Coronavirus, cosa fanno le aziende italiane per combattere il virus

Coronavirus, cosa fanno le aziende italiane per combattere il virus

Dopo gli oltre 150 casi accertati nel nord Italia, le aziende, a partire dalla Unilever di Casalpusterlengo (Lodi) dove lavorava il 38enne contagiato per primo, il paziente 1, stanno mettendo in campo una serie di misure per contenere l’epidemia. Assolombarda sta fornendo agli imprenditori – che hanno preso d’assalto le linee telefoniche dell’associazione – una serie di informazioni ed un decalogo del comportamento da adottare, coerenti con quanto già diffuso dal Ministero della Salute e dalla Farnesina. Ecco le principali misure prese dalle aziende, a partire da lunedì 24 febbraio.

Lvmh
Lvmh, la multinazionale francese del lusso, ha dato ai suoi manager, già da qualche giorno, indicazione di non viaggiare da e per l’Italia verso le altre sue sedi internazionali. Lo si apprende da fonti qualificate.

Armani e Tod’s
Giorgio Armani ha deciso di chiudere per una settimana gli uffici di Milano e le sedi produttive che si trovano in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Trentino e Piemonte. Al personale coinvolto dalla misura, presa per fronteggiare l’emergenza coronavirus, non saranno trattenute le ferie. Dirigenti e responsabili di funzioni – spiegano dalla maison – dovranno comunque garantire disponibilità e reperibilità.

Giorgio Armani oggi ha presentato la collezione della linea che porta il suo nome con una sfilata a porte chiuse. Scelta poi presa anche dal marchio Laura Biagiotti. Tod’s ha preferito optare per smart working e limitazione delle trasferte per qualche giorno

Gucci
Già dalla giornata di domenica 23 Gucci ha informato i propri dipendenti invitandoli a limitare le trasferte, preferendo modalità di comunicazione a distanza (video-conference), e incoraggiando l’utilizzo dello Smart Working per tutti i colleghi della sede di Milano.

Tim
Nelle regioni oggetto delle ordinanze, Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna Tim ha deciso di “sospendere gli interventi tecnici non urgenti mentre per gli interventi non rinviabili saranno adottate tutte le misure e dotazioni necessarie ai tecnici per operare in totale sicurezza”. Tra le misure messe in campo per fronteggiare l’emergenza Coronavirus il gruppo, spiega un portavoce, in quelle regioni ha anche “favorito l’accesso allo Smart working e incentivato l’utilizzo di strumenti di comunicazione a distanza per limitare gli spostamenti”.

Enel
Enel ha disposto lo smart working «fino a data da destinarsi per tutti i colleghi che lavorano o hanno residenza in uno dei comuni interessati da ordinanze pubbliche» relative al coronavirus. Lo fa sapere il gruppo aggiungendo di aver disposto in via precauzionale, pur non essendo stato riscontrato alcun contagio tra i propri dipendenti, lo smart working «per i colleghi che lavorano in qualsiasi sede nella quale si sia a conoscenza di un contatto diretto avvenuto, anche al di fuori del contesto lavorativo, tra un collega e una persona risultata positiva al virus». Queste disposizioni saranno applicate anche al personale terzo che opera nelle sedi Enel.

Wind Tre
Wind Tre, a seguito delle misure di controllo e prevenzione della diffusione del Coronavirus, ha deciso di raccomandare a tutti i dipendenti che operano nelle regioni Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Friuli Venezia Giulia di utilizzare lo amart working. L’ azienda assicurerà anche gli interventi necessari e urgenti da parte dei propri tecnici, che opereranno in regime di sicurezza e nel rispetto delle indicazioni ricevute dalle autorità competenti. Wind Tre ha sottolineato a tutti i dipendenti l’importanza di attenersi alle norme igieniche basilari per ridurre l’esposizione e la possibile trasmissione del virus, anche tramite le disposizioni riportate nell’opuscolo informativo redatto dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di sanità.

AB medica: robotica a sostegno delle aziende ospedaliere
L’ azienda lombarda leader nella produzione e nella distribuzione di tecnologie medicali, nonché punto di riferimento per la robotica chirurgica in Italia , ha deciso, per questo periodo di emergenza, di offrire pro-bono una tecnologia avanzata per la disinfezione delle infezioni ospedaliere ai principali centri ospedalieri in prima linea nella lotta al Coronavirus.
“La nostra è un’iniziativa doverosa e di carattere sociale – dichiara Aldo Cerruti, presidente del gruppo AB medica – siamo in Lombardia, abbiamo soluzioni valide ed efficaci, non mancheremo di metterle a disposizione per l’emergenza di questo periodo laddove più necessario”.
AB medica, oltre a un’apparecchiatura innovativa utilizzata in questo ambito, dispone di soluzioni di telemedicina ospedaliera e domiciliare che nell’attuale situazione potrebbero risultare molto utili a garantire un monitoraggio continuo dei pazienti.
“Prendersi cura del paziente – prosegue Cerruti – è un impegno collettivo che coinvolge innumerevoli attori, dai medici, agli infermieri ai manager delle aziende ospedaliere sino ad arrivare alle istituzioni e alle aziende che sono attive nel mondo sanitario. In una situazione di criticità diffusa siamo tutti egualmente chiamati a indirizzare i nostri sforzi in maniera sinergica.”

Unilever (sede di Casalpusterlengo, Lodi)
Le attività del centro di ricerca della multinazionale dove lavora il 38enne contagiato dal coronavirus sono ferme per effettuare i test necessari e in attesa delle indicazioni delle autorità sanitarie, riporta l’Ansa. Nell’azienda era scattata già nella mattinata del 21 febbraio la procedura di emergenza e sono stati eseguiti i tamponi sui dipendenti per capire se qualcuno possa essere stato contagiato. È stata chiusa la mensa. Sono già stati attivati i protocolli ministeriali previsti. La gestione dell’azienda è in capo alla Regione Lombardia.

Ikea: esentati lavoro residenti Comuni coinvolti
«Alla luce dell’ordinanza emessa dal ministero della Salute e dalla Regione Lombarda, Ikea Italia ha provveduto a esentare dalle attività lavorative tutti i dipendenti residenti nei Comuni indicati dall’ordinanza, non tutti i dipendenti della Regione Lombardia ed è in contatto con ciascuno di loro per verificare le loro condizioni di salute». È quanto ha fatto sapere Ikea in una nota.

Mae (Fiorenzuola d’Arda, Piacenza)
Sono una settantina i dipendenti sottoposti a controlli. Il dipartimento di Igiene pubblica dell’Ausl piacentina aveva già contattato il medico competente della Mae per avviare la vigilanza sui lavoratori. Il 21 febbraio l’azienda è stata chiusa prudenzialmente per iniziativa del titolare. Se il dipendente Mae, rientrato dalla Cina il 21 gennaio e andato a cena con il paziente zero, già negativo al tampone, dovesse essere negativo anche agli ulteriori accertamenti, l’approccio verrà modificato di conseguenza.

Eni (San Donato Milanese, Milano)
La multinazionale dell’energia lascia a casa per una settimana i dipendenti residenti nei comuni di Codogno, Casalpusterlengo, Castiglione d’Adda. Lavoreranno da remoto in smart working.

Saipem (San Donato Milanese, Milano)
L’azienda controllata da Eni ha già mandato a casa dal 21 febbraio tutti i dipendenti residenti nei comuni di Codogno, Casalpusterlengo, Castiglione d’Adda e attivato lo smart working.

Snam (San Donato Milanese, Milano)
L’ufficio del personale sta contattando uno a uno i dipendenti che risiedono nei comuni in provincia di Lodi indicati tra quelli a rischio. L’indicazione che viene data loro è di rimanere a casa ed evitare il più possibile i contatti sociali.

Inail Lombardia
La direzione regionale Lombardia dell’Inail ha disposto la chiusura di tutti gli sportelli amministrativi (aziende e lavoratori) e degli ambulatori medici presenti sul territorio. Le sedi restano comunque operative ed è garantito il presidio dei canali telematici e telefonici.

Arcelor Mittal
«Per meglio tutelare la salute di tutti i nostri colleghi – si legge in una lettera del direttore delle risorse umane – si ritiene necessario, con effetto immediato, che tutti i residenti» nei Comuni di Castiglione d’Adda, Casalpusterlengo e Codogno, o che si siano recati ed abbiano avuto frequentazioni con la popolazione di quelle aree «negli ultimi 14 giorni, prestino, da subito e fino a nuove disposizioni, l’attività professionale presso la propria abitazione, lascino il luogo di lavoro ed evitino contatti sociali». L’azienda ha anche sospeso le trasferte verso molte aree asiatiche.

Trenord
Trenord ha invitato il proprio personale a “indossare prontamente le mascherine» se in presenza di «un caso ragionevolmente sospetto». L’azienda invita il personale a «evitare contatti ravvicinati» con le eventuali persone segnalate. Tra le altre indicazioni quella di «lavarsi spesso le mani, evitare il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute, non toccarsi occhi, naso e bocca con le mani e coprire la bocca e il naso in caso di sternuti o colpi di tosse».

Luxottica (sede di Milano)
Un dipendente della sede milanese dell’azienda di occhiali sta affrontando la trafila degli esami sul Coronavirus dopo aver comunicato nella giornata del 21 febbraio all’azienda di essere preoccupato perché in contatto con una persona che ha avuto contatti con uno degli infettati dell’area di Codogno. Secondo quanto si apprende, il dipendente non mostra alcun sintomo dell’infezione e per precauzione è stato posto in ‘smart working’, con il suggerimento di tornare a casa e iniziare gli esami medici. Luxottica ha posto in ‘smart working’ anche una ventina di dipendenti residenti nell’area dei Comuni dove è stato segnalato il focolaio.

Vodafone
In linea con le indicazioni del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità anche Vodafone ha intensificato le misure di controllo e prevenzione della diffusione del Coronavirus.
«Da ieri – precisa l’azienda – sono state sospese tutte le trasferte di lavoro che devono essere preventivamente autorizzate dalla Direzione HR con il supporto del medico aziendale; i dipendenti sono stati inviati ad utilizzare la mascherina in caso di utilizzo di mezzi pubblici». I dipendenti provenienti dalle zone del cordone sanitario devono lavorare in smart working fino a mercoledì 26 febbraio e a Milano «i dipendenti di una sede secondaria in cui ha lavorato un consulente residente a Codogno devono lavorare in smart working fino a mercoledì 26 febbraio»

Etra (Padova)
Da lunedì 24 febbraio e fino a data da destinarsi, tutti gli Sportelli Clienti della multiutility padovana Etra resteranno chiusi al pubblico a causa della presenza del Coronavirus. «Il provvedimento – spiega il Presidente del Consiglio di Gestione di Etra, Andrea Levorato – è stato deciso dal Responsabile della Sicurezza in coordinamento con i vertici di Etra, in linea con le prescrizioni diffuse dalla Protezione Civile, dalla Regione Veneto e dal Ministero della Salute che dispongono di evitare contatti con la popolazione, specialmente nel territorio di Padova Sud, ma, in via precauzionale, anche nelle aree adiacenti». Per quanto concerne il personale saranno presi provvedimenti di massima cautela per gli operatori della raccolta porta a porta (mascherine e occhiali di protezione sono già in dotazione, ora ci sarà la prescrizione di indossarli sempre), senza comunque sospendere il servizio di pubblica utilità e garantendo l’igiene del territorio.

Intesa San Paolo
Con riferimento alle misure di tutela dal Coronavirus (COVID – 2019), Intesa Sanpaolo rende noto di aver disposto la chiusura delle filiali dei Comuni oggetto dei provvedimenti governativi: Codogno, Castiglione d’Adda, Casalpusterlengo, Fombio, Maleo, Somaglia, Bertonico, Terranova dei Passerini, Castelgerundo e San Fiorano in provincia di Lodi; Vò Euganea in provincia di Padova. In tutti questi Comuni restano operativi gli sportelli ATM. In tutti gli altri Comuni italiani, le filiali sono regolarmente aperte. Intesa Sanpaolo è pronta ad attivare le misure richieste anche in altri Comuni se si rendesse necessario su indicazione delle autorità.

Trenitalia
“Installazione a bordo treno di dispenser di disinfettante per mani” e “consegna al personale di apposito equipaggiamento protettivo (mascherine con filtro e guanti monouso”. Sono alcune delle misure messe in atto dal Gruppo Fs che ha attivato “procedure particolari per garantire la gestione di situazioni riconducibili a possibili casi” di Coronavirus. Previsto anche un “potenziamento delle attività di pulizia disinfettanti a bordo dei treni della flotta di Trenitalia” e diffusione del vademecum del ministero della Salute ai passeggeri.

Comune di Milano
Il Comune di Milano ha deciso di sospendere dalle attività lavorative i dipendenti dell’amministrazione e delle società controllate che provengono dai comuni “dove sussiste un cluster di infezione”, come ha dichiarato il sindaco, Giuseppe Sala, in una nota diramata dopo il tavolo di lavoro che si è riunito nella mattinata del 22 febbraio a Palazzo Marino. Il Comune ha dato così attuazione all’ordinanza del Ministero della Salute e della Regione Lombardia. A quanto si apprende sono 14 i dipendenti del Comune sospesi dal lavoro.

Mediaset
I giornalisti inviati nelle aree a rischio coronavirus dovranno essere sottoposti a tampone prima di poter rientrare in azienda. Lo ha deciso – secondo quanto si apprende – Mediaset a tutela dei lavoratori della sede di Cologno Monzese.

Task force di Confindustria
«Confindustria si è resa disponibile a fornire supporto e informazioni alle imprese che si trovano ad affrontare difficoltà logistiche e di gestione delle risorse», spiega la vicepresidente per l’internazionalizzazione, Licia Mattioli. «Abbiamo inoltre costituito – dice – una ‘Task force Coronavirus’ per rispondere alle richieste del sistema in maniera sempre più efficiente e puntuale. Questa task force costituirà il punto di riferimento per l’unità di crisi della Farnesina, il ministro egli Esteri, il ministero della Salute e la Presidenza del Consiglio con cui saranno condivise le informazioni e le problematiche segnalate via via dalle imprese»

«È ancora presto per fare un bilancio dei danni del Coronavirus sull’economia italiana», indica ancora la vicepresidente di Confindustria, «ma è importante essere consapevoli che queste ripercussioni andranno a innestarsi su uno scenario economico già in difficoltà. Guardando in particolare al settore del lusso, è indubbio che gli impatti saranno significativi. Pensi che i consumatori cinesi rappresentano circa il 33% delle vendite dei turisti in Italia».

Leonardo e Pirelli
I due gruppi hanno sospeso “a scopo precauzionale e con effetto immediato” trasferte nazionali e internazionali.

Zurich
La compagnia assicurativa ha chiesto di lavorare in smart working ai dipendenti di Milano, Brescia, Modena, Rimini, Padova e Torino anche se non ci sono casi di contagio tra i dipendenti. E tutti invitano a ripianificare le riunioni trasformandole in conference call, a sospendere i viaggi all’estero e in Italia verso le 4 regioni coinvolte




Il coronavirus terrorizza, il clima no: come nasce la percezione del rischio

Il coronavirus terrorizza, il clima no: come nasce la percezione del rischio

Analisi delle dinamiche con cui si innesca una mobilitazione globale

Con le prime vittime italiane del coronavirus e i casi di contagio anche nel nostro Paese è scoppiata la fobia. Cittadine isolate, scuole chiuse, eventi annullati, protocolli d’emergenza. A livello globale la comunità medico-scientifica lavora per trovare una cura, il Fondo monetario ha rivisto al ribasso le stime di crescita, sono spuntate mascherine ovunque ed è partita una mobilitazione che ha pochi precedenti nella storia. Tutto questo in poco più di un mese e a fronte di un bilancio che, mentre scriviamo, è arrivato a 2461 morti. Secondo il Climate Index Risk negli ultimi 20 anni i fenomeni meteorologici estremi aggravati dal cambiamento climatico hanno causato 500 mila vittime nel mondo. L’Oms stima che tra il 2030 e il 2050 la crisi del pianeta ne provocherà altre 250 mila ogni anno. Solo in Italia l’inquinamento dell’aria è la causa di circa 80 mila decessi l’anno (Aea). E i ricercatori dell’Ipcc calcolano che entro il 2100 le perdite economiche dovute all’emergenza climatica oscilleranno tra gli 8,1 e i 15 trilioni di dollari. Lo scenario è apocalittico, ma oggi per scongiurare la catastrofe ambientale non c’è stata una reazione altrettanto forte. Perché?

«Per dare una risposta bisogna analizzare le dinamiche con cui avviene la costruzione sociale del rischio» spiega Giovanni Carrosio, sociologo dell’Ambiente presso l’università di Trieste. «Per comunicare efficacemente non basta utilizzare dati oggettivi o un approccio razionale, perché la percezione dei rischi è un fenomeno molto complesso che prende forma in base al vissuto e alle credenze delle persone». Questo porta a «sottovalutare o sovrastimare un evento e contemporaneamente innesca reazioni che non sono proporzionate al fenomeno». L’esempio classico è la nostra sensazione nel viaggiare in auto o in aereo. «Razionalmente tutti sappiamo che volare è più sicuro che guidare, ma tutti abbiamo più paura di prendere il volo che di sederci al volante».

I fattori scatenanti

Alla costruzione sociale del rischio concorrono tantissimi fattori, anche molto diversi tra loro. «La scienza e la fiducia che le persone ripongono in essa giocano un ruolo chiave, ma lo stesso fanno elementi simbolici, irrazionali». Proprio parlando di coronavirus abbiamo assistito a episodi di discriminazione nei confronti di cittadini cinesi solo su base razziale, un istinto che risulta più forte di studi scientifici o calcoli probabilistici. Per Marco Bagliani, docente di Cambiamento climatico, strumenti e politiche all’università di Torino, «il parallelismo tra coronavirus e crisi climatica chiama in causa la psicologia dei disastri». Particolare importanza assumono tempi, spazi e ricadute sociali. «L’epidemia del coronavirus si sviluppa su una scala temporale breve e rispetta i tempi tipici dell’attenzione, mentre il cambiamento climatico varia su una scala temporale più lunga. Parlando di spazi, l’epidemia ha una sua collocazione: le città, gli ospedali, una nave in quarantena, mentre la crisi del nostro pianeta non si sviluppa per forza sotto i nostri occhi». Infine le ricadute sulla vita delle persone: «Mettersi in gioco per fermare il virus prevede un sacrificio a breve termine (limitare i viaggi, indossare le mascherine), provare a contrastare il cambiamento climatico invece significa rivedere gli stili di vita per sempre».

L’unico modo per rendere meno dolorosa questa svolta sarebbe cercare quella che Carrosio – citando Alexander Langer – definisce una «transizione socialmente desiderabile». E cioè «non una rinuncia totale, ma un cambiamento frammentato in piccoli traguardi che si portino dietro anche miglioramenti della vita e delle condizioni sociali». Questo approccio può fare la differenza. Ne è convinto anche Luca Iacoboni, responsabile Clima ed Energia di Greenpeace. «Quindici anni fa gli ambientalisti erano considerati tutti catastrofisti. Poi alcuni studi hanno svelato che è meglio comunicare speranza e far leva sui buoni propositi delle persone». Certo, una ricetta vincente per convincere e mobilitare le persone non esiste. «Forse il metodo migliore è arrivare a una sintesi: per indurre all’azione bisogna dire che c’è speranza e contemporaneamente essere determinati nel pretendere azioni concrete». Il mondo dell’attivismo sembra destinato a cambiare a partire da questi impulsi: «L’impegno delle persone sarà più intersecato a livello sociale, meno battaglie isolate e più obiettivi comuni a difesa delle fasce più deboli».




EMERGENZA CORONAVIRUS: LUCA POMA COMMENTA LA COMUNICAZIONE DEL GOVERNO SU RADIOUNO

TUTTI GLI ERRORI DELL'ESECUTIVO SULLA GESTIONE DEL CORONAVIRUS

26 Febbraio 2020: a “Tra poco in edicola”, su RadioUno, Claudio Vigolo intervista Luca Poma su come il Governo italiano ha gestito la comunicazione di emergenza in occasione dell’epidemia di Corona Virus, oltre ad altri temi legati alla Corporate Social Responsibility – responsabilità sociale d’impresa




Eni, sanzione di 5 milioni dall’Antitrust per pubblicità ingannevole: definisce il suo diesel “green” ma “è altamente inquinante”

Eni, sanzione di 5 milioni dall’Antitrust per pubblicità ingannevole: definisce il suo diesel “green” ma “è altamente inquinante”

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato spiega che la multinazionale ha attribuito al suo carburante Eni Diesel+ “vanti ambientali che non sono risultati fondati”. La società si è impegnata a non utilizzare più la parola “green”. L’azienda: “Sorpresi della decisione, presenteremo ricorso al Tar”

Ha attribuito al suo carburante Eni Diesel+ “vanti ambientali che non sono risultati fondati“. Per questo l’Antitrust ha sanzionato l’Eni con 5 milioni di euro per la diffusione di messaggi pubblicitari ingannevoli. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato spiega infatti che nella campagna promozionale è stata usata la denominazione “Green Diesel“, le qualifiche “componente green” e “componente rinnovabile”, e altri claim di tutela dell’ambiente, quali “aiuta a proteggere l’ambiente. E usandolo lo fai anche tu, grazie a una significativa riduzione delle emissioni”, sebbene, si legge nella nota dell’Antitrust, “il prodotto sia un gasolio per autotrazione che per sua natura è altamente inquinante e non può essere considerato green”.

Secondo l’Autorità, l’ingannevolezza dei messaggi derivava “dalla confusione fra il prodotto pubblicizzato EniDiesel+ e la sua componente biodiesel HVO (Hydrotreated Vegetable Oil), chiamata appunto da Eni “Green Diesel”. Inoltre, scrive ancora l’Antitrust, alcune delle vantate caratteristiche del prodotto, relative alla riduzione delle emissioni gassose “fino al 40%“, delle emissioni di CO2 del 5% in media, e dei consumi “fino al 4%“, non sono risultate confermate dalle risultanze istruttorie, in quanto parziali. Ad esempio, non per tutte le emissioni gassose e non in tutti i casi la riduzione risultava raggiungere il 40% e, per i consumi, la riduzione era solo in minima parte imputabile alla componente HVO denominata da Eni “Green Diesel”.

E ancora, le caratteristiche del carburante Eni Diesel+ non erano adeguatamente contestualizzate, perché per esempio non veniva chiarito che il vanto di una riduzione delle emissioni di CO2 era riferito all’intero ciclo del prodotto. Infine, nei messaggi si lasciava intendere che le vantate caratteristiche migliorative del prodotto – da cui erroneamente si lasciava intendere discendesse la natura di prodotto orientato alla protezione dell’ambiente – fossero da attribuire in maniera significativa alla sua componente definita da Eni “Green Diesel”, aspetto anch’esso che non è risultato veritiero. Nel corso del procedimento, precisa comunque l’Autorità, la società Eni ha avviato l’interruzione della campagna stampa e si è impegnata a non utilizzare più, con riferimento a carburanti per autotrazione, la parola “green”.

Eni si dice “sorpresa” della decisione perché ritiene “di aver illustrato nel corso del procedimento le ragioni” per cui le contestazioni mosse “devono considerarsi infondate” e “di aver presentato alcune decisive evidenze” che a suo avviso “confermano la correttezza metodologica e informativa della propria comunicazione commerciale”. Nello spiegare le caratteristiche del prodotto, l’azienda annuncia di voler impugnare la sanzione al Tar e aggiunge: “È di intuitiva evidenza come la possibilità di sostituire la componente fossile con una maggiore percentuale di componente rinnovabile sia di per sé una soluzione in grado di abbattere l’impatto ambientale del carburante”.




Quando usciremo dalla peste comunicativa

Quando usciremo dalla peste comunicativa

Pubblichiamo in esclusiva un articolo scritto nei primi giorni del 2030, quando una legge sancirà drastiche misure contro la deriva della comunicazione.

Qualche giorno fa (il 1 gennaio di questo 2030) è entrato in vigore il decreto 323/29. Esso impone a ogni organizzazione privata, pubblica o sociale operativa sul territorio nazionale, l’adozione di modalità narrative e di rendicontazione delle proprie attività ispirate al principio che la comunicazione, analogica e digitale (compresa la pubblicità!), è sì un importante strumento di formazione e orientamento della conoscenza e delle opinioni, ma non è fine a se stessa: va sempre e comunque orientata a far nascere, crescere o chiudere una o più relazioni con uno o più segmenti di stakeholder (“aventi titolo”), che siano questi interni (dipendenti), esterni (clienti) o di confine (azionisti, fornitori).

Relazioni comunque e sempre finalizzate al raggiungimento di obbiettivi espliciti e condivisi. In caso contrario, sia l’organizzazione che il titolare del supporto distributivo (analogico o digitale) sono soggetti a sanzioni amministrative.

Il nuovo orientamento (obbligatorio!) della comunicazione

Diverse decine di migliaia di operatori (programmatori, influencer, storyteller, blogger, giornalisti, decisori pubblici, relatori pubblici, lobbisti e tessitori sociali sul territorio) con aspettative diverse, spesso opposte e col fiato sospeso, sono ansiose di verificare se il drastico dettato del 323/29 riuscirà davvero a orientare le organizzazioni e i loro operatori verso pratiche comunicative più discorsive e dialoganti, meno invasive, prepotenti e insistenti, non opinabili e soprattutto più con-vincenti (dal latino vincere-cum).

Dopo un decennio 2020-2029 che ha visto la rappresentazione delle organizzazioni letteralmente “divorare” il valore della loro rappresentanza, spingendole a transitare da un già deleterio shortermismo al ben noto e frenetico nowtermismo, per i proponenti del decreto è fondamentale che le attività comunicative si orientino verso un governo delle relazioni con gli stakeholder. E, ora che sappiamo per certo che la velocità dell’algoritmo è calibrabile in funzione di regole, spazi e obiettivi negoziati e condivisi, che rallentino la velocità.

Ricordiamo qui alcuni momenti del passato focalizzando anche sulle organizzazioni non politiche. Troppo facile sparare solo sui politici e le loro rispettive “bestie”.

I peggiori casi di cattiva rappresentazione dal 2020 in poi

Per esempio la vicenda del ponte Morandi, la cui rappresentazione ha largamente distrutto lo spirito e il capitale sociale di una delle più importanti città italiane: un danno davvero irreparabile partito con la grottesca ripresa sui social del “grandefratello” Casalino del funerale delle vittime del crollo, poi passato per il perlomeno insolito doppio incarico a Comin e Barabino per la tutela della reputazione di Autostrade (a Roma il primo, a Genova il secondo); fino a una conferma “temporanea” (eternamente, “salvo intese”…) di una concessione che ha fortemente diminuito patrimonio e mito di una famiglia identificata per decenni con il successo dell’Italia nel mondo (altro ingente danno al nostro capitale sociale).

Più recentemente, con il governo giallorosso già in coma, un reputato comunicatore già responsabile digitale della Federazione Relazioni Pubbliche Italiana e che orgogliosamente sottolineava la propria appartenenza ai comunicatori duri e puri, da cinque giorni dirigente della comunicazione del Ministro della Innovazione (dopo avere transitato fra Eni e Agi con l’incarico di rappresentare tutto il rappresentabile), scaraventa sull’arena della rappresentazione un (si fa per dire) piano dell’innovazione in cui l’imbarazzo degli osservatori si è alternato fra pochezza e banalità del contenuto e l’ispirazione dichiaratamente casaleggiana in pieno conflitto di interesse. Di tutto e di più, purché se ne parli.

Incrociamo poi il sistema bancario, dimentico delle mai chiarite vicende MPS che hanno anche portato alla misteriosa e tragica fine del bravo comunicatore Davide Rossi, prontamente dimenticato dai colleghi; e immemore delle devastazioni del vignaiolo Zonin e dei dirigenti delle altre banche venete e popolari. Un sistema che si trova in parallelo di fronte a una robusta rappresentazione dei principi di responsabilità sociale, di rendicontazione integrata, di valorizzazione del ruolo delle donne… e il giorno dopo (Unicredit) annuncia tranquillamente, come se niente fosse e scontando le reazioni “forzatamente” smorzate dei sindacati, una riduzione di migliaia di posti di lavoro.

Una mossa che peraltro passa quasi inosservata, perché a sua volta incalzata dal crollo, previsto e scontato da almeno un decennio, della Banca Popolare di Bari, con tanto di indagini di corruzione (destinate sicuramente a perdersi nelle nuvole di dati) per il padre padrone nonché presidente ella Banca. Naturalmente solo dopo diversi mesi si capisce che tutta la kermesse era frutto di un disegno comunicativo che “rappresentasse” agli italiani l’opportunità di una ennesima commissione parlamentare di indagine che, vivaddio, è riuscita per un soffio a evitare un’“inverosimile” presidenza esplicitamente antisemita, ma che ha comunque dirottato per mesi e mesi l’attenzione dalle questioni vere che hanno poi portato al crollo economico e finanziario del 21/22.

Il forsennato utilizzo a senso unico della rappresentazione è visibile anche dalla decisione di 180 grandi imprese multinazionali americane di annunciare inopinatamente che andava riscritta del tutto la “ragione esistenziale” (in inglese purpose) dell’impresa, retrocedendo i sempre favoriti azionisti a un ruolo paritario con altri interlocutori come i dipendenti, i fornitori, i clienti e la società civile. Belle parole, nessun impegno, nessuna scadenza.

Al contrario, non più tardi di qualche giorno dopo l’uscita pubblica, il responsabile della stesura di quella revisione (CEO della Johnson&Johnson, che aveva appena “confessato” al New York Times l’emozione di essersi sentito, durante la stesura, “come Jefferson”), è stato condannato da un tribunale a un’elevatissima multa per avere ecceduto nella quantità di oppioidi nei suoi prodotti. E così una rappresentazione immotivata e fine a se stessa ha avuto l’effetto di accelerare la fine dell’infatuazione verso la cosiddetta CSR (un obiettivo sensato, a cavallo fra Greta e la catastrofe ambientale).

La rappresentazione oltre il marketing e il sogno americano. Finalmente.

Ci sono tanti altri recenti episodi di rappresentazione immotivata e controproducente, dalla Boeing alla Wells Fargo, dalla Monsanto alla Via della Seta alla TAV (da entrambe le parti).

Fin da piccolo – padre diplomatico italiano e madre figlia di diplomatico britannico – ho avuto innato il senso della “rappresentanza”, e ho sempre pensato che la “rappresentatività” fosse una valutazione di merito del suo esercizio. Quella che oggi chiamiamo la “rappresentazione”, la narrazione erga omnes della rappresentanza, veniva interamente assorbita nelle prime due accezioni.

Oggi non è più così, ma è bene sapere che fino al 1960 la funzione del governo delle relazioni nelle organizzazioni operava alla grande, e alle dirette dipendenze dei vertici organizzativi. Furono l’esportazione nel mondo del sogno americano e dei consumi di massa che resero il marketing più rilevante. L’esplosione digitale ha solo rafforzato questa linea, perché ci si era erroneamente convinti che la comunicazione fosse la finalità dell’esercizio rappresentativo e non il suo strumento.

Difficile dirlo oggi nel 2030, ma sia Bernays, che Ivy Lee nei primi decenni del Novecento, e poi Grunig negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, avevano non solo praticato, ma sostenuto e argomentato questa verità, travolti però dall’ondata globale del sogno americano. Quel sogno che, con l’accelerazione incontrollata della velocità ha prodotto tutte le ineguaglianze che ancora oggi, nel 2030, affliggono miliardi di persone, costrette a migrare da una terra all’altra in condizioni di vita disperate.

Concludendo, per i suoi proponenti l’applicazione del decreto 323/29 rappresenta un piccolo, ma significativo passo, meno accidentato e più civile, verso un territorio relazionale fra individui, gruppi, organizzazioni, robot e algoritmi.