Pitching to the Newsroom: l’arte delle RP nell’epoca dell’AI

Pitching to the Newsroom: l’arte delle RP nell’epoca dell’AI

Nell’epoca dell’overload informativo, della velocità, delle fake news, e dell’intelligenza artificiale fare notizia è diventato sempre più complesso. La notizia è tutto e niente allo stesso tempo, ciò che davvero interessa ai giornalisti non coincide con ciò che le organizzazioni e i brand cercano di comunicare, men che meno a quello che il pubblico vuole sentire.  Questo gap è sicuramente sempre esistito ma oggi più che mai sembra incolmabile data la velocità e la quantità di notizie che arrivano ogni giorno alle newsroom.

Da sempre le fonti dei giornalisti sono molteplici: agenzie di stampa, fonti istituzionali, fonti confidenziali e organizzazioni. Le relazioni pubbliche rappresentano quella che potremmo definire una fonte interessata, finalizzata a far parlare i giornalisti della propria organizzazione. Ma nell’ecosistema informativo attuale tutti pretendono una fetta, tutti vogliono attenzione, visibilità e spazio editoriale. Il risultato è la creazione di un rumore continuo che rende ancora più complessa questa situazione.

Lo State of the Media Report 2026 di Cision fotografa con chiarezza questo cambiamento: nell’epoca della saturazione informativa e dell’automazione, il vero vantaggio competitivo delle RP non è più la quantità di messaggi distribuiti, ma la capacità di costruire fiducia attraverso contenuti rilevanti e relazioni credibili.

Le relazioni pubbliche sono un processo di comunicazione strategico che costruisce relazioni reciprocamente vantaggiose tra le organizzazioni e i loro pubblici. James E. Grunig e Todd Hunt definiscono infatti le RP come “the management of communication between an organization and its publics”, sottolineando come il loro valore non risieda nella semplice diffusione di messaggi, ma nella gestione delle relazioni e della comprensione reciproca tra organizzazioni e stakeholder. In questa prospettiva, Grunig sviluppa una visione simmetrica delle relazioni pubbliche, considerate come un processo non a somma zero in cui organizzazioni e pubblici possono entrambi trarre beneficio attraverso ascolto, adattamento e dialogo. Una definizione che oggi appare più attuale che mai.

Nel rapporto Cision emergono alcune informazioni che risultano essere cruciali per comprendere lo stato del giornalismo odierno. Il 50% dei giornalisti identifica l’accuratezza, il fact-checking la misinformazione diffusa come le sfide più complesse del settore. Allo stesso tempo le newsroom si stanno sempre di più rimpicciolendo, con tagli al personale e un aumento esponenziale del workload. Con risorse ridotte quasi al minimo, è necessario sopperire ad un carico di lavoro sempre maggiore.

Il giornalismo e l’editoria sono in crisi da più di vent’anni e, da quando Internet e il Web si sono fatti strada nella nostra vita, tutto si è trasformato molto più velocemente di quanto ci aspettassimo. Come sostengono van Dijck, Poell e de Waal (2018), la platform society è un ordine sociale in cui gli scambi sociali ed economici vengono sempre più canalizzati da un ecosistema di piattaforme online guidate dai dati, automatizzate attraverso algoritmi e strutturate tramite relazioni di proprietà. Tutte le comunicazioni sono ormai mediate dalle piattaforme e dagli algoritmi che ne stabiliscono le regole. Potremmo tranquillamente affermare che è l’algoritmo stesso a controllare le nostre vite, siamo immersi in una realtà in cui una formula matematica decide cosa vediamo, leggiamo, quali video scrolliamo sulla base dei nostri “interessi” certo, ma siamo davvero sicuri sia così?

Il passaggio dai media tradizionali a un sistema di reti di comunicazione orizzontali organizzate intorno a Internet e alla comunicazione wireless ha introdotto una molteplicità di modelli comunicativi all’origine di una profonda trasformazione culturale, poiché la virtualità diventa una dimensione essenziale della nostra realtà. Il risultato è stata la scoperta di una nuova struttura sociale in formazione, che Castells (Castells, 2010) concettualizza come network society, poiché costituita da reti in tutte le dimensioni chiave dell’organizzazione e della pratica sociale.

In questo panorama accelerato e dirompente l’informazione si è approcciata alla rete sfruttandone l’illusione della gratuità inizialmente e pagandone le conseguenze poi. Il problema principale sta nel fatto che gran parte dei giornali che nella prima fase del Web hanno distribuito gratuitamente i propri contenuti, oggi hanno perso una parte significativa dei loro guadagni, anche perché le persone hanno continuato a perpetrare l’idea che l’informazione dovesse essere gratuita e quindi, ancora oggi, non sono disposte a pagare per averla. Questa profonda crisi di settore ha portato a un enorme newsroom shrinking e a un problema centrale: un numero minore di giornalisti deve svolgere lo stesso lavoro e per produrre la stessa quantità di contenuti e notizie. Oltre a questo, l’information overload continuo ha trasformato profondamente qualità, ritmo e argomenti delle notizie. I giornalisti oggi hanno anche un altro compito: non solo curare il giornale o la pubblicazione tradizionale, ormai passati quasi in secondo piano, ma anche gestire la parte digitale, per la quale diventano essi stessi il proprio marketing team e il manager del proprio personal branding online. D’altronde, se non si esiste online, probabilmente oggi non si esiste da nessuna parte, soprattutto nel mondo dei media. Tra tutti questi cambiamenti, le piattaforme mediali sono al centro dell’ecosistema informativo e, attraverso i dati Cision, sappiamo che LinkedIn è oggi la piattaforma professionale più utilizzata dai giornalisti, con il 62%, seguita da Instagram (54%) e Facebook (53%). Il legame tra media tradizionali e social media è più stretto che mai. I team RP hanno quindi un compito sempre più complesso come fonti interessate dei giornalisti: fornire notizie che rispettino non solo i cosiddetti criteri di notiziabilità, ma che siano realmente interessanti, rilevanti e tailored per i giornalisti a cui si rivolgono. L’era broadcast è ufficialmente finita.

I giornalisti vivono sempre di più un overload pesante, ricevendo più di 50 pitch a settimana. Il 72% degli intervistati afferma che meno di un quarto di questi sia davvero rilevante per il loro lavoro, il resto risulta essere solo un outreach non targettizzato che intasa le caselle di posta, per poi finire nel cestino il secondo successivo.

Le relazioni pubbliche devono abbandonare la logica della semplice esposizione mediatica per diventare partner credibili e funzionali al lavoro delle newsroom. Devono fare in modo che nelle 100-200 parole del pitch (limite massimo consigliato dai dati raccolti) con tutte le informazioni verificate, ci siano sia una notizia, sia dei dati precisi, sia un posizionamento serio per l’azienda che stanno rappresentando.

Secondo il rapporto gli elementi con cui i giornalisti tendono a relazionarsi ed utilizzare di più sono quelli che risultano rilevanti per il settore, l’area di copertura e il pubblico a cui si rivolge il giornalista (79%), un pitch che dia un’angolazione o un taglio notiziabile (35%), corredato da dati e ricerche credibili e verificate che possano essere usate a sostegno della tesi centrale (33%).

I dati, di cui oggi si parla molto, come i big data che sono alla base dello sviluppo dell’AI, sono quella risorsa che più le newsroom chiedono, dati certi e verificabili che non possano essere smentiti che quando utilizzati diano una credibilità ancora maggiore alla notizia (47%). Al contempo lo scoop è sempre dietro l’angolo e le informazioni embargate, o l’accesso anticipato alle informazioni rappresentano una delle dotazioni di più valore (45%) insieme all’accesso ad interviste con esperti (42%).

E l’AI in tutto questo?

Il lancio di ChatGPT nel 2022, l’intelligenza artificiale generativa di OpenAI, ha sconvolto ancora una volta il mondo e l’intero ecosistema dell’informazione. Nel giro di pochissimo tempo questi strumenti sono migliorati rapidamente e si sono integrati dentro i workflow editoriali, dentro le newsroom e dentro il modo stesso in cui oggi viene prodotta, organizzata e distribuita l’informazione. I dati che forniamo continuamente alle piattaforme diventano parte di un processo di addestramento costante dei modelli e questo rende l’evoluzione dell’AI sempre più veloce, sofisticata e pervasiva.

Ma se da una parte l’intelligenza artificiale accelera la produzione dei contenuti, dall’altra amplifica anche alcune delle principali fragilità del sistema informativo contemporaneo. Il punto è che i giornalisti non hanno più bisogno di quantità. La quantità oggi è già eccessiva, continua, costante, è overload permanente. Hanno, invece, bisogno di qualità, credibilità e affidabilità. Hanno bisogno di capire se quello che leggono è verificato, se la fonte è credibile, se quel contenuto può realmente trasformarsi in una notizia. Eppure, l’AI, nel tempo, è stata accolta in maniera sempre meno diffidente anche dai giornalisti. Cresce infatti la percentuale di chi la utilizza quotidianamente soprattutto per brainstorming, headline e domande per interviste (48%); per attività di ricerca e fact-checking (43%),  per trascrivere o sintetizzare interviste e contenuti audio (41%). L’intelligenza artificiale sta quindi diventando parte integrante del lavoro giornalistico, ma non sostituisce ciò che conta davvero nel rapporto tra RP e newsroom.

In alcuni contesti, il ruolo dell’AI si sta evolvendo in direzioni inaspettate. Un caso interessante è quello dello Shanghai Media Group in Cina (Carfagna, 2026), che sta sperimentando un approccio in cui l’Intelligenza artificiale non viene usata per generare articoli, ma come vera e propria infrastruttura della newsroom. In questo modello, l’AI ottimizza la produzione, la traduzione, la distribuzione e l’analisi dei contenuti all’interno di un ecosistema altamente automatizzato. Si tratta di una logica che ribalta la prospettiva tradizionale: non più media company che adottano l’AI per, ad esempio, produrre articoli, ma AI company con giornalisti che impostano argomenti per articoli, e AI che rifinisce i testi e utilizza poi un sistema di media integrati per la distribuzione multicanale delle notizie. Il modello dello SMG suggerisce una possibile evoluzione delle newsroom del futuro: strutture sempre più focalizzate sulla gestione di dati, conoscenza e servizi informativi. L’AI accelera i processi editoriali, anche se la verifica finale delle notizie resta sempre sotto il controllo umano.

I giornalisti continuano a cercare soprattutto dati credibili, accesso rapido alle informazioni, esperti affidabili, opportunità di intervista e contenuti realmente rilevanti per il proprio pubblico. E soprattutto velocità: più della metà si aspetta che un professionista RP risponda entro ventiquattro ore. Per questo motivo i contatti devono essere immediatamente accessibili, i follow-up rapidi ed essenziali e i pitch costruiti in modo chiaro, leggibile e rilevante. Le relazioni pubbliche, come sostiene Grunig, devono contribuire a sviluppare comprensione reciproca tra organizzazioni e pubblici e aiutare a costruire relazioni stabili, aperte e basate sulla fiducia. La qualità di queste relazioni rappresenta il vero indicatore del valore strategico delle RP nel lungo periodo.

Ed è proprio qui che emerge il punto centrale: la strategicità della comunicazione.

Una comunicazione tailored, rilevante, verificata e qualitativamente alta, capace non solo di ottenere attenzione ma anche di sostenere concretamente il lavoro giornalistico. I giornalisti sono sommersi di proposte, ma continuano a vivere soprattutto di contenuti realmente utili per il proprio pubblico. Per distinguersi diventa quindi fondamentale fare ricerca sul giornalista, sulla testata, sul pubblico e sulla copertura recente prima di proporre una storia. Significa adattare il pitch alla specifica pubblicazione e alla piattaforma del giornalista, presentarsi con una prospettiva realmente orientata alla notizia e non con un messaggio promozionale generico. Le relazioni pubbliche che danno priorità alla qualità e a un numero mirato di media rispetto alla quantità aumentano notevolmente la probabilità di ottenere copertura. Presentare il pitch attraverso dati credibili, statistiche convincenti o insight realmente rilevanti, offrire accesso a esperti affidabili, interviste esclusive e nuove prospettive diventa oggi molto più importante della semplice esposizione.

L’AI può essere un supporto operativo straordinario, ma non può sostituire la personalizzazione, la sensibilità editoriale e la relazione. Perché nell’ecosistema informativo contemporaneo ciò che resta veramente umano, e quindi davvero rilevante, è la credibilità.


Bibliografia

  • Carfagna, B. (28 maggio 2026). Shanghai Media Group: così la Cina riscrive il rapporto AI-editoria. Il Sole 24 Ore.
  • Castells, M. (2010). The rise of the network society (2nd ed., with a new preface). Wiley-Blackwell.
  • Cision. (2026). State of the media report 2026. Cision.
  • Grunig, J. E. (Ed.). (1992). Excellence in public relations and communication management. Lawrence Erlbaum Associates.
  • Grunig, J. E., & Hunt, T. (1984). Managing public relations. Holt, Rinehart and Winston.
  • van Dijck, J., Poell, T., & de Waal, M. (2018). The platform society: Public values in a connective world. Oxford University Press.




“Ask Eddie”: l’Intelligenza Artificiale ridà voce a Edward Bernays e trasforma gli archivi in una risorsa viva per le relazioni pubbliche

“Ask Eddie”: l’Intelligenza Artificiale ridà voce a Edward Bernays e trasforma gli archivi in una risorsa viva per le relazioni pubbliche

«È un piacere fare la vostra conoscenza. Sono Edward Bernays, ma potete chiamarmi Eddie.»

Sentire pronunciare oggi queste parole sorprende. Edward Bernays, considerato il padre delle moderne relazioni pubbliche, è infatti scomparso nel 1995 all’età di 103 anni. Eppure la sua voce, le sue idee e il suo approccio strategico alla comunicazione sono tornati accessibili grazie all’Intelligenza Artificiale.

Il progetto denominato Ask Eddie è stato realizzato dal Museum of Public Relations, con l’approvazione della famiglia Bernays e in collaborazione con Edelman, attraverso un modello linguistico addestrato su oltre un milione di parole tratte dagli scritti di Bernays e su dieci anni di registrazioni video realizzate nell’ultima fase della sua vita. Il risultato è una “persona storica” digitale capace di rispondere alle domande degli utenti utilizzando esclusivamente il patrimonio documentale lasciato dal celebre professionista.

Un archivio che prende vita

A guidare il progetto è stata Shelley Spector, fondatrice e CEO del Museum of Public Relations, che negli anni Novanta ebbe l’opportunità di intervistare personalmente Bernays in numerose occasioni.

Per Spector, ascoltare nuovamente la sua voce attraverso l’IA è un’esperienza al tempo stesso suggestiva e stimolante. Ma soprattutto rappresenta un’opportunità unica per rendere accessibile a una nuova generazione di professionisti una delle figure più influenti della storia della comunicazione.

L’obiettivo non è quello di “resuscitare” Bernays in senso tecnologico, ma di trasformare il vasto patrimonio documentale esistente in uno strumento consultabile e dialogico, capace di favorire l’apprendimento e la riflessione.

I consigli di Bernays per l’era dell’informazione continua

Interrogato su come affrontare il ciclo informativo sempre più rapido che caratterizza il panorama mediatico contemporaneo, “Ask Eddie” offre una risposta sorprendentemente attuale:

«La tentazione è inseguire ogni titolo e ogni notizia del momento, ma questo disperde la tua capacità di influenza. Bisogna invece individuare le correnti profonde: di cosa sono realmente preoccupate le persone? Cosa hanno bisogno di comprendere?»

E ancora:

«La velocità è importante, ma chiarezza e coerenza lo sono ancora di più. Se stai semplicemente reagendo in modo frenetico, hai già perso il controllo della narrazione.»

Parole formulate quasi un secolo dopo la pubblicazione di Crystallizing Public Opinion (1923), ma che mantengono una sorprendente rilevanza nell’epoca dei social media, delle breaking news permanenti e delle crisi reputazionali in tempo reale.

Un’intelligenza artificiale con memoria storica, non connessa al presente

La particolarità del progetto risiede nel fatto che il modello è stato sviluppato come “closed corpus LLM”: conosce esclusivamente ciò che è contenuto negli archivi utilizzati per l’addestramento e non dispone di informazioni aggiornate sul mondo contemporaneo.

In altre parole, “Eddie” non sa cosa siano TikTok, LinkedIn o ChatGPT, ma è perfettamente in grado di ragionare sui principi della persuasione, dell’opinione pubblica, della costruzione del consenso e della gestione delle relazioni con gli stakeholder.

Questo limite rappresenta al tempo stesso la sua forza: ogni risposta resta coerente con il pensiero autentico di Bernays, evitando contaminazioni o interpretazioni moderne non documentate.

Dalla conservazione alla trasmissione del sapere professionale

Per gli studiosi e i professionisti delle relazioni pubbliche, il valore aggiunto del progetto è evidente. Molte delle opere fondamentali di Bernays rimangono disponibili soltanto in testi storici che, pur essendo imprescindibili, possono risultare impegnativi per lettori contemporanei.

L’Intelligenza Artificiale consente invece di interrogare direttamente il corpus documentale, ottenere sintesi, approfondimenti e collegamenti tra eventi, campagne e concetti sviluppati nel corso della sua lunghissima carriera.

Tra gli esempi più noti figurano campagne come “Torches of Freedom”, spesso analizzate nei corsi universitari di comunicazione come casi emblematici della capacità di influenzare il dibattito pubblico e i comportamenti sociali.

Il futuro degli archivi nelle relazioni pubbliche

L’esperimento del Museum of Public Relations apre una riflessione più ampia sul ruolo dell’Intelligenza Artificiale nella valorizzazione della memoria professionale.

Non si tratta soltanto di digitalizzare documenti, ma di renderli consultabili, comprensibili e interattivi. Un approccio che potrebbe essere applicato in futuro anche agli archivi di altre personalità che hanno contribuito allo sviluppo delle relazioni pubbliche e della comunicazione organizzativa.

Per descrivere questa visione, Shelley Spector utilizza una definizione particolarmente efficace: “living archive”, un archivio vivente.

Un concetto che potrebbe rappresentare una delle applicazioni più interessanti dell’IA per la nostra professione: non sostituire il pensiero umano, ma preservarne la memoria e renderla accessibile alle generazioni future.

In un’epoca in cui la tecnologia viene spesso associata alla velocità e all’obsolescenza, “Ask Eddie” dimostra che può diventare anche uno strumento di conservazione, contestualizzazione e trasmissione del sapere. Un ponte tra la storia delle relazioni pubbliche e il loro futuro.




Relazioni Pubbliche e funnel di vendita: una sinergia sempre più strategica

Relazioni Pubbliche e funnel di vendita: una sinergia sempre più strategica

Ancora oggi c’è chi tende a parlare di Relazioni Pubbliche considerandole sono come una leva reputazionale “a monte” del business. Fondamentale certo ma spesso confinata in una dimensione quasi immateriale: awareness, posizionamento, immagine.:

Ma è una lettura sempre più debole.

Perché le Relazioni Pubbliche incidono anche sul sales molto più di quanto molte organizzazioni siano ancora disposte ad ammettere.

Il funnel contemporaneo non è più lineare ma reputazionale, distribuito e conversazionale.

Il prospect legge un articolo, ascolta un podcast, trova una citazione su LinkedIn, interroga ChatGPT, verifica recensioni, confronta punti di vista, cerca prove sociali e narrative prima ancora di entrare in contatto con il sales.

Ma andiamo per ordine. A partire da un cambio di prospettiva che guarda alle PR dentro un sistema di marketing narrativo che non parte dal prodotto ma dal problema che quel prodotto o servizio risolve.

Un approccio che utilizza contenuti, storie, relazioni e autorevolezza per accompagnare il potenziale cliente lungo tutto il percorso decisionale per costruire domanda.

È qui che si inserisce il concetto di “FunnelPR”: l’integrazione tra Relazioni Pubbliche, contenuti, marketing e posizionamento reputazionale per generare lead qualificati, soprattutto nel B2B, dove il processo di acquisto è lungo, articolato e fondato sulla fiducia.

Nella fase di awareness le Relazioni Pubbliche fanno emergere il problema e posizionano l’azienda come voce autorevole attraverso earned media, contenuti editoriali e presenza sui canali proprietari e social.

Nella fase di interesse approfondiscono il tema, alimentando autorevolezza con paper, eventi, webinar, podcast e momenti di confronto.

Quando si entra nella considerazione, diventano leva di fiducia: case study, testimonianze, citazioni di terzi indipendenti e coverage qualificato rafforzano la credibilità.

Infine, nella fase di azione, contribuiscono ad attivare la decisione, preparando spesso il terreno al contatto commerciale con un contesto già favorevole.

In altre parole: le Relazioni Pubbliche costruiscono il contesto narrativo e reputazionale in cui il marketing performa meglio. Senza questo contesto, il funnel è più fragile, più costoso e meno efficiente.

Il punto chiave è l’orchestrazione. Ogni fase richiede contenuti e strumenti coerenti con il livello di consapevolezza del lead, ma il valore nasce soprattutto dalla continuità e dalla coerenza del racconto. Il marketing narrativo è, prima di tutto, un lavoro integrato: Relazioni Pubbliche, marketing, sales, prodotto e top management devono muoversi su una piattaforma narrativa condivisa.

Anche la misurazione cambia. Con un’attenzione crescente ai modelli di attribuzione che superano il “last click” e riconoscono il ruolo delle PR nei momenti iniziali del journey.

Nel B2B, dove il decisore cerca informazioni, confronta fonti e costruisce fiducia prima ancora di parlare con un commerciale, questo approccio è ancora più evidente. La credibilità pesa più della persuasione. E una presenza autorevole sui media può fare la differenza tra un contatto freddo e un’opportunità reale.

Con la dinamica della Generative Engine Optimization (GEO) gli LLM non si limitano a indicizzare contenuti: aggregano segnali di autorevolezza, rilevanza editoriale e credibilità narrativa.

Questo significa che una presenza qualificata su media autorevoli, verticali o di settore, non influenza più soltanto la percezione umana del brand ma contribuisce alla sua “leggibilità reputazionale” e alla business relevance.

Tutto questo cambia il valore strategico degli Earned Media.

Perché una citazione qualificata su una testata verticale, una ricerca ripresa da fonti autorevoli, un CEO realmente riconosciuto come voce competente su un tema, hanno un valore che va oltre il traffico diretto. E impatta sempre di più sulla probabilità stessa di essere scelti, acquistati o riacquistati.

Ed è a questo livello che si fa la differenza.




La penna contro lo scroll: perché nell’era delle AI anche la Silicon Valley riscopre la scrittura a mano

La penna contro lo scroll: perché nell’era delle AI anche la Silicon Valley riscopre la scrittura a mano

L’innovazione non abita soltanto nelle nuove consuetudini tecnologiche, nei prompt e negli scroll. Oggi per decodificare il futuro dobbiamo leggere quei segnali deboli che ci fanno compiere forti passi in avanti, anche quando sembra che torniamo indietro. Eppure paradossalmente, nel tempo segnato dalle intelligenze artificiali sempre più pervasive, recuperare quegli elementi di umanità e manualità fanno la differenza. Lo hanno capito anche in quei luoghi hi-tech che dominano (ancora) il pianeta. Nel cuore della Silicon Valley, area iconica che ha costruito l’economia dell’attenzione e progettato piattaforme pensate per tenerci costantemente connessi, accade qualcosa di apparentemente stupefacente. Molti dirigenti e professionisti delle Big Tech scelgono scuole dove gli schermi vengono banditi per anni. Carta, penna, lavagna, gesso. Relazione fisica con le parole. Lo ha raccontato qualche tempo fa Time in un approfondimento dedicato al rapporto tra educazione e iperconnessione. La Waldorf School of the Peninsula, frequentata anche da figli di lavoratori dell’industria tecnologica, introduce la tecnologia gradualmente e mantiene ambienti “phone-free” per sviluppare concentrazione e pensiero critico. Fa impressione: proprio chi costruisce il futuro digitale sembra sentire il bisogno di proteggere spazi analogici.

Corsivo patrimonio dell’umanità

E allora forse il tema non è la nostalgia quanto l’equilibrio. La riflessione, rilanciata dal Corriere della Sera sulla proposta di candidare la scrittura in corsivo a patrimonio immateriale Unesco, racconta qualcosa di molto più profondo della calligrafia. Declina il valore contemporaneo della lentezza e del recupero del pensiero critico. Perché nel tempo iperconnesso delle chat permanenti e delle notifiche infinite, scrivere a mano diventa quasi un gesto controcorrente. Eppure quanto aiuta. Intanto in alcune aule universitarie i docenti chiedono agli studenti di spegnere pc e smartphone e prendere appunti su carta. Non per romanticismo analogico, ma per neuroscienza applicata alla vita quotidiana: la scrittura manuale rallenta il pensiero, aumenta la concentrazione, sedimenta la memoria. La carta resta lì, paziente. Non vibra e non interrompe ma costringe ad aspettare. Nel nostro “tutto e subito” fatto di scroll compulsivo, micro-contenuti e consumo digitale pervasivo, il corsivo è una forma di resistenza gentile. È un atto deliberatamente inefficiente. Ed è proprio per questo potente. «La carta non ti interrompe mai. Quando scrivi a mano sei costretto a selezionare, sintetizzare, ascoltare davvero», mi raccontava qualche mese fa Alberto Mattiacci, professore ordinario in marketing & business management all’Università La Sapienza di Roma e senior fellow in Luiss Business School, dopo aver chiesto agli studenti di chiudere laptop e smartphone durante la lezione». Ed è esattamente questo il punto. Scrivere a mano introduce tre cose che oggi sembrano sparire dal nostro orizzonte quotidiano: attenzione, attesa, intenzione. Mentre l’intelligenza artificiale accelera produzione, sintesi e velocità di risposta, la penna compie il gesto opposto: rallenta il pensiero. Ti obbliga a fermarti sulle parole, a dare peso alle frasi, a lasciare spazio persino agli errori, alle cancellature, ai margini.

Scrivere a mano rafforza

C’è una frase attribuita allo scrittore americano William Faulkner, già premio Nobel per la letteratura nel 1949, e che oggi suona incredibilmente attuale: “Scrivo perché non so quello che penso finché non leggo ciò che dico”. E forse è proprio questo che rischiamo di perdere nel tempo dell’immediatezza continua: il pensiero che matura mentre prende forma. Anche i neuroscienziati da anni sottolineano come la scrittura manuale attivi processi cognitivi differenti rispetto alla digitazione rapida. Non è solo un fatto estetico. È una diversa relazione con memoria, concentrazione e apprendimento. E allora la scrittura a mano – con quel corsivo che ne racchiude l’essenza – non riguarda soltanto la scuola ma il nostro rapporto con il tempo, con la profondità, con la presenza spesso violata. Perché il futuro non sarà scegliere tra analogico e digitale, ma imparare quando rallentare dentro un mondo che accelera continuamente. E nel secolo compresso, mentre proprio le intelligenze artificiali restringono il tempo e accelerano la produzione, la penna fa l’opposto: rallenta e ti obbliga a scegliere le parole, a sintetizzare, persino a schematizzarle e ovviamente a pensare prima di scrivere. È una rivoluzione che parla anche ai brand, alle scuole, alle persone: se l’attenzione è la nuova valuta, forse non va solo catturata ma educata, allenata e in qualche modo protetta. Nel secolo compresso, tornare alla scrittura a mano non è un passo indietro ma un passo di lato. Ed è contemporaneo. Perché scrivere a mano diventa una delle forme più lucide di umanità.




Peter Thiel lancia Objection: il “tribunale della verità” che scheda i giornalisti

Peter Thiel lancia Objection: il “tribunale della verità” che scheda i giornalisti

«Oggi, chiunque può pubblicare accuse. Quasi nessuno può permettersi di confutarle. Objection cambia le cose». È con questo slogan che si presenta Objection, la piattaforma americana basata sull’intelligenza artificiale che promette di “valutare” il lavoro dei giornalisti investigativi, verificare inchieste e attribuire punteggi pubblici di affidabilità ai reporter attraverso una sorta di “processo in 72 ore”. Dietro il progetto compare Aron D’Souza, imprenditore australiano già noto per aver promosso gli Enhanced Games, le competizioni sportive aperte anche agli atleti dopati. Tra i finanziatori figurano Peter Thiel, cofondatore di PayPal e di Palantir, e Balaji Srinivasan, imprenditore legato al mondo cripto. Presentata come uno strumento contro la disinformazione, la piattaforma consente, pagando fino a 10 mila dollari, di contestare articoli e trascinare i giornalisti in un tribunale reputazionale algoritmico.

Sul suo sito Objection si propone, infatti, come una piattaforma di “responsabilità” giornalistica, capace di verificare l’attendibilità di articoli e reporter attraverso strumenti di intelligenza artificiale e grazie a un network di consulenti privati provenienti da apparati investigativi e di intelligence (compresi ex agenti CIA e FBI). Una volta avviata la contestazione, il sistema raccoglie documenti, analizza dichiarazioni, confronta le fonti e produce una sorta di verdetto reputazionale destinato a incidere sulla credibilità pubblica del giornalista. Il risultato confluisce in un “Honor Index”, un punteggio consultabile pubblicamente, che dovrebbe misurare l’affidabilità professionale dei reporter. D’Souza ha affermato di aspettarsi che il suo “tribunale della verità” sia utile a coloro che si sentono mal rappresentati dai media: «È un tentativo di verificare i fatti; è la stessa cosa di Community Notes di [X]. La saggezza della folla unita al potere della tecnologia per creare nuovi metodi di divulgazione della verità». Sulla carta, l’obiettivo sarebbe quello di combattere fake news e campagne diffamatorie, ma il rischio evidenziato da molti osservatori riguarda soprattutto le pressioni e le conseguenze sul giornalismo investigativo. Gran parte delle più importanti inchieste degli ultimi decenni si è basata, infatti, su fonti anonime, whistleblowers, fughe di documenti e testimonianze riservate. In un simile contesto, l’idea di sottoporre il lavoro giornalistico a una verifica algoritmica permanente rischia di trasformarsi in un potente strumento di intimidazione preventiva.

Il nodo centrale riguarda proprio il rapporto tra tecnologia, informazione e potere. Peter Thiel non è soltanto un investitore della Silicon Valley. Attraverso Palantir ha costruito uno dei più influenti imperi tecnologici legati all’intelligence e alla gestione dei dati sensibili. Da anni, il miliardario tech sostiene apertamente che la democrazia liberale sia incompatibile con l’innovazione tecnologica e guarda con crescente diffidenza ai media tradizionali. Non sorprende, quindi, che il progetto Objection venga letto da molti critici come un ulteriore tassello di quella visione tecnocratica che punta a sostituire gli spazi pubblici e le istituzioni intermedie con piattaforme private governate da algoritmi e grandi capitali. La promessa di neutralità tecnologica, in questo caso, rischia di mascherare un meccanismo di controllo reputazionale capace di colpire soprattutto le voci più scomode o indipendenti.

Il precedente di Gawker Media resta emblematico. Nel 2016, il sito venne travolto da una condanna da 140 milioni di dollari di danni dopo la pubblicazione di un video sessuale dell’ex wrestler Hulk Hogan e fu costretto a dichiarare bancarotta. Solo successivamente emerse che Peter Thiel aveva finanziato segretamente con dieci milioni di dollari l’intera offensiva giudiziaria contro la testata, colpevole anni prima di aver rivelato, attraverso il sito Valleywag, la sua omosessualità. Quel caso segnò un passaggio cruciale: per la prima volta, un miliardario della Silicon Valley dimostrava apertamente di poter utilizzare il proprio potere economico per distruggere un organo di informazione ritenuto ostile. Oggi, quella strategia sembra evolversi in una forma ancora più sofisticata e strutturale per creare una piattaforma permanente in grado di monitorare, classificare, delegittimare e, di fatto, silenziare il lavoro giornalistico scomodo, attraverso strumenti tecnologici e reputazionali.

La vicenda Objection si inserisce in un contesto più ampio, segnato dalla crescente offensiva contro il giornalismo indipendente e dalla privatizzazione dei meccanismi di controllo dell’informazione. Negli ultimi anni, la lotta alla “disinformazione” e alle fake news è diventata il pretesto per introdurre una informazione certificata, sdoganare la censura algoritmica, approvare “liste nere” reputazionali e sistemi liberticidi di moderazione dei contenuti, spesso utilizzati per colpire le voci scomode o fuori dal consenso dominante. In questo scenario, il progetto sostenuto da Peter Thiel rischia di rappresentare l’ennesima infrastruttura di controllo del dibattito pubblico, affidando a piattaforme private e sistemi algoritmici il potere di stabilire quali giornalisti siano credibili e quali, invece, debbano essere delegittimati pubblicamente.