TRIBE v2, intelligenza artificiale e il futuro della professione

TRIBE v2, intelligenza artificiale e il futuro della professione

Il 26 marzo 2026 Meta ha reso pubblico TRIBE v2, un modello di intelligenza artificiale addestrato a predire come il cervello umano elabora qualsiasi stimolo visivo, sonoro o linguistico. 

Il tool è open source, scaricabile da chiunque, applicabile in pochi passaggi. Il neuromarketing è già nei programmi universitari e nelle pratiche delle agenzie: la domanda che questo articolo prova ad affrontare non riguarda se utilizzarlo, ma cosa cambia per le relazioni pubbliche quando strumenti un tempo riservati a laboratori specializzati diventano accessibili a livello industriale.

Attraverso il concetto di cognitive load, la letteratura più recente sulla neurodivergenza e il framework del tessitore sociale elaborato da Toni Muzi Falconi, l’articolo completo, che trovate anche in calce, analizza le opportunità concrete e i rischi strutturali di uno strumento senza precedenti: da un lato la possibilità di progettare comunicazione più efficace e accessibile, dall’altro il rischio che l’ottimizzazione neurologica dei messaggi eroda proprio quelle competenze relazionali che sono al cuore del nostro mestiere.

Una riflessione specifica riguarda infine l’organizzazione che ha prodotto e rilasciato lo strumento. Ragionare su TRIBE v2 significa anche ragionare su Meta oggi e su quali interessi muovono la sua generosità open source.

Le domande che TRIBE v2 porta con sé riguardano chi vogliamo essere come professioniste e professionisti, cosa siamo disposti a delegare e cosa invece deve restare profondamente umano. In un ecosistema in cui gli strumenti cambiano con una velocità che la formazione professionale fatica ad assorbire, la risposta più utile non è l’entusiasmo né il rifiuto, ma la consapevolezza critica con cui decidiamo come usarli.

Qui l’articolo completo (file allegato in .PDF)




Leroy Merlin Italia lancia Talent Lab: più spazio alla crescita interna

Leroy Merlin Italia lancia Talent Lab: più spazio alla crescita interna

Leory Merlin Italia, azienda multi-specialista con un’ampia gamma di soluzioni complete di prodotti e servizi per il miglioramento della casa, rafforza il proprio impegno nello sviluppo delle persone e lancia Talent Lab, un nuovo percorso dedicato alla crescita professionale e alla valorizzazione dei talenti interni. L’obiettivo di Leroy Merlin è quello di aumentare, entro la fine del 2026, la percentuale di manager di negozio cresciuti internamente dall’attuale 54% al 60%. L’iniziativa nasce da una visione manageriale che riconosce e valorizza il talento. Guardando sia al benessere delle persone, sia al futuro dell’organizzazione.

Il percorso di Talent Lab, iniziativa annunciata il 5 maggio 2026 dall’azienda. si distingue per un approccio formativo innovativo e personalizzato, integrando momenti in presenza (9 giorni) e momenti di formazione virtuale (3,5 giorni) e si articola in un sistema modulare: cinque moduli obbligatori e cinque moduli opzionali a scelta tra dieci diverse proposte. In questo modo ogni partecipante può costruire un piano di sviluppo individuale basato sulle proprie competenze, obiettivi e aspirazioni.

Tra i temi centrali del programma figurano il Design Thinking, la Data Storytelling, la comunicazione efficace e la leadership agile, competenze chiave per il mercato attuale. Inoltre, completano il percorso formativo di Talent Lab: sessioni di mentorig e coaching con professionisti esterni, utili a garantire un accompagnamento continuo e mirato.

Talento, dati e innovazione al servizio delle persone

Il progetto si fonda sulla filosofia di porre le persone al centro. In Leory Merlin, infatti, i percorsi di sviluppo nascono dall’ascolto delle esigenze interne e puntano a valorizzare l’unicità di ciascun collaboratore, formando profili completi e pronti ad affrontare le sfide di un mercato in costante evoluzione.

I numeri confermano l’impegno dell’azienda in questa direzione: ogni anno vengono erogati circa 170mila ore di formazione, mettendo a disposizione una piattaforma e-learning con circa 300 corsi. I programmi già attivi, come Talent Up e Talent Future, hanno prodotto già risultati significativi, con circa il 50% dei partecipanti che ha ottenuto una crescita professionale. A questi progetti si aggiungono iniziative come Talentiamo, dedicata ai leader junior, e Shape Your Potential, il programma internazionale del Gruppo Adeo, di cui Leroy Merlin fa parte insieme ad altri noti marchi del bricolage, per gli alti potenziali.

A supporto di questi percorsi formativi, l’azienda, ha introdotto la piattaforma digitale Pack, basata su un approccio data-driven e soluzioni di intelligenza artificiale, che facilita il matching tra collaboratrici e collaboratori con una rete di mentor e coach esterni certificati.

In questo senso. Talent Lab rappresenta un ulteriore passo concreto nella strategia di Leroy Merlin Italia: investire sulle proprie persone e sul loro valore per costruire il cambiamento dall’interno e formare i leader di domani.




Come l’AI ha già stravolto l’intero settore della cybersecurity

Come l'AI ha già stravolto l'intero settore della cybersecurity

Ci sono momenti in cui i freddi dati numerici possono spazzare via le speculazioni di chi prevede un futuro completamente diverso da ciò che siamo abituati a considerare “normale”. Ci sono momenti in cui, però, quegli stessi dati numerici finiscono per confermare le peggiori previsioni. A guardare le cifre riportate dal 2026 Y-Report di Yarix e dalle dichiarazioni degli esperti della italianissima azienda di cyber security, l’ipotesi di un futuro dominato dall’AI è qualcosa di più di una semplice suggestione.

Un’ondata di attacchi

A fare impressione, nel quadro tratteggiato dal rapporto, sono prima di tutto i numeri. I dati raccolti riguardano infatti circa 240 aziende italiane, ma le segnalazioni di eventi di cyber sicurezza sono nell’ordine delle decine di migliaia. Più precisamente, nel corso del 2025 il Security Operation Center (Soc) di Yarix ha registrato ben 522.486 eventi, cioè “possibili violazioni dei livelli di sicurezza definiti o situazioni anomale potenzialmente rilevanti per la protezione dei dati e degli asset aziendali”.

Di questi, ben il 30% (158.316) sono stati classificati come veri e propri incidenti di sicurezza, cioè “uno o più eventi che determinano, o possono determinare, la compromissione della riservatezza, dell’integrità o della disponibilità dei dati e dei servizi informatici”. In media, quindi, stiamo parlando di circa 658 incidenti di sicurezza per azienda. Quasi due al giorno.

Fonte Yarix

Un valore in costante aumento, che gli esperti di Yarix imputano alla costante evoluzione delle tecniche di attacco e, in particolare, all’utilizzo di strumenti basati sull’AI da parte dei criminali informatici che consentono di utilizzare modelli di attacco più distribuiti, automatizzati e adattivi.

Il fattore tempo

Uno degli aspetti più preoccupanti è il continuo assottigliamento delle tempistiche di attacco. Gli autori del report, infatti, segnalano una notevole riduzione del tempo tra accesso iniziale e potenziale impatto dell’attacco informatico.

Si tratta di uno dei nodi fondamentali in ambito cyber security, soprattutto da quando il fenomeno dei ransomware ha assunto un ruolo di primo piano. In chiave offensiva, l’uso dell’AI ha permesso ai cybercriminali di ridurre notevolmente i tempi necessari per quella che in gergo viene chiamata weaponization, cioè l’attività di trasformare una vulnerabilità conosciuta in un exploit pronto all’uso.

Nell’ottica di chi si trova sul fronte difensivo, questo significa essere in grado di individuare nuove forme di attacco con una velocità maggiore rispetto al passato. La risposta, come prevedibile, è solo una: affidarsi all’AI. Le cose, però, non sono così semplici.

Il fattore volume

La rapidità con cui i criminali informatici sono in grado di sviluppare strumenti offensivi si traduce, nella pratica, in un numero impressionante di attacchi che rischiano di sommergere letteralmente i team di specialisti dedicati all’analisi delle minacce. A livello di Soc, il rischio è che la quantità di alert rilevati finisca per “intasare” i processi di analisi lasciando via libera alle attività dei cyber criminali.

L’AI, in questo ambito, viene attualmente utilizzata in affiancamento agli analisti per migliorare le prestazioni a livello di tempistiche, senza però sostituire completamente l’elemento umano. Secondo gli esperti di Yarix, però, il contesto porta a osare di più. “A fine luglio eseguiremo il primo test operativo per gestire un Soc L1 interamente con l’intelligenza artificiale” dichiara Mirko Gatto.

Il “livello 1” dei Security Operation Center è quello dedicato alla prima analisi degli eventi di sicurezza, a cui è affidato in sostanza il compito di scremare gli alert per eliminare i falsi positivi e individuare gli eventi sui quali vale la pena approfondire l’analisi. Il ruolo “umano” resta comunque fondamentale per L2 (approfondimento) e L3 (intervento per il contenimento della minaccia).

Un notevole passo avanti, che lo stesso manager di Yarix annuncia con una certa cautela, ma che chiarisce meglio di qualsiasi altra considerazione la pressione a cui sono sottoposti gli addetti ai lavori in questa fase. Il rischio di affidare completamente la fase di prima analisi degli eventi all’intelligenza artificiale, infatti, riguarda essenzialmente la possibilità che non riescano a valutarne correttamente la rilevanza. Un rischio che, però, vale la pena di affrontare. “Il tema dell’alert fatigue è sempre stato un tema rilevante del Soc, quindi la capacità di ridurre i falsi positivi rilevati dall’AI sarà uno degli aspetti su cui il mondo della cyber security dovrà concentrarsi attraverso l’affinamento del prompting” sottolinea Gatto. “Personalmente sono ottimista” conclude.




Instagram elimina account inattivi e bot: Chiara Ferragni crolla nei numeri dopo la “pulizia” dei follower, Giulia De Lellis e Giulia Salemi la superano

Instagram elimina account inattivi e bot: Chiara Ferragni crolla nei numeri dopo la “pulizia” dei follower, Giulia De Lellis e Giulia Salemi la superano

L’8 maggio Instagram ha avviato una massiccia operazione di pulizia della piattaforma che prevedeva l’eliminazione di account bot, profili spam e follower inattivi in quello che molti osservatori hanno definito un vero e proprio “reset” dei social network. Un intervento che, nel giro di poche ore, ha avuto effetti immediati sui numeri dei profili più seguiti al mondo e ha modificato sensibilmente le fanbase di numerosi influencer. Tra i casi più evidenti spicca quello di Chiara Ferragni, che ha perso circa 387.000 follower, pari a poco più dell’1% del totale. Un dato rilevante in termini assoluti, che ha riacceso il dibattito sulla reale natura delle audience dei grandi profili social e sulla presenza di follower inattivi o non organici accumulati negli anni. Effetti molto più contenuti, invece, per Giulia De Lellis e Giulia Salemi. La prima ha registrato un calo di circa 5.700 follower (circa lo 0,10%), mentre la seconda si è fermata a circa 5.000 (0,09%). Una riduzione minima che suggerisce una fanbase più stabile e meno esposta a “gonfiaggi” artificiali.

Gli altri profili penalizzati

L’operazione ha coinvolto numerosi altri volti noti del panorama social e dello spettacolo. Mariano Di Vaio ha perso circa 150.000 follower, Gianluca Vacchi circa 284.000, mentre Wanda Nara e Valentina Ferragni hanno registrato cali rispettivamente di 187.000 e 44.000 unità. Nel gruppo dei profili più colpiti rientrano inoltre Belén Rodriguez, Michele Morrone, Emma Marrone, Alessia Marcuzzi, Fedez e Cecilia Rodriguez, tutti interessati da riduzioni più o meno consistenti della propria audience, legate alla cancellazione di profili inattivi o non autentici.

L’obiettivo

La decisione della piattaforma, legata all’aggiornamento dei sistemi di autenticazione e controllo, aveva l’obiettivo di rendere più realistici i dati di engagement e ridurre la presenza di follower non autentici. Il risultato è stato un calo diffuso per molti account di primo piano, con impatti diversi a seconda della composizione delle rispettive community.




Il tuo Public Affairs sta perdendo perché non è un movimento. È solo una difesa

Il tuo Public Affairs sta perdendo perché non è un movimento. È solo una difesa

C’è una cosa che noto quando parlo con direttori corporate affairs. Arrivano sempre da una crisi oppure stanno per viverla. È come se il public affairs fosse una squadra di pompieri che entra in scena solo quando il fuoco è già partito e il tetto crolla. Una crisi scoppia, chiami il comunicatore, scrivi un comunicato che suona sensato dopo quarantasette slide di riposizionamento strategico, speri che il danno si contenga. Risk management. Gestione reattiva. Tutto fermo finché non arriva la prossima tempesta. Non è sbagliato, naturalmente. È solo che è una partita già decisa prima ancora che inizi a giocarsi.

Il vero lavoro non è il comunicato

Il vero potere non sta nel rispondere bene quando le cose vanno male. Il vero potere è far sì che le cose non vadano male. Kotler lo ha capito perfettamente quando ha scritto del brand activism. Non è un tocco estetico per sembrare buoni. È strategia pura. È il controllo di ciò di cui si parla. È potere. Granovetter ha mostrato qualcosa di straordinario nei suoi studi sulle reti sociali: i tuoi alleati decisivi non sono quelli che conosci bene, non sono i colleghi con cui passi tutte le giornate. Sono quelli che conosci per caso. Il collega che vedi una volta l’anno. Il giornalista che segui su LinkedIn da chissà quando. Quando costruisci advocacy, quello che stai facendo in realtà è creare canali attraverso cui il tuo messaggio diventa di altri. Non è più la cosa che ha detto l’azienda X. Diventa la cosa che dicono gli esperti. All’improvviso non devi più convincere nessuno. La gente inizia a convincersi da sola.

La struttura: dal nazionale all’europeo, prima che le issue arrivino

La politica di public affairs non vive a Bruxelles. Vive nei ministeri a Roma, Berlino, Madrid, Parigi. Nelle università, nei centri di ricerca, negli uffici dei consulenti dei governi. Vive nella percezione geopolitica che ogni paese ha dell’importanza economica del tuo settore. Quando il tuo settore è radicato a livello nazionale, quando cioè la Francia sa che è importante per l’innovazione botanica, la Germania sa che è critica per il settore chimico specializzato, l’Italia sa che è rilevante per gli estratti e la sostenibilità, il governo di quel paese diventa naturalmente tuo alleato. Non perché l’hai convinto con un comunicato. Ma perché ha ragioni geopolitiche concrete per supportarti. Ha bisogno di raccontare ai suoi cittadini che sta proteggendo un’industria che vale miliardi, che crea posti di lavoro, che s’impegna per il clima. Il governo vince una battaglia politica interna. Tu vinci la tua.

Questo radicamento non si costruisce in due mesi. È il lavoro di anni, di una strategia che tiene insieme molte cose contemporaneamente. Finanziare ricerca nelle università locali. Scegliere partner accademici in ogni paese. Creare tavoli permanenti con i ministeri, dove le conversazioni continuano nel tempo. Sviluppare studi rigorosi di impatto economico locale. Coinvolgere le associazioni di categoria. Supportare concretamente la sostenibilità ambientale invece di parlarne soltanto. Comunicare il contributo sociale del settore a livello nazionale, far capire ai cittadini perché questo settore importa. È lento. È noioso. Non fa notizia. Non ti farà sembrare intelligente in una riunione aziendale. Ma quando a Bruxelles si discute di una nuova regolazione, il governo del tuo paese sa esattamente cosa rischia se non ti supporta. Sa che i suoi cittadini, le sue università, la sua economia soffrirebbero qualora il settore scomparisse o si spostasse altrove. È allora che il lavoro fatto negli anni precedenti diventa reale, non è più un comunicato, è un fatto geopolitico.

Il coordinamento simultaneo tra paesi è la struttura stessa di una strategia vincente. Se il tuo settore arriva a Bruxelles con il supporto di Germania, Francia, Italia, Spagna, se i loro governi sanno che è importante per loro, che gli studi lo dimostrano, che le università lo supportano, che l’opinione pubblica è positiva, hai già una maggioranza prima ancora che le questioni siano formalmente definite nei dossier. Non insegui, allora. Anticipi. Hai già vinto mentre gli altri stanno ancora scrivendo il comunicato stampa.

La geopolitica e i guadagni politici

Dietro ogni regolazione c’è sempre qualcuno che vuol fare un guadagno politico. E il loro guadagno non è il tuo. Se non lo capisci, costruisci advocacy nel vuoto, nel deserto, in una stanza chiusa parlando al telefono di una fattura che non arriverà mai. Nietzsche parlerebbe di volontà di potenza. Il regolatore europeo vuole dimostrare di aver fatto qualcosa, di essere rilevante, di avere il controllo politico. Ha bisogno di poter dire ai suoi superiori, ai suoi parlamentari, ai suoi costituenti che ha semplificato la legislazione sulla comunicazione ambientale mantenendo la protezione dei consumatori. È la frase che lo farà sopravvivere politicamente. Ma come la dice se non ha i governi nazionali al suo fianco? Se l’Italia, la Francia, la Germania protestano pubblicamente dicendo che questo standard è impossibile per le loro PMI, allora la Commissione si muove diversamente. Il guadagno politico della Commissione passa attraverso il supporto dei governi nazionali, i quali hanno il loro proprio guadagno nazionale.

Ricœur direbbe che la narrazione non è neutrale. È costruzione di realtà. Non esiste una realtà oggettiva sulla regolazione della comunicazione ambientale europea. Esiste solo ciò che la Commissione riesce a raccontare se ha i governi nazionali al suo fianco, se le associazioni industriali la supportano, se l’opinione pubblica è positiva. Se non hai costruito questo background negli anni precedenti, se non hai radicato il tuo settore come questione di importanza geopolitica nazionale in ogni paese, se non hai fatto capire che cosa il tuo settore rappresenta per ogni nazione, allora la narrazione della Commissione ti ignora completamente. Non c’è nulla da fare.

Il caso: la Green Claims Directive bloccata

La Commissione europea aveva proposto di irrigidire al massimo la comunicazione dei claim ambientali delle aziende. Era presentata come protezione contro il greenwashing. In realtà, significava regolamentare la sostenibilità con uno standard che avrebbe asfissiato qualsiasi sforzo autentico. Prove scientifiche impossibili da raccogliere. Certificazioni triple. Per le PMI non era un ostacolo, ma un incubo. Per le micro-imprese era il blocco totale.

La tentazione per tutti era la solita. Aspettare. Reagire quando il testo fosse finito. Correre al Parlamento a chiedere favori dell’ultimo minuto. Chi ha capito il gioco ha fatto il contrario. Si è mosso anni prima. Ha radicato il settore nei singoli paesi europei. Ha coinvolto le associazioni industriali nazionali. Ha creato tavoli permanenti con i ministeri. Ha sviluppato studi rigorosi di impatto economico locale. Ha coltivato un sentimento positivo nei singoli paesi. Ha fatto capire nei ministeri dell’economia e della ricerca che questo settore è importante, che la nostra innovazione autentica dipende da questo, che i nostri impegni climatici non sono parole vuote, sono fatti che questo settore sostiene.

Giugno 2025. Le negoziazioni finali della Green Claims Directive erano fissate per il 23 giugno. L’Italia, a Bruxelles, ha detto quello che doveva dire. Questo standard è impossibile per le nostre PMI. Questa regola blocca l’innovazione sostenibile autentica. Non era la voce di una lobby disperata. Era il governo italiano che considerava tutto questo come questione nazionale. Con le associazioni di categoria al loro fianco. Con studi concreti. Con consenso politico locale. Risultato: per la prima volta nella storia europea, una direttiva è stata bloccata. Non rinviata. Bloccata. La Commissione ha dovuto annunciare il ritiro della proposta.

La narrazione della Commissione, quella del proteggere i consumatori dal greenwashing, non ha retto di fronte al racconto più potente che veniva dal governo italiano e dalle sue associazioni di categoria. Quella regola blocca l’innovazione sostenibile autentica delle nostre aziende. Il background costruito negli anni precedenti, il radicamento nei singoli paesi, la percezione di importanza nazionale, il supporto governativo, si è dimostrato più forte della volontà politica della Commissione.

Chi non si era mosso prima non avrebbe nemmeno potuto stare al tavolo. Avrebbe scoperto che il gioco era già deciso, in riunioni dove non era stato invitato.

Quando l’azione pubblica diventa il tuo vantaggio

Hannah Arendt diceva che l’azione pubblica non è quello che fai da solo in una stanza. È quello che fai con altri, al cospetto di altri. Se non agisci pubblicamente in ogni paese europeo, se non costruisci questo radicamento geopolitico simultaneamente, altri lo faranno. E il loro script diventerà la realtà per i decenni a venire.

Giddens capiva profondamente qualcosa che la maggior parte della sociologia ha ignorato. La struttura non è fissa, non è come una cattedrale che una volta costruita rimane lì. È l’insieme di pratiche che ripeti. È viva. La cambi creando alleanze nei singoli paesi, nuove conversazioni con i ministeri, nuove reti di associazioni industriali. Pratiche diverse ripetute con altri attori in molteplici paesi creano strutture diverse. Questo è quello che Giddens chiamava structuration.

Ecco perché una frase latina vale più di cento discorsi. Legitimae sunt actiones quae ante agitur quam cataclysmus venit. Le azioni che davvero contano, le azioni che costruiscono il terreno su cui poi tutti cammineranno, le azioni che influenzano come una regolazione sarà implementata, sono quelle che fai prima che la crisi arrivi. E che fai simultaneamente in ogni paese europeo. Non inseguire le questioni quando arrivano a Bruxelles. Anticiparle. Averle già strutturate, radicate, supportate dai governi nazionali. L’advocacy non è difesa. È creazione di realtà geopolitica. È il vero lavoro del potere.

Se non sai chi sono i tuoi veri alleati nei governi nazionali europei, se non conosci le conversazioni di policy reali che stanno accadendo in ogni ministero, se non hai radicato il tuo settore come questione di importanza geopolitica nazionale in ogni paese, va bene così. Continua a fare le cose come le hai sempre fatte. Continua a scrivere i comunicati, continua a reagire quando arriva la crisi, continua a pensare che basti dire le cose giuste al momento giusto. Intanto, qualcun altro sta facendo qualcosa di completamente diverso. Qualcuno che è più sveglio, più paziente, più strategico, molto più coordinato. Sta costruendo il supporto dei governi attraverso le associazioni di categoria. Sta costruendo la credibilità nei singoli paesi. Sta coltivando il sentimento positivo di importanza economica in ogni capitale europea. E quando arriva il momento della decisione a Bruxelles, i governi si muoveranno naturalmente a suo favore. Perché sanno di avere qualcosa da perdere se non lo fanno. E quella sarà l’unica realtà che tutti ricorderanno e seguiranno.


Filippo De Caterina è consulente in non-market strategy e corporate diplomacy, con un background in comunicazione istituzionale, corporate affairs e media. Ha lavorato in L’Oreal, Costa Crociere e Mediaset. Ha oltre trentacinque anni di esperienza in questi ambiti. Se questo numero ti è piaciuto, condividilo con un collega che ha ancora il tempo di decidere prima che altri decidano per lui.


Riferimenti bibliografici

Arendt, H. (1958). Vita activa. La condizione umana. Bompiani, Milano [trad. it. S. Finzi, 1997].

Baron, D. P. (1995). Integrated strategy: market and nonmarket components. California Management Review, 37(2), 47-65.

Giddens, A. (1984). La costituzione della società. Lineamenti di teoria della strutturazione. Edizioni di Comunità, Milano [trad. it. G. Rigamonti, 1990].

Granovetter, M. (1973). The strength of weak ties. American Journal of Sociology, 78(6), 1360-1380.

Henisz, W. J. (2016). The political constraint index (polcon) dataset. University of Pennsylvania, Wharton School.

Kotler, P., & Sarkar, C. (2020). Brand activism. Dal purpose all’azione. Hoepli, Milano [trad. it. S. Addamiano].

Nietzsche, F. (1886). Oltre il bene e il male. Adelphi, Milano [trad. it. F. Fortini, 1971].

Ricœur, P. (1984). Tempo e racconto. Jaca Book, Milano [trad. it. G. Grampa, 1986].