Le linee guida del CSM per gli Uffici Giudiziari. Svolta strategica per le Relazioni pubbliche e istituzionali.

Le linee guida del CSM per gli Uffici Giudiziari. Svolta strategica per le Relazioni pubbliche e istituzionali.

Da una attenta disamina della Delibera del CSM del 10 giugno 2026, emerge subito che non si tratta di un mero adempimento burocratico ma che siamo di fronte a una vera e propria riforma paradigmatica in cui la Magistratura riconosce formalmente la protezione reputazionale della persona come valore costitutivo e ordinante dell’azione pubblica, affiancandola strutturalmente al principio della presunzione di innocenza.

Per la nostra comunità professionale, questa delibera non è solo un quadro regolatorio per la Magistratura, ma si configura come una straordinaria leva strategica per tre macro-aree delle Relazioni Pubbliche: la comunicazione giudiziaria (Litigation PR), le Relazioni Legislative e la Comunicazione Istituzionale.

Infatti, nell’ecosistema digitale in cui viviamo, il “processo mediatico anticipato” produce spesso danni reputazionali immediati e irreversibili su aziende e individui, ben prima di qualsiasi sentenza. Stabilendo che la comunicazione istituzionale della Magistratura debba obbedire a cinque requisiti essenziali – ovvero essere veranecessariaproporzionatariparabile e aggiornata – il CSM mutua e valida le migliori pratiche delle RP.

La netta gerarchia introdotta (il comunicato scritto neutro come modalità ordinaria e lo stop ai nomi in codice suggestivi dei maxiblitz) punta a prevenire la spettacolarizzazione e l’iper-personalizzazione dei flussi informativi. Il vero punto di svolta per i professionisti risiede nell’introduzione del dovere di riequilibrio e aggiornamento. Questa simmetria informativa legittima le Litigation PR non come uno strumento di opacità, ma come una funzione di garanzia, trasparenza e rispetto profondo della dignità della persona.

Le linee-guida del CSM definiscono quindi uno standard deontologico e operativo applicabile come benchmark all’intera Pubblica Amministrazione. Imponendo un lessico neutro, privo di aggettivazioni enfatiche, e vietando tassativamente l’uso dei profili social personali dei magistrati per commenti o anticipazioni d’ufficiola delibera traccia un confine rigido a tutela dell’apparenza di imparzialità e indipendenza.

Per chi si occupa di comunicazione istituzionale, questo impianto rappresenta un modello di accountability. Dimostra infatti come la comunicazione pubblica debba focalizzarsi unicamente sul concreto interesse pubblico e sulla trasparenza dei processi, escludendo logiche di visibilità personale.

Sul fronte dei Public Affairs le nuove linee guida offrono importanti spunti di scenario ossia una Giustizia che comunica in modo più prevedibile, rigoroso e basato unicamente su canali ufficiali tracciabili. Pertanto i professionisti che supportano i decisori pubblici o che gestiscono il rischio istituzionale, questo testo funge da indicatore di tendenza verso una maggiore coerenza istituzionale. Permette quindi di mappare meglio l’evoluzione delle politiche pubbliche in materia di giustizia, offrendo una solida base argomentativa per promuovere riforme legislative orientate al giusto processo, anche sul piano della narrazione pubblica. Con questo testo, il CSM delinea finalmente un terreno d’incontro omogeneo tra diritto all’informazione e tutela della reputazione, riconoscendo implicitamente il valore delle Relazioni Pubbliche come pilastro essenziale di uno Stato di diritto moderno.




Cari brand, stupiteci; anzi, meravigliateci!

Cari brand, stupiteci; anzi, meravigliateci!

L’emozione, così centrale per il marketing e l’advertising, in quanto funzionale – come conferma la teoria dei marcatori somatici – a “fissare il ricordo”, non è uno dei pilastri fondamentali per la costruzione di buona reputazione, che si basa invece principalmente su qualità del prodotto o servizio, autenticità e capacità di ascolto[1]; pur tuttavia, è certamente un acceleratore di processo per quei brand che puntano a diventare Lovemark.

In questi ultimi anni burrascosi, la comunicazione ci insegna che i marchi sono a corto di energie, e una fascia sempre crescente di persone nel mondo si aspetta grandi performance dai prodotti e dai servizi delle aziende, cercando esperienze che diventino emozioni: per questo, sempre più spesso i brand impegnano le proprie forze per tentare di essere all’altezza delle aspettative, al punto che ormai dire che le automobili sono comode e partono al primo colpo, le patatine sono croccanti e i piatti brillano che di più non si può è una cosa così scontata da non far più breccia nei cuori – e nel portafogli – di quelli che una volta si definivano “consumatori”.

Ricambiare il rispetto

I brand che amiamo trascendono il concetto di marchio puro e semplice, perché le loro performance superano le nostre aspettative. Lovemark significa non solo amore, ma anche rispetto reciproco, percepito dal cliente e ricambiato dal brand. L’antica ricerca[2] di Saatchi & Saatchi[3], datata ma sempre d’attualità, riacquista nuova centralità in questo periodo di affermazione della reputazione come dimensione strategica della vita d’impresa, e conferma che i brand più ambiziosi raggiungono il cuore e la mente con l’utente creando una connessione intima ed emotiva con esso, fino a fare dell’identificazione con il proprio marchio preferito un vero e proprio tema identitario: elimina un marchio e le persone ne troveranno un altro con cui sostituirlo; elimina un Lovemark e la gente si lamenterà a gran voce per la sua assenza.

Il campione esaminato da quella ricerca all’epoca affermò – nella metà dei casi – di apprezzare di più le persone che scelgono le proprie stesse Lovemarks; nove intervistati su dieci riferirono che la propria Lovemark si adattava “al modo in cui sognano sé stessi”, e due intervistati su tre definirono la propria Lovemark come “qualcosa da difendere”.

Elimina un Lovemark e la gente si lamenterà a gran voce per la sua assenza.

Il grande amore per un (o una, come scrivono alcuni) Lovemark è trasmesso attraverso tre intangibili – ma allo stesso tempo concreti – ingredienti: mistero, sensualità e intimità; storie, metafore, sogni e simboli, costruiti grazie a uno storytelling efficace. E non è certo una questione di prezzo, che risulta essere rilevante solo per un intervistato su dieci. Come dire: “sono disposto a pagare di più per avere qualcosa che mi emoziona”. I brand più influenti contribuiscono a rendere la nostra vita migliore, più interessante e più significativa; ma essere influenti non è un compito facile: per esserlo, bisogna essere anche rilevanti, avere un impatto concreto sul modo in cui le persone vivono. E una delle strategie più efficaci per costruire questo genere di potente relazione, creando un ponte d’emozione, è sicuramente quella centrata su un alto livello di scambio.

Relazionarsi, per esistere

Prendersi cura dell’ambiente che circonda l’azienda, e degli interessi di tutti gli stakeholder, comporta la costruzione, appunto, di un rapporto di relazione con essi. E sul binario della relazione scambiamo qualcosa. Uno scambio inesistente, se prendiamo solo e non diamo nulla in cambio; in modo insufficiente, se diamo meno di quello che riceviamo;   se diamo esattamente ciò che ci si aspetta da noi; e – infine, ed è l’unico tipo di scambio realmente di valore per chi vuole costruire buona reputazione – in modo abbondante, se diamo qualcosa in più rispetto a ciò che era desiderato e atteso dall’utente, generando, in qualche modo, meraviglia, e – nei casi più riusciti – avviando un vero e proprio percorso di ristrutturazione cognitiva e di cambiamento di prospettiva riguardo al valore del brand, processo questo che – in piccola misura – secondo gli scienziati può addirittura trasformare la struttura del nostro cervello.

Immaginate di individuare online la lampada da scrivania giusta per voi e di procedere con l’acquisto. La lampada in questione verrà consegnata rispettando alla perfezione i tempi di consegna, in condizioni eccellenti, impacchettata con cura con un packaging di qualità e esteticamente accattivante, interamente composto da materiali riciclati e accompagnata da una lampadina di ricambio e un biglietto che oltre a ringraziarci per l’acquisto, ci offre uno sconto valido 2 mesi per acquisti presso la stessa catena, informandoci inoltre che la spedizione è stata effettuata cercando di abbattere al massimo le emissioni di CO2. Ebbene, stiamo ottenendo qualcosa in più rispetto a ciò che ci aspettavamo in base a quanto avevamo pagato, e il delta intercorrente tra l’aspettativa e la realtà, lungi dall’essere uno spreco di risorse per l’organizzazione, si rivelerà anzi essere l’asset più prezioso, scambiabile a sua volta con un aumento dell’ampiezza della licenza di operare del brand. Ma al giorno d’oggi quanto è raro meravigliarsi per lo scambio generato da un’impresa o da un professionista?

La meraviglia: motore di benessere

In un bell’articolo per Die Zeit, Wenke Husmann riflette sullo straordinario potere della meraviglia. Da bambini, ci stupivamo per un nonnulla: ogni colore, ogni sensazione, ogni evento curioso o imprevisto generavano stupore. Da quando con l’illuminismo gli scienziati hanno incominciato a indagare il mondo in modo più empirico, la meraviglia è stata ricondotta a una spiegazione razionale: un’aurora boreale è semplicemente una collisione tra elettroni, e l’amore null’altro è che una felice combinazione di ormoni.

Max Weber scriveva che “la meraviglia è un sentimento ingenuo, provato dalle anime semplici, dai matti e dai bambini, o da innamorati, poeti e devoti”; Weber aveva forse dimenticato Platone, che spiegava come la profonda meraviglia è l’approccio fondamentale del filosofo che cerca la verità dietro i fenomeni quotidiani, e anzi che “la filosofia comincia, appunto, con la meraviglia[4]. Ed egualmente doveva essere stata una sensazione di meraviglia quella provata da Isaac Newton quando, osservando le mele cadere nel suo giardino, ipotizzò per la prima volta la legge di gravitazione universale.

La meraviglia, in ogni caso, è un’emozione assai complessa: ha in sé entusiasmo misto ad ammirazione, ed è quella sensazione di lieve stupore – scrive la Husmann – “che fa spalancare gli occhi, esclamando wow”!

È interessante ricordare come le emozioni intense abbiano sempre avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della specie: la paura proteggeva dai predatori, il godimento fisico ci invogliava ai rapporti sessuali garantendo così la procreazione, e la rabbia dava l’energia per superare con determinazione grandi ostacoli.

Tuttavia, per molto tempo, gli scienziati si sono occupati principalmente di studiare le emozioni negative, in quanto disfunzionali, al fine di comprendere come gestirle meglio. Anna Oliverio Ferraris, ricercatrice di grande esperienza, Professore alla Sapienza di Roma e autrice – tra le sue numerose pubblicazioni – del bel manuale “Le età della mente”[5], ci racconta come siano stati pubblicati a profusione studi sugli aspetti negativi e patologici dell’umore – depressioni, disturbi bipolari, psicosi, eccetera – mentre sono rarissimi quelli sugli stati “positivi”: tutta la tradizionale ricerca psicobiologica ruota intorno all’infelicità umana, mentre il tema della felicità e dei meccanismi che la generano – sia essa la felicità di un singolo che di un’intera comunità – sono da sempre sorprendentemente trascurati, quasi fossero vittima di una qualche preclusione ideologica. Solo successivamente i ricercatori hanno dedicato attenzione a quelle positive come l’affetto e l’empatia, e infine – da appena una ventina d’anni – si sono potuti leggere studi scientifici sulla meraviglia.

Eftichia Stamkou, dell’Università di Amsterdam, con i suoi esperimenti ha dimostrato come provare meraviglia interagisca con il nervo vago, che collega il cervello al cuore e ai polmoni: un vero e proprio “istruttore di Yoga interno” che fa rallentare – tra le altre cose – il battito del cuore quando ci rilassiamo molto. “Provare meraviglia non solo ci fa sentire bene” – ha detto Stamkou – “ma è in grado di rendere le persone più empatiche e generose, e può contribuire, attraverso piccoli gesti di gentilezza, a rendere il mondo un posto migliore”.

Volendo osservare questi fenomeni dal punto di vista di un imprenditore o di un manager, è da anni che si indaga il ruolo dell’umore degli esseri umani nelle performance delle organizzazioni sociali complesse come le aziende. Nell’incipit di un articolo sul rapporto tra biopsicologia e qualità del lavoro in azienda[6], si legge che François Michelin, l’uomo che portò la sua fabbrica di pneumatici a essere leader mondiale assoluta nel proprio settore, in una straordinaria intervista rilasciata in età già avanzata affermava che “‘tagliare pietre’ e ‘costruire cattedrali’, ancorché atti simili, sono in realtà azioni ben diverse”: pensare al futuro, dando concretezza alle proprie passioni e ai propri sogni, non perdendo la capacità di meravigliarci, è scientificamente dimostrato che giovi non solo al business, ma anche alla qualità dell’esistenza delle persone; non in astratto, ma concretamente, dal punto di vista biochimico, ormonale e neurologico.

Autorevoli studi confermano che le persone ottimiste e tendenzialmente felici – che sono poi quelle in grado di non vergognarsi per una sincera meraviglia – hanno una più elevata attività cerebrale nel lobo prefrontale sinistro, una zona della corteccia coinvolta negli stati umorali, e gli stessi studi confermano che i loro livelli di anticorpi sono sempre più elevati che non nei soggetti depressi o tristi, e che quindi i “creativi-ottimisti” riescono a resistere meglio agli attacchi esterni di batteri e virus. In definitiva, sono “più sani”, sia psicologicamente che fisicamente, e quindi – tendenzialmente – vivranno più a lungo.

Il cervello è infatti un organo estremamente plastico ed è impegnato in una continua metamorfosi, e in un inarrestabile processo di ridefinizione, dall’infanzia alla vecchiaia: anche in un organismo adulto, la mappa somatosensoriale si modifica a seguito dei vari cambiamenti di informazione provenienti dalla periferia dell’organismo e anche dall’esterno; un’intensa e continua “immersione” in un ambiente ricco di stimoli positivi e costantemente proiettato a immaginare “scenari futuri”, influenzerà le memorie semantiche dell’individuo, il mantenimento in buono stato delle quali è un efficace indice di controllo per verificare lo stato di invecchiamento di ogni persona[7].

Per tornare a quella che pare essere tra le più impattanti delle emozioni positive generate da una positiva e costruttiva relazione, la meraviglia, a Berkeley, California – già patria degli studi sulla logica fuzzy negli anni ’60, strettamente correlati ai più innovativi metodi di mappatura degli stakeholder[8] – hanno studiato come le emozioni positive influiscono sugli indici di infiammazione del sangue: e la meraviglia è quella tra le emozioni che più è in grado di abbassarli virtuosamente, migliorando anche la qualità del sonno e mitigando ansia e depressione.

In quell’Università è stato creato recentemente un Centro di ricerca e formazione dove le emozioni positive sono studiate dal punto di vista scientifico, diretto dal docente Dacher Keltner, che nel suo ultimo libro ha scritto che “la meraviglia offre agli esseri umani vantaggi evolutivi decisivi”[9]. Le ricerche di Keltner mettono in luce che la differenza fondamentale tra la meraviglia e le altre emozioni positive è che essa mette in relazione l’individuo con ciò che lo circonda: “mentre ad esempio l’orgoglio o la soddisfazione sono tendenzialmente rivolti all’interno del proprio sé, davanti a qualcosa che genera meraviglia ci sentiamo proiettati verso l’esterno”.

Quando ci meravigliamo, cerchiamo immediatamente l’altro, per gioire insieme, stupirci, e condividere l’emozione. La meraviglia in definitiva può renderci più cooperativi e meno narcisisti, rafforzando le relazioni, personali come di lavoro, ridimensionando il nostro ego a favore di emozioni di tipo cooperativo, e riducendo nel contempo – confermano gli studi – l’attività delle aree cerebrali, l’amigdala in particolare, che servono a mettere in guardia dai pericoli. Questo cambiamento di attitudine aiuta anche a gestire meglio situazioni stressanti o complesse, perché il cambiamento di percezione generato dal provare meraviglia ci porta ad essere più curiosi verso le novità.

E – soprattutto – ci fa abbassare le barriere, rafforzando la qualità delle relazioni.

Costruire valore attraverso le relazioni

Se è vero che la meraviglia costruisce ponti di empatia, e non è una caratteristica propria solo dei bambini – anche gli adulti possono tornare a provarla – queste riflessioni, solo apparentemente astratte, dovrebbero apparire di straordinaria attualità per quei brand che sono alla ricerca di elementi distintivi nel modo in cui desiderano essere percepiti dai vari pubblici con i quali sono in relazione, costruendo un rapporto di vera fiducia, e, così facendo, orientando positivamente i comportamenti di acquisto, e costruendo più valore, duraturo nel tempo.

In questo mondo diventato insopportabilmente banale e sciatto, dove troppo spesso il marketing genera all’utente cocenti delusioni attraverso una costante over-promise, con un’incolmabile distanza tra ciò che viene pubblicizzato e ciò che viene consegnato, dove una folle rincorsa al taglio dei costi per aumentare le marginalità nel breve termine è diventata la regola, e dove l’interrelazione con un brand è sempre più spesso mediata dall’intelligenza artificiale che gestisce freddi e inefficienti call-center, tornare a promuovere un approccio umano-centrico, in grado di fare della qualità della relazione tra aziende e cliente il più prezioso degli asset intangibili, dovrebbe essere un nuovo e concreto obiettivo di business.

Brand, dateci ciò che promettete: meravigliateci.


[1] Poma L, Grandoni G, Il reputation management spiegato semplice, Celid, Torino, 2021

[2] Roberts, K., Lovemarks: The future beyond brands, Powerhouse books, 2004

[3] Una tra le più importanti agenzie pubblicitarie al mondo, fondata a Londra nel 1970 dai fratelli Charles e Maurice Saatchi

[4] fonte: Teeteto, dialogo di Platone riconducibile alla fase della maturità, collocabile tra il 386-367 a.c.

[5] Oliverio, A., Ferraris, A. O., & Comazzi, D., Le età della mente, Corriere della sera, 2012

[6] Smith, A., The Theory of Moral Sentiments, Università di Glasgow, Regno Unito, 1759

[7] Costa E., Il cervello e la mente: dal neurone al comportamento, CIC Edizioni Internazionali, Roma (2004)

[8] Poma L.; Innovative tools for stakeholder’s mapping and integrated reporting, International Marketing Trends Conference, Parigi, 2020

[9] Keltner D, Wow, ed. Il Saggiatore, Milano (2023)




META SOTTO ACCUSA 2025-2026

META SOTTO ACCUSA 2025-2026

Ho letto della recente, ennesima indagine aperta dalla Commissione europea nei confronti di Meta per presunta violazione del DSA (questa volta nel mirino c’è il design “che crea dipendenza” di Facebook e Instagram: scroll infinito, autoplay, notifiche push, raccomandazioni cucite su misura).

Strano. Il colosso di Menlo Park è notoriamente così attento alla nostra privacy, alla tutela dei nostri dati e (soprattutto) a quella dei minori.

E infatti le numerose sanzioni e le indagini aperte a latere nei confronti della società di Zuckerberg confermano questa particolare attenzione: 200 milioni di euro di sanzione DMA, 479 milioni di condanna in Spagna (542 con gli interessi) per concorrenza sleale fondata su violazioni del GDPR, 220 milioni di dollari confermati in appello in Nigeria, quattro fascicoli DSA aperti a Bruxelles, un’indagine antitrust sull’accesso dei chatbot concorrenti a WhatsApp. Un palmarès invidiabile.

Nel frattempo, dall’India, arriva un’ulteriore conferma di questa vocazione protettiva: il Ministero dell’IT ha notificato a Meta una diffida formale dopo che un’inchiesta della BBC ha documentato annunci a pagamento su Instagram che promuovevano materiale pedopornografico (annunci che, pare, avevano superato i sistemi di moderazione preventiva). Sette giorni per fornire spiegazioni. Meta, ovviamente, ricorda di avere una “zero tolerance policy”.

A fronte di questa ennesima notizia ho quindi chiesto al mio amico Claude di aiutarmi a riassumere, per il biennio 2025-2026, quali siano state le sanzioni erogate nei confronti di Meta e quali siano le indagini ancora aperte (con le accuse oggetto di accertamento e gli importi, tutto verificato su fonti primarie).

Il risultato è l’infografica di sintesi che segue: quattro fronti (GDPR, DSA, DMA, concorrenza sleale e antitrust), dieci tavole, tre lezioni finali per chi si occupa di compliance.

E qui il discorso smette di essere ironico. Quando le dichiarazioni formali di intenti non trovano riscontro in un’attenzione concreta alla tutela dei diritti, lo scostamento tra il dichiarato e il praticato si traduce in un progressivo logoramento della reputazione aziendale. Una società di questa portata dovrebbe essere la prima a sapere che la coerenza tra ciò che si proclama e ciò che si mette in pratica non è un esercizio di stile: è il fondamento stesso del capitale reputazionale.

Buona lettura.

Tavola 1 · Copertina: il quadro 2025-2026 in tre numeri
Tavola 2 · I quattro fronti e la legenda semaforo
Tavola 3 · DMA: la sanzione da 200 milioni per il modello “pay or consent”
Tavola 4 · DSA: gli addebiti preliminari sul design che crea dipendenza
Tavola 5 · DSA: la tutela dei minori di 13 anni
Tavola 6 · DSA: trasparenza verso i ricercatori e integrità elettorale
Tavola 7 · GDPR: Meta AI e il nodo “consent or pay”
Tavola 8 · Concorrenza sleale: le condanne in Spagna e Nigeria
Tavola 9 · Antitrust: Meta AI in WhatsApp (AGCM e Commissione europea)
Tavola 10 · FTC v. Meta e tre lezioni di compliance

*Analisi condotta con supporto AI secondo le linee guida CCBE/CNF




Bando Rai, da politica appello bipartisan per pari opportunità agenzie di stampa

Bando Rai, da politica appello bipartisan per pari opportunità agenzie di stampa

ROMA (ITALPRESS) – Continua a fare discutere il bando di “Gara europea a procedura aperta, articolata in 7 lotti, per l’affidamento di contratti aventi ad oggetto la fornitura dei servizi di informazione, media office e di prodotti videofotografici da parte di agenzie di stampa e fotografiche” pubblicato dalla Rai. Dopo la presa di posizione di ieri del sindacato Figec, oggi sono numerosi gli interventi dal mondo della politica, di tutti gli schieramenti, che chiedono pari opportunità per le agenzie di stampa.
“Condivido le forti preoccupazioni sul nuovo bando Rai per le agenzie di stampa. Un appalto di quasi 30 milioni di euro non può essere costruito in modo da rendere, di fatto, più difficile la partecipazione di molte realtà editoriali che ogni giorno garantiscono informazione professionale e di qualità – afferma la presidente della Commissione di Vigilanza Rai Barbara Floridia -. Il servizio pubblico ha il dovere di promuovere il pluralismo, non di restringerlo. Chiedo alla Rai di fare tutto ciò che è necessario per garantire pari opportunità, equità e condizioni realmente competitive, correggendo ogni criticità del bando. Perchè la qualità dell’informazione si difende anche assicurando a tutti la possibilità di competere ad armi pari”.
“Ho raccolto il grido d’allarme di varie agenzie in merito al bando di gara della Rai in materia. Invito l’azienda a un approfondimento per valutare soluzioni che garantiscano maggiore equilibro a tutela del pluralismo. Il mondo delle agenzie è essenziale e merita ascolto e rispetto”, spiega il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, membro della Vigilanza Rai. Anche i componenti Pd della Commissione di Vigilanza esprimono in una nota congiunta “forte preoccupazione per le criticità emerse sul nuovo bando Rai per l’affidamento dei servizi delle agenzie di stampa. Un appalto di quasi 30 milioni di euro deve essere improntato ai principi di trasparenza, concorrenza e valorizzazione del pluralismo dell’informazione, evitando criteri che possano restringere la partecipazione o determinare effetti discriminatori nei confronti di operatori qualificati”.
“Il servizio pubblico radiotelevisivo ha il dovere di garantire il massimo di pluralismo e di assicurare condizioni di accesso e competizione eque per tutte le agenzie che possiedono i requisiti richiesti. La Rai verifichi le criticità che sono state segnalate e preveda le opportune modifiche al bando per assicurare pari opportunità, reale concorrenza e la più ampia partecipazione possibile”, spiega il deputato dem Andrea De Maria.
“Le criticità del nuovo bando Rai per l’affidamento dei servizi delle agenzie di stampa arrivano in un momento di forte crisi del settore, in cui emerge tutta l’importanza di avere un’informazione libera e plurale. Per questo il nostro auspicio è che venga modificato il bando garantendo maggiore concorrenza nelle procedure di affidamento, affinchè tutte le agenzie possano partecipare, senza preclusioni”, afferma il segretario di Più Europa Riccardo Magi.
Di bando “a dir poco discriminante” parla Saverio Romano, coordinatore politico di Noi Moderati. “L’obiettivo è chiaro – aggiunge -: penalizzare e far morire le imprese giornalistiche medio-piccole che offrono l’imprescindibile servizio delle agenzie di stampa, allo scopo di privilegiare solo le grandi. E’ a dir poco inaccettabile”.
Per il capogruppo in Senato di AVS Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di palazzo Madama e componente della Vigilanza Rai, il bando “è da rivedere. Le giuste preoccupazioni delle agenzie sul pluralismo dell’informazione vanno ascoltate. La Rai deve fare di tutto per garantire pari opportunità e pluralismo modificando il bando contestato. Il servizio pubblico deve garantire il massimo del pluralismo delle fonti e assicurare parità di accesso. Non fare il contrario”.
“Comunicazione Italiae esprime forte preoccupazione per quanto emerso in relazione al bando Rai per l’affidamento dei servizi delle agenzie di stampa, rispetto al quale sono state sollevate autorevoli contestazioni circa la presenza di requisiti che rischierebbero di comprimere la partecipazione delle piccole e medie realtà del settore”, affermano in una nota congiunta Luca Poma, presidente di Comunicazione Italiae, e Angelo Argento, presidente di Cultura Italiae.
“Il pluralismo dell’informazione rappresenta uno dei pilastri della democrazia e della vita costituzionale del Paese. Per questo motivo, ogni procedura pubblica che riguarda la produzione e la distribuzione delle notizie deve essere ispirata ai principi di apertura, concorrenza, trasparenza e pari opportunità – proseguono -. L’esistenza di un ecosistema informativo ricco, diffuso e plurale costituisce una garanzia non solo per gli operatori economici, ma soprattutto per i cittadini, che hanno diritto a un’informazione libera, indipendente e non concentrata nelle mani di pochi soggetti”.
“Più che per mettere a gara dei servizi, il bando della Rai rivolto alle agenzie di stampa sembra puntare a una sorta di selezione darwiniana a danno delle realtà medie e piccole”. Così Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva. “I requisiti fissati dal bando sono tali che paiono pensati per escludere alcune agenzie. Per agenzie come Italpress, Mf-Newswire, 9Colonne e Nova i servizi richiesti e la struttura necessaria per poter partecipare sono oggettivamente proibitivi. Il rischio di mortificare la preziosa esperienza di tanti giornalisti e penalizzare storiche realtà del nostro panorama informativo è evidente. Per questo chiediamo alla Rai di correggere requisiti che sono palesemente discriminatori”, conclude Faraone.
“L’allarme lanciato da alcune agenzie di stampa non può cadere nel vuoto. La Rai apra una riflessione e valuti ogni possibile iniziativa utile a garantire un maggiore pluralismo e un’informazione sempre più di qualità. In quanto principale azienda culturale e informativa del Paese, il servizio pubblico ha il dovere di ascoltare tutte le voci e di tenere conto delle preoccupazioni espresse dagli operatori del settore”. Così, in una nota, Mariastella Gelmini, senatrice di Noi Moderati e componente della Commissione Vigilanza Rai.
“Esprimo molte perplessità per le modalità con cui la Rai sta esercitando l’affidamento dei contratti aventi ad oggetto la fornitura dei servizi di informazione, media office e di prodotti videofotografici da parte di agenzie di stampa e fotografiche e raccolgo l’appello del sindacato Figec che chiede pari opportunità per le agenzie di stampa”, dichiara a Italpress il deputato della Lega, componente della Commissione Vigilanza della Rai, Stefano Candiani. “Queste regole, che escludono la maggior parte delle agenzie, non corrispondono alla necessità di pluralismo e di garanzia di una corretta informazione, che sono i presupposti del contratto di esercizio della Rai. Chiederò informazioni in Commissione Vigilanza non appena ce ne sarà data opportunità” aggiunge.




Bando Rai, da politica appello bipartisan per pari opportunità agenzie di stampa

ROMA (ITALPRESS) – Continua a fare discutere il bando di “Gara europea a procedura aperta, articolata in 7 lotti, per l’affidamento di contratti aventi ad oggetto la fornitura dei servizi di informazione, media office e di prodotti videofotografici da parte di agenzie di stampa e fotografiche” pubblicato dalla Rai. Dopo la presa di posizione di ieri del sindacato Figec, oggi sono numerosi gli interventi dal mondo della politica, di tutti gli schieramenti, che chiedono pari opportunità per le agenzie di stampa. “Condivido le forti preoccupazioni sul nuovo bando Rai per le agenzie di stampa. Un appalto di quasi 30 milioni di euro non può essere costruito in modo da rendere, di fatto, più difficile la partecipazione di molte realtà editoriali che ogni giorno garantiscono informazione professionale e di qualità – afferma la presidente della Commissione di Vigilanza Rai Barbara Floridia -. Il servizio pubblico ha il dovere di promuovere il pluralismo, non di restringerlo. Chiedo alla Rai di fare tutto ciò che è necessario per garantire pari opportunità, equità e condizioni realmente competitive, correggendo ogni criticità del bando. Perchè la qualità dell’informazione si difende anche assicurando a tutti la possibilità di competere ad armi pari”. “Ho raccolto il grido d’allarme di varie agenzie in merito al bando di gara della Rai in materia. Invito l’azienda a un approfondimento per valutare soluzioni che garantiscano maggiore equilibro a tutela del pluralismo. Il mondo delle agenzie è essenziale e merita ascolto e rispetto”, spiega il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, membro della Vigilanza Rai. Anche i componenti Pd della Commissione di Vigilanza esprimono in una nota congiunta “forte preoccupazione per le criticità emerse sul nuovo bando Rai per l’affidamento dei servizi delle agenzie di stampa. Un appalto di quasi 30 milioni di euro deve essere improntato ai principi di trasparenza, concorrenza e valorizzazione del pluralismo dell’informazione, evitando criteri che possano restringere la partecipazione o determinare effetti discriminatori nei confronti di operatori qualificati”. “Il servizio pubblico radiotelevisivo ha il dovere di garantire il massimo di pluralismo e di assicurare condizioni di accesso e competizione eque per tutte le agenzie che possiedono i requisiti richiesti. La Rai verifichi le criticità che sono state segnalate e preveda le opportune modifiche al bando per assicurare pari opportunità, reale concorrenza e la più ampia partecipazione possibile”, spiega il deputato dem Andrea De Maria. “Le criticità del nuovo bando Rai per l’affidamento dei servizi delle agenzie di stampa arrivano in un momento di forte crisi del settore, in cui emerge tutta l’importanza di avere un’informazione libera e plurale. Per questo il nostro auspicio è che venga modificato il bando garantendo maggiore concorrenza nelle procedure di affidamento, affinchè tutte le agenzie possano partecipare, senza preclusioni”, afferma il segretario di Più Europa Riccardo Magi. Di bando “a dir poco discriminante” parla Saverio Romano, coordinatore politico di Noi Moderati. “L’obiettivo è chiaro – aggiunge -: penalizzare e far morire le imprese giornalistiche medio-piccole che offrono l’imprescindibile servizio delle agenzie di stampa, allo scopo di privilegiare solo le grandi. E’ a dir poco inaccettabile”. Per il capogruppo in Senato di AVS Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di palazzo Madama e componente della Vigilanza Rai, il bando “è da rivedere. Le giuste preoccupazioni delle agenzie sul pluralismo dell’informazione vanno ascoltate. La Rai deve fare di tutto per garantire pari opportunità e pluralismo modificando il bando contestato. Il servizio pubblico deve garantire il massimo del pluralismo delle fonti e assicurare parità di accesso. Non fare il contrario”. “Comunicazione Italiae esprime forte preoccupazione per quanto emerso in relazione al bando Rai per l’affidamento dei servizi delle agenzie di stampa, rispetto al quale sono state sollevate autorevoli contestazioni circa la presenza di requisiti che rischierebbero di comprimere la partecipazione delle piccole e medie realtà del settore”, affermano in una nota congiunta Luca Poma, presidente di Comunicazione Italiae, e Angelo Argento, presidente di Cultura Italiae. “Il pluralismo dell’informazione rappresenta uno dei pilastri della democrazia e della vita costituzionale del Paese. Per questo motivo, ogni procedura pubblica che riguarda la produzione e la distribuzione delle notizie deve essere ispirata ai principi di apertura, concorrenza, trasparenza e pari opportunità – proseguono -. L’esistenza di un ecosistema informativo ricco, diffuso e plurale costituisce una garanzia non solo per gli operatori economici, ma soprattutto per i cittadini, che hanno diritto a un’informazione libera, indipendente e non concentrata nelle mani di pochi soggetti”. “Più che per mettere a gara dei servizi, il bando della Rai rivolto alle agenzie di stampa sembra puntare a una sorta di selezione darwiniana a danno delle realtà medie e piccole”. Così Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva. “I requisiti fissati dal bando sono tali che paiono pensati per escludere alcune agenzie. Per agenzie come Italpress, Mf-Newswire, 9Colonne e Nova i servizi richiesti e la struttura necessaria per poter partecipare sono oggettivamente proibitivi. Il rischio di mortificare la preziosa esperienza di tanti giornalisti e penalizzare storiche realtà del nostro panorama informativo è evidente. Per questo chiediamo alla Rai di correggere requisiti che sono palesemente discriminatori”, conclude Faraone. “L’allarme lanciato da alcune agenzie di stampa non può cadere nel vuoto. La Rai apra una riflessione e valuti ogni possibile iniziativa utile a garantire un maggiore pluralismo e un’informazione sempre più di qualità. In quanto principale azienda culturale e informativa del Paese, il servizio pubblico ha il dovere di ascoltare tutte le voci e di tenere conto delle preoccupazioni espresse dagli operatori del settore”. Così, in una nota, Mariastella Gelmini, senatrice di Noi Moderati e componente della Commissione Vigilanza Rai.