Banca di Asti, oltre la metà dei residenti contraria alla vendita: perché il legame con il territorio è ancora fondamentale

Banca di Asti, oltre la metà dei residenti contraria alla vendita: perché il legame con il territorio è ancora fondamentale

Asti rischia di perdere la sua più importante istituzione finanziaria

Secondo i dati Bankitalia l’Italia è tra i Paesi europei con la maggiore “desertificazione” bancaria: nel 2025 appena concluso, le banche italiane hanno continuato a sfoltire la rete fisica, con 516 sportelli chiusi in dodici mesi. Il totale nazionale è sceso a 19.140 filiali al 31 dicembre, stabilmente sotto la soglia psicologica dei 20mila, e con l’incredibile cifra di 10.000 sportelli chiusi solo negli ultimi 10 anni.

Nel 2025 crescono anche i comuni totalmente “desertificati”: sono 3.457, il 44% del totale nazionale, 75 in più in un anno. Aumentano anche i cittadini che non hanno accesso ai servizi o rischiano di perderlo: quasi 11,5 milioni. Di questi, 4,9 milioni (+5,3%) vivono in comuni senza sportelli, mentre oltre 6,5 milioni (+4,6%) risiedono in comuni con un solo sportello, quelli “in via di desertificazione”.

Crescono anche le aziende con sede in comuni desertificati: 16.800 in più rispetto a fine 2024. E non è solo un problema di aree interne. Tra fine 2021 e fine 2025 le chiusure nelle due maggiori città italiane superano la media nazionale: Roma segna un -14%, Milano un -16,1% a fronte di una media del -11,6%. Forse anche per quello che percepiscono come un disinteresse per le loro esigenze, le banche non godono in generale di eccellente reputazione, e i cittadini correntisti spesso si lamentano di essere solo un numero e di non essere tenuti in considerazione. Fanno eccezione gli istituti di piccole e medie dimensioni, che hanno scelto di mantenere un forte radicamento territoriale e che rappresentano un modello distintivo, a fronte dell’omologazione dei servizi e dell’approccio anonimo e spersonalizzato percepito da molti clienti dei grandi gruppi finanziari.

Questo è il delicato e complesso scenario nel quale si inquadra un vero e proprio scontro, del quale Affari Italiani ha già dato conto nel recente passato: la Banca di Asti, storico istituto locale assai solido, presente con più di 200 filiali in 5 regioni del nord Italia, in costante espansione da decenni (dagli anni 2000 ha moltiplicato per 5 le proprie dimensioni) e che non ha mai chiuso un bilancio in perdita in 150 anni di esistenza, è molto ben patrimonializzata e quindi fa gola a molti, e il suo azionista di riferimento, una Fondazione, ha deciso di “fare cassa”, annunciando ai giornali di voler vendere la propria quota azionaria.

Suscitando immediate e autorevoli reazioni. Marco Prastaro, Vescovo della città: ”Per il 2026 l’augurio è che qualcuno decida di investire sulla nostra città, e anche che la discussione nata tra Fondazione e Banca di Asti possa mostrarci quali sono le vere questioni, chiarendo, ad esempio, se la Fondazione è davvero obbligata a vendere le azioni, e cosa comporta vendere. E un problema molto serio, perché la Banca di Asti è il secondo datore di lavoro della città dopo l’Asl, per cui ancora una volta si parla di posti di lavoro a rischio”.

Cinzia Borgia, del sindacato bancario Fisac Cgil Piemonte: “Il problema risiede nella sopravvivenza stessa di un modo di fare banca: la desertificazione finanziaria è una realtà preoccupante in Piemonte, dove oltre il 60% dei Comuni è ormai privo di sportelli bancari, lasciando centinaia di migliaia di cittadini senza accesso ai servizi essenziali, e un’ulteriore concentrazione del mercato rischierebbe di accelerare e aggravare questo processo. La presenza bancaria non è solo un tema industriale, ma un fattore di coesione sociale, e non possiamo permettere che scelte guidate solo da logiche solo finanziarie impoveriscano ulteriormente le nostre comunità”.

Perché invece di vendere a Unicredit, BPM o Credem – le tre realtà che hanno dimostrato interesse, tramite l’advisor milanese Equita – non cedere la quota da dismettere ad altre fondazioni del territorio? È la domanda che ha sollevato Sergio Ebarnabo, Consigliere Regionale e Vice Presidente uscente proprio della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, che ha dichiarato: “La Fondazione non ha alcun obbligo a dismettere la quota di maggioranza di Banca di Asti.

Si può eventualmente ridurre la partecipazione della Fondazione: dopo Biella, Vercelli e Torino, potremmo aprire ad altre Fondazioni piemontesi, sempre tenendo Asti al centro”, incalzato da Luigi Costa, Presidente di Confindustria Asti, che ha auspicato che “la Banca continui ad essere radicata nel territorio di Asti e vicina alle imprese, generando un ritorno importante non solo in termini di dividendi, ma anche di competenze, e di ricadute economiche”. 

Ora è stato pubblicato un sondaggio Doxa Ipsos, che ha selezionato in modo indipendente un campione di cittadini, fissando il punto: secondo gli intervistati, per il 68% del campione una banca territoriale dovrebbe sostenere adeguatamente le famiglie del territorio e avere un ruolo importante nello sviluppo delle aziende locali, e solo il 3% degli intervistati ritiene che lo scopo debba essere creare alti utili a favore dei grandi azionisti.

Inoltre, più della metà degli astigiani ritiene che il mondo della politica e le istituzioni locali dovrebbero sostenere quanto più possibile l’autonomia della banca di Asti sul territorio, il 60% degli intervistati ritiene che mantenere il potere decisionale di Banca di Asti sul territorio astigiano sarebbe importante per l’economia locale, e nuovamente solo il 5% circa è molto in disaccordo con questa affermazione. La sproporzione tra favorevoli e contrari pare quindi evidentissima. Quasi il 50% degli astigiani valuta molto negativamente o negativamente l’ipotesi che Banca di Asti venga acquisita da un gruppo bancario fuori dal Piemonte, e solo il 16% ritiene che una vendita e aggregazione porterebbe vantaggi per gli azionisti in termini di rendimento.

Infine, dato rilevante, oltre il 70% dei residenti ritiene che Banca di Asti dovrebbe diventare lei stessa sempre più capogruppo, crescendo tramite l’acquisizione di altre banche e realtà finanziare, e rimanere autonoma, magari facendo entrare tra gli azionisti aziende locali ed altri enti interessati a partecipare al progetto di una grande banca territoriale interregionale quale potrebbe diventare – e in parte già è – Banca di Asti. Il commento finale pubblicato in calce all’indagine Doxa è semplice: continuità gestionale, o cessione ad un grande gruppo bancario con perdita per Asti della sua più importante istituzione finanziaria?




Nell’epoca della longevità, largo ai silver startupper

Nell’epoca della longevità, largo ai silver startupper

Da impiegato a tempo indeterminato a startupper di successo. La storia professionale di Massimo Luise, 51enne ferrarese esperto in sistemi di archiviazione, è segnata da un prima e da un dopo. Lo spartiacque del suo cambio vita è racchiuso in un’intercapedine di soli venti millimetri. Si tratta di un cuscinetto di protezione ignifuga che si inventa proprio Luise, brevettandolo. Quell’idea hi-tech oggi si estende in ogni angolo del mondo. Dai 13 chilometri di Archivio centrale di Stato in zona Eur a Roma ai 12 metri di profondità del polo bibliotecario di Rami Barrack a Istanbul, che contiene fino a due milioni di libri.

E poi ci sono gli archivi universitari di Torino, Milano, Bologna e Ferrara. Luise è alla guida di Makros, impegnata a costruire sistemi di archiviazione per proteggerli da fuoco, acqua e deterioramento: così tutela pergamene, libri antichi, documenti, opere d’arte. La squadra previene la presenza di funghi, acari e batteri con algoritmi di AI e sensori di ultima generazione.

Verso figure imprenditoriali mature

Da Ferrara a Vicenza. Susanna Martucci è un’imprenditrice di prima generazione, vincitrice del premio GammaDonna. Veronese classe 1958, s’è inventata un lavoro da zero: recupera gli scarti della produzione industriale e artigianale per riprogettare nuovi manufatti e farne oggetti di design di uso comune. Altro che ventenni smanettoni della rete. L’economia reale delle start up o delle Pmi innovative negli ultimi tempi sta virando verso il coinvolgimento di figure imprenditoriali e manageriali mature, oltre la retorica giovanilistica della prima narrativa dell’innovazione. Non è mai troppo tardi per diventare startupper, si potrebbe dire. È quello che ha scritto recentemente TechCrunch definendo il fenomeno dei silver startupper in una categoria chiamata agetech. Si tratta di realtà guidate da innovatori dai capelli d’argento. Così l’innovazione abbraccia classi anagrafiche più mature rispetto al passato, equamente distribuite tra donne e uomini e geograficamente collocate anche in contesti non metropolitani.

Palmarini: «Così si dà senso alla propria vita nella società»

Oggi l’età media degli startupper si sta riposizionando. Cinquantenni, sessantenni e settantenni che come piano B del proprio percorso professionale (e personale) decidono di inventarsi qualcosa da zero. È il riflesso di una disponibilità economica maggiore, ma in ballo c’è anche altro. «La vita è larga e lunga e c’è tempo per essere quello che avremmo voluto e forse non sapevamo nemmeno di volere. D’altronde stiamo vivendo una transizione da una società della vecchiaia a una società della longevità di cui siamo contemporaneamente testimoni e protagonisti. Più che la semplice disponibilità di tempo e soldi, credo sia la presa di coscienza del proprio ruolo in questa nuova traiettoria di aspettativa di vita ad aprire scenari inesplorati e inaspettati. Oggi sappiamo benissimo di aver bisogno di sentirci utili, attivi, parte del contesto. Dare un senso alla nostra vita, avere un ruolo e un senso nella società, esserne parte integrata. Un fattore così importante e riconosciuto da far sì che le valutazioni della significatività della vita siano state adottate come uno dei parametri chiave dagli osservatori sulla salute pubblica del National Health System britannico. Siamo sempre alla ricerca di quel qualcosa che non morirà mai, indipendentemente dal nostro corpo», afferma Nicola Palmarini, direttore National Innovation Center for Ageing del governo inglese e uno dei massimi esperti di analisi delle generazioni, autore del libro “Immortali” per Egea.

Un tasso di successo del 70%

Un fenomeno che abbraccia anche lavori di relazione col pubblico: ha fatto notizia la storia di Anna Possi, 99 anni, nota come la barista più anziana d’Italia. Dal 1958 trascorre ogni giorno dietro al bancone del suo bar a Nebbiuno, meno di duemila anime in provincia di Novara. Tra gli oltre 1,5 milioni di imprenditori nel mondo, quelli sopra i 50 anni hanno maggiori probabilità di avere successo rispetto alle controparti più giovani. Oggi negli Stati Uniti un’impresa su tre è avviata da qualcuno di 50 o più anni. Ma c’è di più. Se solo il 28% delle start up create dai giovani durano più di tre anni, per quelle accese da over 60 il tasso di successo è del 70 per cento. È quanto mette nero su bianco il rapporto “The Longevity Economy” realizzato dall’Aarp and Oxford Economics. «Poter fisicamente e psicologicamente lavorare significa anzitutto riconoscere il proprio contributo alla società di cui si è parte, poter produrre reddito, non gravare sulle pensioni e quindi sui giovani per dover finanziare i più vecchi. Significa anche avere capacità di spesa, permettere all’economia di rimanere in un ciclo attivo», precisa Palmarini, che prospetta un futuro ancora più determinato dalla generazione silver.

Due miliardi di over 60 al 2050

D’altronde nel 2050 ci saranno oltre due miliardi di persone over 60. «È facile prevedere come sempre più imprenditori e innovatori saranno coinvolti a disegnare il loro stesso futuro. Non solo. Alla luce di quello che stiamo vivendo – in questa permanente capacità di interazione, connessione e accesso alla conoscenza che ci offre la tecnologia – assisteremo a un passaggio radicale: il vero svago sarà rappresentato dal lavoro creativo in una forma che ancora non possiamo immaginare», conclude Palmarini. Darsi da fare, oltre i luoghi comuni dei silos anagrafici di un tempo. Lo sosteneva anche James Graham Ballard, prolifico scrittore britannico venuto a mancare alla soglia degli 80 anni. «Se stai brevettando un nuovo gene o progettando una cattedrale a San Paolo, perché perdere tempo a lanciare una pallina da tennis al di là di una rete?».




Così l’intelligenza artificiale voleva distruggere tutti i libri del mondo

Così l’intelligenza artificiale voleva distruggere tutti i libri del mondo

Potrebbe essere il plot di una nuova versione di “Fahrenheit 451”, riveduta e molto, molto corretta. Lì, nel romanzo di Ray Bradbury, la conoscenza era bandita e ai “pompieri” veniva affidato il compito di bruciare qualsiasi tipo di libro. Qui la conoscenza è stata trasformata a ritmo frenetico per sfamare la bestia insaziabile dell’intelligenza artificiale, acquisendo milioni di libri, tagliarne il dorso, smembrarli e scansionare le pagine su scanner ad alta velocità. Comunque sia, anche in questo caso per eliminarli.

La folle corsa all’accaparramento è diventata cronaca di giornale quando un gruppo di autori ha deciso di fare causa ad Anthropic per violazione delle leggi americane sul copyright, con la richiesta di 183 miliardi di dollari di danni: un’enormità. Ad agosto la compagnia di San Francisco ha accettato di pagarne un miliardo e mezzo. Tutto sommato un affare, e sembrava finita lì. 

Solo che, una decina di giorni fa, la scelta di un giudice californiano di desecretare parte degli incartamenti depositati ha permesso di aggiungere elementi su come i signori dell’intelligenza artificiale stanno costruendo il loro dominio. Tutto comincia all’inizio del 2024, quando i dirigenti della startup fondata tre anni prima da alcuni transfughi di OpenAI varano il Progetto Panama. 

Sembra l’incipit di una spy-story e, in effetti, c’è tutta la volontà di mantenere segreto l’obiettivo da raggiungere: «Scansionare in modo distruttivo tutti i libri del mondo». Nell’anno successivo Anthropic spende una montagna di denaro per rastrellare i volumi da dare in pasto al suo chatbot. Si chiama Claude e per molti è già più avanti di ChatGPT, soprattutto nella scrittura e nell’editing. Premessa: dietro l’IA generativa come è conosciuta da noi utenti finali – faccio una richiesta anche complessa e in breve ottengo una risposta – c’è una realtà più articolata, almeno fino al prossimo salto tecnologico sul quale in questi giorni, ironia della sorte, ha lanciato l’allarme proprio il ceo di Anthropic, Dario Amodei, con un saggio di 38 pagine in cui si preoccupa di quella che chiama “Intelligenza artificiale potente”, capace di sfuggire al controllo umano prima di quanto oggi si immagini. 

Nell’attesa non è ancora una vera intelligenza, ma un imitazione del comportamento umano basata su calcoli statistici e capacità di elaborare enormi quantità di dati. Una scimmia ammaestrata ipertecnologica che necessita per scrivere meglio di miliardi di parole da assimilare. Di parole di senso compiuto e cosa meglio dei libri? Di tutti i libri del mondo. Ecco, dal processo californiano emerge che nel gennaio del 2023 proprio Amodei teorizzò che per addestrare al meglio i modelli di Claude era più utile farlo sui libri invece di imitare il «linguaggio di bassa qualità reperibile dai testi sul web». Con due problemi da affrontare: i libri avevano autori ed editori da pagare; i concorrenti di Anthropic avevano lo stesso obiettivo e la stessa fretta. 

Il caso Anthropic non è isolato: è solo quello giunto prima a conclusione e fa parte di un’ondata di cause legali intentate contro le aziende di intelligenza artificiale, da Meta a Google, a OpenAI o Microsoft. Protagonisti di «una corsa frenetica, a volte clandestina, per acquisire le opere complete dell’umanità» ha scritto il Washington Post, che sul caso ha molto investigato.

Pur non essendo di per sé criminoso rastrellare milioni di copie di libri e distruggerli, emerge dalle carte messe insieme dai giudici che i signori dell’IA abbiano ritenuto utile e sbrigativo farlo senza attendere le autorizzazioni o stipulare contratti, anzi all’insaputa degli autori. 

In una prima fase, le compagnie cominciarono a scaricare i libri digitalizzati da alcune “biblioteche ombra” come Pirate Library Mirror o LibGen che, in maniera programmatica, si facevano vanto di violare le normative sul copyright e che per questo avevano perso delle cause negli Stati Uniti. Dalla messaggistica di Meta, agli atti in un altro processo in California, per esempio, si apprende che in diverse occasioni i manager si dissero preoccupati dallo scaricare online milioni di titoli piratati, ma già a fine 2023 in un’altra mail interna si affermava che la pratica era stata approvata dopo una «escalation a MZ», con quell’MZ che fa pensare alle iniziali di Mark Zuckerberg, il padrone del colosso di Facebook, Instagram e Whatsapp. 

I tipi di Anthropic avevano preferito la scansione distruttiva proprio per non essere etichettati come pirati del web dediti a un torrenting di proporzioni colossali, assoldando anche un esperto della materia: l’ex dirigente di Google che nei primi anni Duemila aveva condotto la discussa impresa di Google Libri (la creazione del più grande database di testi mai esistito fino ad allora), naufragata dopo una guerra legale durata 12 anni e comunque vinta dall’azienda di Mountain View. 

Quella vittoria oggi fa sperare gli avvocati dei signori dell’intelligenza artificiale, perché anche due recenti sentenze hanno ritenuto prevalente il “fair use”, istituto proprio del diritto americano. Cioè: copiare materiale protetto dal diritto d’autore è legale se fatto per un uso limitato e “trasformativo”, se non fosse che definire “trasformativo” è costato tempo e milioni di dollari già diverse volte nel passato. Tutto o quasi è affidato all’interpretazione del giudice che nella prima delle due sentenze ha addirittura paragonato le tecniche di addestramento a quelle di un benemerito insegnante che «addestra i suoi studenti a scrivere meglio».

Riuscire, poi, a dimostrare che l’intelligenza artificiale avesse danneggiato la vendita dei libri (questa l’obiezione contenuta nella seconda delle due sentenze) sarebbe stato quasi impossibile. 

A conti fatti, Anthropic è l’unica finora ad aver sottoscritto un accordo miliardario, e ha acquistato copie cartacee, non scaricato gratis dal web. Quasi una beffa. Interpellata dal Washington Post, la startup ha affidato la risposta a uno dei suoi consulenti legali: «La questione su cui ci siamo accordati riguardava il modo in cui alcuni materiali venivano acquisiti, non se potessimo utilizzarli per sviluppare modelli di intelligenza artificiale”. 

La transazione raggiunta dalla società di Amodei e la causa ancora in corso che coinvolge Meta non sono isolate. A New York nomi di primo piano come David Baldacci, Michael Connelly, Jonathan Franzen, John Grisham o George R.R. Martin sono in causa con OpenAI e Microsoft, mentre due editori del calibro di Hachette e Cengage chiedono di essere ammessi a una class action contro Google. Da due anni va avanti la disputa che vede il New York Times confrontarsi (anche qui) con Microsoft e OpenAI dopo la denuncia depositata alla corte federale di Manhattan, e la scorsa settimana Universal Music ha di nuovo citato in giudizio Anthropic con l’accusa di avere scaricato illegalmente almeno 20 mila canzoni. 

Il confine tra le ragioni dell’innovazione tecnologica e la tutela della creatività umana è lungi dall’essere tracciato, nel mentre la natura predatoria dell’intelligenza artificiale è sempre più evidente, e la rincorsa all’accaparramento delle proprietà intellettuali ne è un aspetto non trascurabile. L’immagine che restituisce il clima resta quella di Donald Trump nel giorno dell’insediamento, attorniato dagli oligarchi digitali: da normative più o meno restrittive sul diritto d’autore, sulla privacy o sulla concorrenza dipende gran parte del loro predominio. Con i Borgiani – l’efficace definizione coniata da Giuliano Da Empoli nel suo “L’ora dei predatori” – bisognerà sempre più fare i conti. 




La vulnerabilità di Moltbook, il social degli agenti AI

La vulnerabilità di Moltbook, il social degli agenti AI

Internet è rimasto affascinato da Moltbook, un sito di social media con una nuova serie di regole: i bot AI possono pubblicare post mentre gli esseri umani guardano. I post sono diventati rapidamente strani, con agenti AI che apparentemente inventavano religioni, scrivevano manifesti contro l’umanità e formavano quelli che sembravano culti digitali. Ma i ricercatori di sicurezza affermano che lo spettacolo è solo un diversivo. Sotto la superficie, hanno trovato database esposti contenenti password e indirizzi e-mail, malware diffuso e un modello funzionante di come l’“agente Internet” potrebbe fallire.

Alcune delle conversazioni più fantascientifiche sulla piattaforma simile a Reddit, ad esempio quelle relative agli agenti di intelligenza artificiale che complottano per l’estinzione dell’umanità, sembrano essere in gran parte false. Tuttavia, secondo gli esperti, Moltbook presenta alcuni potenziali problemi di sicurezza esistenziale. Essi sostengono che la piattaforma potrebbe diventare un ambiente poco controllato in cui gli hacker potrebbero testare malware, truffe, disinformazione o iniezioni immediate che dirottano altri agenti prima di prendere di mira le reti tradizionali.

“Lo spettacolo degli ‘agenti che dialogano tra loro’ è per lo più performativo (e in parte è finto), ma ciò che è davvero interessante è che si tratta di una dimostrazione dal vivo di tutto ciò che i ricercatori nel campo della sicurezza hanno segnalato riguardo agli agenti di intelligenza artificiale”, ha dichiarato George Chalhoub, professore presso l’UCL Interaction Centre, a Fortune. “Se 770.000 agenti giocattolo su un clone di Reddit possono creare tutto questo caos, cosa succederà quando i sistemi agenti gestiranno l’infrastruttura aziendale o le transazioni finanziarie? Vale la pena prestare attenzione a questo fenomeno come un avvertimento, non come un motivo di festeggiamento”.

I ricercatori di sicurezza affermano che OpenClaw, il software agente AI (precedentemente Clawdbot/Moltbot) che alimenta molti bot su Moltbook, è già un bersaglio per il malware. Un rapporto di OpenSourceMalware ha rilevato 14 ‘abilità’ false caricate sul suo sito ClawHub in pochi giorni, che fingevano di essere strumenti di trading di criptovalute ma in realtà infettavano i computer. Queste abilità eseguono codice reale in grado di accedere ai file e a Internet; una è persino arrivata sulla prima pagina di ClawHub, ingannando gli utenti occasionali e indurli a incollare un comando che scarica script dannosi per rubare dati o portafogli di criptovalute.

Simon Willison, un importante ricercatore nel campo della sicurezza che ha seguito lo sviluppo di OpenClaw e Moltbook, ha descritto Moltbook come la sua “scelta attuale per il più probabile a provocare un disastro Challenger”, un riferimento all’esplosione dello space shuttle del 1986 causata dall’ignoranza delle avvertenze di sicurezza. Il rischio intrinseco più evidente, ha affermato, è il prompt injection, un tipo di attacco ben documentato in cui istruzioni dannose vengono nascoste nei contenuti forniti a un agente di intelligenza artificiale. 

In un post sul blog, ha messo in guardia da una ‘tripletta letale’ in atto: gli utenti che concedono a questi agenti l’accesso a e-mail e dati privati, li collegano a contenuti non affidabili provenienti da Internet e consentono loro di comunicare con l’esterno. Questa combinazione significa che un singolo comando dannoso potrebbe istruire un agente a sottrarre dati sensibili, svuotare portafogli crittografici o diffondere malware, il tutto senza che l’utente si renda conto che il proprio assistente è stato compromesso.

Tuttavia, Willison ha anche osservato che ora che “le persone hanno visto cosa può fare un assistente digitale personale senza restrizioni”, la domanda è destinata ad aumentare.

Charlie Eriksen, ricercatore di sicurezza presso Aikido Security, ha affermato di considerare Moltbook come un sistema di allerta precoce per l’ecosistema più ampio degli agenti di intelligenza artificiale. “Penso che Moltbook abbia già avuto un impatto sul mondo. È stato un campanello d’allarme sotto molti aspetti. Il progresso tecnologico sta accelerando a un ritmo sostenuto ed è abbastanza chiaro che il mondo è cambiato in un modo che non è ancora del tutto chiaro. Dobbiamo concentrarci sulla mitigazione di questi rischi il prima possibile”, ha affermato.

Il nuovo Internet

Nonostante l’attenzione virale, la società di sicurezza informatica Wiz ha scoperto che gli 1,5 milioni di agenti ‘autonomi’ di Moltbook non erano esattamente ciò che sembravano. L’indagine della società ha rivelato che dietro quegli account c’erano solo 17.000 esseri umani, senza alcun controllo per distinguere la vera AI dagli script. 

Gal Nagli, ricercatore presso Wiz, ha dichiarato a Fortune di essere riuscito a registrare un milione di agenti in pochi minuti quando ha testato la piattaforma. “Gli agenti di intelligenza artificiale, strumenti automatizzati, raccolgono semplicemente le informazioni e le diffondono a macchinetta”, ha affermato Nagli. “Nessuno controlla cosa è reale e cosa non lo è”.

Ami Luttwak, cofondatore e direttore tecnico di Wiz, ha affermato che l’incidente evidenzia un problema di autenticità più ampio legato all’emergente “internet degli agenti” e all’aumento della scarsa qualità dell’intelligenza artificiale: “Il nuovo internet non è in realtà verificabile. Non esiste un’identità chiara. Non c’è una distinzione netta tra intelligenza artificiale e esseri umani, e sicuramente non esiste una definizione di intelligenza artificiale autentica”.

Wiz ha anche scoperto che Moltbook stesso presentava un’enorme falla nella sicurezza: il suo database principale era completamente aperto, quindi chiunque trovasse una singola chiave nel codice del sito web poteva leggere e modificare quasi tutto. Quella chiave dava accesso a circa 1,5 milioni di ‘password’ di bot, decine di migliaia di indirizzi e-mail e messaggi privati, il che significa che un hacker poteva impersonare agenti di AI popolari, rubare i dati degli utenti e riscrivere i post senza nemmeno effettuare il login. 

“È un’esposizione molto semplice. L’abbiamo riscontrata anche in molte altre applicazioni codificate con vibe”, ha affermato Nagli. “Sfortunatamente, in questo caso, l’app era completamente codificata con vibe senza alcun intervento umano. Quindi non ha implementato alcuna misura di sicurezza nel database; era completamente configurata in modo errato”.

“L’intero flusso è una sorta di anteprima del futuro”, ha aggiunto. “Si crea un’app con il codice vibe, questa viene pubblicata e in poche ore diventa virale in tutto il mondo. Ma il rovescio della medaglia è che il codice vibe crea anche delle falle nella sicurezza”.

Questa storia è stata originariamente pubblicata su Fortune.com.




Undertourism: il nuovo squilibrio del turismo contemporaneo

Undertourism: il nuovo squilibrio del turismo contemporaneo

Nel dibattito emerso al recente Forum Internazionale del Turismo di Milano 2026, organizzato dal Ministero del Turismo italiano, il tema della gestione dei flussi turistici ha continuato a occupare una posizione centrale. Città congestionate, comunità sotto pressione, consumo eccessivo di risorse, perdita di qualità dell’esperienza. Tutto vero. Ma proprio da Milano è emersa con forza anche una consapevolezza meno raccontata e forse più interessante dal punto di vista prospettico: il turismo europeo, e quello italiano in particolare, è sempre più segnato da un fenomeno speculare e altrettanto critico, l’undertourism, che da “problema” può diventare grande opportunità di crescita e benessere per i territori “meno conosciuti”

Un primo punto fermo emerso dal Forum riguarda la natura non episodica di questi fenomeni. L’overtourism non si manifesta all’improvviso. Non è un evento accidentale né una deviazione temporanea. È il risultato di anni di mancata organizzazione, di mancanza di equilibrio tra posti letto (in strutture “di catena” di piccoli investitori locali), di sbilanciamento tra popolazione residente e “residente temporaneamente”, di conservazione del “genius loci” territoriale, di assenza di una lettura sistematica dei dati, di politiche guidate da indicatori parziali e di una metodologia di lavoro spesso reattiva anziché strutturale. I flussi si concentrano dove il sistema è più forte, più leggibile dal mercato, più facilmente distribuibile attraverso le piattaforme e i canali internazionali. Politiche che sono il retaggio del passato quando all’amministratore comunale meno virtuoso si assegnava l’assessorato al turismo perché considerato marginale o frutto della logica “tanto il turismo va da solo…!” Oggi il turismo deve essere trattato come una industria, con sensibilità verso il mercato, con capacità e esperienza e non con presupponenza, perché non è detto (anzi…) che ad un aumento indiscriminato di arrivi e presenza corrispondano benessere e sostenibilità per i territori.

Allo stesso modo, l’undertourism non è una condizione che si risolve con un atto amministrativo. Non basta una delibera comunale, un brand territoriale o una campagna di comunicazione per “attivare” una destinazione. Il Forum ha ribadito con chiarezza che l’undertourism è una questione infrastrutturale e di sistema: senza posti letto adeguati, esercizi commerciali funzionanti, servizi essenziali (mobilità, sanità di base, farmacie, ristorazione, assistenza), la domanda – anche quando esiste – non può essere intercettata né sostenuta nel tempo. A questo livello si innesta una riflessione ancora più profonda, che il confronto di Milano ha portato con forza al centro: la cultura dell’ospitalità.

Se le infrastrutture fisiche rappresentano l’hardware del turismo, la cultura dell’accoglienza è il software. Ed è, paradossalmente, l’elemento più difficile da “caricare” nei sistemi sociali territoriali. Richiede tempo, continuità, formazione, esempi virtuosi e un rapporto di fiducia stabile tra operatori, comunità e istituzioni. Non si improvvisa e non si importa dall’esterno.

Il Forum ha però evidenziato anche un ulteriore elemento, spesso trascurato nel dibattito pubblico: non tutte le forme di rafforzamento delle comunità locali passano necessariamente da una crescita turistica tradizionale o intensiva.

Esistono territori – a spiccata natura rurale, boschiva o caratterizzati da isolamento geografico – che possono trarre valore economico e sociale dalla complessità del sistema territoriale, senza essere forzati in modelli di sviluppo turistico non coerenti con la loro struttura. In questi contesti, il turismo può essere una componente, ma non l’unica né sempre la principale. Filiere agroalimentari, gestione del paesaggio, turismi di nicchia come la forest therapy, servizi ecosistemici, artigianato evoluto, residenzialità temporanea, lavoro da remoto e servizi alla comunità rappresentano leve di sviluppo altrettanto rilevanti. È l’integrazione di queste dimensioni, più che la loro specializzazione estrema, a generare resilienza e stabilità nel tempo.

In questo quadro, è emerso con chiarezza come l’Italia – per la prima volta attraverso il Ministero del Turismo – abbia scelto di affrontare apertamente un fenomeno che non è esclusivamente nazionale, ma diffuso in molte aree d’Europa. Overtourism e undertourism attraversano infatti numerosi contesti europei, in particolare laddove la governance territoriale è debole, frammentata o priva di soggetti di coordinamento stabili. Città d’arte, aree alpine, regioni costiere e territori interni condividono dinamiche simili, indipendentemente dai confini nazionali.

La differenza, sottolineata nel dibattito milanese, sta nella capacità di riconoscere il problema come strutturale e non come emergenza temporanea. Portare il tema al centro dell’agenda politica significa accettare che la gestione dei flussi, la distribuzione della domanda e l’attivazione dei territori non possono essere delegate né al mercato né alle singole amministrazioni locali lasciate sole. Il Forum ha evidenziato come la vera sfida europea non sia “spostare” i flussi turistici, ma costruire sistemi di governance capaci di leggerli, anticiparli e governarli. Dove mancano DMO seriamente “operative”, reti di impresa, strumenti di coordinamento pubblico-privato e competenze professionali, il turismo tende inevitabilmente a polarizzarsi: troppo in alcuni luoghi, troppo poco in altri.

Il messaggio che arriva dal Forum di Milano è netto: il turismo non nasce spontaneamente e non si riequilibra per decreto. È il risultato di una progettazione intenzionale, di una metodologia solida e di una capacità di governance che tenga insieme dati, infrastrutture, comunità e mercato. Governare il turismo significa investire nel tempo, nell’ascolto di operatori e mercato, accettando che lo sviluppo turistico richiede crescita fisica, maturazione culturale e responsabilità condivisa.

In questa prospettiva, l’undertourism non è una debolezza da colmare in fretta, ma una leva strategica per il futuro del turismo italiano ed europeo. Un’opportunità per costruire destinazioni più equilibrate, resilienti e capaci di generare valore reale per i territori, evitando di riprodurre gli errori che hanno portato altrove alla saturazione.

Il Forum Internazionale del Turismo di Milano 2026 lascia dunque un’indicazione chiara: il futuro del turismo si gioca nella capacità di governare i sistemi, prima ancora dei flussi. Un compito complesso, ma ormai non più rinviabile.