4 banche su 5 non rispettano i diritti umani. Il nuovo rapporto di BankTrack

Lloyds, Bank of America, Goldman Sachs e Société Générale ultime in classifica. Benino due italiane. La strada da fare è ancora lunga

«Le banche sono ancora implicate – o addirittura facilitano direttamente – le violazioni dei diritti umani, comprese le violazioni dei diritti delle popolazioni indigene, l’accaparramento di terre (ovvero il land grabbing, ndr) e persino i crimini di guerra».

L’affermazione, che non lascia spazio a grandi interpretazioni di alleggerimento, proviene da Ryan Brightwell, autore dell’edizione 2019 del rapporto The BankTrack Human Rights Benchmark 2019pubblicato, appunto, dall’Ong BankTrack. Un rapporto che segue quello del 2016, con qualche variazione nei criteri di valutazione, e i cui risultati generali non sono esaltanti. Gli istituti finanziari indagati si muovono nella direzione giusta, perlopiù, ma con estrema lentezza e partendo da livelli di attenzione sul tema della tutela dei diritti umani ancora bassissimi.

GRAFICO sintesi dati generali sulle maggiori grandi banche commerciali e diritti umani – fonte rapporto The BankTrack Human Rights Benchmark 2019 – 1

Progressi lenti e indecisi

Emergono perciò lentezza e indecisione che non potevano che essere accompagnate dalla denuncia allarmata dell’organizzazione che promuove lo studio. Perché BankTrack si prefigge di impedire alle banche di finanziare attività commerciali dannose, promuovendo al contrario il settore quando dimostra un’impronta fortemente etica. E contribuire all’affermazione di società giuste.

GRAFICO sintesi dati generali sulle maggiori grandi banche commerciali e diritti umani – fonte rapporto The BankTrack Human Rights Benchmark 2019 – 2

Un’aspirazione che contrasta col quadro emerso dall’analisi compiuta su 50 delle grandi banche commerciali private nel mondo, passate sotto la lente delle linee guida per i diritti umani indicati dalle Nazioni unite alle imprese. Un testo di riferimento condiviso dalla comunità internazionale eppure, stando al giudizio di BankTrack, tradotto nei fatti in modo del tutto insufficiente dalle imprese finanziarie nelle quattro macro-aree di applicazione sui diritti umani:

  1. l’impegno politico (policy commitment)
  2. la capacità di investigazione (human rights due diligence process)
  3. l’attività di “reportistica” (reporting on human rights)
  4. la riparazione (access to remedy).

La pagella: promossa a pieni voti solo Abn Amro

Secondo il rapporto, quindi, le banche stanno fallendo rispetto alle proprie responsabilità sui diritti umani, ma non tutte nella stessa misura. Tant’è che Ryan Brightwell e i suoi collaboratori hanno stilato una classifica che ricorda un po’ la lavagna tradizionale, divisa tra buoni e cattivi. In questo caso c’è un unico istituto che potremmo dire aver avuto l’approvazione dei ricercatori, ed è Abn Amro (banca olandese, ottava in Europa per capitalizzazione con 68,3 miliardi di euro), in cima per punteggio raggiunto (9,5 su 14) e indicata come leader solitaria. Dopo di lei altri nove istituti cercano di tenere il passo, e tra loro giganti come Rabobank, Citigroup e Barclays.    

TABELLA top 10 delle 50 maggiori grandi banche commerciali valutate sui diritti umani – fonte rapporto The BankTrack Human Rights Benchmark 2019

Dai followers ai ritardatari

Dall’11mo al 29mo posto la lista dei cosiddetti followers, cioè degli inseguitori, è aperta dalle due italiane Intesa Sanpaolo e Unicredit (6 punti ciascuna), vede la presenza di Bnp Paribas, Morgan Stanley, Ubs, Wells Fargo. Ed è chiusa da JPMorgan Chase e RBS Group. Ma a prendersi la nota di biasimo più grave sono quelle che seguono.

TABELLA le peggiori tra le 50 maggiori grandi banche commerciali valutate sui diritti umani – fonte rapporto The BankTrack Human Rights Benchmark 2019

Infatti, dopo gli istituti che studiano ma non si applicano troppo, segue un ultimo gruppo, quello dei laggardsi veri ritardatari. E qui una speciale “menzione di disonore” viene attribuita da BankTrack a chi continua a non compiere progressi adeguati alle proprie risorse e al proprio peso globale. Lloyds, Bank of America, Goldman Sachs e Société Générale vengono perciò additati come cattivo esempio. E in loro compagnia si trovano altri numerosi protagonisti del gotha finanziario planetario: da Royal Bank of Scotland a Bank of China alla francese Credite Agricole.

Qualche progresso

Qualche buona notizia si può comunque trovare. A cominciare dal fatto che 21 banche hanno migliorato il punteggio rispetto all’ultima relazione, contro 12 che l’hanno invece diminuito. In particolare BBVA, National Australia Bank (NAB), Morgan Stanley e Standard Chartered sono avanzate di 3,5 punti o più. Inoltre, 35 dei 50 gruppi indagati hanno adottato una propria policy esplicita che include un impegno di alto livello per rispettare i diritti umani; e almeno 25 banche aggiornano questi principi. Ciò si traduce in un numero più alto che mai di istituti che hanno messo in atto politiche sui diritti umani.

banche fossili
La classifica mondiale delle banche che hanno fornito più fondi al settore delle fonti fossili © “Banking on Climate Change”

Francia, Olanda e Uk stimolano le banche a migliorare sui diritti umani

L’aspetto negativo è però che nessuno è in grado di dimostrare che sta facendo la differenza per le persone sul campo, affrontando abusi identificabili. «La stragrande maggioranza delle banche – sottolinea infatti l’ong – non ha fornito alcuna prova del fatto che nella pratica siano state prevenute, mitigate o sanzionate specifiche violazioni dei diritti umani» (il suddetto access to remedy). Ed è perciò che il direttore di BankTrack, Johan Frijns, considera tanto più significative e positive le recenti mosse attuate da Regno unito, Francia e Paesi Bassi per indurre i singoli istituti ad attivarsi.

Le 10 più grandi banche etiche e sostenibili europee: Banca Etica, l'unica italiana, è al 5° posto. Fonte: "La finanza etica e sostenibile in Europa", Secondo rapporto, Febbraio 2019.
Le 10 più grandi banche etiche e sostenibili europee: Banca Etica, l’unica italiana, è al 5° posto. Fonte: “La finanza etica e sostenibile in Europa”, Secondo rapporto, Febbraio 2019.

In Olanda sono stati compiuti progressi per guidare le banche verso i loro obblighi in materia di diritti umani grazie a un accordo stabilito nel 2019 dall’intero settore bancario nazionale (il Dutch Banking Sector Agreement on Human Rights). Un’iniziativa virtuosa, poiché partecipata da tutti i soggetti coinvolti, anche se resa possibile, secondo Frijns, dalla minaccia di un intervento regolatorio superiore. Così è infatti avvenuto nel Regno unito con l’introduzione, già nel 2015, della legge sulla schiavitù moderna (Modern Slavery Act), e in Francia con una norma che obbliga le banche a essere più trasparenti riguardo ai loro impegni a rispettare i diritti umani (Duty of Vigilance).




Coronavirus: perché è importante che le aziende comunichino quello che stanno facendo

Coronavirus: perché è importante che le aziende comunichino quello che stanno facendo

Producono macchinari o beni che possono aiutare in questo momento di crisi? Che cosa sono in grado di fare anche in aree di crisi? Che provvedimenti hanno preso? Che cosa stanno facendo per salvare il proprio business? Hanno un know how da condividere? I consigli dell’agenzia giornalistica di comunicazione Eo Ipso (www.eoipso.it)

Informare è importante per le aziende che si rivolgono direttamente al consumatore finale, ma non solo. Dopo la comunicazione della sospensione di eventi pubblici, occorre fare un passo in più ed andare oltre. Un passo nella direzione della speranza, ma anche del servizio, per tutelare tutti, ma soprattutto le persone più deboli. «È comunicazione di crisi (o crisis communication) – spiegano Marino Pessina e Chiara Porta dell’agenzia giornalistica di comunicazione Eo Ipso . Lo stanno facendo le aziende sanitarie, ma i servizi sono tanti, sia per i privati che per il business. Dalla comunicazione di questo momento può nascere la speranza. Le risposte devono arrivare direttamente dalla fonte, per evitare disinformazione e fake news. Una corretta informazione accresce il livello di conoscenza, crea un clima di fiducia e permette alle aziende di dimostrare la propria credibilità, anche e soprattutto in questa situazione, sia verso i clienti che gli stakeholder».

La gestione di una crisi è “fluida” per definizione, quindi non imbrigliabile in schemi, esistono dei protocolli, ma non un vero ABC di comportamento, richiede una profonda conoscenza dei meccanismi tecnici di gestione. Per questo è importante, se non si hanno risorse interne, rivolgersi a dei professionisti del mondo del giornalismo. Non si sottraggono professionalità all’azienda e nel contempo si mette in atto una strategia verso l’esterno.

«Comunicare in questo momento è servizio per l’intera comunità. Che cosa sono in grado di fare le aziende anche in aree di crisi? – continuano gli esperti di Eo Ipso – Producono beni che possono essere utili in questo momento alla gestione dell’emergenza? Chi si occupa di servizi, a partire dal telelavoro, lo smartworking, può avere molto da insegnare. C’è un know how da condividere? Le associazioni di categoria hanno il polso della situazione dei loro associati, cosa sta succedendo? È essenziale comunicarlo, anche semplicemente con un comunicato stampa di prodotto o con una nota di commento, in modo da raggiungere, attraverso i media, il maggior numero di persone possibile. La comunicazione ha diversi livelli, dal locale al nazionale, e la trasparenza messa in atto crea fiducia in dipendenti, clienti e stakeholder. L’obiettivo è sempre quello di ridurre al minimo gli effetti negativi generati dalla crisi e preservare la reputazione aziendale. Ma in questo momento si va oltre. La rete di comunicazione può servire non solo a socializzare le proprie difficoltà, ma anche a condividere soluzioni e a dare materiale di riflessione per chi prende decisioni politiche».

Per chi si rivolge ad altre aziende, presi i primi provvedimenti, organizzati a casa i dipendenti con il telelavoro, per coloro che possono, è fondamentale comunicare quello che si fa, ma anche spiegare le difficoltà che si stanno vivendo e come le si sta affrontando. I dipendenti sono sicuramente già stati avverti sulle politiche messe in atto all’interno dell’azienda. Può essere interessante farlo sapere anche all’esterno, per condividere le politiche attuate. Ci sono iniziative in corso in azienda? Quanti sono attivi nel volontariato? Che cosa si sta facendo? Farlo sapere può essere un aiuto per tutti. Le domande sono tante.

In caso di infezioni è essenziale una rapida comunicazione interna su tutti i dipendenti, in modo da aiutare il lavoro dei medici ed evitare al più possibile i contagi, per tutelare soprattutto le persone deboli che sono le più a rischio.

COMUNICARE NELL’OTTICA DEL SERVIZIO

Facciamo degli esempi, consci del fatto che ce ne possono essere molti altri.

Come azienda produciamo dei beni utili per sterilizzare o abbiamo dei tecnici o dei laboratori che stanno studiando una soluzione per questa malattia. Fare il punto della situazione, oltre ad alzare la reputazione aziendale, cosa non secondaria, può dare speranza a tutti.

Terziario: ci occupiamo di smart-working o di comunicazione o siamo in un altro settore e abbiamo informazioni da condividere. Facciamolo! Le scuole come si stanno organizzando? Le associazioni di categoria cosa hanno da dire?

I social in questi giorni sono stati invasi da foto di supermercati vuoti, ma gli scaffali sono stati poi riempiti e non tutti i punti vendita sono stati presi d’assalto. Per il direttore del punto vendita può essere semplice sapere dove la situazione è migliore e comunicarlo, a partire dal web, per passare poi ai social e ai media. Una regola che vale per tutti, grandi e piccoli punti vendita. E anche per le farmacie, dove è sempre più difficile trovare disinfettanti in gel e mascherine.
Noi abbiamo iniziato con questo comunicato stampa.




La responsabilità dei comunicatori e dei relatori pubblici ai tempi dell’Infodemia

La responsabilità dei comunicatori e dei relatori pubblici ai tempi dell’Infodemia

In fasi di emergenza collettiva e in una società iperconnessa e comunicativa, ai comunicatori e ai relatori pubblici tocca una parte non secondaria. Non siamo soli e possiamo confrontarci.

Scoppia l’emergenza e come cittadini siamo immersi nell’infodemia, la pandemia informativa che caratterizza ormai tutte le crisi della nostra epoca globalizzata e della nostra società iperconnessa. Dove le reazioni tendono a schiacciare le informazioni, diventando esse stesse le principali fonti informative su cui si sviluppa il dibattito pubblico collettivo. Un dibattito pubblico schizofrenico, caratterizzato da un insopportabile rumore di fondo, da spiegazioni che non spiegano, da esperti che si contraddicono e si attaccano l’uno con l’altro. Sullo sfondo, mentre infuria la pandemia via cavo e wi-fi, ci sono istituzioni e operatori sanitari impegnati ad affrontare l’emergenza sanitaria, sociale ed economica. Ma emergenza e infodemia si fondono, complicano pericolosamente il quadro e richiedono uno sforzo ulteriore e competenze nuove e integrate.

Ebbene, nell’emergenza, oltre ad essere cittadini siamo anche comunicatori e siamo chiamati a offrire le nostre competenze e la nostra professionalità tenendo presente un aspetto cruciale: il dovere di agire in maniera responsabile verso i nostri stakeholder, interni ed esterni, ascoltando le loro aspettative e mettendo in condizione le organizzazioni di gestire al meglio le relazioni e la comunicazione. Saremo soli o avremo a fianco la comunità dei colleghi? Ferpi, come associazione professionale dei professionisti di relazioni pubbliche e della comunicazione, è una comunità che può darci supporto, opportunità di confronto con i colleghi e anche risorse intellettuali per riflettere sulle scelte che dovremo compiere.

Senza star a girare troppo attorno al tema – peraltro non ne abbiamo il tempo – cerchiamo di identificare immediatamente quali sono le nostre responsabilità.

In questi casi è utile cercare un orientamento nei documenti condivisi dalla comunità delle relazioni pubbliche a livello internazionale, per evitare di reinventare la ruota e per orientarci con una bussola precisa. Abbiamo quattro diverse tipologie di responsabilità (cfr. il testo integrale del punto 3 del Melbourne Mandate):

1. sociale, nei confronti delle comunità, territoriali e virtuali di cui facciamo parte;
2. organizzativa, nei confronti delle organizzazioni per le quali lavoriamo;
3. professionale, nei confronti dei colleghi e della comunità professionale;
4. individuale, nei confronti dei nostri amici, cari, followers

In ogni nostro comportamento comunicativo e in ogni nostra scelta professionale dovremo tenere presente che ciò che facciamo ha un impatto su questi quattro livelli e che possiamo influenzarli in maniera proattiva.

Sappiamo già ora che si tratta di una sfida che si esaurirà nel breve periodo: come in tutte le grandi crisi, alla fase acuta seguirà un lungo periodo di recupero. In entrambe queste fasi siamo chiamati a svolgere il nostro dovere cercando di portare valore aggiunto a stakeholder, comunità e colleghi.

Negli anni e nei mesi scorsi abbiamo lavorato su temi simili negli incontri e nelle riflessioni relative alla Carta di Rieti dove sono stati individuati 9 comportamenti responsabili da utilizzare in contesti di crisi naturali. Crediamo che questi possano essere ribaditi e riadattati anche nel contesto dell’attuale crisi, soprattutto nel confronto con i colleghi giornalisti, gli stakeholder più prossimi come i pubblici interni e gli interlocutori primari delle organizzazioni di cui facciamo parte:

  • Agire con responsabilità
  • Ascoltare gli stakeholder
  • Promuovere (per tempo) la cultura della prevenzione
  • Comunicare (con) la scienza
  • Formare alla comunicazione
  • Valorizzare le identità locali
  • Valorizzare il linguaggio
  • Stimolare credibilità e autorevolezza
  • Tutelare le comunità
  • Come comportarci da domani con le comunità in cui siamo insediati? Come comportarci con dipendenti e collaboratori? Come aiutare i nostri leader in azienda?

Non esiste un’unica risposta, ma sicuramente tante diverse soluzioni per casi specifici, che comunque dovranno cercare di tenere a mente la responsabilità che abbiamo nei confronti dei livelli indicati nel Merlbourne Mandate e delle aree di criticità della Carta di Rieti.

Come Ferpi, ad esempio, potremmo cominciare a confrontarci, in maniera costruttiva, attivando un forum sulla nostra intranet con suggerimenti e scambi di best practice.

Non esistono scorciatoie. Proviamo a fare del nostro meglio. Insieme.


Il terzo punto del Melbourne Mandate

Promuovere la responsabilità sociale, organizzativa, individuale e professionale.

L’organizzazione comunicativa comprende che la responsabilità scaturisce da due principi fondamentali:

1. La licenza di operare dell’organizzazione scaturisce dal valore che essa crea per tutti i suoi stakeholder e per la società in senso più ampio.
2. Il valore di un’organizzazione è legato direttamente alla sua reputazione, che a sua volta dipende dalla creazionedi fiducia, dall’azione integra e dall’essere trasparenti circa la strategia dell’organizzazione, il suo funzionamento, l’utilizzo delle risorse e i risultati.

Le Relazioni Pubbliche e i professionisti della comunicazione hanno il mandato di:

– Dimostrare responsabilità sociale:

1. Creando e sostenendo processi trasparenti – aperti, onesti e accessibili – e una comunicazione credibile che considerino sia l’interesse pubblico, sia i bisogni organizzativi
2. Sostenendo le strategie di sostenibilità delle comunità da cui l’organizzazione trae le risorse e la licenza di operare.
3. Garantendo che la comunicazione per conto dei datori di lavoro, dei clienti e dei marchi non sopravvaluti il valore dei prodotti e dei servizi, tali da falsare le aspettative dei consumatori e delle altre parti interessate.
4. Definendo i parametri rispetto ai quali il contributo alla società può essere misurato e migliorato. Copyright

– Dimostrare responsabilità organizzativa:

1. Fornendo ai leader consulenza strategica nell’ambito delle relazioni pubbliche e della comunicazione per assicurare decisioni e azioni responsabili.
2. Cercando di allineare gli interessi degli stakeholder interni ed esterni, nonché di garantire che i valori e le azioni dell’organizzazione soddisfino le aspettative della società.
3. Influenzando e dando un contributo alle strategie di sostenibilità dell’organizzazione.
4. Rafforzando una cultura organizzativa di miglioramento tramite il coinvolgimento degli stakeholder interni ed esterni per un dialogo significativo e un cambiamento positivo.
5. Definendo parametri rispetto ai quali valutare e migliorare il contributo delle strategie di relazione e di comunicazione al raggiungimento degli obiettivi organizzativi.

– Dimostrare responsabilità professionale:

1. Conoscendo, rispettando e operando in conformità ai relativi codici di etica professionale
2. Comunicando gli standard professionali che guidano le relazioni pubbliche e la comunicazione agli stakeholder interni ed esterni
3. Assicurando la conservazione e lo sviluppo di competenze tramite iniziative di apprendimento continuo per svolgere il proprio compito in modo responsabile ed efficace.

– Dimostrare responsabilità personale:

1. Assicurando che la propria comunicazione personale sia sempre veritiera e che le azioni personali riflettano l’impegno alla correttezza e la creazione di benefici reciproci anche nel lungo termine.
2. Identificando e apprezzando le differenze tra i propri valori personali e quelli degli stakeholder e delle comunità dell’organizzazione, in linea con le aspettative della società.
3. Assumendosi la responsabilità per gli standard professionali che guidano decisioni e azioni nel quotidiano.
4. Essendo disposti a prendere decisioni difficili – comprendendone le conseguenze – quando le circostanze, la società o l’organizzazione creino le condizioni che impediscono o contraddicono i propri standard professionali individuali.
5. Essendo responsabili delle proprie decisioni e azioni.




Le epidemie rivelano la verità sulle società che colpiscono

Le epidemie rivelano la verità sulle società che colpiscono

La risposta di una nazione al disastro parla dei suoi punti di forza – e dei suoi malfunzionamenti

BOLOGNA,
Italia – Sono seduta nel mezzo di questa città del nord Italia, a due ore di
auto dalle città lombarde che sono state messe in quarantena. In questo preciso
momento, Bologna non avuto nemmeno un singolo caso del nuovo coronavirus. Una o
due persone con la malattia, nota come COVID-19, sono state trasferite qui in
ospedale da altre regioni, ma nessuno intorno a me, o in nessun posto vicino a
me, è malato. Eppure all’università americana dove sono professore ospite,
parliamo di poco altro.

Forse
è perché non sappiamo cosa pensare: la maggior parte di noi non ha mai affrontato
una malattia incurabile e in rapido movimento, anche se non molto letale. Non
siamo abbastanza grandi per ricordare l’influenza spagnola. Ci siamo abituati
all’idea che ci sono sempre vaccini o medicinali che sono stati testati. Ora ci
viene detto – sugli annunci dei treni, sui cartelli, nelle e-mail – di lavarci
le mani, una precauzione che non sembra né sufficiente né rassicurante. Nel
frattempo, l’Università di Bologna, la più antica istituzione accademica in
Europa, è stata chiusa. I musei sono chiusi, le partite di calcio e le
conferenze sono cancellate. Le strade medievali, testimoni di numerose epidemie
passate – la morte nera uccise metà città nel 1348 – sono stranamente vuote,
poiché le persone ascoltano gli avvertimenti e rimangono a casa. Circa la metà
dei miei colleghi ritiene che queste misure rappresentino una grave reazione
eccessiva. L’altra metà ha paura di non fare abbastanza.

Parte
del problema, è che il pericolo non può essere visto: “Una pestilenza non ha dimensioni umane,
quindi le persone si dicono che è irreale, che è un brutto sogno che finirà
“,
ha scritto Albert Camus in “The Plague”. Questo, ovviamente, descrive
moltissimo la situazione attuale: molte persone non possono sopportare l’idea
che qualcosa di invisibile possa cambiare i loro piani. Pubblicato nel 1947,
The Plague è stato spesso letto come un’allegoria, un libro che parla
dell’occupazione della Francia, diciamo, o della condizione umana. Ma è anche
un ottimo libro sulle piaghe e su come le persone reagiscono a loro, un’intera
categoria di comportamento umano che abbiamo dimenticato.

Nel
romanzo, una parte della città in quarantena “continuò con gli affari, in possesso di un’opinione, prendendo accordi
per i viaggi. Perché avrebbero dovuto pensare alla peste, che nega il futuro,
nega viaggi e discussioni?
” I loro equivalenti moderni nella città di
Milano hanno già lanciato una campagna hashtag #Milanononsiferma. Che altre
città hanno seguito. I social media sono pieni di imprenditori e gestori
alberghieri italiani che denunciano il governo per le sue inutili precauzioni.

Ma
l’invisibilità crea anche incertezza e l’incertezza può essere manipolata in
modo da servire altri fini. Uno dei personaggi di Camus è un prete, ad esempio,
che usa la peste per aumentare il suo gregge: dice alla sua congregazione che
l’epidemia è un modo per punire i non credenti. Nell’Italia moderna, la prima
persona che ha cercato di manipolare l’ansia creata dal coronavirus è stata
Matteo Salvini, il leader italiano di estrema destra che ha immediatamente
chiesto al governo di chiudere i confini del Paese, fermare tutti gli incontri
pubblici e mantenere le persone a casa.

Salvini
senza dubbio avrebbe insistito ulteriormente su questo punto se non avesse
iniziato, quasi immediatamente, a ritorcerglisi contro. Il virus è apparso per
la prima volta in Lombardia e Veneto, le due province italiane dove il suo
partito, la Lega Nord, è più forte. Quando Salvini si è reso conto che un
arresto avrebbe causato il peggior danno economico proprio lì, è passato ad un
argomento diverso: un appello al governo a “difendere l’Italia e gli
italiani” dai rifugiati africani. Non ci sono prove che i rifugiati
africani portino il virus, ma il legame bigotto tra stranieri, impurità e
malattie è molto antico. Marine Le Pen, leader francese di estrema destra, ha
anche invitato la Francia a chiudere il confine con l’Italia, anche se anche
questo è privo di senso, poiché i primi casi francesi sembrano provenire
principalmente da altrove.

Devo
volare a Londra tra qualche giorno e ho attentamente osservato i tabloid di
destra britannici, per valutare il loro livello di isteria. Finora è stato
relativamente basso – sono distratti dal fidanzamento del Primo Ministro Boris
Johnson con la sua ragazza incinta – il che significa che gli aerei
continueranno a volare. Una volta che si concentreranno sul virus, sono certa
che ci saranno chiamate per bloccare tutti i contatti con l’Italia, e sono certa
che questo governo britannico dipendente dai tabloid li ascolterà.

Ma
non tutti si comporteranno male. La storia di Camus ha anche degli eroi,
sebbene questi non siano il tipo di eroi che si trovano nella maggior parte
degli altri romanzi. Gli eroi sono i dottori, i volontari che prestano aiuto e
persino un dipendente pubblico, Monsieur Grand, che cerca di affrontare la
peste registrandola, misurandola e tenendo traccia di ciò che stava accadendo:
Questo insignificante e impressionante
eroe che non aveva altro a raccomandarlo se non un po’ di bontà nel suo cuore e
apparentemente un ideale ridicolo. Ciò significherebbe dare la verità dovuta,
dare la somma di due più due come quattro
“. Monsieur Grand, Dr. Rieux
e pochi altri cercano di usare la scienza, la trasparenza e l’accuratezza per
contenere e controllare la malattia e per salvare quante più persone possibile,
senza cedere all’isteria o alla disperazione: “Può sembrare un’idea ridicola, ma l’unico modo combattere la peste è
con decenza.

Questi
sono i tipi di persone che saranno anche gli eroi della nostra era. Gli scienziati
e gli studiosi di sanità pubblica che hanno immediatamente diffuso informazioni
su numeri e casi; i gruppi di ricerca che hanno immediatamente iniziato a
lavorare sui vaccini; le infermiere e i dottori che hanno deciso immediatamente
di rimanere all’interno delle regioni in quarantena, come molti in Italia e a
Wuhan, in Cina. Non tutti i loro giudizi saranno corretti ed essi non saranno
sempre d’accordo tra loro: non esiste un modo preciso per determinare quali
quarantene e cancellazioni siano prudenti e quali siano irragionevoli, dati i
potenziali effetti economici da un lato e il reale desiderio di rallentare la
diffusione dell’epidemia dall’altro. In Italia, ci sono già stati alcuni litigi
pubblici tra virologi che hanno diverse stime su quanto sarà grave la malattia.

Ma
almeno hanno a cuore l’interesse del pubblico. Ecco una regola empirica da
utilizzare nelle prossime settimane: giudicare i politici in base a quanto e
con che chiarezza si rimanda alle persone che danno la somma di due più due come
quattro. Quello che vogliamo sono informazioni accurate, non informazioni
politicizzate. E più sono, meglio è. Dopo quattro anni di ascolto, nelle parole
di un politico britannico, che “ne
abbiamo abbastanza di esperti
“, questo è il momento in cui il valore
della competenza è diventato improvvisamente cristallino. Improvvisamente, i
fatti contano.

Le
epidemie, come i disastri, hanno un modo per rivelare le verità sottostanti
sulle società su cui hanno un impatto. I cinesi hanno già pagato un prezzo
elevato per la segretezza del loro sistema e per la cultura burocratica
dall’alto verso il basso che ha portato molti, inizialmente, a nascondere la
malattia. Al contrario, uno dei motivi per cui gli italiani non si fanno più
prendere dal panico è che hanno fiducia nel sistema di sanità pubblica,
nonostante Salvini e le sue campagne di disinformazione. L’Italia ha già
testato molte migliaia di persone per il virus – il test è gratuito, ovviamente
– ed è uno dei motivi per cui i numeri sono molto più alti in Italia che
altrove. La gente lo sa e lo ripete l’un l’altro, a volte scherzandoci (“Noi italiani siamo troppo onesti“),
ma è motivo di orgoglio. Pochi altri in Europa, finora, stanno testando così
ampiamente. E, naturalmente, gli Stati Uniti non sta facendo nulla del genere.

Negli
Stati Uniti, temo che potremmo apprendere che né il nostro sistema di sanità
pubblica né il nostro “sistema” in senso più ampio abbia capito come
costruire sentimenti di fiducia. Anche se disponiamo del sistema sanitario più
tecnologico del mondo, anche se abbiamo i migliori chirurghi e le migliori
attrezzature, non abbiamo creato una cultura della salute pubblica che induca
fiducia. Il sistema ospedaliero è stato ridotto all’osso; non c’è capacità supplementare
(di intervento, ndt), e tutti lo
sanno. Se le persone devono pagare per essere testate, in molti possono
rifiutare. Se le persone devono essere messe in quarantena, possono scappare.

Peggio
ancora, invece di cercare di fermare le teorie della cospirazione, è possibile
che il nostro governo le creerà. Il presidente Trump ha già definito il
coronavirus un “imbroglio” e si sta concentrando a riguardo su diversi
tipi di pensiero magico[1]. In un
solo specifico discorso sul coronavirus, Trump ha dichiarato contemporaneamente
che “sta per scomparire; un giorno –
come un miracolo – scomparirà”;
che “lo
sai, potrebbe peggiorare prima che migliori”;
che “vedremo cosa succede, nessuno lo sa”.
Se la gente lo ascolta, saremo in grado di contare il costo di quella disonestà
e di quel pensiero magico, e misurarlo nel numero di morti, nella diffusione
della malattia, nel numero di persone che ignorano le quarantene o le
precauzioni.

Anche
se questo non è il peggior tipo di epidemia immaginabile, è un bene il fatto
che ora stiamo imparando queste cose, perché il nuovo Coronavirus potrebbe
rivelarsi solo una prova per altro. Ora gli incendi sembrano più letali perché
più persone vivono in aree vicine alle foreste che spesso bruciano, e sono
molte le nuove malattie che sono anche il risultato dell’espansione umana in
tutto il pianeta. Come la SARS o l’Ebola, il COVID-19 sembra essere un’altra
malattia che è passata dal regno animale all’umano e che poi ha viaggiato
rapidamente a causa di treni, automobili, aerei e persone che si raggruppavano
in luoghi pubblici.

Come
scrisse David Quammen in “Spillover: infezioni animali e la prossima pandemia
umana”, queste malattie ci ricordano “la
vecchia verità darwiniana (la più oscura delle sue verità, ben nota e
perseverantemente dimenticata) che l’umanità è un tipo di animale,
indissolubilmente connesso con altri animali: in origine e nella sua
discendenza, in malattia e in salute
“. Anche quando questi tipi di
virus regrediscono o scompaiono, non necessariamente se ne vanno via. Possono
mutare, possono essere ospitati in altri animali e possono riemergere.

Anche questo era
stato predetto dal personaggio del dottor Rieux di Camus. Lui sapeva che “la piaga del bacillo non muore o scompare
per sempre, che può rimanere dormiente per anni e anni in mobili e cassapanche
di lino; che trascorre il suo tempo in camere da letto, cantine, bauli e
librerie; e che forse sarebbe arrivato il giorno in cui, per la rovina e
l’illuminazione degli uomini, avrebbe risvegliato i suoi topi e li avrebbe
mandati a morire in una città felice.

Questa volta potremmo
essere fortunati, ma dovremmo sfruttare l’opportunità per prepararci, sia
mentalmente che a livello medico, per l’epidemia che verrà dopo, e per quella ancora
successiva.


[1] un
tipo di processo mentale in cui le associazioni tra un soggetto e un oggetto
non rispondono a una relazione di causa-effetto come nella logica deduttiva, ma
risultano collegati tra loro per somiglianza, simpatia, oppure contiguità in
quanto parti di un tutto (fonte: Wikipedia)




Classifica Gartner supply chain 25: perché apple è la leader dei leader?

Classifica Gartner supply chain 25: perché apple è la leader dei leader?

La società Gartner ogni anno identifica le migliori supply
chain del mondo secondo il modello del demand driven value networks che è un
modello creato dalla stessa società. Questo modello prescrive un’integrazione
di dati e processi i quali traducono i segnali che provengono dalla domanda di
mercato in una risposta che l’intera supply chain deve dare per massimizzare il
valore creato e minimizzare il rischio. Questo modello prevede un coordinamento
integrato delle diverse funzioni di make, source, delivery e plan. Questa
classificazione è costruita sulla base di un punteggio che ogni singola supply
chain riceve in alcuni ambiti. Un 50% della valutazione sono criteri soggettivi
perché basati sulle opinioni di alcuni esperti mentre l’altro 50% è oggettivo
in quanto basato su alcuni indicatori di performance della società in analisi.

La classifica è composta da i Gartner Supply Chain Masters,
cioè i campioni, e poi la classifica delle 25 aziende che si sono distinte
nella gestione della supply chain. Per essere campioni bisogna essere per
almeno 7 volte in 10 anni tra le prime 5 posizioni. I campioni sono Apple,
procter&gamble, Amazon,McDonald’s e Unilever.

Mi domando ora come mai Apple è la leader tra i campioni. L’azienda ha dei fornitori esclusivi, in questo modo l’impresa può acquistare in anticipo i prodotti intermedi e ridurre il time to market necessario per introdurre il nuovo prodotto nel mercato, inoltre questo rapporto di esclusività con i fornitori è parte del vantaggio competitivo e diventa una barriera all’entrata. La logistica è gestita in maniera molto attenta dal punto di vista finanziario e c’è un tasso di rotazione molto alto in grado di minimizzare i costi di mantenimento delle scorte e un lead time (tempo di consegna) abbastanza contenuto.

Per analizzare il livello della complessità della supply
chain di Apple la confronto con quella di Amazon, focalizzandomi su alcuni
indicatori, tenendo sempre conto che si tratta di due business diversi. Il
primo elemento di confronto è il tasso di rotazione delle scorte il quale
misura quanto è efficiente l’impresa ad impiegare le risorse finanziare nelle
attività di magazzino. Indica quante volte nel tempo preso in esame (di solito
un anno) il magazzino si rinnova completamente e serve a calcolare qual è il
tempo necessario affinché i mezzi finanziari investiti nella merce vengono
recuperati.  Amazon ha un tasso di
rotazione delle scorte di 10 ed Apple di 75. In pratica questo significa che
l’intero magazzino di Apple viene venduto in soli 5 giorni (365\75). Per
ottenere questo risultato Apple si è dotata di una macchina di gestione che
coordina il rifornimento delle componenti, l’assemblaggio fino alla logistica e
la distribuzione. Amazon però opera in un settore diverso quindi è normale che,
essendo un venditore, abbia molti più magazzini propri. McDonald’s, ad esempio
ha un indice di rotazione di 142,4, perché opera nell’industria alimentare dove
i prodotti sono deperibili. Un altro elemento di confronto è il ciclo di vita
del prodotto cioè per quanto tempo siamo in grado di vendere un certo prodotto.
Amazon ha un ciclo di vita di 3 mesi mentre Apple di 12. Fare una previsione
della domanda di un prodotto stagionale è più difficile che farla di un
prodotto che ha un ciclo di vita più lungo. Infine per considerare la
complessità delle due supply chain devo far riferimento al numero di prodotti
che l’azienda ha in magazzino e di quanti magazzini centrali dispone. Amazon
gestisce 135 milioni di prodotti fisici diversi appoggiandosi a 28 magazzini
mentre Apple ha 26 mila prodotti in un unico magazzino in California. Viene da sé
che è più facile fare previsioni per 26 mila prodotti situati in un unico
luogo.