Perché tanti incompetenti diventano leader?

Perché tanti incompetenti diventano leader?

Un libro di Chamorro-Premuzic analizza il fenomeno del rapporto tra competenza e leadership e punta il dito sui processi di selezione: «Premiano le qualità sbagliate»

Politici impreparati. Ministri privi di un curriculum all’altezza del ruolo. Boiardi che passano con disinvoltura da un incarico all’altro, senza conoscere neppure uno dei delicatissimi settori cui di volta in volta sono preposti. Dirigenti che rendono la vita impossibile a decine e decine di loro sottoposti, ostacolandone produttività e carriera… Se il nostro giudizio non fosse offuscato dai demoni del politicamente corretto, se un velo d’ipocrita perbenismo non c’impedisse di cogliere il reale volto delle cose, non faticheremmo molto a riconoscere che è proprio questo – la presenza di tanti incompetenti in posizione di comando – il vero demone che da anni ha preso in ostaggio il futuro del nostro paese. Lo certificano i dati. In uno studio condotto nel 2011 su un campione di circa 14.000 lavoratori, «i rispondenti hanno valutato positivamente appena il 26 per cento dei loro capi». Stesso dicasi per i governi e i capi di stato: «circa il 60 per cento delle persone nel mondo ritengono che il loro paese sia sulla strada sbagliata, per colpa dei loro leader».  

Prendiamo l’Argentina. Un secolo fa «era non solo la terra delle opportunità ma anche uno dei paesi più ricchi del mondo, con un PIL pro capite più alto di quello della Francia e della Germania. Eppure da allora l’Argentina è stata in costante declino, qualificandosi come uno dei pochi paesi del mondo in permanente moto retrogrado. La ragione principale? Un cattivo leader dopo l’altro».

Se dai governi passiamo al mondo del lavoro, il quadro non cambia: lo scarso impegno, la perdita di entusiasmo generata da leader intrattabili, incapaci e pieni di sé si traducono «in una perdita di produttività annua di circa 500 miliardi di dollari». A questo bisogna aggiungere che il 75 per cento delle persone che abbandonano la propria occupazione lo fa proprio a causa dell’ansia, della frustrazione generata da superiori mediocri, arroganti che creano problemi invece di risolverli; un fenomeno, questo del turnover, che comporta anch’esso una perdita stimata tra il 10 e il 30 per cento del monte salari annuo.

Eppure, a guardarsi intorno, ce ne sarebbero di persone competenti, esperte, adatte a guidare governi, imprese e istituzioni: perché costoro siedono in panchina, mentre tanti mediocri s’issano baldanzosi in plancia di comando? La colpa, spiega Tomas Chamorro-Premuzic, professore di Business Psychology all’University College di Londra e alla Columbia University (Perché tanti uomini incompetenti diventano Leader? Egea, pp. 188, € 25), è tutta da imputare all’inadeguatezza dei processi di selezione. «Quando gli uomini vengono selezionati per occupare posizione di vertice – spiega l’esperto di talent management – gli stessi aspetti che consentirebbero di predire il loro fallimento sono comunemente scambiati per indicatori di potenziale o di talento per la leadership e, come tali, persino esaltati». Ad esempio, «caratteristiche come l’eccessiva fiducia in sé stessi e il narcisismo dovrebbero essere interpretate come segnali di pericolo. Invece, ci spingono a dire: “Ah, che tipo carismatico! Ha la stoffa del leader”».

Insomma, i nostri sistemi di selezione esaltano «le caratteristiche del maschio alfa e cioè il protagonismo rispetto all’umiltà, l’estroversione rispetto alla sobrietà, la voce grossa rispetto all’understatement, l’azzardo rispetto alla saggezza». Il problema? Queste caratteristiche, se sono utili a imporsi come leader, sono del tutto inadatte per guidare un paese, un’impresa o una comunità di persone.

Prendiamo il caso di Justine, una persona reale ma con falso nome, la cui vicenda è esemplificativamente rievocata da Chamorro-Premuzic proprio per illustrare le tante distorsioni che insidiano i nostri sistemi di selezione: «(Justine) è un’esperta contabile belga brillante e curiosa, che ha passato gli ultimi quindici anni lavorando come responsabile finanziario di una grande organizzazione non governativa. Benché si sia prodigata costantemente al di là delle aspettative e sia vista dal suo capo come uno degli elementi più preziosi del team, raramente promuove sé stessa…preferisce concentrarsi sul proprio lavoro…lasciando che i risultati parlino da soli».

Purtroppo, quella adottata da Justine, è una strategia di assai dubbia efficacia in un mondo come quello delle progressioni di carriera, le cui ruote girano completamente all’incontrario rispetto a ciò che il buon senso (e le evidenze empiriche) imporrebbero: «Justine ha visto molti dei suoi colleghi passarle davanti, anche quando non sono in gamba come lei, ma, grazie alla sicurezza di sé e alla loro assertività, trasmettono l’impressione di essere non solo più competenti, ma anche più motivati e dotati delle attitudini tipiche del leader. E poiché possono continuare a fare affidamento su persone come Justine per mandare avanti la baracca, la loro incompetenza è spesso mascherata dal contributo silenzioso ma efficace di una Justine».

La cui vicenda ci consente di chiamare in causa il primo dei false friends dei processi di selezione: la sicurezza in sé, un attributo che molto spesso i cacciatori di teste e i selezionatori associano alla competenza e al potenziale di leadership. Eppure, evidenzia Chamorro-Premuzic, tra i due attributi (sicurezza di sé e competenza) non vi è alcuna correlazione. Al contrario, centinaia di studi hanno empiricamente documentato che esiste «una sovrapposizione inferiore al 10 per cento tra quanto le persone pensano di essere intelligenti (sicurezza in sé) e i punteggi reali dei test di intelligenza (competenza)».

Tradotto: la maggior parte degli individui tende a sovrastimare i propri talenti; e paradossalmente quelli che eccellono in questa pratica (aprendosi così numerose prospettive di carriera) sono proprio gli individui meno preparati. In fondo, chi sa è consapevole della limitatezza del sapere e per questo è in grado di riconoscere i propri limiti; al contrario, chi non sa (o sa poco) ritiene di sapere tutto e per questo si culla in una sicumera del tutto disfunzionale e fuori luogo. Il problema? Stante la distorsione dei nostri processi di selezione, molto spesso accade che i capi che ostentano maggiore sicurezza (e incompetenza) siano preferiti a quelli più competenti, umili e laboriosi che, proprio a causa di questi attributi, appaiono più cauti e insicuri agli occhi dei selezionatori. In tempi non sospetti lo aveva già evidenziato Bertrand Russell: «la causa fondamentale del disastro è che nel mondo moderno gli stupidi sono arroganti e pieni di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi».

La stessa cosa vale per il carisma, altro falso amico dei procacciatori di talenti. In molti pensano che questa caratteristica sia un ingrediente essenziale per una leadership di valore. Eppure, anche in questo caso, le evidenze empiriche ci dicono tutt’altro; ci dicono che i leader più efficaci, in politica come nel mondo delle imprese, non sono quelli più carismatici, ma quelli dotati di perseveranza e modestia, che approcciano la realtà in modo umile e sono pronti ad ammettere i propri errori.

Insomma, come Chamorro-Premuzic evidenzia a più riprese nel suo libro, «c’è un’enorme differenza tra i tratti della personalità e i comportamenti che occorrono per essere scelti come leader (sicurezza di sé, narcisismo, carisma) e i tratti e le competenze che occorrono per essere capaci di dirigere» (competenza e onestà). Ne deriva che se vogliamo far emergere dei buoni leader, cioè dei leader esperti, emotivamente stabili, consapevoli dei propri limiti e dotati di una buona dose di umiltà ed empatia, dobbiamo profondamente ripensare gli attuali criteri di selezione, poiché sono proprio quest’ultimi, per come sono oggi strutturati, a escludere, in modo del tutto distorto, tutti coloro (in particolare le donne) che invece avrebbero le caratteristiche adatte per essere un buon leader.

Ci riusciremo? Qualche dubbio è lecito nutrirlo. Spesso infatti i leader, più sono mediocri e incompetenti, più tendono a circondarsi, quando sono al potere, di persone mediocri e incompetenti; tendono, cioè, a creare un ambiente tossico, in cui la mediocrità si autoperpetua proprio «come fanno i batteri e i parassiti negli ambienti inquinati e contaminati».




Come l’architettura dell’informazione plasma l’esperienza. La storia del Vietnam Veterans Memorial

Come l’architettura dell’informazione plasma l’esperienza. La storia del Vietnam Veterans Memorial

In che modo l’architettura dell’informazione concorre a creare l’identità di uno spazio fisico o digitale, a generare significato e plasmare l’esperienza che ne facciamo? La storia del Vietnam Veterans Memorial è in questo senso emblematica.

Il Vietnam Veterans Memorial

Il Vietnam Veterans Memorial è un complesso monumentale costruito per celebrare la memoria dei soldati americani morti nella guerra del Vietnam. Sorge a Washington, nei giardini del National Mall, a poca distanza dal Lincoln Memorial.

Il fulcro del complesso è il Vietnam Veterans Memorial Wall, un muro di granito nero disposto a V, su cui sono incisi i nomi di più di 58mila soldati caduti in Vietnam. Il progetto è dell’architetto Maya Lin, vincitrice del concorso per il memoriale a soli 21 anni, quando ancora frequentava l’università. Il muro progettato da Maya Lin è concepito come un taglio, una ferita nella terra, a evocare il dolore causato dalla guerra.

L’organizzazione dei nomi

L’ordinamento dei nomi sulla superficie del muro è stato oggetto di un acceso dibattito. La proposta iniziale, sostenuta da più parti, era quella di elencare i nomi alfabeticamente: l’ordine alfabetico avrebbe aiutato a localizzare facilmente il nome di una persona. In effetti questa è la soluzione più ovvia che verrebbe in mente. Ma questa soluzione andava incontro a due problemi: l’omonimia e, soprattutto, il significato del memoriale stesso.

La lista dei caduti conta infatti 600 “Smiths” e 16 “James Jones”. L’organizzazione alfabetica avrebbe reso il Vietnam Veterans Memorial Wall un elenco telefonico scolpito nel granito, distruggendo così l’unicità della perdita che ogni nome porta con sé. E più in generale, avrebbe depotenziato l’impatto emotivo del monumento: in una parola, la sua esperienza.

Un’organizzazione dei nomi per grado militare sarebbe stata anche peggiore, perché avrebbe creato una gerarchia fra i nomi stessi.

L’organizzazione dei nomi come sensemaking

Fin dall’inizio Maya Lin – l’architetto progettista del muro – si è battuta per ordinare i nomi in base alla data della morte. Dopo una lunga discussione, questo è il criterio che alla fine ha prevalso. (Tuttavia, per soddisfare anche la ricerca alfabetica, alle due estremità del muro è stato collocato un elenco alfabetico, che per ogni nome indica la relativa posizione nel muro).

Una soluzione apparentemente controintuitiva, ma molto più aderente al significato dell’opera. Il criterio cronologico preserva infatti l’unicità della persona e della perdita. Nello stesso tempo crea una relazione significativa fra i nomi stessi (persone morte nello stesso anno, spesso combattendo una accanto all’atra), e fra i nomi e la storia. Mostra inoltre come il bilancio delle vittime sia salito in modo considerevole col protrarsi della guerra.

Il Vietnam Veterans Memorial Wall è composto infatti da due lastre triangolari di granito che si congiungono nel punto di massima altezza formando un angolo di 125 gradi, conferendo al muro la caratteristica struttura a V. Il design e il layout del muro sono descritti minuziosamente nel sito del Vietnam Veterans Memorial Fund. L’altezza variabile del muro rende immediatamente percepibile l’incremento del numero dei morti con il prolungarsi del conflitto, con un picco negli anni centrali della guerra, e una progressiva decrescita negli ultimi anni.

Queste scelte si sono rivelate vincenti. Dopo le polemiche iniziali, il Vietnam Veterans Memorial è diventato il monumento più visitato di Washington. Nel 2007, l’American Institute of Architects ha classificato il memoriale al decimo posto della America’s Favorite Architecture.

Vietnam Veterans Memorial
Vietnam Veterans Memorial (crediti: National Park System, U.S. Department of the Interior).

Architettura dell’informazione, sensemaking, esperienza

Nessuna organizzazione dell’informazione è neutra. Organizzare in un certo modo uno spazio informativo significa dare forma a quello spazio, attribuirgli un’identità e un senso. Significa modellare l’esperienza di chi abita o attraversa quello spazio.

In questo senso ogni architettura dell’informazione crea una visione del mondo, influenza la nostra percezione della realtà, e plasma inevitabilmente la nostra esperienza. Genera significato – sensemaking.

Placemaking

Strettamente correlato a quello di sensemaking, è il concetto di placemaking. Potremmo considerarlo quasi un sinonimo, o una particolare declinazione del sensemaking nell’ambito dei luoghi – dove per luogo si intende qualunque spazio abitato, fisico o digitale che sia. Il concetto di placemaking è mutuato dall’architettura e dalla psicologia ambientale. In che senso l’architettura, e anche quel particolare tipo di architettura che è l’architettura dell’informazione, “costruisce luoghi”, ne plasma l’identità e il senso?

La chiave è nella differenza fra spazio e luogo. Anche se li usiamo spesso come sinonimi, spazio e luogo non sono la stessa cosa. Lo spazio è la base materiale della nostra esperienza, del nostro esserci e abitare: è un’entità oggettiva, impersonale, indifferenziata. Il luogo è invece il risultato della nostra esperienza di uno spazio, del nostro abitarvi; va oltre lo spazio fisico, include ricordi, esperienze, comportamenti: è personale, soggettivo, comunitario.

Nel caso specifico dell’architettura dell’informazione, il placemaking è “la capacità di un particolare modello di organizzazione dell’informazione di ridurre il disorientamento, costruire un senso del luogo, aumentare la leggibilità e il wayfinding negli ambienti digitali, fisici e cross-canali” (Resmini & Rosati, Pervasive Information Architecture).

Per approfondire

Al tema dell’architettura dell’informazione come sensemaking è dedicato il mio libro Sense-making. Organizzare il mare dell’informazione e creare valore con le persone.

Sul placemaking, la bibliografia è vastissima. Un’ottima introduzione sono i libri: Spaces of Interaction, Places for Experience, di David Banyon; Architetture digitali dell’uomo di Roberto Maggi.

L’information design del Vietnam Veterans Memorial è analizzato da Edward Tufte nel libro Envisioning Information, e da Tony Pritchard nell’articolo Methods of organising information.




Crypto art da 100mila dollari: vendita record per opera d’arte su blockchain

Crypto art da 100mila dollari: vendita record per opera d’arte su blockchain

SI TRATTA DELL’OPERA D’ARTE DIGITALE DI MATT KANE CHE CAMBIA OGNI GIORNO IN BASE ALLA VOLATILITÀ DEI PREZZI DI BITCOIN: FA PARTE DEL MOVIMENTO ARTISTICO EMERGENTE CHE INSERISCE I LAVORI IN UN SISTEMA DI AUTENTICA VIRTUALE

Per la prima volta un pezzo di crypto art è stato venduto per 100mila dollari sulla piattaforma Async Art, dove si crea, raccoglie e scambia arte programmabile in grado di evolversi nel tempo, reagire ai suoi proprietari o seguire un prezzo di borsa. Si tratta di Right Place & Right Time di Matt Kane, un’opera d’arte digitale che cambia ogni giorno in base alla volatilità dei prezzi di bitcoin. Al contrario di un’opera digitale “classica”, i lavori in cryptoart – sempre file digitali, e dunque, per loro natura, copiabili all’infinito senza perdita di qualità – vengono però inseriti in un sistema di autentiche gestito da un software che sfrutta la tecnologia blockchain Ethereum e gli acquirenti pagano in valuta digitale.

Right Place and Right Time by Matt Kane
Right Place and Right Time by Matt Kane

COS’È LA CRYPTO ART?

“Crypto art è un movimento artistico emergente, che fa leva sulla provenienza comprovata e sulla scarsità di opere d’arte sulla blockchain”, spiega ad Artribune l’artista nato a Chicago, dapprima autore di opere di pittura ad olio e poi trasformatosi in sviluppatore web. “La mia opera d’arte ha appena fatto una vendita record di 100 mila dollari, pagata in 262 criptovalute ethereum. L’opera d’arte digitale cambia ogni giorno in base alla volatilità dei prezzi di bitcoin. Maggiore è la volatilità quel giorno, più bella è l’astrazione!”. L’opera d’arte non è solo un’immagine statica, ma continua a generarne una nuova ogni giorno in quanto composta da 24 livelli sincronizzati con l’azione dei prezzi di bitcoin delle 24 ore precedenti: si ha così un’opera d’arte generativa, sempre diversa. Gli artisti digitali stanno cominciando a sfruttare gli NFT, ovvero opere d’arte digitali sotto forma di token non fungibile (NFT), non interscambiabili. “Quando un artista conia una NFT, è come firmare il proprio lavoro e rilasciare un certificato di autenticità non falsificabile“, continua Kane. 

OPERE D’ARTE COME BITCOIN

“Chiunque può guardare la blockchain pubblica e vedere chi ha coniato l’NFT di un’opera d’arte e la storia della sua proprietà e delle sue vendite“. Il patrocinio di TokenAngels, uno dei principali collezionisti di NFT e crypto art, ha permesso all’artista di sperimentare una nuova economia: quella dove il collezionista di un’opera d’arte generativa guadagna un interesse finanziario sulle sue successive variazioni. “Da un anno colleziono crypto art e la scorsa settimana si è svolta questa vendita record (la precedente era di 55mila dollari)”, ci racconta TokenAngels. “Il progetto è molto serio e durerà 10 anni”. Quest’opera – già pronta per essere presentata a Roma nell’ambito di un convegno prima della mostra Renaissance 2.0 2.0curata da Eleonora Briziil 20 ottobre nel complesso di San Salvatore in Lauro con artisti come il duo Hackatao, tra i primi in Italia a sperimentare la cryptoart – promette, infatti, di diventare uno dei pezzi più significativi del movimento, coniugando la parte materiale con quella digitale: di questo NFT sono stati creati appena 210 esemplari. “Il collezionista riceve il 21% delle entrate dei singoli NFT e delle vendite di stampa e ci saranno solo 210 NFT coniati”, conclude Kane. “Speriamo che la nostra partnership, una novità assoluta tra artista e collezionista, sia fonte di ispirazione per le future collaborazioni”.




Il mondo lo salverà TikTok

Il mondo lo salverà TikTok

Per la Generazione Z, il personale è politico. E le questioni politiche rappresentano questioni di identità esistenziale: dal cambiamento climatico, alla violenza armata, ai diritti LGBTQ+ e ora una pandemia globale, solo per citarne alcune. Nel bel mezzo del movimento Black Lives Matter, TikTok è emerso come un canale inaspettato per fare dichiarazioni e prendere posizione.

Ma è il contenuto politico ad emergere dai social e a originare le azioni conseguenti o è solo l’ennesima versione di quell’attivismo performativo da cliché, incapace di uscire dal suo stesso narcisismo?

La Gen Z è impegnata e disposta a mettere in atto un cambiamento tangibile, forse a causa (o nonostante?) una politica divisiva, quella americana in primis, ma non solo. Sono tanti, e sono molto più propensi delle loro controparti più anziane a sostenere cause, a dire: ci siamo e sentiamo l’urgenza di fare la nostra parte, che voi lo vogliate o meno.

Mentre il COVID-19 ha rappresentato la questione sociale più importante per tutti i gruppi di età, un’eguale proporzione di Gen-Zers ha messo tra le proprie priorità anche il Black Lives Matter Movement. Dagli scioperi per il clima alla Parkland March for Our Lives, il vernacolo politico della Gen Z è profondamente e unicamente pervaso da hashtag, brevi testi rap e video in streaming dal vivo. Per la Gen Z, la politica personale è inestricabile dal panorama sociale che li inscrive.

Si parla, in famiglia e nelle cerchie sociali prossime. E si parla fuori, con e nel mondo, usando mezzi e strumenti diversi, di cui la percezione è che non siano diversi per nulla. È la stessa voce che si muove, che attraversa i muri risibili dei confini di ciò che percepiamo (noi, mica loro) come online e offline. TikTok, come Instagram, emerge quindi in questo panorama come catalizzatore, grazie soprattutto alla familiarità che la fascia 13-24 anni ha con il medium. Circa il 98% di loro negli USA ha visto o prodotto almeno un TikTok. 

Sono stati dati per scontati, si sono sentiti sottovalutati, sono cresciuti in un clima di recessione economica e di disillusione a più livelli. E proprio per questo, probabilmente, l’attivismo sulla piattaforma sta portando a cambiamenti reali, accelerando il rinnovamento sociale e politico in modo eccezionalmente pop. È sempre la stessa voce: quella di una generazione dolorosamente consapevole, la cui esistenza stessa sembra politica.

L’attivismo su TikTok accelera il rinnovamento sociale e politico in modo eccezionalmente pop

Ma ancora più consequenziale è il modo in cui gli utenti di TikTok hanno maggiori probabilità di agire in base alle proprie convinzioni politiche e\o etiche. Il risultato più concreto e visibile dei TikTokers è arrivato a giugno scorso, durante il Tulsa Rally di Donald Trump.

Long story short: Trump, durante la campagna elettorale promette bagni di folla a Tulsa, in una location che può contenere 19.000 persone e molte, molte di più all’esterno. Brad Parscale, il presidente della campagna per la rielezione di Trump, racconta su Twitter che la campagna ha ricevuto più di un milione di richieste di biglietti, ma i giornalisti notano che la partecipazione è stata incredibilmente inferiore al previsto.

Gli organizzatori vengono poi anche costretti ad annullare gli eventi pianificati al di fuori del raduno per una folla in eccesso prevista che- ops!- non si è materializzata. Cosa è successo? È successo che centinaia di migliaia di adolescenti in tutto il mondo si sono coalizzati sulle piattaforme, hanno prodotto contenuti per alzare l’awareness su determinati temi. Hanno prenotato i biglietti per l’evento –in massa– e hanno sabotato l’evento stesso non presentandosi. È successo che coloro che non hanno ancora l’età legale per esprimere il proprio voto hanno deciso di votare lo stesso, adottando una delle modalità con cui possono esprimere la loro presa di posizione, la loro visione e la loro forza.

La natura spensierata dell’app consente alla Gen Z di essere attivista senza sentire tutto il peso dell’attivismo

Quindi, anche se potrebbe non sembrare il luogo più consono o ovvio atto a portare un cambiamento sociale presumo che la natura spensierata dell’app consenta alla Gen Z di essere attivista senza sentire tutto il peso dell’attivismo. Esistono infatti due principali meccanismi che rendono i social media particolarmente influenti nell’attivismo digitale: innanzitutto il ruolo decisionale degli influencer e le dimensioni delle loro ampie reti di pubblico. In secondo luogo, il fenomeno dell’omofilia, che ci spinge a intrecciare il pensiero e a interagire con persone che condividono con noi valori e sistemi.

Insieme, questi meccanismi forniscono un vasto pubblico sia agli influencer che ai loro follower che vivono in reti online densamente connesse. Dal momento in cui un contenuto (un meme, un hashtag o un video) diventa virale, anche la condivisione passiva può trasformarsi in trasmissione attiva di un’idea.

Coloro che non hanno ancora l’età legale voteranno lo stesso, adottando una delle modalità con cui possono esprimere la loro presa di posizione

Ciò che è successo a Tulsa ha contribuito a cementare una certa narrativa. Proprio come i Millennial sono stati ingiustamente soprannominati “la generazione amante dell’avocado toast”, incapaci di convogliare energie su alcunché di importante, così la Gen Z restituisce un ritratto parimenti riduttivo: una generazione sardonica, nichilista, che porta avanti battaglie etiche affidandosi a potenti network di vigilantes sui social media, che trolla in nome della giustizia sociale. Sembra un pensiero confortante, in tempi come questi ma la realtà è molto più complessa.

The Kids Aren’t Alright, gridavano più di vent’anni fa gli Offspring. E credo davvero che non stiano bene nemmeno oggi perché particolarmente saturi di una serie di faccende. Sono saturi e disillusi dei governi e delle istituzioni, il cui arco morale si piega verso corruzione, discriminazione, stagnazione. Disillusi dal percepirsi come outsider decisionali e come perfetti target commerciali. Il modo in cui questa disillusione si riverserà ed avrà ruolo attivo nella politica, nella cultura e nella società è ancora sconosciuto.

L’alienazione però non un’esperienza esclusiva della Gen Z: è semplicemente il contesto generale come generale è stata la pandemia, probabilmente la più grande frattura dei loro anni formativi. Quale sarà il risultato di questo forzato allontanamento gli uni dagli altri?

Se ci spostiamo di un passo indietro per avere una visione d’insieme ci accorgiamo che le cause attorno alle quali gli adolescenti si sono radunati sono più varie di quanto suggerirebbero i recenti fatti di Tulsa. Il movimento Black Lives Matter, il Climate Change, il #MeToo e il femminismo della quarta ondata sono solo alcuni temi che ci raccontano una storia che nasce, cresce e si nutre di ingiustizia. Ed ecco allora spuntare contenuti che si prefiggono di alleviare un po’ di quella sofferenza, video da far girare in background mentre ti senti in pericolo, aiuti digitali preziosi che magari arrivano dall’altra parte del mondo e però dicono- di nuovo- ci sono, ci siamo.

Ci siamo e ci importa. Comprendiamo in modo innato le dinamiche degli ecosistemi informativi, sappiamo come attrarre altri occhi e altre menti, perché esercitare attenzione è per noi sia strumento che arma. Come per voi, molte delle nostre interazioni sociali più consequenziali sono governate da algoritmi; a differenza vostra però, siamo eccezionalmente abili nel decodificarli e nel manipolarli.

Quando abilità come queste vengono utilizzate contro l’ingiustizia è un risultato da celebrare da parte di tutti, soprattutto da coloro che screditano e sottostimano il potere di una certa rabbia. Sono passati più di vent’anni da quando è uscito The Kids Aren’t Alright. Le voci sono cambiate: sono più forti, più vicine, più coese, sono ovunque.

E sono consapevoli.




E-Distribuzione, con la street art le cabine elettriche diventano opere d’arte

E-Distribuzione, con la street art le cabine elettriche diventano opere d'arte

La street art è per definizione un paradigma artistico di rottura, che libera energia creativa in grado di riscrivere il volto di intere aree e quartieri; rappresenta di fatto una gentrificazione gentile ma di impatto, possibile grazie al talento e all’immaginazione degli artisti.

Le potenzialità della street art come elemento di innovazione e riqualificazione per il territorio sono state intercettate anche da E-Distribuzione, la più grande società in Italia nel settore della distribuzione e misura di energia elettrica. La materia prima, dopotutto, non manca: sono numerose infatti le infrastrutture elettriche, come le cabine secondarie, che possono trasformarsi in opere d’arte grazie all’immaginazione di artisti e writer.

Le cabine, che già svolgono un ruolo fondamentale per garantire il servizio elettrico, possono diventare anche elementi di pregio estetico integrati sempre di più nel paesaggio, dimostrando che gli impianti di trasformazione sono tasselli vitali del territorio, che possono evolvere nel tempo.

E, come dimostrato in molti casi, il cambiamento può contribuire a una ripartenza anche in un momento critico.

A Genova, E-Distribuzione ha messo a disposizione dell’artista Zedz un muro perimetrale da 500 metri quadrati della Cabina Primaria Quadrivio sul Polcevera. L’artista, nell’ambito del progetto On The Wall realizzato dal Comune con l’associazione Linkinart per la riqualificazione di Certosa, il quartiere che ha assistito al crollo del Ponte Morandi, ha realizzato un murales che ha per tema La gioia.

Altri artisti internazionali hanno aderito al progetto On The Wall, la scorsa estate, a un anno esatto dal crollo del ponte.

Grazie a una superficie ampia, che si fa già notare per le dimensioni, Zedz ha potuto far esplodere la sua ispirazione, con un’opera che si impone grazie a scelte cromatiche vitali, una miscela di arancione, celeste, grigio molto urban. Anche una importante infrastruttura elettrica può quindi dire la sua nel paesaggio e contribuire a generare nuove e più positive adesioni identitarie.

I valori di vicinanza, sostenibilità e innovazione per il territorio sono stati sposati da E-Distribuzione anche in occasione della 102esima edizione del Giro d’Italia, corsa a tappa nazionale ma amata in tutto il mondo. Per l’occasione sei cabine, situate lungo il percorso della carovana ciclistica, sono state trasformate in opere artistiche, con quel tocco rosa che da sempre connota uno degli eventi più amati dagli italiani. A realizzarle giovani artisti, come il writer bolognese Casciu o il lodigiano Geometric Bang: le cabine riviste in chiave creativa hanno offerto un nuovo punto di vita al pubblico in attesa della corsa e agli stessi atleti che hanno preso parte alla competizione. La velocità, il paesaggio, i colori delle maglie, l’energia per arrivare al traguardo hanno rappresentato un’ispirazione forte per le opere.

Un ulteriore progetto ha dimostrato che le infrastrutture di E-Distribuzione possono diventare baluardi artistici, e di comunicazione di un messaggio, al territorio. L’azienda ha infatti lanciato anche il progetto E-Distribuzione per la montagna, mettendo in gioco alcune cabine lungo il percorso territoriale che lega Veneto e Friuli Venezia Giulia, nei territori colpiti nel 2018 dalla violenza della tempesta Vaia.

Selva di Cadore, Sappada e Sauris in Friuli Venezia Giulia sono alcune delle località che ospiteranno le installazioni (la prima è stata inaugurata lo scorso 22 ottobre a Selva di Cadore).

Al momento il progetto di street art ha interessato oltre 170 cabine su tutto il territorio nazionale, ma le pennellate di E-Distribuzione continueranno ad allargarsi a macchia d’olio, valorizzando gli elementi infrastrutturali della rete e mettendo in luce il talento di molti artisti. Un’arte che vivacizza e dà nuova energia ai quartieri e agli angoli più grigi delle città, trasformando in un vero e proprio museo a cielo aperto i nostri territori.