Michelle Comi e la pornografia emotiva, l’esperto: “Per lei contano solo hype e denaro. Il problema non è provocare, ma…”

Michelle Comi e la pornografia emotiva, l’esperto: “Per lei contano solo hype e denaro. Il problema non è provocare, ma…”

Michelle Comi nella bufera, Luca Poma: “Strategia di comunicazione errata. Trasformare ogni cosa in engagement non è la ricetta per il successo”

“Le uniche due cose che sembrano contare, per lei, sono hype e denaro”. Luca Poma, professore di Reputation management all’Università LUMSA di Roma, uno dei massimi esperti italiani in materia, dietro alcune delle più delicate gestioni di crisi reputazionali nel nostro Paese, commenta così il caso che vede protagonista Michelle Comi.

Negli ultimi giorni, infatti, l’influencer e star della piattaforma per adulti OnlyFans, è finita un’ennesima volta sotto i riflettori, dopo il servizio de Le Iene che ha messo in discussione alcune delle sue più recenti narrazioni pubbliche, dalla presunta adozione a distanza di un bambino in Senegal, con capi di abbigliamento firmati e costosi recapitati dalla Comi in uno sperduto villaggio africano, fino alla sua auto vandalizzata, episodio che — secondo le ricostruzioni — sarebbe stato studiato a tavolino.

Secondo Poma, però, il punto non è solo la singola polemica. Il tema è più profondo, riguarda il modo in cui un personaggio pubblico decide di costruire la propria immagine. “Quello che fa Comi è l’opposto di ciò che serve per costruire una buona reputazione che duri nel tempo”, spiega, “per la quale uno degli ingredienti essenziali è l’autenticità. Qui, invece, siamo davanti a una strategia che sembra vertere sulla provocazione permanente e sulla manipolazione dell’attenzione al fine di fare hype fine a se stesso. Recapitando capi griffati in Africa, invece che aiutare davvero chi in quel continente ha bisogno, Comi è passata da mercificare il suo corpo – liberissima di farlo – a mercificare la sofferenza altrui per fare soldi. Questa è pornografia emotiva”.

E – per l’esperto – una domanda inevitabile riguarda chi lavora attorno all’influencer: “Com’è possibile che chi l’assiste le faccia fare cose del genere? È sconcertante che dei professionisti possano consigliarle strategie di questo tipo”. Il ragionamento di Poma è netto: una strategia basata sul principio del “bene o male, purché se ne parli” può produrre hype immediato, ma difficilmente costruisce valore nel tempo. “Funzionava, forse, nel secolo scorso”, dice.

Poma, poi, entra in tackle sul caso della presunta finta adozione. “È qui che, la questione reputazionale diventa anche morale, perché Michelle Comi è stata pesantemente offensiva verso chi patisce davvero la fame. Il problema non è essere atipici, provocatori o controversi. Il problema è pensare di ottenere denaro speculando sulla povertà e le difficoltà della gente. Il denaro non può essere e non deve essere l’unico pilastro per il successo, ed è sconcertante che il caso che ha devastato l’impero Ferragni non abbia insegnato nulla”.

Il caso arriva infatti in un momento in cui il mondo degli influencer è già sottoposto a forte scrutinio pubblico: dopo il Pandoro Gate il rapporto tra comunicazione commerciale, beneficenza, trasparenza e fiducia è diventato uno dei temi centrali nel dibattito sulla creator economy. Per Poma, la strategia dell’influencer milanese rischia quindi di produrre un danno anche più ampio. “La sua comunicazione è svilente per l’intero settore degli influencer, che é da tempo negativamente sotto i riflettori”, sottolinea.

Un altro spunto di riflessione riguarda la base di partenza. Un personaggio oggettivamente provocatorio, controverso e divisivo come la Comi può davvero essere danneggiato da un’ulteriore crisi reputazionale? Secondo Poma, sì. “Non c’è limite al peggio. Anche un personaggio già controverso può peggiorare ancor più il proprio posizionamento. Con la riserva indiana di follower affezionati può proseguire a lungo, certo, ma il vero punto sono le occasioni che sta perdendo”. Il riferimento è soprattutto alle collaborazioni commerciali con i brand: “Chi vorrà abbinarsi con un personaggio cosi divisivo, polarizzante e discusso?”

“Un influencer come lei potrebbe avere collaborazioni importanti”, spiega Poma. “Ma con questa reputazione molte aziende eviteranno di avvicinarla, e questo si traduce in perdita di chance. Il punto è che non le mancano le risorse per fare meglio: é la sua strategia a essere sbagliata, e la responsabilità a mio avviso è sia sua, che del suo entourage”.

Poma propone anche un paragone provocatorio, Moana Pozzi. “Ci sono punti di similitudine sui presupposti di partenza, ma Moana ha saputo spiccare e distinguersi in senso positivo: fare rumore a tutti i costi come fa Comi non è funzionale a costuire buona reputazione sul medio e lungo periodo”. La differenza, dunque, sta proprio lì: si può essere divisivi, sensuali, eccentrici o anche fuori dagli schemi, bisogna però saper abitare lo spazio pubblico in modo adeguato. “Nulla vieta di suonare, come orchestra, una melodia diversa, ma un discorso è comporre una musica anche originale ed eccentrica, un altro discorso é essere semplicemente stonati”, afferma Poma.

Ma una via d’uscita, nonostante tutto, c’è. “Un periodo di silenzio, e iniziare poi un lavoro reale di ricostruzione reputazionale”, spiega Poma, che conclude “Trasformare ogni cosa — compresa la povertà altrui — in materiale da engagement sui social, non è mai la ricetta giusta per il successo”.




Deepfake al voto, l’Italia ha un’opportunità di leadership europea

Deepfake al voto, l’Italia ha un’opportunità di leadership europea

Un candidato al Senato americano guarda dritto in camera, sorridente davanti alla bandiera del Texas, e pronuncia frasi che non ha mai detto. Il video è un falso generato dall’intelligenza artificiale, pubblicato dal comitato elettorale nazionale dei repubblicani. In basso a destra, in caratteri che nessuno legge, la scritta «AI generated». È successo poche settimane fa, nel pieno della campagna per le elezioni di metà mandato americane. Il candidato si chiama James Talarico, e le parole che gli sono state messe in bocca sono state costruite montando vecchi post sui social. Ma chi guarda il video non lo sa. Vede un uomo, sente una voce, e ci crede. Questo non è uno scenario da fantascienza, ma il presente. E soprattutto il futuro, se nessuno interviene. In Italia, quarantaquattro milioni di persone sono attive sui social e, secondo i dati di Agcom, una su due si informa online. Non siamo immuni: siamo esposti. A novembre 2025 un video deepfake ha mostrato la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, inseguita da una folla inferocita. Non era opera di un troll anonimo, ma di un esponente politico. Ci sono stati deepfake contro esponenti di tutti gli schieramenti: Donzelli, Tajani, Santanché da una parte, Salis dall’altra. Le immagini generate dall’intelligenza artificiale vengono già utilizzate nella propaganda di diversipartiti. Tutti hanno firmato un impegno volontario a non usare deepfake contro gli avversari. Ma un impegno volontario senza sanzioni è una stretta di mano senza contratto: vale finché conviene. Il problema non ha colore politico, e la soluzione nemmeno. L’Italia ha già fatto un primo passo importante: la legge 132 del 2025 sull’intelligenza artificiale ha introdotto il reato di deepfake, con pene da uno a cinque anni per chi diffonde contenuti manipolati senza consenso. È una base solida.

Ma un processo penale ha tempi incompatibili con quelli di una campagna elettorale. Se un deepfake del mio avversario circola nell’ultimo fine settimana prima del voto, il processo inizierà quando le urne saranno chiuse da mesi. La sentenza arriverà troppo tardi per rimediare il danno.

Per completare il quadro serve un meccanismo amministrativo rapido, con l’Agcom nel ruolo di arbitro e la possibilità di ordinare la rimozione di un contenuto falso entro ventiquattro ore. Non la satira, non la parodia dichiarata: solo i contenuti fabbricati per ingannare l’elettore. Una legge del genere non limita la libertà di espressione, la difende: perché un elettore ingannato non è un elettore libero.

Chi pensa che il problema sia teorico guardi agli Stati Uniti, dove nessuna legge federale regola l’uso dell’IA nella comunicazione politica. Il disastro è già in corso, come documenta un’inchiesta della Reuters di pochi giorni fa. Oltre al caso Talarico, la campagna di un candidato repubblicano della Georgia ha fabbricato un deepfake del senatore Jon Ossoff, facendogli pronunciare parole mai dette sull’agricoltura e sullo shutdown del governo. Solo ventotto stati su cinquanta hanno leggi in materia, e nella maggior parte dei casi l’obbligo si riduce a una scritta in corpo minuscolo 2 nell’angolo di un video che scorre su uno smartphone. Uno studio del 2025 pubblicato sul Journal of Creative Communications ha confermato ciò che tutti sospettano: le persone non riescono a distinguere i deepfake dai video autentici, e ne sono influenzate. Le piattaforme, intanto, hanno smantellato i sistemi professionali di fact-checking. L’Europa si muove: il Parlamento europeo ha appena fissato a novembre 2026 la scadenza per il watermarking dei contenuti generati dall’IA, riducendo i tempi rispetto alla proroga più lunga proposta dalla Commissione. L’obbligo di etichettare audio, video e testi sintetici sarà vincolante. Ma il watermarking non basta: serve anche la possibilità di rimuovere rapidamente i contenuti prodotti per inquinare una campagna elettorale. Nessun paese europeo ha ancora una legge del genere. La normativa sulla propaganda elettorale risale al 1956, quando il peggior attacco alla democrazia informativa consisteva in un volantino ciclostilato. Il governo italiano ha l’occasione di colmare questo vuoto per primo, costruendo sulla legge 132 già approvata e completandola con uno strumento amministrativo rapido ed efficace. Il Parlamento ha già esplorato questa direzione con una proposta di legge che prevedeva proprio il ruolo dell’Agcom come garante: non è passata, ma il lavoro preparatorio c’è e può essere messo a frutto.

L’Italia va alle politiche nel 2027. Mancano meno di due anni. La tecnologia per creare un deepfake indistinguibile dal vero costa poche decine di euro, richiede pochi minuti e competenze elementari. Tra un anno, che in informatica equivale a un decennio, la situazione si sarà molto aggravata. Approvare una legge che vada in questa direzione (condivisa, trasversale, perfezionata insieme) significherebbe proteggere l’elettore, cioè tutti. Non è una questione di destra o di sinistra: un deepfake avvelena il dibattito indipendentemente da chi lo produce e da chi lo subisce. Un’Italia che approva per prima in Europa una legge contro i deepfake elettorali si presenta ai tavoli internazionali con un argomento in più, in un momento in cui gli Stati Uniti mostrano al mondo quanto costa non avere regole. Sarebbe un risultato spendibile ovunque, e un ottimo segnale, in Europa e nei rapporti bilaterali. Ma soprattutto sarebbe il modo migliore per arrivare alle politiche del 2027 con la certezza che la competizione elettorale si giochi sulle idee, non sulle falsificazioni.




C’è una via italiana per incorporare etica e coscienza negli algoritmi

C'è una via italiana per incorporare etica e coscienza negli algoritmi

La parola coscienza ricorre spesso nel dibattito attuale sull’intelligenza artificiale. Viene però usata per indicare la capacità di provare emozioni, di “sentire” qualcosa, che macchine più progredite potrebbero per ipotesi manifestare, avvicinandole agli esseri umani. Meno frequente è l’uso dell’altro significato del termine: quello morale, la sorta di bussola etica che ci guida nelle scelte e ci orienta, nella maggior parte dei casi, verso ciò che riteniamo giusto. Se l’idea di sistemi di IA davvero “coscienti” nel primo senso appare ancora molto lontana, non meno difficile sembra incorporare in una macchina una coscienza, intesa come guida efficace per le decisioni. Eppure, è proprio questo l’obiettivo ambizioso di un’iniziativa tutta italiana, che punta a portare nel panorama globale dell’intelligenza artificiale sistemi capaci di integrare al loro interno il meglio della riflessione etica sviluppata dall’umanità nel corso dei secoli.

L’intento è fare in modo che questi sistemi possano allineare il proprio funzionamento in modo più coerente con i valori umani, riducendo il rischio di conseguenze dannose. Che non si tratti di un compito semplice è riconosciuto dagli stessi promotori del progetto, il cui obiettivo dichiarato è quello di alzare l’asticella – il benchmark, come si dice nel settore – di ciò che può essere considerato un sistema di intelligenza artificiale moralmente istruito.

Naturalmente, di etica dell’intelligenza artificiale si parla molto, e anche i grandi gruppi che dominano il mercato si stanno muovendo in questa direzione. Il punto, però, è capire se alle dichiarazioni di principio seguano realizzazioni adeguate. I temi sono noti: l’uso dell’IA per il bene comune, la crescita della ricchezza, l’evoluzione del lavoro senza penalizzare le persone. Ma perché queste istanze non restino una semplice “patina etica”, occorre tradurle in soluzioni concrete, capaci di incidere davvero sul funzionamento dei sistemi. La sfida è rilevante: si tratta di superare un modello estremamente centralizzato, in cui dati e informazioni confluiscono in poche grandi piattaforme, per avvicinarsi a una prospettiva più decentralizzata, capace di includere anche un approccio “sapienziale”.

È in questo contesto che si colloca il progetto Colnissar – acronimo complesso che rimanda a un’«infrastruttura noetica stratificata per sistemi sapienziali e ragionamento antropocentrico» – presentato come il cuore di una più ampia piattaforma di innovazione sviluppata da Harmonic Innovation Group, società benefit con forti e rivendicate radici calabresi e mediterranee, promossa da Francesco Cicione, imprenditore fortemente orientato all’innovazione e alla sostenibilità, presidente dell’incubatore Entopan. Il partner tecnico del progetto è Altilia, società spin-off del Cnr fondata da Massimo Ruffolo. Il tutto si inserisce in un piano industriale sostenuto da un importante round di finanziamento da oltre 590 milioni di euro, segno dell’interesse strategico suscitato dall’iniziativa.

L’idea non è quella di creare semplicemente un nuovo Llm, un chatbot, ma un vero livello cognitivo all’interno di un ecosistema più ampio, che comprende infrastrutture digitali, fisiche e industriali. Accanto al modello, il progetto prevede anche una piattaforma applicativa già operativa, pensata per orchestrare agenti intelligenti in contesti complessi. Dal punto di vista tecnico, Colnissar, presentato dai promotori come la prima infrastruttura di “Intelligenza Artificiale Armonica Generale”, si configura come un foundation model multimodale, basato su architetture di tipo transformer, con dimensioni che dovrebbero arrivare fino a decine di miliardi di parametri. Tuttavia, la differenza affermata rispetto ai modelli oggi più diffusi non riguarda tanto la struttura computazionale, quanto il modo in cui il sistema viene addestrato e orientato, come ci ha spiegato Ruffolo, computer scientist di lunga esperienza e impegnato nel compito con una squadra di giovani ingegneri, in gran parte provenienti dall’Università della Calabria.

Nei modelli attuali, l’etica è in genere gestita attraverso filtri esterni o meccanismi di controllo a posteriori – i cosiddetti guardrail. Colnissar, invece, punta a incorporare principi etici direttamente nel processo di apprendimento. Questo avviene attraverso un addestramento su dataset selezionati, che includono filosofia morale, tradizioni etiche e testi di carattere umanistico e sociale, con l’obiettivo di ridurre il “rumore” tipico dei dati raccolti indiscriminatamente dal Web.

Secondo i promotori, anche le tecniche più avanzate oggi utilizzate per allineare i modelli – come il feedback umano nel training – agiscono soprattutto sul comportamento, senza modificare in profondità il modo in cui il sistema elabora le informazioni. In prospettiva, il progetto guarda anche a nuove architetture capaci di rappresentare la conoscenza in modo più ricco e concettuale, superando l’attuale elaborazione basata su sequenze di token. Resta tuttavia da verificare in che misura queste differenze teoriche possano tradursi in un effettivo salto qualitativo rispetto ai modelli già esistenti.

Un altro elemento distintivo è il tentativo di costruire un sistema capace non solo di generare risposte corrette o plausibili, ma di fornire risposte “orientanti”, meno medie e più profonde, anche a costo di sacrificare velocità o immediatezza. In termini concreti, l’idea è che il sistema possa intervenire in contesti complessi – ad esempio decisioni aziendali, scelte organizzative o situazioni con implicazioni etiche – non limitandosi a offrire opzioni possibili, ma evidenziando anche le conseguenze e le criticità dal punto di vista dei valori in gioco. In questa prospettiva, Colnissar viene descritto come un modello pensato per “ragionare per contesto”, integrando conoscenze e valori piuttosto che limitarsi a riprodurre schemi linguistici.

Il progetto si inserisce inoltre in una strategia più ampia che punta alla costruzione di una “via europea” all’intelligenza artificiale, caratterizzata da maggiore attenzione a trasparenza, controllo e centralità della persona. In questo senso, assume rilievo anche l’idea di superare la dipendenza dalle grandi piattaforme globali, promuovendo modelli in cui dati e processi restino maggiormente sotto il controllo degli utenti e delle organizzazioni. Al momento, la piattaforma è pensata soprattutto per un utilizzo business, più che per un accesso diretto da parte del pubblico. Una diffusione su larga scala, in modalità “consumer”, richiederebbe infatti capacità di calcolo molto elevate e infrastrutture che oggi restano concentrate nei grandi data center. Non è escluso, tuttavia, che in futuro si possano aprire scenari diversi.

In ambito aziendale, Colnissar potrebbe avere una funzione specifica: offrire una forma di “sovranità” dell’IA, mantenendo dati e processi all’interno dell’organizzazione, invece di trasferirli verso piattaforme esterne controllate da grandi operatori globali. Si colloca qui l’uso di componenti di intelligenza artificiale simbolica, che permettono di rappresentare le informazioni in forma strutturata – ad esempio, tramite grafi – rendendo più trasparente e comprensibile il funzionamento del sistema e facilitando forme di reale controllo umano.

L’obiettivo, almeno nelle intenzioni, è quello di introdurre un maggiore grado di eticità nei processi decisionali delle organizzazioni. Il sistema potrebbe segnalare comportamenti o scelte non coerenti con determinati criteri morali. Resta però centrale il ruolo dell’essere umano: sarà sempre l’utilizzatore a decidere se seguire o meno queste indicazioni. Pertanto, più che parlare di una “coscienza morale” della macchina, si può forse parlare di una coscienza che emerge nell’interazione: tra un sistema che, sulla base dei dati e dei principi incorporati, segnala ciò che potrebbe non essere eticamente accettabile, e un individuo che, in ultima istanza, mantiene la responsabilità della decisione.




Ue vs Meta, il colosso di Zuckerberg sotto la lente della Commissione: non tutela gli under 13. La replica: “Le verifiche funzionano”

Ue vs Meta, il colosso di Zuckerberg sotto la lente della Commissione: non tutela gli under 13. La replica: “Le verifiche funzionano”

Si accende la battaglia tra Ue e il colosso Meta: nel mirino le carenze nei sistemi di verifica dell’età, che avrebbero consentito l’accesso alle piattaforme anche a utenti con meno di 13 anni. Come anticipato da Affaritaliani la Commissione europea ha infatti riscontrato “che in via preliminare Instagram e Facebook di Meta violano il Digital Services Act (Dsa) per non aver identificato, valutato e mitigato adeguatamente i rischi derivanti dall’accesso ai loro servizi da parte di minori di 13 anni. Nonostante i termini e le condizioni di Meta stabiliscano a 13 anni l’età minima per accedere in sicurezza a Instagram e Facebook, osserva l’Esecutivo europeo, le misure adottate dall’azienda per far rispettare tali restrizioni non sembrano essere efficaci.

Tali misure non impediscono in modo adeguato ai minori di 13 anni di accedere ai servizi, né li identificano e rimuovono tempestivamente qualora abbiano già ottenuto l’accesso. Instagram e Facebook hanno ora la possibilità di esaminare i documenti contenuti nei fascicoli d’indagine della Commissione e di replicare per iscritto alle conclusioni preliminari. Le piattaforme possono adottare misure per porre rimedio alle violazioni, in conformità con le Linee guida del DSA 2025 sulla protezione dei minori. Parallelamente, verrà consultato il Comitato europeo per i servizi digitali (EBSD). Qualora le conclusioni venissero definitivamente confermate, l’Esecutivo europeo potrebbe emettere una decisione di non conformità, che può comportare l’applicazione di una sanzione pecuniaria proporzionata all’infrazione, che in nessun caso potrà superare il 6% del fatturato annuo globale totale del fornitore. La Commissione può anche imporre sanzioni pecuniarie periodiche per obbligare una piattaforma a conformarsi. Tali conclusioni non pregiudicano l’esito finale dell’indagine.

Ad esempio, al momento della creazione di un account, i minori di 13 anni possono inserire una data di nascita falsa che li faccia apparire almeno tredicenni, senza che vi siano controlli efficaci per verificare la correttezza della data di nascita autodichiarata. Lo strumento di Meta per segnalare i minori di 13 anni sulla piattaforma è difficile da usare e inefficace, richiedendo fino a sette clic solo per accedere al modulo di segnalazione, che non viene precompilato automaticamente con le informazioni dell’utente. Anche quando un minore di 13 anni viene segnalato perché al di sotto della soglia di età, spesso non si procede con un adeguato follow-up e il minore segnalato può semplicemente continuare a utilizzare il servizio senza alcun tipo di verifica.

Questo si basa su una valutazione del rischio incompleta e arbitraria, che non identifica adeguatamente il rischio che i minori di 13 anni accedano a Instagram e Facebook e siano esposti a esperienze inappropriate per la loro età. La valutazione di Meta contraddice un’ampia mole di prove provenienti da tutta l’Unione europea che indicano che circa il 10-12% dei bambini di età inferiore ai 13 anni accede a Instagram e/o Facebook. Inoltre, Meta sembra aver ignorato le prove scientifiche facilmente disponibili che indicano che i bambini più piccoli sono più vulnerabili ai potenziali danni causati da servizi come Facebook e Instagram. A questo punto, la Commissione ritiene che Instagram e Facebook debbano modificare la loro metodologia di valutazione del rischio, al fine di valutare quali rischi si presentano su Instagram e Facebook nell’Unione europea e come si manifestano.

Inoltre, Instagram e Facebook devono rafforzare le loro misure per prevenire, individuare ed eliminare i minori di età inferiore ai 13 anni dai loro servizi. Meta deve contrastare e mitigare efficacemente i rischi che i minori di 13 anni potrebbero incontrare sulle piattaforme, le quali devono garantire un elevato livello di privacy, sicurezza e protezione per i minori. Questi risultati preliminari fanno parte del procedimento formale avviato dalla Commissione contro Instagram e Facebook ai sensi del DSA il 16 maggio 2024. I risultati preliminari si basano su un’indagine approfondita che ha incluso un’analisi dei rapporti di valutazione del rischio di Instagram e Facebook, dei dati e dei documenti interni, nonché delle risposte delle piattaforme alle richieste di informazioni.

Va ricordato che solo poche settimane fa una giuria del New Mexico ha condannato Meta a una multa da 375 milioni di dollari, ritenendola responsabile di non aver adeguatamente protetto i minori sulle proprie piattaforme. Secondo il verdetto, Meta avrebbe addirittura “ingannato i teenager” sulla sicurezza dei social, mentre durante il processo sono emerse accuse legate alla presenza di predatori sessuali e contenuti dannosi.

La replica di Meta: “Non concordiamo con l’Ue, le verifiche dell’età su Facebook e Instagram funzionano”

“Non concordiamo con questi risultati preliminari. Siamo chiari sul fatto che Instagram e Facebook sono destinati a persone di età pari o superiore a 13 anni e disponiamo di misure per rilevare e rimuovere gli account di chiunque sia al di sotto di tale età. Continuiamo a investire in tecnologie per individuare e rimuovere gli utenti che non raggiungono l’età minima richiesta e la prossima settimana condivideremo ulteriori informazioni su nuovi strumenti in fase di implementazione”. Lo dichiara un portavoce Meta in merito alle conclusioni preliminari della Commissione Ue nell’indagine nell’ambito delle regole sui servizi digitali.




Gianluca Vacchi, lo stile dell’imprenditore-influencer non è più un affare: zero vendite e nuove perdite per la sua piattaforma di e-commerce

Gianluca Vacchi, lo stile dell’imprenditore-influencer non è più un affare: zero vendite e nuove perdite per la sua piattaforma di e-commerce

Gianluca Vacchi ha deciso di rinviare a nuovo la perdita di 24mila euro segnata nel bilancio del 2025

Lo “stile Vacchi” non è un affare, anzi. Sono passati ben 13 anni da quando Gianluca Vacchi, l’imprenditore-influencer lanciò la sua Gvlifestyle srl, costituita a Bologna nel settembre del 2013 davanti al notaio Marco Orlandoni.

E qualche giorno fa Vacchi, in qualità di amministratore unico e socio unico tramite la sua Cofiva Holding, ha deciso di rinviare a nuovo la perdita di 24mila euro segnata nel bilancio del 2025 che s’è così aggiunta a quella di 1,3 milioni accumulata negli anni precedenti. Ha portato il passivo non ripianato ad oltre un milione facendo scendere ulteriormente il patrimonio netto a soli 47mila euro.

Ma la cosa più significativa è che lo scorso anno la società non ha venduto nulla, cioè il valore della produzione è risultato pari a soli 10 euro.

Gvlifestyle si propone, tramite l’omonima piattaforma internet, di commercializzare tutto ciò che attiene allo “stile Vacchi”, tra cui il profumo “Gv Attraction Uomo / Donna”, il video “Corso Motivazionale By Gianluca Vacchi” e il libro “Instagram Marketing”.

“L’insieme di tutte le mie prerogative – disse Vacchi all’avvio dell’iniziativa – mi hanno portato a coniare un modo di vivere tutto mio, il cosiddetto Gvlifestyle”. Ma tutto ciò non è bastato e le vendite di Vacchi stanno a zero. “Enjoy!”.