza insieme ai partner del progetto Meraki-desideri culturali, Rob de Matt e grazie al supporto della Coop. Sociale Cramars, di Avanzi e della Rete Rifai anche alcune tavole rotonde con la partecipazione di importanti relatori, moderate da Nicolò Melli della Fondazione.
In particolare, lunedì 13 marzo, dalle ore 18.00, all’Hotel Saisera a Valbruna, alla tavola rotonda “Margine o centro: quale futuro per le aree interne del nostro Paese” parteciperanno Giovanni Carrosio (Università di Trieste), Claudio Calvaresi e Giovanni Pizzocchero (Avanzi sostenibilità per azioni), Alessia Zabatino (Forum Disuguaglianze e Diversità), Vanni Treu (Cooperativa Sociale Cramars di Tolmezzo).

Martedì 14 marzo, dalle ore 18.00, all’Hotel Saisera a Valbruna, la tavola rotonda sarà dedicata alla “Cooperazione e montagna: ricucire territori e comunità” con la partecipazione di Luigi Bobba, già Sottosegretario di Stato e Presidente della Fondazione Terzjus, su “Il ruolo della cooperazione sociale nei territori al margine: leva di rilancio dei territori e delle comunità? Come la Riforma ne sostiene la crescita?”. Parteciperanno anche rappresentanti di Legacoop FVG e Confcooperative FVG.




Nasce FERPILab, il centro studi di FERPI

Nasce FERPILab, il centro studi di FERPI

Il CDN FERPI ha deliberato la nascita della commissione di lavoro per FerpiLab, il centro studi di FERPI che sarà articolato in un International Advisory Board e un comitato scientifico nazionale. FERPILab nasce con il duplice obiettivo di supportare la Thought Leadership di FERPI in Italia in materia di relazioni pubbliche, advocacy/lobby e comunicazione strategica; dialogare con esperti di altre discipline problematiche legate alla professione e al loro impatto sulla società.

Da un lato l’International Advisory Board, presieduto da Toni Muzi Falconi, ha già dato il via ai lavori e al coinvolgimento attivo di esperti di relazioni pubbliche e comunicazione a livello internazionale. Dall’altro il comitato scientifico nazionale sarà costituito individuando figure di rilievo in ambito accademico e professionale.

Filippo Nani ha commentato: “Si tratta di un fondamentale momento della nuova Ferpi. Gli obiettivi di FerpiLab sono radicati nell’attività di advocacy dell’associazione per innalzare il livello di riconoscimento della nostra professione da parte del sistema sociale, economico e politico, incrementare l’utilizzo delle relazioni pubbliche e della comunicazione strategica da parte delle imprese italiane, con una particolare attenzione alle PMI e infine consolidare un approccio alla comunicazione strategica e alle relazioni pubbliche profondamente radicato nella rete internazionale delle associazioni omologhe e delle istituzioni accademiche di settore.”

Il coordinatore Vincenzo Manfredi sarà affiancato da uno staff operativo di soci volontari cui è possibile proporre la propria candidatura. Nel prossimo CDN verrà presentato il comitato internazionale e un cronoprogramma di attività, che sarà pubblicato sul sito.




Dietro ChatGPT c’è un esercito di addestratori sottopagati

Dietro ChatGPT c'è un esercito di addestratori sottopagati

Per imparare a distinguere un semaforo, un algoritmo di deep learning deve passare in rassegna centinaia di migliaia di immagini in cui è segnalata la presenza di semafori finché non è in grado di riconoscerle in autonomia. Ma chi è che etichetta in primo luogo le immagini utilizzate per l’addestramento, indicando quali figure – semafori, gatti, persone, ponti e quant’altro – sono presenti al loro interno?

Benvenuti nel mondo dei data labeler, gli etichettatori di dati: lavoratori umani al livello base della progettazione di software di deep learning e che operano all’interno di quelli che spesso vengono definiti gli “scantinati dell’intelligenza artificiale”. Scantinati che possono avere l’aspetto di fabbriche specializzate nell’etichettatura dei dati (spesso situate in nazioni in via di sviluppo), ma anche essere piattaforme che assoldano lavoratori da remoto o per cui, inconsapevolmente, lavoriamo gratuitamente anche noi (com’è il caso dei Captcha Code).

Il ruolo di questi operai del deep learning non è solo di addestrare le intelligenze artificiali a distinguere determinati elementi di ogni tipo, ma anche di insegnare loro quali forme di linguaggio, immagini e situazioni vanno a tutti i costi evitate. È questo il caso di Sama, una società con sede a San Francisco ma i cui lavoratori operano in uffici situati in Kenya, Uganda e India. E che ha svolto un ruolo cruciale nell’addestrare ChatGPT – lo strabiliante sistema di intelligenza artificiale di OpenAI in grado di creare testi di ogni tipo – a evitare di produrre contenuti inappropriati.

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Il repulisti dei dati

Facciamo un passo indietro. Quando, nel 2020, OpenAI presentò al mondo GPT-3 (il large language model su cui è basato ChatGPT) in breve si capì che questa intelligenza artificiale presentava lo stesso problema già riscontrato in altri sistemi simili: poteva facilmente essere spinta a creare testi razzisti, sessisti, omofobi, violenti e quant’altro. In alcuni casi, i testi potevano contenere elementi di hate speech senza nemmeno che fosse stata spronata a produrli. 

È quasi inevitabile che avvenga qualcosa del genere. D’altra parte, come tutti gli altri sistemi di deep learning, GPT-3 non fa che rielaborare e ricombinare il materiale di partenza con cui è stato addestrato. Quando si viene addestrati con centinaia di gigabytes di contenuti testuali reperiti online, è quasi sicuro che al loro interno ci sia una certa percentuale di contenuti odiosi: un grosso limite alla diffusione commerciale.

E così, come scrive Time nella sua inchiesta con cui ha svelato il ruolo di queste attività, per risolvere il problema in vista del lancio di ChatGPT, OpenAI “ha strappato una pagina dal libro di società come Facebook, che avevano già mostrato come fosse possibile creare delle intelligenze artificiali in grado di riconoscere casi di linguaggio tossico e aiutare così a rimuoverli dalle loro piattaforme”. Il metodo è lo stesso con cui si insegna a un algoritmo di deep learning a riconoscere un semaforo: è necessario dargli in pasto una tale quantità di esempi testuali di violenza, molestie sessuali, bullismo, ecc. da permettergli di imparare a riconoscerli in autonomia.

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Etichettatori umani

Come già visto nell’esempio dei semafori, anche per insegnare agli algoritmi a riconoscere contenuti violenti di ogni tipo è necessario che ci sia in primo luogo qualcuno che analizza questi contenuti e li etichetta come tali. Ed è qui che entra in gioco Sama: società che ha tra i suoi clienti anche Meta, Microsoft e Google e che, nel 2021, ha stretto un accordo commerciale con OpenAI al fine di etichettare il materiale necessario a creare un “detector” di contenuti tossici, che sarebbe poi stato integrato in ChatGPT.

“Per ottenere queste etichette, OpenAI ha inviato decine di migliaia di campioni di testo a Sama a partire dal novembre 2021 – prosegue Time –Buona parte di questi contenuti sembrano essere stati prelevati dai più oscuri reconditi della rete. Alcuni descrivono con dettagli espliciti abusi sessuali su bambini, bestialità, omicidi, suicidio, tortura, autolesionismo e incesto”.

Tutto ciò, inevitabilmente, significa che il lavoro degli etichettatori assoldati da Sama consisteva nel leggere tutto il giorno i più terribili contenuti partoriti dalla mente umana, per poi etichettarli in base alle loro caratteristiche: “Un passo necessario per minimizzare la quantità di contenuti violenti e sessuali inclusi nei dati di addestramento e per creare strumenti in grado di individuare contenuti nocivi, ha spiegato un portavoce di OpenAI.

ChatGPT e OpenAI

Sotto pressione

Come già avvenuto nel caso dei moderatori di social network, questo tipo di lavoro è però estremamente pesante: un lavoratore di Sama con il compito di leggere ed etichettare testi per OpenAI ha spiegato al Time di aver sofferto di pensieri ossessivi dopo aver letto la descrizione di un uomo che faceva sesso con un cane in presenza di un bambino. “È stata una tortura – ha spiegato il moderatore -. Leggi una quantità di materiale del genere per tutta la settimana. Ora che arriva il venerdì, continuare a pensare a quelle immagini causa seri disturbi”.

Il lavoro era stato organizzato dividendo i lavoratori in tre squadre, ciascuna delle quali si focalizzava su violenze sessuali, hate speech o violenza generica. Tre impiegati hanno spiegato al Time come “ci si aspettava che fossero letti tra 150 e 250 estratti testuali in turni di nove ore. Questi estratti potevano andare dalle 100 a ben oltre mille parole l’uno”. Tutti gli impiegati sentiti dal Time hanno spiegato di essere stati “psicologicamente spaventati” dal loro lavoro (teoricamente i lavoratori avevano a disposizione delle sessioni psicologiche individuali, ma hanno spiegato di aver potuto usufruire, nonostante le loro richieste, soltanto di quelle di gruppo).

quanto si viene pagati per un lavoro di questo tipo, che tra le altre cose richiede anche di assumersi la responsabilità di comprendere il contesto di certi testi o affermazioni, di interpretare le inevitabili ambiguità, di distinguere la satira e molto altro ancora? I lavoratori di Sama impiegati in Kenya ricevevano, a seconda del grado di anzianità, tra 1,3 e 2 dollari all’ora; in una nazione in cui il salario minimo si aggira attorno a 1,5 dollari.

Per un breve periodo, gli etichettatori di Sama hanno anche dovuto lavorare, oltre che sui testi, anche su immagini di violenza, stupri, uccisioni e altri contenuti di questo tipo, probabilmente al fine di addestrare il sistema di deep learning – sempre di OpenAI – Dall-E 2 (che genera immagini). Un’incomprensione con OpenAI relativa alla necessità di raccogliere e visionare materiale illegale ha però portato Sama a decidere di interrompere il contratto già nel febbraio 2022, otto mesi prima della scadenza.

Come detto, non è la prima volta che si viene a sapere delle condizioni estremamente difficili – sotto vari punti di vista – a cui sono sottoposti i moderatori dei social network da una parte e gli etichettatori di dati dall’altra. In questa occasione, inoltre, gli elementi negativi di entrambe le professioni si sono combinati, peggiorando ulteriormente la situazione. E contribuendo a svelare ciò che, spesso, si cela dietro gli ultimi scintillanti algoritmi di intelligenza artificiale.




L’uso dei social media come strumento di supporto terapeutico: il caso di Maya

L'uso dei social media come strumento di supporto terapeutico: il caso di Maya

Un altro caso, quello di Maya, una giovane creator di TikTok affetta da anoressia nervosa, ha sollevato un acceso dibattito sull’utilizzo dei social media come supporto terapeutico. Maya, ricoverata in ospedale e costretta a nutrirsi tramite un sondino, ha condiviso la sua esperienza in diretta su TikTok, dichiarando che solo attraverso la connessione con i suoi follower riesce a trovare la forza di nutrirsi.

Il fenomeno di Maya non è isolato: sempre più persone cercano sostegno e conforto sui social media, trasformando piattaforme come TikTok in spazi di auto-aiuto e terapia collettiva. Tuttavia, questo caso particolare solleva domande cruciali sulla salute mentale e sull’uso dei social media in situazioni di estrema vulnerabilità.

La Dualità dei Social Media

Da un lato, i social media possono offrire un senso di comunità e supporto. Per persone come Maya, che lottano con gravi disturbi alimentari, il sostegno immediato e l’interazione diretta con gli altri possono fornire un sollievo temporaneo e un motivo per continuare a lottare. La trasparenza di Maya e il suo coraggio nel condividere una realtà così difficile hanno certamente sensibilizzato molte persone sulla gravità dell’anoressia nervosa.

D’altra parte, affidarsi esclusivamente ai social media per trovare conforto può comportare rischi significativi. L’approvazione e il sostegno virtuale, sebbene possano offrire un sollievo temporaneo, non possono sostituire l’aiuto professionale e gli strumenti terapeutici tradizionali. Inoltre, i social media possono perpetuare una dipendenza malsana dall’approvazione esterna, rafforzando l’idea che il proprio valore dipenda dal riconoscimento degli altri.

L’Importanza degli Strumenti Terapeutici Tradizionali

I disturbi alimentari come l’anoressia nervosa richiedono un approccio terapeutico complesso e multidisciplinare, che include interventi medici, psicologici e nutrizionali. La terapia cognitivo-comportamentale, la terapia familiare e altri approcci basati sull’evidenza sono essenziali per affrontare le radici profonde dei disturbi alimentari e promuovere una guarigione duratura.

Affidarsi esclusivamente ai social media può distogliere l’attenzione dalla necessità di un trattamento professionale e completo. Inoltre, l’esposizione sui social può comportare rischi di privacy e un possibile impatto negativo dovuto a commenti inappropriati o critiche.

Un Equilibrio Necessario

Il caso di Maya evidenzia l’importanza di trovare un equilibrio tra l’uso dei social media come strumento di supporto e l’adozione di interventi terapeutici tradizionali. Mentre la comunità virtuale può offrire un supporto immediato e una piattaforma per condividere esperienze, è fondamentale che le persone affette da disturbi alimentari ricevano anche l’assistenza professionale necessaria per una guarigione completa e sostenibile.

Gli operatori sanitari e i familiari dovrebbero essere consapevoli dei benefici e dei rischi associati all’uso dei social media in contesti terapeutici. Un approccio integrato che combina il sostegno virtuale con trattamenti medici e psicologici può offrire la migliore possibilità di recupero per individui come Maya. In conclusione, mentre i social media possono essere una risorsa preziosa per chi affronta difficoltà personali, è essenziale riconoscere i loro limiti e garantire che vengano utilizzati in modo complementare agli strumenti terapeutici tradizionali. Solo così si può promuovere una guarigione sana e duratura, basata sull’autentica auto-approvazione e non sull’approvazione virtuale.




La pericolosa esposizione dei disturbi alimentari sui Social: un altro caso

La pericolosa esposizione dei disturbi alimentari sui Social: un altro caso

Ed eccoci nuovamente – ahimè – a commentare un caso di esposizione pubblica di disturbi alimentari da parte di alcuni creator. Questa volta parliamo di della creator Leila, ricoverata in strutture psichiatriche o cliniche riabilitative, che ha condiviso – e condivide tuttora – sui social media contenuti che ritraggono le proprie condizioni fisiche in modo estremamente preoccupante.

La possibilità di condividere la propria esperienza con gli altri è un diritto fondamentale. Tuttavia, quando la condivisione di contenuti riguardanti disturbi alimentari diventa una forma di esibizionismo o di ricerca di attenzione, si oltrepassa un confine delicato. La diffusione di immagini che di corpi emaciati o comportamenti alimentari disfunzionali può avere un impatto negativo su un pubblico particolarmente vulnerabile, come gli adolescenti, e contribuire a normalizzare pratiche pericolose.

La vicenda solleva interrogativi sulla necessità di un monitoraggio più attento delle attività svolte all’interno delle strutture che si occupano di disturbi alimentari. È fondamentale garantire che i pazienti non siano esposti a situazioni che possano compromettere il loro percorso terapeutico e che non utilizzino i social media per promuovere comportamenti dannosi.

Le piattaforme social, i loro algoritmi che regolano la distribuzione di contenuti, e le cosiddette “regole della community”, che autorizzano o cassano la pubblicazione di determinati contenuti relativi a temi “sensibili”, hanno un ruolo cruciale in questa vicenda. Da un lato, offrono la possibilità di creare comunità di supporto e di condividere esperienze. Dall’altro, possono diventare uno strumento per la diffusione di contenuti nocivi e pericolosi. È necessario che le piattaforme adottino misure più efficaci per contrastare la diffusione di contenuti che promuovono disturbi alimentari e per proteggere gli utenti più vulnerabili.

Gli influencer hanno una grande responsabilità nei confronti del loro pubblico. È fondamentale che utilizzino i loro canali per promuovere messaggi positivi e per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della salute mentale e del benessere.

La diffusione di contenuti che ritraggono disturbi alimentari sui social media è un fenomeno complesso e multifattoriale. Per affrontarlo in modo efficace, è necessario un impegno congiunto da parte delle istituzioni, delle strutture sanitarie, delle piattaforme social e degli stessi influencer.