La donna che fa cantare il legno

La donna che fa cantare il legno

Nel febbraio del 1961, il prestigioso settimanale Epoca pubblica, a firma di Giuseppe Grazzini, un inserto dal titolo “I tesori dell’artigianato”, un viaggio alla scoperta delle più caratteristiche e pregiate botteghe italiane:  all’interno due pagine riccamente illustrate sono dedicate all’ “antica bottega del legno che suona”, un laboratorio di liuteria che da oltre due secoli ha sede nel rione Giudecca di Bisignano, piccolo paese alle pendici della Sila greca le cui origini sono talmente antiche che storia e leggenda si sovrappongono al punto da essere inestricabili. Un grumo di case arroccate che domina la valle del Crati, così detta dal nome del fiume, il più lungo della Calabria, che irriga una flora eterogenea: i quartieri del centro storico risalgono al secolo XII, e sussurrano ancora quella malinconica e dolente fierezza tipica di questi paesi, dove tutto sembra essere sul punto di cedere nello stesso momento in cui resiste agli urti di una Storia che lascia la sua firma stratificata nei secoli.

C’era una volta un Principe in questi luoghi, anzi una dinastia di Principi, esponenti della famiglia Sanseverino, una delle più illustri e potenti del Regno di Napoli: pare siano stati loro nel Settecento a chiamare a corte due liutai, i primi De Bonis, che decisero di stanziarsi nell’antichissima cittadina calabrese, sede arcivescovile sin dai primi secoli cristiani, per creare quegli strumenti musicali che, con la loro voce, erano la panacea ideale per alleviare il languore noioso della vita a corte. Ha inizio così la storia di un’altra dinastia, parallela a quella dei Principi, e come questa talmente tenace nell’arrampicarsi lungo i secoli da stupire il giornalista di Epoca, che basandosi sulle dettagliate ‘voci’ presenti nel Dictionnaire Universel de Luthiers di René Vannes, edito a Bruxelles nel 1951, così scrive: “C’è un Francesco I, un Francesco II, un terzo, un quarto, come ci sono i Giacinto, i Michele, i Nicola, i Vincenzo, variamente alternati come i rami di un albero genealogico imperiale. Sono secoli di storia, la storia di una Calabria segreta e inattesa, quella della musica.  La storia di una bottega dove con gli stessi scalpelli, le stesse forme, gli stessi legni e soprattutto con lo stesso amore qualcuno ripete ogni giorno il miracolo di creare uno strumento vivo”. Quel qualcuno era sempre un De Bonis, un nipote che diventava padre e poi nonno, depositario di una sapienza manuale tramandata nel silenzio, con gesti lenti e ripetuti più che con le parole, superflue quando si tratta di piegare i materiali col fuoco e di dare al legno la forma di un corpo che canta.

In una apparente sospensione del tempo, la liuteria De Bonis non si perde negli ostacoli della Storia, resiste adattandosi ai mutamenti sociali ed economici che stigmatizzano la regione come una delle più povere del Mezzogiorno d’Italia: e così nell’Ottocento la liuteria nata nella corte del Principe “diventa povera, una liuteria per contadini”.

La definizione è di Rosalba, l’ultima erede, prima donna della famiglia De Bonis ad aver testardamente voluto proseguire l’arte di suo padre, degli zii, dei nonni, l’arte di trentadue liutai dal Settecento a oggi, “io sono la trentatreesima” mi dice con orgoglio. Non è stato semplice per lei convincere lo zio Vincenzo a consegnarle il testimone di questo bagaglio prezioso di conoscenze tramandate solo da padre in figlio e di cui lui ormai, figlio di Giacinto, l’uomo che aveva traghettato la liuteria tra il 19° e il 20° secolo, era l’ultimo esponente, come già dichiarava la stampa.

Vissuto da solo tutta la vita, curvo nella sua bottega a dar forma alle chitarre e ai mandolini, zio Vincenzo non poteva accettare che sua nipote, donna, potesse continuare quel lavoro tanto faticoso per la manualità richiesta, e inconciliabile con la vita privata, con una eventuale famiglia. Perché per i De Bonis la liuteria è sempre stata una missione, un’ascesi: lo era per il “nonno Giacinto, che nella Calabria poverissima dei primi del Novecento andava a piedi per vendere chitarre nelle fiere dei paesi”, indifferente ai riconoscimenti ufficiali “pour ses mandolines artistiquement travaillées” come puntualizza l’autorevole Dizionario belga; lo era per tante altre donne ‘speciali’, figure poco considerate di una Calabria storicamente retrograda e maschilista, “tutte le mogli dei liutai erano parte della produzione, addette a realizzare gli intarsi e le decorazioni”, mi dice Rosalba; lo è oggi lei stessa, che ai rimbrotti dello zio rispondeva apprendendo in silenzio il linguaggio dei suoi gesti, “per due anni l’ho solo osservato”; lo era, in misura forse ancora maggiore, per Nicola, fratello maggiore di Vincenzo e primogenito del nonno Giacinto.

Nato nel 1918, in uno dei periodi più bui per l’economia familiare, Nicola è uno di quei regali che a volte il destino riserva alle famiglie: “asceta della chitarra” lo definisce lo studioso e musicista Angelo Gilardino, e scrittori di storia locale che hanno avuto modo di conoscerlo sottolineano analogamente il suo rapimento febbrile e quasi religioso nell’apprendere quanto più possibile i segreti della costruzione degli strumenti a plettro e ad arco, per riportare la liuteria di famiglia alla sua originaria estrazione colta. Non essendo contemplata all’epoca la disobbedienza al volere paterno, Nicola di giorno costruiva chitarre battenti – strumento popolare fortemente radicato in Calabria, dal fondo bombato e così detta per la tecnica esecutiva percossa e non pizzicata- di notte elaborava nuove forme e modelli, creava chitarre classiche, si cimentava nella creazione di nuovi strumenti, come il mandolino-arpa. Nel tentativo di colmare il divario con la liuteria del Nord, viaggiava in lungo e in largo per l’Italia, a collezionare premi conferitigli per i suoi strumenti dal suono di incomparabile dolcezza: “anche la più disadorna delle sue chitarre” – scrive di lui il maestro Gilardino – “mostra la maestrìa che stupisce persino i più abili liutai di oggi”.

Doveva avere certo qualcosa di magico quel suono, se persino alcuni musicisti ebrei, deportati nel campo di internamento di Ferramonti (Cosenza), gli fecero pervenire richieste di chitarre e di violini, come testimoniato dalle lettere conservate nell’archivio di famiglia. Sono tracce di una fame del Bello che trova sempre e in ogni circostanza un modo per esprimersi, per far sì che l’uomo resti tale anche nelle condizioni più disperate.

Con incredulità e commozione, Rosalba parla di questo scrigno epistolare: “c’è corrispondenza da tutte le parti del mondo: persone che ringraziano, entusiaste per gli strumenti ricevuti, scrivono da Chicago, da Monaco di Baviera, dalla Russia, dal Sudafrica, dal Giappone”.

Negli anni ’50, durante uno dei suoi viaggi in treno per il ritiro di uno dei tanti premi, Nicola regala una chitarra a un giovane Domenico Modugno: il cantante resta così affascinato dallo strumento da stringerlo a sé nella foto di copertina che gli dedica un rotocalco dell’epoca. Da lì in avanti la piccola bottega di Bisignano diviene tappa obbligata per vari musicisti, e lì c’era sempre “un De Bonis a dire di sì, che avrebbe fatto del suo meglio per accontentare quel cliente così illustre. Con la stessa modestia, virtù così rara, ieri come oggi” (G. Grazzini, Epoca, 1961).

La modestia e la tenacia devono essere qualcosa che si ereditano insieme col metodo, nella famiglia De Bonis: “nella nostra famiglia impariamo il metodo, dopo di che nessuno imita l’altro” mi spiega Rosalba, con riferimento alle due diverse tradizioni, quella popolare e quella colta, che hanno caratterizzato l’attività nella seconda metà del Novecento. Il ‘metodo’ a cui allude non è divulgato in manuali, ed è l’antitesi delle più elementari concezioni di sviluppo della produttività, essendo il più antico esistente, quello in cui è la mano dell’uomo a piegare e a trasformare i materiali, a dargli la forma desiderata, a obbedire ai tempi necessari alle varie fasi di lavoro, dalla piallatura all’essiccazione delle vernici. “La liuteria di oggi purtroppo è molto meccanizzata, spesso si tratta di officine e non più di botteghe, a volte non c’è neanche il banco da lavoro che per me è tutto”, Rosalba non riesce a spiegarsi questa automazione in un mestiere dove “bisogna dare l’anima”, in cui i lunghi tempi di attesa rendono estremamente lenta la produzione ma sono necessari se si punta ad alti livelli di perizia artistica. Questi per lei non sono un’ipotesi ma un “impegno”, è la legge morale ereditata dagli zii e dal padre: loro hanno raggiunto l’eccellenza nella costruzione della chitarra classica del Novecento, a cui hanno conferito un suono caratteristico e inconfondibile, differente da quello della chitarra spagnola negli anni in cui questa dominava il mercato; lei mira alla realizzazione di una ‘De Bonis’ del 2015, e per farlo non la turbano gli inevitabili momenti difficili, né la miopia delle amministrazioni locali incapaci di gestire l’enorme portato storico di quasi trecento anni di liutai che, pur nelle condizioni più povere, hanno continuato a tirar fuori l’anima dai legni. E pazienza se non si potevano avere i pregiati legni delle foreste tirolesi, oppure se era necessario estrarli dalle travi del Teatro Rendano di Cosenza, bombardato nel 1941: le mani dei De Bonis sapevano che quei legni avrebbero comunque avuto la loro voce, raccontato il loro canto. Magari un canto triste e cupo, come quello dello ‘scuordo’, la quinta corda della chitarra battente, o la dolcezza ineffabile del mandolino: voci antiche che portano l’eco di una famiglia, di un popolo, di una terra, lascito spirituale del valore inestimabile che Rosalba oggi consegna al futuro.




Lo straordinario successo in borsa di GameStop, grazie a Reddit

Lo straordinario successo in borsa di GameStop, grazie a Reddit

Nelle ultime settimane il valore del titolo in borsa di GameStop, una catena americana di negozi di videogiochi quotata al New York Stock Exchange, è aumentato di oltre il 275 per cento grazie all’azione più o meno coordinata di un gruppo di utenti del social network Reddit, che ha fatto perdere miliardi di dollari a fondi di investimento americani famosi e rispettati e ha sorpreso tutti i principali osservatori del mondo della finanza.

L’enorme crescita delle azioni di GameStop è cominciata a gennaio ed è avvenuta grazie a investitori amatoriali che si sono organizzati su Reddit con meme, emoji, dirette sulla piattaforma di streaming Discord e in generale con un atteggiamento più simile a quello dei troll di internet che a quello degli investitori finanziari. Questi investitori, riuniti sul canale Reddit r/wallstreetbets, che ha 2,7 milioni di utenti, si sono organizzati in maniera spesso caotica per comprare azioni di GameStop o convincere più persone possibili a farlo, portando il valore delle sue azioni da circa 4 dollari a metà del 2020 a 147 dollari alla chiusura delle contrattazioni il 26 gennaio. Soltanto martedì, il valore delle azioni è aumentato di quasi il 100 per cento.

L’andamento in borsa di GameStop nell’ultimo anno (Google)

Su r/wallstreetbets, moltissimi utenti hanno sostenuto di aver guadagnato decine o centinaia di migliaia di dollari grazie a operazioni di speculazione su GameStop, e in qualche raro caso il guadagno sarebbe arrivato a milioni di dollari. Ovviamente è impossibile provare in maniera indipendente che gli utenti dicano il vero, ma l’entusiasmo generato su Reddit ha coinvolto in questi giorni molti celebri esponenti del mondo della finanza e dell’economia negli Stati Uniti: Jim Cramer, il più famoso giornalista finanziario americano, ha detto che quello che sta avvenendo attorno a GameStop è un fatto unico, e l’imprenditore Elon Musk ha incoraggiato gli investitori amatoriali di Reddit, pubblicando l’indirizzo di r/wallstreetbets.

Il rialzo del titolo di GameStop ha sorpreso i professionisti finanziari, perché ha mostrato che gli investitori amatoriali potrebbero essere in grado di influenzare fortemente le transazioni, e perché questi investitori su Reddit hanno in un certo modo ribaltato alcune delle regole dei mercati. I fondamentali economici di GameStop, cioè il suo stato di salute, sono infatti scarsi: l’azienda è in perdita e in declino (anche se, come vedremo, i suoi risultati potrebbero essere stati sottovalutati), e il suo titolo in borsa sarebbe stato in calo se gli utenti di r/wallstreetbets non l’avessero individuato come un inaspettato strumento di speculazione finanziaria, e come un modo per attaccare alcuni famosi fondi di investimento di Wall Street, la sede della borsa americana.

Perché proprio GameStop

GameStop è un’azienda con sede in Texas che gestisce circa 5.000 negozi di videogiochi in tutto il mondo, anche in Italia. A causa del declino delle vendite (ormai la maggior parte dei videogiochi si compra negli store online), l’azienda è in difficoltà da molti anni: nel 2019 ha perso 795 milioni di dollari, ha dovuto licenziare centinaia di dipendenti e chiudere molti negozi. I dati economici per il 2020 non sono ancora disponibili, ma si stima che siano molto negativi, anche a causa del fatto che la pandemia da coronavirus ha costretto molti negozi alla chiusura.

Questo lento declino ha fatto sì che il titolo di GameStop, che nel 2015 ancora valeva circa 45 dollari, fosse arrivato a valere 3-4 dollari all’inizio del 2020. I cattivi risultati dell’azienda hanno attirato l’attenzione dei venditori allo scoperto, cioè di operatori finanziari che scommettono e guadagnano quando il valore di un titolo diminuisce. Secondo un’analisi di Dow Jones Market Data riportata dal Wall Street Journal, il titolo di GameStop era il secondo con più vendite allo scoperto di tutta la borsa americana.

Le vendite allo scoperto sono un’operazione di speculazione finanziaria (chiamata short selling in inglese, o semplicemente short) che si fa quando si prevede che il titolo di un’azienda perderà di valore. Il venditore allo scoperto (o short seller) prende in prestito da un broker una certa quantità di azioni nella speranza che queste perderanno di valore. Immaginiamo che lo short seller prenda in prestito da un broker 100 azioni e le venda sul mercato a 10 euro l’una, ottenendo quindi 1.000 euro. Se il valore delle azioni scende, diciamo a 8 euro l’una, lo short seller le ricompra per 800 euro e le restituisce al broker, guadagnandoci 200 euro. Se invece il valore delle azioni sale, lo short seller è comunque obbligato contrattualmente a ricomprarle e a restituirle al broker, in questo caso perdendo dei soldi. Il broker guadagna un certo interesse sulle azioni prestate.

La situazione di GameStop negli scorsi mesi, dunque, era che molti famosi e ricchi fondi di investimento avevano fatto vendite allo scoperto delle sue azioni, scommettendo che avrebbero guadagnato quando il titolo sarebbe crollato.

Arriva Reddit

R/wallstreetbets è un canale Reddit abbastanza famoso da qualche tempo – descritto per esempio da un articolo su Bloomberg del febbraio 2020 – in cui milioni di investitori amatoriali, tendenzialmente giovani, condividono consigli finanziari con uno stile sarcastico, creativo e spesso volgare. L’emoji del razzo è usata per dire che le azioni di un’azienda stanno andando «sulla luna», gli utenti si incoraggiano tra loro ad avere «mani di diamante», cioè ad avere la volontà salda e a non vendere un titolo anche se sta andando male, e al contrario di chi non resiste e vende si dice che ha le «mani di carta», e così via. I membri del canale si chiamano tra loro «degenerates». Il loro motto è YOLO, «You only live once», cioè si vive una volta sola. Sono molto presenti anche battute e commenti sessisti e omofobi.

Ma nonostante il generale atteggiamento da troll, molti osservatori concordano sul fatto che su r/wallstreetbets circolano spesso analisi finanziarie sofisticate, e molti investitori non professionisti hanno cominciato a frequentare il canale per ottenere consigli e condividere impressioni. La loro importanza negli ultimi tempi è cresciuta, anche a causa della pandemia, che ha costretto molte persone a casa. Secondo il Wall Street Journal, nel 2020 sono stati aperti 10 milioni di nuovi account di brokeraggio, e gli investitori non professionisti ormai generano un quarto di tutti gli scambi sul mercato finanziario americano, anche grazie a nuove app che rendono molto facile operare in borsa, come Robinhood.

Come ha notato un articolo molto dettagliato su Bloomberg, fin dal 2019 alcuni utenti di r/wallstreetbets avevano cominciato a sostenere che il titolo di GameStop potesse costituire un’opportunità di guadagno, e che non fosse destinato a crollare come gli short seller speravano. Queste ipotesi, all’inizio molto contestate, sono state rafforzate quando si è saputo che alcuni famosi fondi di investimento, pochi ma influenti, anziché scommettere che il valore di GameStop sarebbe crollato avevano deciso di comprare azioni. Uno di questi era Michael Burry, l’investitore visionario che aveva previsto la crisi del 2008 e che è stato interpretato da Christian Bale nel film La Grande Scommessa: Burry nel 2019 rivelò che aveva comprato azioni di GameStop, creando molto entusiasmo su Reddit.

Nell’agosto dell’anno scorso uno degli utenti più celebri del canale, che su Reddit si fa chiamare u/DeepFuckingValue e Roaring Kitty su YouTube, pubblicò un video in cui sosteneva che GameStop fosse un’opportunità di speculazione eccezionale: «Basandosi sull’andamento prevalente del mercato e sulla cultura popolare, molti pensano che sia un investimento sconsiderato. Ma si sbagliano tutti!», disse.

Le tesi degli utenti di r/wallstreetbets erano due: che il valore di GameStop fosse sottovalutato, e che quindi comprare azioni fosse un buon affare, perché sarebbero aumentate, e che si sarebbe creato quello che in gergo è chiamato short squeeze: i tantissimi venditori allo scoperto, vedendo che il titolo di GameStop aumentava di valore anziché calare come speravano, avrebbero ricomprato le loro azioni per cercare di limitare le perdite, facendo aumentare ancora di più il valore del titolo, e creando una specie di effetto domino.

L’11 gennaio di quest’anno Ryan Cohen, un altro investitore famoso che già qualche mese fa aveva comprato il 10 per cento delle azioni di GameStop, è entrato nel consiglio di amministrazione dell’azienda, e a quel punto gli utenti di r/wallstreetbets hanno deciso, in maniera in parte caotica e in parte organizzata, che bisognava comprare in massa azioni di GameStop o investire in altri veicoli di investimento, come le option, per scommettere sull’aumento del valore del titolo. Jaime Rogozinski, che ha fondato il canale ma poi ha smesso di parteciparvi, ha detto a Wired America che «senz’altro tutto è cominciato come un meme… ma poi le cose sono passate su un altro livello».

È impossibile sapere con certezza che tipo di influenza gli utenti di r/wallstreetbets abbiano davvero avuto sul mercato, ma migliaia di persone su Reddit hanno cominciato a incitarsi a vicenda, in modo molto cameratesco, a investire in GameStop. Alcuni hanno postato screenshot in cui mostravano di aver investito tutti i loro risparmi, creando una dinamica eccitata e confusa. Su Twitter è circolata una registrazione della diretta di alcuni utenti di r/wallstreetbets su Discord, e la confusione e il vociare sono stati paragonati a quelli che di solito sono presenti durante le contrattazioni a Wall Street.

Il titolo di GameStop ha cominciato ad aumentare di valore, in maniera rapida e consistente, creando sconcerto tra gli short seller e provocando più volte un blocco delle contrattazioni perché le fluttuazioni erano troppo accentuate. Alcuni short seller, che gestiscono fondi ricchi e noti, hanno cercato di fermare gli utenti Reddit, spiegando in maniera paternalistica che il titolo di GameStop non era un buon affare, ma sono stati rigettati malamente. Andrew Left, un famoso investitore, ha dovuto interrompere una diretta video a proposito di GameStop perché l’account Twitter del suo fondo d’investimento era sotto attacco hacker. Left ha accusato gli utenti Reddit di essere una «folla inferocita».

Man mano che il valore del titolo aumentava, si è verificato lo short squeeze sperato dagli utenti Reddit, con gli short seller che, spaventati, hanno cominciato a comprare azioni di GameStop per limitare le perdite. Inoltre sempre più persone, prese dall’entusiasmo, hanno cominciato a comprare ulteriori azioni e altri veicoli d’investimento. Come dicevamo, è impossibile stabilire con certezza quanti degli utenti di r/wallstreetbets siano direttamente responsabili del rialzo (cioè abbiano davvero comprato azioni di GameStop) oppure se il contributo del canale Reddit sia stato più che altro quello di dominare la narrativa della vicenda e cambiare il punto di vista del mercato. In generale, però, tutti gli osservatori sostengono che le dinamiche di gruppo di Reddit abbiano avuto un ruolo fondamentale: «Sono come i velociraptor in Jurassic Park: diventano sempre più intelligenti, e alla fine saltano la recinzione», ha detto a BuzzFeed Howard Lindzon, un esperto di mercati finanziari.

Gli short seller hanno perso moltissimi soldi. Secondo S3Partners, una società di analisi finanziaria, venerdì le perdite per le vendite allo scoperto del titolo di GameStop erano arrivate a 3,3 miliardi di dollari. Uno dei fondi di investimento più esposti, Melvin Capital Management, ha perso il 30 per cento del suo valore dall’inizio dell’anno, e ha avuto bisogno del sostegno finanziario di altre aziende.

Quanto può continuare

Non è chiaro per quanto tempo il titolo di GameStop potrebbe continuare a crescere, oppure se a breve comincerà una sua normalizzazione. Gli utenti Reddit sperano, in maniera un po’ irrealistica, che si crei quello che viene definito un infinity squeeze, cioè che gli short seller continueranno a ricomprare azioni fino all’esaurimento, facendo salire il titolo ancora di più (successe nel 2008 con Volkswagen, che per un breve periodo di tempo divenne l’azienda con maggior capitalizzazione di mercato di tutto il mondo, e fece perdere 30 miliardi di dollari agli short seller).

In generale, la retorica di rivalsa contro i ricchi finanzieri e investitori di Wall Street è molto forte su r/wallstreetbets. Uno dei moderatori del canale domenica ha scritto, rivolgendosi agli utenti: «Voi ragazzi state avendo un impatto tale che quei pezzi grossi sono preoccupati di doversi mettere a lavorare per guadagnarsi da vivere».

Nel frattempo, martedì, l’utente u/DeepFuckingValue, uno dei primi a occuparsi di GameStop, ha scritto di aver guadagnato 17 milioni di dollari grazie all’operazione, e molti altri continuano a descrivere guadagni favolosi.

Per ora c’è ancora molto entusiasmo. Gli utenti Reddit sono stati sostenuti da Elon Musk, e altri investitori famosi hanno annunciato di aver comprato azioni di GameStop. Sono già state individuate altre aziende con caratteristiche simili (apparentemente sottovalutate e il cui titolo è oggetto di molte vendite allo scoperto), come per esempio BlackBerry e AMC, il cui valore in borsa è aumentato moltissimo negli ultimi giorni, anche se non quanto GameStop.

Non è chiaro nemmeno se questa vicenda può cambiare seriamente il modo in cui operano i mercati finanziari, oppure se si tratti di un fenomeno destinato a scomparire in fretta. Le istituzioni e gli investitori tradizionali stanno ancora valutando quello che sta succedendo. Alcuni commentatori non hanno escluso che l’operato di r/wallstreetbets possa essere vietato o sanzionato come manipolazione del mercato, anche se gli utenti Reddit fanno semplicemente uso di informazioni pubbliche.




Chi è l’atleta più sostenibile d’Italia, il primo con un bilancio sociale e di missione

Chi è l’atleta più sostenibile d’Italia, il primo con un bilancio sociale e di missione

Lo sport è uno straordinario mezzo attraverso il quale si possono comunicare valori e messaggi. Con l’evoluzione dello sport-business e la trasformazione di molte associazioni sportive in società per azioni, sono state anche introdotte molte attività di Csr, responsabilità sociale d’impresa, e tra queste la redazione dei bilanci sociali e di missione. Nelle scorse settimane, nel panorama sportivo nazionale si è distinto un progetto dedicato a un atleta che ha inserito la responsabilità sociale d’impresa in tutte le proprie azioni di marketing e comunicazione; lo scorso 14 gennaio infatti, Emmanuele Macaluso (aka “EM314”) ha pubblicato il bilancio sociale e di missione, diventando il primo singolo atleta a farlo nella storia dello sport italiano, iniziativa che ha spinto diverse testate giornalistiche ad indicarlo come “l’atleta più green d’Italia”.

Oltre ad essere un atleta professionista che corre in Mtb, Emmanuele Macaluso è anche autore del Manifesto del marketing etico.

EM314 per la sostenibilità, Emmanuele Macaluso
Emmanuele Macaluso, l’atleta più sostenibile d’Italia © EM314

Emmanuele Macaluso, perché “EM314”?

Nello sport, soprattutto quello su due ruote, capita spesso che le proprie iniziali e il numero di gara scelto dall’atleta diventino il “logo” di un atleta. “EM” sono le mie iniziali, il “314” è stato il mio numero di gara nella competizione che ha chiuso la mia prima fase della carriera professionistica nello sport nel 2009. Quando ho deciso di rientrare in questo mondo, ho voluto dare continuità scegliendo il numero che mi aveva accompagnato in quell’ultima gara. EM314 è quindi il mio alter ego sportivo.

Come mai la scelta di inserire pratiche di Csr in un progetto sportivo?

Da quando nel 2011 ho pubblicato il Manifesto del marketing etico ho inserito la Csr in tutti i progetti che ho creato o che ho gestito direttamente: i vantaggi reputazionali e sociali derivanti dal far conoscere e spiegare le proprie iniziative di responsabilità sociale sono evidenti, senza contare il possibile “effetto emulazione”, la speranza che altri decidano di attivarsi socialmente, su cause in linea con la loro personale sensibilità, è una parte dell’equazione. La necessità di maggiore trasparenza coinvolge un numero sempre crescente di persone e organizzazioni, ma è ancor più necessario nell’ambito dello sport, dove il concetto di “valore” è davvero fondamentale.

Per questa azione, alcuni organi di stampa ti hanno definito l’atleta più green d’Italia.

Sì, e devo ammettere che la cosa mi ha anche sorpreso, quando l’ufficio stampa che ha lanciato il comunicato ci ha inviato la rassegna stampa sono rimasto molto colpito. Da una ricerca è emerso che nessun singolo atleta aveva mai prodotto un bilancio sociale e di missione, mentre invece alcune società, in primis quelle quotate in borsa, lo pubblicano regolarmente. Io e i ragazzi con i quali collaboro siamo molto fieri di questo risultato, nello sport si raccolgono anche quelli extrasportivi, e l’idea che altri singoli atleti possano affiancarsi in questo senso, mi stimola assai. Alla fine un atleta professionista “muove” decine di persone, non è altro che una piccola azienda, e non si comprende quindi perché non dovrebbe rendicontare ai suoi stakeholder.

In che modo un progetto come questo può considerarsi “green”?

La disciplina che ho scelto è verde per antonomasia, il cross country (Mtb) si svolge in montagna e tutti gli atleti sono impegnati nella massima riduzione della propria impronta sul Pianeta. Anche i prodotti che utilizziamo per la manutenzione dei mezzi sono a basso impatto ambientale, se non addirittura nullo. Poi ci sono i valori fondanti dello sport, che si basano sulla lealtà verso gli altri e certamente anche verso l’ambiente. La stessa Uci (Unione ciclistica internazionale) ha creato dei protocolli ambientali stringenti: non possiamo abbandonare neppure le borracce o gli incartamenti dei gel o degli alimenti dopo l’uso, giustamente, ma dobbiamo portarli con noi al traguardo, e anche quelli sono biodegradabili. Per quanto riguarda EM314 poi, in qualità di testimonial/ambassador, supporto e do visibilità a quattro campagne sociali: “Giù le mani dai bambini” Onlus, la più importante campagna di farmacovigilanza contro l’abuso di psicofarmaci sui minori; “Mission dark sky”, campagna globale sull’inquinamento luminoso e sulle ricadute di questo su salute umana, flora e fauna; “Io rispetto il ciclista”, la campagna di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale; “Manifesto dello sport”, il documento programmatico dedicato allo sport, agli atleti e alle ricadute sociali del movimento.

In che modo la responsabilità sociale e ambientale dovrebbe entrare a far parte dello sport a tutti i livelli?

L’industria dello sport è molto complessa e articolata e si basa su una filiera molto complessa. Però l’asticella del professionismo viene schiacciata sempre più verso la base della piramide: ci sono talenti molto giovani che diventano ambassador di aziende in modo individuale attraverso i propri canali social o prestando l’immagine per gli sponsor della squadra, spesso con la liberatoria firmata da mamma e papà. A tutti gli effetti, avere a che fare con lo sport business è un’attività professionale, che coinvolge molte realtà e dove comunicare non vuole dire solo creare consenso, ma generare coinvolgimento: i destinatari delle campagne comunicative sono fan nel vero senso della parola, e lo sport, proprio per le sue dinamiche di comunicazione, aiuta i protagonisti a creare comunità. Con EM314, a un anno circa dalla presentazione del progetto siamo a oltre 22mila fan sui social (senza l’utilizzo di servizi a pagamento) e più di 250 articoli di stampa. Tuttavia, al di là dei numeri, ci sono grandi responsabilità di cui bisogna tener conto: l’atleta è un modello per definizione e in un ambito come quello sportivo i valori creano quel legame necessario a supportare un progetto tecnico e imprenditoriale da parte degli stakeholder. Spesso alcune sponsorizzazioni nascono proprio per progetti di Csr congiunti tra più aziende, dei quali l’atleta diventa il protagonista; ormai molte realtà imprenditoriali hanno compreso il valore reputazionale della responsabilità sociale nello sport, al punto – in questo florilegio di proposte – da dover stare attenti a non essere coinvolti in attività di greenwashing.

Quali i prossimi obiettivi?

Oltre al debutto e alle performance sportive, lavoreremo tantissimo sulla comunicazione per allargare il bacino di fan e condividere con loro i nostri valori. Quando le condizioni sanitarie dovute all’emergenza Covid-19 lo permetteranno, molte iniziative passeranno dal mondo digitale a quello reale. Cercheremo di dare sempre visibilità alle campagne che sosteniamo, magari partecipando a progetti di comunicazione e divulgazione nel momento in cui ci saranno proposte. Per il resto, continueremo a redigere e pubblicare il bilancio di missione, e ad attuare buone prassi di sostenibilità. Abbiamo molto da fare e lo faremo. In fondo, se c’è una cosa che sappiamo far bene, è correre, in bici come nella vita.




Un hacker a capo dell’Inps (era ora)

Un hacker a capo dell'Inps (era ora)

Il 1 aprile scorso la piattaforma web dell’Inps crollò miseramente mentre migliaia di persone provavano ad accedervi per chiedere il bonus covid da 600 euro. I dati privati di moltissimi cittadini vennero pubblicati per errore.

Allora i vertici dell’Inps invece di assumersi la responsabilità del disastro accusarono “gli hacker”: ci hanno attaccato, dissero; non era totalmente infondato ma non ci credette nessuno. Sono passati poco più di otto mesi e a capo della trasformazione digitale del più importante ente pubblico che abbiamo arriva un giovane hacker, uno dei più bravi che abbiamo: si chiama Vincenzo Di Nicola, ha 41 anni, è abruzzese ma da molti anni fa la spola con la Silicon Valley dove ha incassato successi notevoli: il più rilevante, aver venduto la tecnologia della sua startup sui pagamenti tramite smartphone a Jeff Bezos, ad Amazon. Allora tornò brevemente in Italia, disse che voleva restituire qualcosa al suo paese; tornò giusto il tempo di cofondare una delle migliori startup in ambito criptovalute, Conio, una piattaforma che rende facilissimo comprare e vendere bitcoin. L’ho sentito l’ultima volta alla fine del 2020 proprio per parlare dei successi di Conio dopo sette anni di fatiche. A inizio gennaio la svolta: da bitcoin all’Inps il salto all’indietro è grosso. “Non ho resistito al richiamo della pubblica amministrazione”, ha scritto sul suo blog citando il papà, che lavorava all’Anagrafe del suo comune natale, Teramo, e la mamma, passata dall’ufficio del telegrafo allo sportello di Poste. 

Per via di questo legame sentimentale con la pubblica amministrazione, quando il 1 aprile l’Inps affondò scrisse un post durissimo in cui spiegava nel dettaglio gli errori e gli sprechi (mezzo miliardo di euro in vari anni per una piattaforma colabrodo). Ma invece che limitarsi ad attaccare Vincenzo invitò i vertici dell’Inps a fare come Obama che quando l’attesissima piattaforma per la sanità pubblica americana affondò al debutto, invece di dare la colpa agli hacker, chiamò alla Casa Bianca i migliori hacker del paese che in poco tempo la rimisero in piedi.  “Serve anche da noi una Operazione Impeto e Tempesta” scrisse romanticamente.

All’Inps devono aver letto quel post ma invece che offendersi hanno iniziato a cercare un nuovo capo dell’innovazione e alla fine hanno scelto lui, Vincenzo Di Nicola, che dopo il liceo aveva lasciato l’Abruzzo per la Silicon Valley, ma poi ha mollato tutto ed è tornato a darci una mano.

Ora ha tre anni di tempo e davanti un’impresa complicatissima e cruciale: se riesce a far diventare digitale persino l’Inps, nessuno avrà più scuse. Daje. 




Covid, “Le colpe di Conte e dei giallorossi”: il dossier con tutti gli errori

Covid, “Le colpe di Conte e dei giallorossi”: il dossier con tutti gli errori

Che la gestione dell’emergenza pandemica Italia non fosse stata da Nobel, in molti lo hanno affermato, inclusi politici di vari schieramenti. Ora lo conferma in via definitiva un poderoso volume di analisi, d’imminente pubblicazione, che vanta oltre 600 pagine di dettagliate analisi a firma di esperti e accademici. Intervistiamo il Prof. Luca Poma, esperto di crisis management, gestione delle crisi.

Professore, lo studio al quale ha collaborato per diversi capitoli, assieme a molti altri esperti di notevole caratura, ha richiesto ben 10 mesi di lavoro e ha generato 600 pagine di “rapporto”, con una fittissima bibliografia scientifica. Quali le conclusioni?

In sintesi, il Presidente del Consiglio Conte ha costruito una narrazione non genuina, artefatta, comoda per fini politici di consenso interno, non certamente per tutelare la vita, l’incolumità e anche l’economia del Paese.

Un’accusa pesante, secondo lei  il Presidente del Consiglio ha mentito scientemente?

Ha mentito scientemente, ma non “a mio avviso”, perché lo sostengono i fatti: in scienza, parlano solo i fatti, e in questo “white paper”, che sta per essere pubblicato per i tipi di Franco Angeli, tutti i fatti sono esposti con estremo rigore, con migliaia di note, con una poderosissima bibliografia. Non siamo nel campo delle “opinioni”, e non vi è alcuna valutazione di tipo “partitico”: Conte ha fatto bene su altri fronti, ad esempio in Europa, battendosi per dare dignità all’Italia nella distribuzione dei fondi per il recovery found, ma ha mancato in efficacia riguardo alla pandemia Covid, mancando tra l’altro di applicare le più elementari norme di corretto crisis-management, come confermato anche dal collega Piero Vecchiato, dell’Università di Padova, ignorando un piano di gestione pandemica predisposto da tempo, che andava solo preso in mano, aggiornato e applicato.

Può fare degli esempi?

Numerosi, ma ne citerò solo alcuni. La retorica dell’Italia come eccellenza nella gestione della pandemia è completamente falsa. Lo era fin dall’inizio, ricordo che proprio dalle colonne di Affari Italiani in epoca non sospetta (27 febbraio 2019) avevo denunciato i numeri verdi in tilt, i canali Social non presidiati e i cittadini che ponevano insistentemente domande senza ricevere risposte, la comunicazione contraddittoria, la “paura” come arma per condizionare la popolazione invece che costruire un’alleanza virtuosa con i cittadini, come fatto ad esempio dalle autorità in Germania, Austria e altri Paesi. Poi, ripetutamente nel corso dei mesi, sono uscite analisi, su basi scientifiche, anche in collaborazione con università notissime come ad esempio il King’s College, che hanno emesso pagelle impietose e denunciato l’incompetenza dl Governo Conte nella gestione della pandemia, sempre pressoché ignorate all’interno dei nostri confini nazionali.

Numeri alla mano, come hanno posizionato l’Italia queste ricerche?

Dalla “maglia nera” nel peggiore dei casi, ultimo tra tutti i Paesi occidentali come media ponderata diefficacia delle misure sociali, sanitarie ed economiche, a 59° Paese al mondo per gestione complessiva, dietro nazioni come il Ruanda o lo Sri Lanka. Altro che “modello italiano di eccellenza” nella gestione pandemica.

Cos’altro mette in evidenza il vostro rapporto?

Ad esempio – come ha scritto nel report Giulio Terzi di Sant’Agata, Ambasciatore ed ex Ministro degli Esteri italiano – che la Cina ha letteralmente truffato la comunità internazionale, avendo contezza dell’epidemia da ben prima rispetto a quando ne ha diramato la notizia, e soprattutto ha violato i protocolli previsti dai trattati internazionali, che pure aveva sottoscritto, non lanciando l’allarme entro le 48 ore com’era tenuta a fare, e quindi causando una valanga di morti a causa di un epidemia che avrebbe potuto essere ben contenuta, come già accadde con la SARS anni fa. È davvero un peccato che l‘attuale Ministro degli Esteri Di Maio sia stato così permissivo e lassista con la Cina, balbettando pressoché nulla all’indirizzo di Pechino e tradendo così il giuramento che ha fatto sulla Costituzione di tutelare i cittadini italiani. O anche che l’epidemia non era assolutamente “inaspettata”, come sostenuto fino allo sfinimento da Giuseppe Conte per giustificare la sua obiettiva imperizia nel gestirla, come ha scritto nel report il Prof. Mariano Bizzarri, Direttore del laboratorio di Biologia dei Sistemi dell’Università La Sapienza di Roma, che ha un numero di citazioni scientifiche doppie rispetto a molti medici “star della TV”, ma che essendo uno scienziato serio preferisce lavorare,rispetto a fare la soubrette in televisione. Anche la più importante rivista scientifica del mondo, The Lancet, ha stigmatizzato l’incompetenza da parte delle autorità politiche parlando apertamente di “trained incapacity”.

Quindi il Governo italiano sapeva dell’arrivo della pandemia?

Aveva tutti gli elementi per trarre conclusioni e sapere: addirittura nel settembre del 2019 il prestigioso Johns Hopkins Center for Health Security diffuse un articolato documento in cui veniva sottolineata l’imminenza di una prossima pandemia influenzale, resa sempre più probabile in ragione dei fenomeni correlati alla manipolazione degli animali, con conseguente rischio di trasmissione all’Uomo, ma forse all’epoca gli esperti del Ministro della Salute Roberto Speranza e il Governo erano troppo occupati in altroper poter trovare il tempo di leggere documenti così importanti. Stesso dicasi per le relazioni dei principali servizi di intelligence Europei, condivisi anche con i colleghi italiani: nel report, dimostriamo che sollecitavano attenzione sul rischio di deflagrazione della pandemia cinese già mesi prima della decisione di chiudere in lockdown l’Italia intera. Forse, se si fosse dato retta a questi inequivoci segnali, avremmo potuto attrezzarci in tempo e limitare i danni, in termini di vite umane ma anche economici. Ecco, nel report queste valutazioni vengono espresse con dovizia di fonti scientifiche, e tenendosi ben lontani da polemiche di tipo “politico”.

Altri Paesi, tuttavia, non hanno fatto meglio di noi.

Magra consolazione, ma anche questo comunque è falso. Nuova Zelanda, Thailandia, Australia, Singapore hanno dato ottima prova di sè, anche se il modello che più ha attirato la mia attenzione è stato quello di Taiwan, una democrazia matura da 25 milioni di abitanti, e una capitale, Taipei, molto popolosa: ebbene,solo 9 decessi da Covid. Nove. Come strategia, esattamente l’opposto della nostra: nessun tentennamento, avvio delle procedure di emergenza fin dai primi giorni, multe salatissime per chiunque non utilizzasse i dispositivi di protezione, e ancor più per chi violasse l’eventuale quarantena, sanzioni pesanti anche per chi metteva in giro fake-news anti-scientifiche sul Covid. Poche chiacchere, e iniziative concrete e responsabili.  Guarda caso la Presidente è Tsai Ing-wen, laureata e con master alla Cornell University e PHD alla London School of Economics: la competenza al potere, donna di poche parole e di fatti concreti, lontana dal “circo barnum” delle dirette su Facebook a mezzanotte del Presidente Conte per acchiappare più like e dallo stile di comunicazione a tratti più adatto a un programma di Barbara d’Urso che non alla massima autorità esecutiva del nostro Paese.

In questi giorni, mentre vari leader politici chiedono l’apertura dei ristoranti per cena, il Ministro Franceschini fa qualche timida apertura sulla necessità di rimettere in modo la macchina della cultura.

È forse lo stesso Ministro Franceschini che ha gettato la spugna in Consiglio dei Ministri, ponendosi in posizione supina per un anno intero rispetto ai desiderata di Conte e degli esperti del Comitato Tecnico-scientifico, contribuendo a devastare il settore della cultura? Mesi fa con gli altri consoci dell’Associazione “Cultura Italiae” abbiamo diffuso una petizione a favore della riapertura dei musei, dei teatri e dei cinema, abbiamo ottenuto 100.000 sottoscrizioni in sole 48 ore, con molte firme qualificate di registi, attori, intellettuali: richieste che il Governo Conte ha ignorato. Non esiste alcuna prova scientifica a supporto della necessità di chiudere i luoghi della cultura, anzi, è esattamente l’opposto, perché la cultura a modo suo “cura”, e – in un periodo di fortissima tensione sociale e psicologica – teatri e musei potevano, con tutte lerigide precauzioni del caso, essere un preziosissimo “balsamo” per la cittadinanza, e questa scelta devastante – che ha danneggiato sia gli operatori che i cittadini – è l’ulteriore riprova dell’inettitudine e impreparazione di chi ha gestito la pandemia nel 2020.

È comunque difficile farsi un’idea complessiva della situazione, anche per la parziale indisponibilità di dati affidabili.

Certo, ma sono nuovamente le istituzioni preposte e il Governo che hanno reso i dati indisponibili, a volte persino secretandoli, scelta degna di un governo di un Paese del terzo mondo. Come dimostriamo nel rapporto, ci sono voluti i ricorsi al TAR per poter visionare una parte dei dati di pubblico interesse, e questo è semplicemente vergognoso. I dati su tutti gli aspetti della pandemia devono essere resi pubblici, in modo trasparente, per permettere agli scienziati e agli specialisti di costruire modelli di predizione degli scenari futuri, diversamente stiamo rendendo un pessimo servizio al Paese, come giustamente denuncia da tempo il comitato di accademici “Lettera 150”, magistralmente coordinato dal Prof. Giuseppe Valditara. Anche di questi aspetti ci siamo occupati del report, redatto a più mani, che verrà pubblicato tra poche settimane.

Nella gestione di questo preoccupante scenario pandemico, lo scollamento tra Roma e gli Enti Locali però non ha aiutato.

Vero, ma è di tutta evidenzia che questa sia una responsabilità del Presidente del Consiglio: la Costituzione e la Legge parlano chiaro, in caso di pandemia il governo generale delle strategie spetta solo a Roma. La mancata attivazione del Comitato Politico-Strategico, previsto in caso di crisi di portata nazionale dalle norme già vigenti, che riunisce i decisori e gli esperti all’interno del Governo e delle Istituzioni, ha portato a doverne improvvisare sul momento uno, con la nomina di commissari ad acta e di ben 15 task force con esperti esterni, con ampi margini di separazione funzionale, carenza di coordinamento tra loro e incapacità di comunicazione inter-istituzionale, e sul cui lavoro – tra l’altro –  non è stato dato nessun tipo di riscontro ai cittadini, come confermano gli esperti di diritto che hanno collaborato alla stesura del report. Strano davvero che un avvocato come l’ex Presidente Conte abbia potuto non conoscere o decidere di ignorare queste norme, contribuendo quindi a gettare il Paese nel caos delle “mille voci disordinate”, e generando scompiglio a tutti i livelli. E non è solo una questione di “forma”: questa situazione è stata una delle cause dell’elevato numero di morti per Covid in Italia, non a caso tra i più alti in tutto il mondo occidentale. Chi si dovrebbe prendere, una volta per tutte, la responsabilità di questi morti, se non chi era in cima alla piramide istituzionale, e ha avocato a sé tutti i poteri?