Russia, stretta su Telegram e WhatsApp: il Cremlino spinge gli utenti verso l’app statale Max

Russia, stretta su Telegram e WhatsApp: il Cremlino spinge gli utenti verso l’app statale Max

La Russia sta limitando l’accesso a Telegram nel tentativo di costringere i propri cittadini a passare all’app Max, controllata dallo stato e creata per la sorveglianza e la censura politica”. Con questo post pubblicato il 10 febbraio, il fondatore di Telegram Pavel Durov ha denunciato pubblicamente le restrizioni adottate dalle autorità russe contro una delle piattaforme di messaggistica più usata nella Federazione Russa. Da giorni infatti Telegram sta subendo un forte rallentamento, che secondo gli esperti si inserisce in una strategia ben precisa: deviare gli utenti su Max, il nuovo strumento di controllo del Cremlino.

I nuovi blocchi

Da inizio febbraio in Russia si registrano malfunzionamenti costanti di Telegram, la piattaforma di messaggistica usata da cento milioni di utenti russi, diventata negli anni uno strumento di comunicazione imprescindibile nella vita sociale, economica e mediatica del paese, megafono per la propaganda e al contempo baluardo della stampa libera.

Come riporta il giornale Rbc, Roskomnadzor, il Servizio federale per la supervisione delle comunicazioni, il 10 febbraio avrebbe avviato delle misure di “limitazione parziale” di Telegram. In realtà, le chiamate audio e video erano bloccate già dall’estate scorsa e ora i problemi si sono estesi anche all’invio e alla ricezione dei messaggi e all’apertura dei canali. Ufficialmente queste restrizioni sarebbero state adottate per “violazione delle leggi russe”: da tempo Roskomnadzor chiede a Telegram di collocare i propri server nella Federazione Russa e lo accusa di non reprimere l’estremismo e il terrorismo.

Otto anni fa – ha scritto Durov – l’Iran ha provato la stessa strategia, fallendo. Ha vietato Telegram con pretesti inventati, cercando di costringere le persone a utilizzare un’alternativa gestita dallo stato. Nonostante il divieto, la maggior parte degli iraniani continua a utilizzare Telegram (aggirando la censura) e lo preferisce alle app sorvegliate. Limitare la libertà dei cittadini non è mai la risposta giusta”, ha scritto il fondatore di Telegram Pavel Durov, che dopo aver criticato i paesi occidentali per le misure distopiche che stanno minacciando l’internet libero, ora si scaglia contro le autorità russe, con cui evidentemente sembra non aver accettato di collaborare.

La strategia di migrazione degli utenti

Il blocco di Telegram non è un caso isolato e rientra in un’operazione di “migrazione” forzata degli utenti: nei giorni scorsi le autorità russe hanno bloccato o limitato l’accesso anche ad altre piattaforme come WhatsApp e YouTubeInstagram e Facebook invece erano già stati oscurati nel 2022, quando la Russia aveva dichiarato Meta un’organizzazione estremista.

Il tentativo di bloccare Telegram e WhatsApp è da ricercare nella volontà di non avere spazi indipendenti di circolazione delle informazioni, anche quando possano essere ‘lealiste’ e proputiniane: non è un caso vi siano state rimostranze persino da chi è in prima linea nel sostegno alla guerra in Ucraina – ha commentato a Wired Giovanni Savino, esperto di Russia, professore di storia contemporanea all’Università Federico II –. In sintesi, si deve pubblicare, scrivere, dire solo quel che è autorizzato dall’alto, anche quando si è a favore”.

Come spiegano gli esperti, questi servizi – così come altri siti oscurati – sono stati praticamente rimossi dal National Domain Name System, l’infrastruttura statale che fa parte del progetto di costruzione dell’internet sovrano e che replica in Russia la “rubrica” globale dei domini, consentendo alle autorità di decidere quali siti siano accessibili e quali no.

Una sorta di strangolamento selettivo, con duplice finalità: limitare le informazioni contrarie alle politiche di Mosca e spingere sempre più utenti a lasciare le app di messaggistica più comuni e registrarsi a Max, il nuovo sistema di messaggistica statale russo, ispirato al cinese WeChat.

Chi c’è dietro al progetto

L’app Max è un sistema di messaggistica di stato lanciato a marzo 2025 dal gruppo VK, il colosso tecnologico russo che controlla, tra gli altri, il social network VKontakte, fondato in origine da Pavel Durov ma oggi guidato da Vladimir Kirienko, figlio di Sergej Kirienko, primo vice capo dell’amministrazione presidenziale che secondo il New York Times avrebbe gestito negli ultimi anni tutti gli aspetti politici della guerra in Ucraina.

Secondo quanto scrive la Bbc, dietro alla gestione di VKontakte ci sarebbe anche Stepan Kovalchuk, pronipote di Yuri Kovalchuk, che gli Stati Uniti definiscono il “banchiere personale” del presidente russo Vladimir Putin, e molte ricostruzioni parlano di controllo finale del gruppo VK riconducibile a Gazprom. Un intreccio di controllo societario e legami familiari che mostra come il progetto Max sia strettamente legato alle autorità russe.

L’idea di creare una piattaforma di messaggistica statale era stata avanzata già nel 2015 dall’allora capo di RoskomnadzorAleksandr Zharov. Oggi, a dieci anni di distanza, il progetto è diventato realtà.

Come funziona Max

Pensato come uno “sportello unico” per i servizi digitali, soprattutto statali, Max offre chat, canali pubblici e privati, account business, mini-app, un sistema per prenotare biglietti e hotel, una banca digitale lanciata da VTB, sistemi integrati di pagamento e ovviamente accesso ai servizi governativi. Insomma, una super-app sul modello della cinese WeChat.

Nel 2025 il governo russo ha reso obbligatoria l’installazione dell’app Max su tutti i dispositivi mobili venduti in Russia e ora, con il soffocamento di Telegram, sta cercando di ampliare il bacino utenti. L’idea di creare un’alternativa alle app occidentali fa parte della strategia di “sovranità digitale” di Mosca per ridurre la dipendenza dalle tecnologie straniere e costruire un ecosistema controllato dallo stato.

Quanto cresce il nuovo servizio di messaggistica

Il servizio di messaggistica statale Max è attivo da meno di un anno e secondo l’ufficio stampa il pubblico starebbe crescendo rapidamente. A dicembre 2025 si contavano circa 75 milioni di utenti registrati. Secondo Mediascope, a dicembre Max sarebbe stato utilizzato da circa 70 milioni di persone, un dato che lo colloca al terzo posto nella classifica delle app di messaggistica più usate in Russia dopo Telegram e WhatsApp (rispettivamente 93 e 94 milioni). Ma come si legge sul giornale indipendente Meduza, a contare non sono solo i numeri, ma anche il modo in cui viene utilizzato il servizio. In più, il volume di utenti non coincide del tutto con l’uso attivo delle servizi, soprattutto dei canali, che per il Cremlino sono uno strumento fondamentale per diffondere la narrativa ufficiale russa.

Come scrive Kommersant, a gennaio 2026 su Max si contavano 150mila canali, per un audience totale di 59 milioni di iscritti. Numeri in crescita, ma ancora lontanissimi da quelli di Telegram, che in Russia ospita più di 1,5 milioni di canali e un ecosistema informativo di ordine di grandezza nettamente superiore.

Per fare un confronto, uno dei principali propagandisti del Cremlino, il conduttore Vladimir Solovyov, sul suo canale Telegram ha 1,2 milioni di iscritti, su Max appena 400mila. Il vice presidente del consiglio di Sicurezza Dmitrij Medvedev attraverso il suo canale Telegram raggiunge 1,8 milioni di iscritti, su Max appena 193mila.

Nel tentativo di ampliare ulteriormente il bacino di utenti e rendere questo servizio un perno della vita digitale in Russia, Mosca ha imposto l’utilizzo di Max anche nelle scuole e negli enti pubblici. Ma molti temono che l’installazione di questa app rappresenti una minaccia alla propria sicurezza. Per questo spesso viene installata su un secondo telefono, libero da qualsiasi informazione personale.

I rischi per la sicurezza

Secondo gli esperti, Max potrebbe diventare un “libro aperto” per i servizi segreti russi, perché potrebbe dare accesso ai dati personali degli utenti e alle loro conversazioni. La app infatti accede a un’ampia serie di dati: geolocalizzazione, contatti, file, fotocamera, microfono, bluetooth, notifiche e dati biometrici, e apre alla possibilità di trasferirli ad altri soggetti.

Dati sensibili che in realtà vengono raccolti anche da molte app occidentali, con rischi potenzialmente molto alti. Secondo un esperto russo citato da Novaya Gazeta, questi dati “potrebbero essere usati per fare pressione sul dissenso e “realizzare report molto interessanti” sui cittadini.

Non è chiaro se Max utilizzi una crittografia end-to-end: le indicazioni disponibili fanno pensare piuttosto a una cifratura tra utente e server, che protegge il traffico in transito ma consente alla piattaforma di accedere ai contenuti. Inoltre, tutti i dati sono archiviati su server localizzati in Russia, un elemento che facilita l’accesso da parte delle autorità e rafforza il timore che Max possa trasformarsi in un’infrastruttura di sorveglianza più che in un semplice strumento di comunicazione.

La battaglia di Yulia Navalnaya contro Max

Visti i potenziali rischi per gli utenti, in un contesto di ampio controllo e repressione, la Fondazione per la Lotta alla corruzione guidata da Yulia Navalnaya, vedova dell’oppositore russo Aleksej Navalny, ha lanciato una campagna per contrastare l’espansione dell’ecosistema digitale controllato dal Cremlino: chiedono sanzioni contro i responsabili delle restrizioni online in Russia e pressioni sulle Big Tech affinché integrino strumenti di aggiramento dei blocchi nei propri servizi. L’obiettivo più ambizioso è spingere Apple e Google a rimuovere Max dai loro store: secondo Yulia Navalnaya, colpire la distribuzione del messenger statale significherebbe indebolire l’intera strategia russa di sostituzione delle piattaforme di messaggistica.

Le ripercussioni sull’economia russa

Paradossalmente, il piano di Mosca per strangolare Telegram e deviare gli utenti su Max rischia di avere sgradevoli ripercussioni su interi settori dell’economia, dal mercato pubblicitario a quello turistico. La piattaforma di Pavel Durov infatti non è solo un’app di messaggistica, ma una vera e propria piattaforma-ecosistema che riunisce, oltre ai canali, mini-applicazioni, una propria criptovaluta e vari altri servizi.

Il rallentamento di Telegram ad esempio rischia di colpire il mercato pubblicitario online, visto che molti canali basano la propria sopravvivenza sulla vendita di spazi advertising. Gli inserzionisti però tendono a evitare piattaforme instabili o poco affidabili (come ormai sta diventando Telegram).

Secondo l’Associazione dei tour operator russi, poi, le agenzie e i tour operator stanno perdendo uno dei principali canali di contatto con i clienti, usato da anni per risolvere rapidamente problemi e richieste urgenti.

E secondo alcuni esperti citati da RBC, il rallentamento di Telegram colpirà anche l’ecosistema della blockchain Ton (acronimo di Telegram Open Network) e, più in generale, il settore crypto russo: un progetto che deve gran parte della propria visibilità al supporto diretto della piattaforma.

In generale, la società per la protezione di internet ha calcolato che le perdite economiche causate dall’interruzione dei vari servizi internet in Russia ammontano a circa 600 milioni di dollari al giorno.

Ma le ricadute più pesanti potrebbero sentirsi al fronte, nella guerra in Ucraina, dove i soldati comunicano e coordinano le operazioni proprio attraverso Telegram. Lì, il nuovo servizio di messaggistica Max, non è ancora arrivato.

Le conseguenze nella guerra in Ucraina

Negli ultimi giorni hanno iniziato a circolare diversi video girati al fronte: si vedono soldati russi in mimetica e con il volto coperto che si rivolgono alle autorità con la richiesta di ripristinare Telegram. “Ci rivolgiamo alla dirigenza di Roskomnadzor: non rallentate e non bloccate Telegram. In questo momento Telegram è uno strumento indispensabile”, dice uno di loro. “Telegram è il nostro unico canale di comunicazione”, sostiene un altro.

Secondo l’Institute for the Study of the War, le forze russe in alcune regioni starebbero conducendo assalti di fanteria minimi e poco efficaci. Le cause sarebbero in parte da attribuire al rallentamento di Telegram, che limita le comunicazioni tra le forze armate.

Il problema sta nel fatto che soldati sono tutti registrati su Telegram, non su Max – ha commentato il fondatore del Conflict Intelligence Team, Ruslan Leviev –. Attraverso Telegram è facile contattare il capo di Stato maggiore, un’unità di artiglieria o i soldati di un’altra divisione. Se invece si pretende di farlo attraverso Max, bisognerebbe recuperare il contatto di tutti”.

In gioco insomma non c’è solo il destino di un’app, ma la trasformazione di internet da spazio globale a infrastruttura nazionale controllata, con confini sempre più simili a quelli di uno Stato e ripercussioni che potrebbero varcare le frontiere nazionali.




OpenStreetMap vittima dei bot, scraping selvaggio di dati per l’AI

OpenStreetMap vittima dei bot, scraping selvaggio di dati per l'AI

La folle corsa dell’AI sta portando aziende e sviluppatori del settore a fare di tutto per riuscire a conquistare il mercato con un prodotto che sia davvero degno di nota. E in questo gioco di potere non ci sono regole, nè limiti che possano essere rispettati. Lo dimostra il caso di OpenStreetMap, una delle più note piattaforme di crowdmapping al mondo, che di recente ha segnalato la diffusione crescente di bot che cercano di effettuare lo scraping (selvaggio) di dati dal sito.

Il nostro ingegnere senior per la sicurezza, Grant Slater, sta assistendo a livelli senza precedenti di bot che tentano di sottrarre dati dall’hashtag #OSM – si legge in un post pubblicato dall’account LinkedIn della piattaforma, con cui questa ha attirato l’attenzione dei giornalisti sul tema – A titolo di confronto, negli ultimi anni ha visto 1 o pochi IP effettuare più di 10.000 richieste, ma questa settimana stiamo assistendo a più di 100.000 IP coordinati per effettuare lo scraping, con ogni IP che effettua poche richieste. In precedenza avrebbe bloccato temporaneamente 1 o 2 IP e sarebbe andato avanti. Ora questo non è più possibile”.

Quale sia l’obiettivo reale di questo scraping dei dati tanto massivo non è ancora chiaro. Probabilmente, alcune aziende stanno cercando di mettere a punto un servizio di mappe e navigazione simile a quello offerto da OMS. Oppure, semplicemente, alcuni sviluppatori vogliono raccogliere dati utili per addestrare i chatbot AI a fornire informazioni precise sugli spostamenti su scala locale o globale. In entrambi i casi, poco conta. Perché quello che ha lasciato perplessi i referenti della piattaforma è l’aumento costante, e crescente, dell’attività di “raschiamento” dei dati. Quello che c’è da tenere in considerazione è che OpenStreetMap è a tutti gli effetti un portale open data, come riferisce la sezione “Copyright e licenza” della piattaforma, in cui si legge che è possibile “liberamente copiare, distribuire, trasmettere e adattare i nostri dati, finché li attribuisci a OpenStreetMap e ai suoi contributori. Se alteri o ti basi sui nostri dati, puoi distribuire il risultato solo con la stessa licenza. Il codice legale completo su Open Data Commons illustra i tuoi diritti e le tue responsabilità”.

La battaglia di OSM allo scraping di dati

OpenStreetMap fa notare come questa pratica abbia un impatto effettivo sull’infrastruttura del sito, dato che l’uso massivo che richiede dei server. Questo, come è facile intuire, influisce notevolmente non solo sui costi che la piattaforma deve sostenere per garantire il corretto funzionamento della sua infrastruttura, ma anche sull’esperienza degli utenti, che potrebbe risultare rallentata o (addirittura) compromessa dall’abuso che ne fanno i bot per la raccolta dei dati. Certo, OpenStreetMap sta facendo tutto il possibile per limitare le conseguenze dello scraping, ma i referenti della piattaforma sono più che convinti che la questione della diffusione sempre crescente della pratica sia da tener d’occhio, per non compromettere il lavoro delle piattaforme collaborative.

Tecnicamente abbiamo quasi tutto sotto controllo, ma non credo che questo problema scomparirà senza una discussione più ampia. Una quantità enorme di risorse (umane e materiali) viene spesa in progetti come il nostro per mantenere online i nostri servizi, e non siamo soli: anche Wikipedia, Arch Linux, KDE, Gnome e molti altri stanno difendendosi dallo tsunami”, scrive Grant Slater, ingegnere senior di OSM, chiamando le piattaforme all’azione.




Il vibe coding è il nuovo open source, e non è un complimento

Il vibe coding è il nuovo open source, e non è un complimento

Così come probabilmente non coltivate e macinate il grano per fare la farina, la maggior parte degli sviluppatori di software non scrive da zero ogni riga di codice di un nuovo progetto. Questo perché farlo rallenterebbe sensibilmente il processo e rischierebbe di creare problemi aggiuntivi. Per mettere a punto i vari componenti software di base, invece, gli sviluppatori attingono a librerie preesistenti, che spesso sono open source.

Per quanto sia efficiente, questo approccio può però creare vulnerabilità. Anche il cosiddetto vibe coding, ovvero il ricorso all’intelligenza artificiale per programmare, è sempre più spesso impiegato in modo simile, con lo scopo di creare rapidamente codice che gli sviluppatori possono poi semplicemente adattare. I ricercatori di sicurezza avvertono tuttavia che la pratica sta rendendo la sicurezza della catena di fornitura dei software ancora più complicata e pericolosa.

I rischi del vibe coding

Stiamo raggiungendo il punto in cui l’intelligenza artificiale sta arrivando alla fine del suo periodo di grazia in materia di sicurezza“, afferma Alex Zenla, direttore tecnico dell’azienda di sicurezza cloud Edera. “l’intelligenza artificiale è il peggior nemico della sicurezza se si pensa alla generazione di codice che non è sicuro. Se l’AI viene addestrata in parte su software vecchi, vulnerabili o di bassa qualità disponibili sul mercato, tutte le vulnerabilità esistenti possono ripresentarsi ed essere introdotte di nuovo, per non parlare di nuovi problemi“.

Oltre ad assorbire dati di formazione potenzialmente insicuri, il vibe coding produce bozze di codice che potrebbero non tenere conto del contesto e di aspetti importanti di un determinato prodotto o servizio. In altre parole, anche se un’azienda addestra un modello locale sul codice sorgente di un progetto e su una descrizione in linguaggio naturale degli obiettivi, il processo di produzione si affida ancora alla capacità dei revisori umani di individuare ogni possibile difetto o incongruenza nel codice originariamente generato dall’intelligenza artificiale.

Nell’era del vibe coding le squadre di tecnici devono pensare al ciclo di vita dello sviluppo“, afferma Eran Kinsbruner, ricercatore presso la società di sicurezza Checkmarx. “Se chiedete allo stesso llm di scrivere il vostro codice sorgente specifico, ogni singola volta produrrà un risultato leggermente diverso […] Questo introduce un’ulteriore complicazione al di là dell’open source“.

In un sondaggio di Checkmarx rivolto a responsabili della sicurezza e dello sviluppo, un terzo degli intervistati ha dichiarato che nel 2024 oltre il 60% del codice della loro azienda sarà generato dall’AI. Ma solo il 18% ha affermato che la società per cui lavora dispone di strumenti approvati per il vibe coding.

Questione di trasparenza

progetti open source possono essere intrinsecamente insicuri, obsoleti o vulnerabili agli attacchi. Ma rischiano anche di essere incorporati nel codebase senza l’opportuna trasparenza o la documentazione adeguata. I ricercatori sottolineano che alcuni dei fondamentali meccanismi di controllo e responsabilità che sono sempre esistiti nell’open source sono mancanti o gravemente frammentati quando lo sviluppo è guidato dall’AI.

Il codice creato dall’intelligenza artificiale non è molto trasparente“, afferma Dan Fernandez, responsabile dei prodotti AI di Edera. “Nei repository come Github almeno si possono vedere cose come le richieste di pull e i messaggi di commit che permettono di capire chi ha fatto cosa al codice, e c’è un modo per risalire a chi ha contribuito. Ma con il codice AI non c’è la stessa responsabilità […] E le righe di codice provenienti da un umano potrebbero essere parte del problema“.

Per quanto il vibe coding possa sembrare un metodo a basso costo per creare applicazioni e strumenti essenziali altrimenti inaccessibili a gruppi con poche risorse – come le piccole imprese o le popolazioni vulnerabili – Zenla sottolinea che questa facilità d’uso comporta il pericolo di creare una falla di sicurezza nelle situazioni più sensibili e a rischio. “Si parla molto di utilizzare l’intelligenza artificiale per aiutare le popolazioni vulnerabili, perché richiede meno sforzi per arrivare a qualcosa di utilizzabile“, spiega il direttore tecnico di Edera. “Penso che questi strumenti possano aiutare le persone con meno mezzi, ma credo anche che le implicazioni sulla sicurezza del vibe coding avranno un impatto sproporzionato proprio sulle persone che meno possono permetterselo“.

Anche nelle aziende, che si sobbarcano in gran parte il rischio finanziario d’impresa, le ricadute personali di una vulnerabilità diffusa introdotta come conseguenza del vibe coding rischiano di avere un impatto pesante.

Il fatto è che il materiale generato dall’intelligenza artificiale sta già iniziando a vedersi nei codebase“, afferma Jake Williams, ex hacker della National security agency degli Stati Uniti e attuale vicepresidente della ricerca e sviluppo di Hunter Strategy. “Possiamo imparare dai progressi della sicurezza della catena di fornitura del software open source. Oppure non farlo, e lasciare che la situazione diventi terribile“.

Questo articolo è apparso originariamente su Wired US.




Ciao Internet – newsletter di Matteo Flora

Ciao Internet - newsletter di Matteo Flora

Nel 1787, il principe Grigorij Potëmkin orchestrò una delle più grandi illusioni della storia moderna. Per impressionare l’imperatrice Caterina la Grande in viaggio attraverso la Crimea, fece erigere lungo il fiume Dnepr interi villaggi di cartapesta. Facciate dipinte, contadini festanti a comando, bestiame spostato freneticamente nella notte per apparire innumerevole. Era tutto falso, ma era rassicurante. Era l’ordine imposto sul caos.

Oggi, quasi tre secoli dopo, la tecnica non è morta: ha solo indossato un dolcevita di cashmere beige e ha imparato a citare Kant a memoria. Non parliamo di cartapesta, ma di Storytelling. Non parliamo di villaggi russi, ma di borghi umbri restaurati con una perfezione quasi inquietante. Benvenuti nel “Teorema del Cashmere”, dove analizziamo cosa succede quando un impero economico si regge non solo sulla qualità del prodotto, ma sulla sacralità intangibile del suo fondatore.

La genesi del “Capitalismo Umanistico”

Per comprendere il fenomeno Cucinelli, dobbiamo guardare oltre la moda. Dobbiamo osservare il vuoto lasciato dalle istituzioni tradizionali. Dagli anni ‘90 in poi, mentre la politica e la religione perdevano la loro presa morale sulla società, il mercato ha iniziato a vendere senso oltre che cose. È l’era del “Purpose Marketing”, dove non ti vendo un maglione perché tiene caldo (funzione), ma perché salva il mondo (valore).

Brunello Cucinelli ha cavalcato questa onda con maestria assoluta, trasformando una commodity come il filato in una reliquia laica. Ma c’è un punto di rottura fondamentale in questa narrazione: la quotazione in borsa. È il momento esatto in cui la filosofia cessa di essere un vezzo intellettuale e diventa una asset class, una variabile da monetizzare e scalare. Fino a ieri, abbiamo assistito a quella che definirei una “cortigianeria industriale” da parte della stampa italiana, terrorizzata dall’idea di perdere l’accesso al Re Sole di Solomeo. Ma l’incantesimo si sta sgretolando, e non per pettegolezzo, ma per un accumulo di dati che non combaciano più con la leggenda.

Autopsia di una “Narrazione”

Se apriamo il cofano di questa macchina narrativa perfetta, troviamo una serie di dissonanze cognitive affascinanti. Prendiamo l’aneddoto del “panino al lassativo”, spesso citato nelle biografie per colorire l’infanzia rurale. Tecnicamente, un lassativo inodore e insapore spalmabile come formaggio non esisteva nelle farmacie di provincia degli anni ‘60. In psichiatria, questa si chiama Confabulation: la produzione di memorie fabbricate o distorte, non necessariamente per mentire, ma per rendere la realtà coerente con il mito che si è costruito.

Ma spostiamoci su dati più “hard”. Il report di Morpheus sulle attività in Russia è una ferita aperta: mentre giganti come LVMH e Kering chiudevano le operazioni russe per un consenso morale quasi unanime, la Cucinelli SpA manteneva un’operatività che, seppur legale nelle pieghe delle sanzioni, devasta il “patto fiduciario” del brand umanista. Qui il Capitalismo Umanistico si scontra con il P&L (Profit and Loss), e a vincere è il secondo.

Anche la struttura di governance rivela crepe interessanti: se nemma narrazione si parla di merito e filosofia platonica, l’organigramma è un monolite dinastico con figlie e generi in posizioni apicali. I sociologi la chiamano Elite Reproduction: il meccanismo con cui le classi privilegiate assicurano la trasmissione dello status ai discendenti, mascherandolo da meritocrazia. E non dimentichiamo il Tax Credit: 4 milioni di euro di fondi pubblici usati per un docu-film autocelebrativo costato 10 milioni. La narrazione del “mecenate che dona al territorio” si inverte: è lo Stato che finanzia la propaganda dell’imprenditore.

Il “Simulacro” e la “Licenza Morale”

Per decodificare veramente Solomeo, dobbiamo scomodare Jean Baudrillard. Solomeo non è un borgo storico; è un Simulacro. È un’iper-realtà, una copia di un passato ideale che non è mai esistito davvero, dove la sporcizia e il conflitto sono stati rimossi chirurgicamente. È la “Disneyland del Rinascimento”.

Il meccanismo psicologico che protegge Cucinelli (fino ad ora) è il Moral Licensing, teorizzato da Monin & Miller. Funziona così: “Siccome ho restaurato una chiesa e parlo di San Francesco (azione morale), mi sento inconsciamente autorizzato a operare in Russia o a trattare con sufficienza i colleghi (azione dubbia)”. Il credito morale accumulato funge da scudo cognitivo.

Inoltre, Cucinelli è caduto vittima della Legge di Goodhart“Quando una misura diventa un obiettivo, cessa di essere una buona misura”. Ha reso l’Etica un KPI (Key Performance Indicator) aziendale. Nel momento in cui l’ha fatto, l’etica ha smesso di essere virtù ed è diventata una variabile da ottimizzare per gli azionisti.

Lo scenario geopolitico e il futuro

Facciamo un passo indietro e guardiamo la scacchiera globale. Il caso Cucinelli è il canarino nella miniera per l’intero settore del lusso e dell’ESG (Environmental, Social, and Governance). Siamo entrati nell’era della Post-Authenticity: il consumatore non compra più il prodotto, ma l’assoluzione dai propri sensi di colpa consumistici.

Il rischio è sistemico per il “Made in Italy”. Se il nostro Soft Power si basa sulla bellezza e sullo stile di vita, permettere che venga cannibalizzato da figure messianiche espone il settore a un pericolo reputazionale enorme. Tra dieci anni, probabilmente assisteremo al declino dei “Guru-Founders”. Il mercato punirà chi accentra il valore etico su una singola persona fallibile e premierà brand “agnostici”, dove l’etica è certificata dalla Blockchain e non dalle lettere immaginarie agli imperatori romani.

E la lezione, dovesse essercene una, che portiamo a casa da questa analisi è amara ma necessaria: non esistono santi quotati in borsa. Abbiamo assistito alla parabola di un Icaro con un maglione di cashmere al posto delle ali di cera: il sole che lo sta sciogliendo è la trasparenza radicale dell’era digitale.

Brunello Cucinelli rimarrà un grande imprenditore, ma il “Profeta” è stato declassato a uomo. E forse è meglio così. Diffidate sempre da chi vi vende la Virtù al chilo, perché solitamente sta cercando di distrarvi mentre vi vende un panino o, peggio, compera il vostro senso critico. La realtà è complessa, sporca e priva di busti di marmo che vi applaudono.

Estote parati.




Minori sui social: Meta e TikTok si costituiscono nella Class Action; Germania e UE richiamano le piattaforme su età e contenuti

Minori sui social: Meta e TikTok si costituiscono nella Class Action; Germania e UE richiamano le piattaforme su età e contenuti

Prosegue la Class Action per la tutela dei minori sui social: Meta (Facebook, Instagram) e TikTok si sono costituite confidando in questioni procedurali per rinviare la discussione

La class action instaurata a Milano dallo Studio A&C su mandato del Movimento Italiano Genitori (MOIGE) e di alcune famiglie i cui figli hanno patito gravi danni a causa delle pratiche dei social di Meta e TikTok – e/o che continuano a subire i seri rischi di pregiudizio legati al funzionamento delle piattaforme – prosegue il suo iter procedurale, muovendo principalmente dalla constatazione che la legge vigente è clamorosamente violata dalle aziende responsabili dei social network.

Le aziende dei gruppi Meta e TikTok si sono costituite nella causa milanese negando l’evidenza e formulando numerosissime eccezioni formali, ottenendo un rinvio della prima udienza di discussione, che è ora fissata per al prossimo 14 maggio.

Nel merito, le società resistenti hanno tentato di dimostrare il presunto rispetto delle norme vigenti, soprattutto attraverso riferimenti a documenti di policy interni ed astratti, scritti dalle aziende stesse o da loro consulenti. Inoltre, come si può notare anche guardando questo breve video che riassume l’azione, pubblicato qui sul nostro sito, le società tentano di affermare di non poter essere ritenute responsabili per le proprie consapevoli scelte imprenditoriali, puntando inoltre il dito su altri soggetti – a partire dai genitori dei minori esposti a rischi e danni sulle piattaforme.

Le difese delle piattaforme sono inconsistenti e non potranno bloccare quello che è un vero tsunami che da tutto il mondo si sta abbattendo su di loro, ora che sono evidenti i disastrosi danni alla salute fisica a mentale che bambini, adolescenti ma anche adulti subiscono dalla frequentazione dei social.

E non mancano le condanne in sede giudiziaria, come quella del Tribunale di Berlino che approfondiamo più avanti (lett. B), o le avvisaglie di ben più pesanti sanzioni da parte della Commissione UE (lett. C).

Ma è tutta la complessiva mobilitazione a livello mondiale che fa impressione, con vari Paesi che osservando i gravissimi rischi e danni allo sviluppo dei minori hanno deciso di approvare ulteriori norme nazionali che proibiscano espressamente l’accesso dei pre-adolescenti ai social. Così, la Spagna di Sanchez (riportiamo il suo recente intervento) ha annunciato una nuova legge che vieterà esplicitamente l’accesso agli under 16, nonché la previsione di una responsabilità legale in capo ai CEO delle big tech per i reati commessi sui social network, descritti come spazi di “dipendenza, abuso, pornografia, manipolazione e violenza“. Analogamente, la Francia sta emanando anch’essa una legge ad hoc che introduce un ulteriore divieto di accesso prima dei 15 anni. Iniziative analoghe si segnalano anche in Grecia, Portogallo, Danimarca ed Austria.

In Australia, la legge su questo tema è entrata in vigore da alcuni mesi ormai.

Un’altra notizia di rilievo sul tema è costituita dalle novità provenienti da Bruxelles (che approfondiamo alla lett. C) relative al procedimento che la Commissione UE ha instaurato contro TikTok già due anni fa, che sta verificando la concretezza dei rischi per i minori collegati alle impostazioni ed al funzionamento dei social.

Analogamente a quanto si osserva nell’ambito di tale azione ai sensi del Regolamento UE Digital Services Act (DSA) anche l’azione di classe instaurata a Milano dallo Studio A&C vuole intervenire sulle impostazioni della piattaforma, di per sé dannose per i giovani utenti. L’azione italiana, in favore degli utenti attivi nella nostra penisola, è volta ad un intervento urgente del Giudice italiano per porre rimedio alla situazione attuale di grave pericolo per i minori, confermata nei giorni scorsi dalle conclusioni preliminari della Commissione.

Nel frattempo, negli Stati Uniti, stanno muovendo i primi passi le numerosissime cause instaurate contro i danni biologici causati ai minori dai social network (dalla dipendenza dalle piattaforme, fino al suicidio), ivi inclusi Meta e TikTok. Le azioni, promosse dai genitori di minori che hanno perso la vita o hanno subito gravi danni biologici, ma anche da ben 40 procuratori degli Stati USA e da distretti scolastici, si fondano anche su copiosa documentazione interna dei due gruppi che attesta la consapevolezza della dipendenza che le piattaforme ingenerano nei minori, a partire dai celebri Facebook Files – documenti allegati peraltro anche alla class action instaurata dallo Studio A&C a Milano.

Il Tribunale di Berlino condanna TikTok per mancata verifica dell’età dei minori:

Il Tribunale regionale di Berlino II, pronunciatosi su una causa proposta dall’Associazione federale dei consumatori (VZBV – Verbraucherzentrale Bundesverband)[1], ha ordinato a TikTok di non utilizzare più i dati personali degli utenti minori di età compresa tra i 13 e i 16 anni non ancora compiuti per finalità di marketing o pubblicità personalizzata.

In Germania, come ovunque in UE per la prassi adottata da tutte le piattaforme, la verifica dell’età dell’utente che si iscrive (in questo caso) a TikTok si basa esclusivamente sulle sole dichiarazioni dall’utente stesso durante il processo di registrazione.

Secondo i Giudici tedeschi tale prassi, con la semplice richiesta della data di nascita al momento della registrazione, costituisce peraltro un chiaro incentivo per i giovani a dichiararsi più grandi per aggirare i limiti di età e le funzioni limitate. Si tratta di una conclusione intuitiva ed in linea con la sostanza della normativa vigente, che è destinata ad essere applicata in tutta Europa, visto il chiaro dettato legislativo che impone invece alle piattaforme di svolgere tutte le verifiche possibili in base all’esperienza ed alla tecnologia disponibile.

Il Tribunale ha ritenuto dunque questa pratica dell’azienda, che favorisce l’accesso indiscriminato di minori nella piattaforma, insufficiente a garantire che i dati personali dei minori di età inferiore ai 16 anni non vengano trattati a fini pubblicitari senza il consenso dei genitori. La vendita di spazi pubblicitari basati sullo studio minuzioso dell’attività degli utenti e delle loro caratteristiche (a partire della loro fascia di età, peraltro) rappresenta infatti la linfa vitale delle piattaforme social, garantendo gran parte dei loro introiti.

Risulta evidente che il minore sotto età che acceda mentendo sulla propria data di nascita fruirà di un’esperienza diversa da quella per lui adeguata, con tutti i rischi che ne conseguono: proprio per evitare tale rischio il Tribunale berlinese ha vietato a TikTok di trattare i dati personali degli utenti registrati di questa fascia d’età senza il consenso dei titolari della responsabilità genitoriale per l’invio di messaggi di marketing e la visualizzazione di pubblicità personalizzate, prevedendo una sanzione fino a 250.000 euro in caso di violazione di tale divieto.

Anche in Italia, per accedere a TikTok (come anche a Instagram e Facebook) basta indicare una data di nascita corrispondente ad almeno 13 anni compiuti.

Questo è contrario alle leggi in vigore nell’Unione Europea e nei suoi Stati membri, come la Germania e l’Italia – a partire dal GDPR (Regolamento generale sulla protezione dei dati) e dai codici privacy nazionali. Il primo prevede all’art. 8 un’età minima di 16 anni per poter accedere ai servizi di social network, consentendo ai legislatori nazionali di fissare un limite minore, non inferiore ai 13 anni, mentre il codice privacy italiano prevede invece il limite minimo di 14 anni, 13 qualora sia presente anche il consenso di entrambi i genitori del minore.

Le conclusioni preliminari della Commissione UE nel quadro del procedimento ai sensi del DSA: design e sistemi additivi, insufficienza della valutazione del rischio

Il 6 febbraio 2026 la Commissione ha divulgato il contenuto delle proprie conclusioni preliminari, nel quadro del procedimento instaurato nel febbraio 2024 nei confronti di TikTok ai sensi del Digital Services Act (Reg. UE 2022/2265), avente ad oggetto la tutela dei minori, la trasparenza della pubblicità, l’accesso ai dati in favore dei ricercatori e la gestione del rischio con riferimento al design additivo ed ai contenuti dannosi.

Secondo la Commissione, TikTok ha violato le norme UE per il suo design che crea dipendenza, il quale include funzionalità come lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei contenuti, le c.d. notifiche push e il suo sistema di raccomandazione altamente personalizzato.

Il comunicato stampa della Commissione pone l’accento sull’inadeguatezza della valutazione del rischio compiuta dall’azienda sui propri sistemi, evocando altresì i risultati della ricerca scientifica, secondo cui il funzionamento della piattaforma (che rischia di “mettere il cervello in modalità pilota automatico”) può indurre comportamenti compulsivi e a ridurre l’autocontrollo.

TikTok avrebbe inoltre ignorato importanti indicatori dell’uso compulsivo dell’app, come il tempo speso sull’app dai minori anche durante la notte, l’inefficacia degli strumenti di gestione del tempo e di controllo parentale.

La Commissione ritiene che TikTok debba modificare la struttura di base del suo servizio, attraverso la disabilitazione delle principali caratteristiche che creano dipendenza, a partire dallo scorrimento infinito dei contenuti (infinite scrolling), ponendo in essere effettive modalità di interruzione dell’uso dell’app e adattando il suo sistema di raccomandazione.

Annotiamo che l’azione inibitoria di classe promossa dal nostro Studio per il Moige e le Famiglie avanza proprio questa richiesta: la modifica del design delle piattaforme per limitarne il potere di condizionamento a danno dei minori e dei più fragili.

Se l’azienda non adempirà all’invito della Commissione di adeguare i propri sistemi alle norme vigenti, rischia una sanzione fino al 6% del suo fatturato annuo …una cifra monstre di circa 8/9 miliardi di euro!

Per ulteriori approfondimenti, è possibile scrivere ai professionisti dello Studio legale A&C all’indirizzo info@ambrosioecommodo.it.


[1] Landgericht Berlin II, Sentenza del 23.12.2025, 15 O 271/23.