Il vibe coding è il nuovo open source, e non è un complimento
Così come probabilmente non coltivate e macinate il grano per fare la farina, la maggior parte degli sviluppatori di software non scrive da zero ogni riga di codice di un nuovo progetto. Questo perché farlo rallenterebbe sensibilmente il processo e rischierebbe di creare problemi aggiuntivi. Per mettere a punto i vari componenti software di base, invece, gli sviluppatori attingono a librerie preesistenti, che spesso sono open source.
Per quanto sia efficiente, questo approccio può però creare vulnerabilità. Anche il cosiddetto vibe coding, ovvero il ricorso all’intelligenza artificiale per programmare, è sempre più spesso impiegato in modo simile, con lo scopo di creare rapidamente codice che gli sviluppatori possono poi semplicemente adattare. I ricercatori di sicurezza avvertono tuttavia che la pratica sta rendendo la sicurezza della catena di fornitura dei software ancora più complicata e pericolosa.
I rischi del vibe coding
“Stiamo raggiungendo il punto in cui l’intelligenza artificiale sta arrivando alla fine del suo periodo di grazia in materia di sicurezza“, afferma Alex Zenla, direttore tecnico dell’azienda di sicurezza cloud Edera. “E l’intelligenza artificiale è il peggior nemico della sicurezza se si pensa alla generazione di codice che non è sicuro. Se l’AI viene addestrata in parte su software vecchi, vulnerabili o di bassa qualità disponibili sul mercato, tutte le vulnerabilità esistenti possono ripresentarsi ed essere introdotte di nuovo, per non parlare di nuovi problemi“.
Oltre ad assorbire dati di formazione potenzialmente insicuri, il vibe coding produce bozze di codice che potrebbero non tenere conto del contesto e di aspetti importanti di un determinato prodotto o servizio. In altre parole, anche se un’azienda addestra un modello locale sul codice sorgente di un progetto e su una descrizione in linguaggio naturale degli obiettivi, il processo di produzione si affida ancora alla capacità dei revisori umani di individuare ogni possibile difetto o incongruenza nel codice originariamente generato dall’intelligenza artificiale.
“Nell’era del vibe coding le squadre di tecnici devono pensare al ciclo di vita dello sviluppo“, afferma Eran Kinsbruner, ricercatore presso la società di sicurezza Checkmarx. “Se chiedete allo stesso llm di scrivere il vostro codice sorgente specifico, ogni singola volta produrrà un risultato leggermente diverso […] Questo introduce un’ulteriore complicazione al di là dell’open source“.
In un sondaggio di Checkmarx rivolto a responsabili della sicurezza e dello sviluppo, un terzo degli intervistati ha dichiarato che nel 2024 oltre il 60% del codice della loro azienda sarà generato dall’AI. Ma solo il 18% ha affermato che la società per cui lavora dispone di strumenti approvati per il vibe coding.
Questione di trasparenza
I progetti open source possono essere intrinsecamente insicuri, obsoleti o vulnerabili agli attacchi. Ma rischiano anche di essere incorporati nel codebase senza l’opportuna trasparenza o la documentazione adeguata. I ricercatori sottolineano che alcuni dei fondamentali meccanismi di controllo e responsabilità che sono sempre esistiti nell’open source sono mancanti o gravemente frammentati quando lo sviluppo è guidato dall’AI.
“Il codice creato dall’intelligenza artificiale non è molto trasparente“, afferma Dan Fernandez, responsabile dei prodotti AI di Edera. “Nei repository come Github almeno si possono vedere cose come le richieste di pull e i messaggi di commit che permettono di capire chi ha fatto cosa al codice, e c’è un modo per risalire a chi ha contribuito. Ma con il codice AI non c’è la stessa responsabilità […] E le righe di codice provenienti da un umano potrebbero essere parte del problema“.
Per quanto il vibe coding possa sembrare un metodo a basso costo per creare applicazioni e strumenti essenziali altrimenti inaccessibili a gruppi con poche risorse – come le piccole imprese o le popolazioni vulnerabili – Zenla sottolinea che questa facilità d’uso comporta il pericolo di creare una falla di sicurezza nelle situazioni più sensibili e a rischio. “Si parla molto di utilizzare l’intelligenza artificiale per aiutare le popolazioni vulnerabili, perché richiede meno sforzi per arrivare a qualcosa di utilizzabile“, spiega il direttore tecnico di Edera. “Penso che questi strumenti possano aiutare le persone con meno mezzi, ma credo anche che le implicazioni sulla sicurezza del vibe coding avranno un impatto sproporzionato proprio sulle persone che meno possono permetterselo“.
Anche nelle aziende, che si sobbarcano in gran parte il rischio finanziario d’impresa, le ricadute personali di una vulnerabilità diffusa introdotta come conseguenza del vibe coding rischiano di avere un impatto pesante.
“Il fatto è che il materiale generato dall’intelligenza artificiale sta già iniziando a vedersi nei codebase“, afferma Jake Williams, ex hacker della National security agency degli Stati Uniti e attuale vicepresidente della ricerca e sviluppo di Hunter Strategy. “Possiamo imparare dai progressi della sicurezza della catena di fornitura del software open source. Oppure non farlo, e lasciare che la situazione diventi terribile“.
Questo articolo è apparso originariamente su Wired US.
Ciao Internet – newsletter di Matteo Flora
Nel 1787, il principe Grigorij Potëmkin orchestrò una delle più grandi illusioni della storia moderna. Per impressionare l’imperatrice Caterina la Grande in viaggio attraverso la Crimea, fece erigere lungo il fiume Dnepr interi villaggi di cartapesta. Facciate dipinte, contadini festanti a comando, bestiame spostato freneticamente nella notte per apparire innumerevole. Era tutto falso, ma era rassicurante. Era l’ordine imposto sul caos.
Oggi, quasi tre secoli dopo, la tecnica non è morta: ha solo indossato un dolcevita di cashmere beige e ha imparato a citare Kant a memoria. Non parliamo di cartapesta, ma di Storytelling. Non parliamo di villaggi russi, ma di borghi umbri restaurati con una perfezione quasi inquietante. Benvenuti nel “Teorema del Cashmere”, dove analizziamo cosa succede quando un impero economico si regge non solo sulla qualità del prodotto, ma sulla sacralità intangibile del suo fondatore.
La genesi del “Capitalismo Umanistico”
Per comprendere il fenomeno Cucinelli, dobbiamo guardare oltre la moda. Dobbiamo osservare il vuoto lasciato dalle istituzioni tradizionali. Dagli anni ‘90 in poi, mentre la politica e la religione perdevano la loro presa morale sulla società, il mercato ha iniziato a vendere senso oltre che cose. È l’era del “Purpose Marketing”, dove non ti vendo un maglione perché tiene caldo (funzione), ma perché salva il mondo (valore).
Brunello Cucinelli ha cavalcato questa onda con maestria assoluta, trasformando una commodity come il filato in una reliquia laica. Ma c’è un punto di rottura fondamentale in questa narrazione: la quotazione in borsa. È il momento esatto in cui la filosofia cessa di essere un vezzo intellettuale e diventa una asset class, una variabile da monetizzare e scalare. Fino a ieri, abbiamo assistito a quella che definirei una “cortigianeria industriale” da parte della stampa italiana, terrorizzata dall’idea di perdere l’accesso al Re Sole di Solomeo. Ma l’incantesimo si sta sgretolando, e non per pettegolezzo, ma per un accumulo di dati che non combaciano più con la leggenda.
Autopsia di una “Narrazione”
Se apriamo il cofano di questa macchina narrativa perfetta, troviamo una serie di dissonanze cognitive affascinanti. Prendiamo l’aneddoto del “panino al lassativo”, spesso citato nelle biografie per colorire l’infanzia rurale. Tecnicamente, un lassativo inodore e insapore spalmabile come formaggio non esisteva nelle farmacie di provincia degli anni ‘60. In psichiatria, questa si chiama Confabulation: la produzione di memorie fabbricate o distorte, non necessariamente per mentire, ma per rendere la realtà coerente con il mito che si è costruito.
Ma spostiamoci su dati più “hard”. Il report di Morpheus sulle attività in Russia è una ferita aperta: mentre giganti come LVMH e Kering chiudevano le operazioni russe per un consenso morale quasi unanime, la Cucinelli SpA manteneva un’operatività che, seppur legale nelle pieghe delle sanzioni, devasta il “patto fiduciario” del brand umanista. Qui il Capitalismo Umanistico si scontra con il P&L (Profit and Loss), e a vincere è il secondo.
Anche la struttura di governance rivela crepe interessanti: se nemma narrazione si parla di merito e filosofia platonica, l’organigramma è un monolite dinastico con figlie e generi in posizioni apicali. I sociologi la chiamano Elite Reproduction: il meccanismo con cui le classi privilegiate assicurano la trasmissione dello status ai discendenti, mascherandolo da meritocrazia. E non dimentichiamo il Tax Credit: 4 milioni di euro di fondi pubblici usati per un docu-film autocelebrativo costato 10 milioni. La narrazione del “mecenate che dona al territorio” si inverte: è lo Stato che finanzia la propaganda dell’imprenditore.
Il “Simulacro” e la “Licenza Morale”
Per decodificare veramente Solomeo, dobbiamo scomodare Jean Baudrillard. Solomeo non è un borgo storico; è un Simulacro. È un’iper-realtà, una copia di un passato ideale che non è mai esistito davvero, dove la sporcizia e il conflitto sono stati rimossi chirurgicamente. È la “Disneyland del Rinascimento”.
Il meccanismo psicologico che protegge Cucinelli (fino ad ora) è il Moral Licensing, teorizzato da Monin & Miller. Funziona così: “Siccome ho restaurato una chiesa e parlo di San Francesco (azione morale), mi sento inconsciamente autorizzato a operare in Russia o a trattare con sufficienza i colleghi (azione dubbia)”. Il credito morale accumulato funge da scudo cognitivo.
Inoltre, Cucinelli è caduto vittima della Legge di Goodhart: “Quando una misura diventa un obiettivo, cessa di essere una buona misura”. Ha reso l’Etica un KPI (Key Performance Indicator) aziendale. Nel momento in cui l’ha fatto, l’etica ha smesso di essere virtù ed è diventata una variabile da ottimizzare per gli azionisti.
Lo scenario geopolitico e il futuro
Facciamo un passo indietro e guardiamo la scacchiera globale. Il caso Cucinelli è il canarino nella miniera per l’intero settore del lusso e dell’ESG (Environmental, Social, and Governance). Siamo entrati nell’era della Post-Authenticity: il consumatore non compra più il prodotto, ma l’assoluzione dai propri sensi di colpa consumistici.
Il rischio è sistemico per il “Made in Italy”. Se il nostro Soft Power si basa sulla bellezza e sullo stile di vita, permettere che venga cannibalizzato da figure messianiche espone il settore a un pericolo reputazionale enorme. Tra dieci anni, probabilmente assisteremo al declino dei “Guru-Founders”. Il mercato punirà chi accentra il valore etico su una singola persona fallibile e premierà brand “agnostici”, dove l’etica è certificata dalla Blockchain e non dalle lettere immaginarie agli imperatori romani.
E la lezione, dovesse essercene una, che portiamo a casa da questa analisi è amara ma necessaria: non esistono santi quotati in borsa. Abbiamo assistito alla parabola di un Icaro con un maglione di cashmere al posto delle ali di cera: il sole che lo sta sciogliendo è la trasparenza radicale dell’era digitale.
Brunello Cucinelli rimarrà un grande imprenditore, ma il “Profeta” è stato declassato a uomo. E forse è meglio così. Diffidate sempre da chi vi vende la Virtù al chilo, perché solitamente sta cercando di distrarvi mentre vi vende un panino o, peggio, compera il vostro senso critico. La realtà è complessa, sporca e priva di busti di marmo che vi applaudono.
Estote parati.
Minori sui social: Meta e TikTok si costituiscono nella Class Action; Germania e UE richiamano le piattaforme su età e contenuti
Prosegue la Class Action per la tutela dei minori sui social: Meta (Facebook, Instagram) e TikTok si sono costituite confidando in questioni procedurali per rinviare la discussione
La class action instaurata a Milano dallo Studio A&C su mandato del Movimento Italiano Genitori (MOIGE) e di alcune famiglie i cui figli hanno patito gravi danni a causa delle pratiche dei social di Meta e TikTok – e/o che continuano a subire i seri rischi di pregiudizio legati al funzionamento delle piattaforme – prosegue il suo iter procedurale, muovendo principalmente dalla constatazione che la legge vigente è clamorosamente violata dalle aziende responsabili dei social network.
Le aziende dei gruppi Meta e TikTok si sono costituite nella causa milanese negando l’evidenza e formulando numerosissime eccezioni formali, ottenendo un rinvio della prima udienza di discussione, che è ora fissata per al prossimo 14 maggio.
Nel merito, le società resistenti hanno tentato di dimostrare il presunto rispetto delle norme vigenti, soprattutto attraverso riferimenti a documenti di policy interni ed astratti, scritti dalle aziende stesse o da loro consulenti. Inoltre, come si può notare anche guardando questo breve video che riassume l’azione, pubblicato qui sul nostro sito, le società tentano di affermare di non poter essere ritenute responsabili per le proprie consapevoli scelte imprenditoriali, puntando inoltre il dito su altri soggetti – a partire dai genitori dei minori esposti a rischi e danni sulle piattaforme.
Le difese delle piattaforme sono inconsistenti e non potranno bloccare quello che è un vero tsunami che da tutto il mondo si sta abbattendo su di loro, ora che sono evidenti i disastrosi danni alla salute fisica a mentale che bambini, adolescenti ma anche adulti subiscono dalla frequentazione dei social.
E non mancano le condanne in sede giudiziaria, come quella del Tribunale di Berlino che approfondiamo più avanti (lett. B), o le avvisaglie di ben più pesanti sanzioni da parte della Commissione UE (lett. C).
Ma è tutta la complessiva mobilitazione a livello mondiale che fa impressione, con vari Paesi che osservando i gravissimi rischi e danni allo sviluppo dei minori hanno deciso di approvare ulteriori norme nazionali che proibiscano espressamente l’accesso dei pre-adolescenti ai social. Così, la Spagna di Sanchez (riportiamo il suo recente intervento) ha annunciato una nuova legge che vieterà esplicitamente l’accesso agli under 16, nonché la previsione di una responsabilità legale in capo ai CEO delle big tech per i reati commessi sui social network, descritti come spazi di “dipendenza, abuso, pornografia, manipolazione e violenza“. Analogamente, la Francia sta emanando anch’essa una legge ad hoc che introduce un ulteriore divieto di accesso prima dei 15 anni. Iniziative analoghe si segnalano anche in Grecia, Portogallo, Danimarca ed Austria.
In Australia, la legge su questo tema è entrata in vigore da alcuni mesi ormai.
Un’altra notizia di rilievo sul tema è costituita dalle novità provenienti da Bruxelles (che approfondiamo alla lett. C) relative al procedimento che la Commissione UE ha instaurato contro TikTok già due anni fa, che sta verificando la concretezza dei rischi per i minori collegati alle impostazioni ed al funzionamento dei social.
Analogamente a quanto si osserva nell’ambito di tale azione ai sensi del Regolamento UE Digital Services Act (DSA) anche l’azione di classe instaurata a Milano dallo Studio A&C vuole intervenire sulle impostazioni della piattaforma, di per sé dannose per i giovani utenti. L’azione italiana, in favore degli utenti attivi nella nostra penisola, è volta ad un intervento urgente del Giudice italiano per porre rimedio alla situazione attuale di grave pericolo per i minori, confermata nei giorni scorsi dalle conclusioni preliminari della Commissione.
Nel frattempo, negli Stati Uniti, stanno muovendo i primi passi le numerosissime cause instaurate contro i danni biologici causati ai minori dai social network (dalla dipendenza dalle piattaforme, fino al suicidio), ivi inclusi Meta e TikTok. Le azioni, promosse dai genitori di minori che hanno perso la vita o hanno subito gravi danni biologici, ma anche da ben 40 procuratori degli Stati USAe da distretti scolastici, si fondano anche su copiosa documentazione interna dei due gruppi che attesta la consapevolezza della dipendenza che le piattaforme ingenerano nei minori, a partire dai celebri Facebook Files – documenti allegati peraltro anche alla class action instaurata dallo Studio A&C a Milano.
Il Tribunale di Berlino condanna TikTok per mancata verifica dell’età dei minori:
Il Tribunale regionale di Berlino II, pronunciatosi su una causa proposta dall’Associazione federale dei consumatori (VZBV – Verbraucherzentrale Bundesverband)[1], ha ordinato a TikTok di non utilizzare più i dati personali degli utenti minori di età compresa tra i 13 e i 16 anni non ancora compiuti per finalità di marketing o pubblicità personalizzata.
In Germania, come ovunque in UE per la prassi adottata da tutte le piattaforme, la verifica dell’età dell’utente che si iscrive (in questo caso) a TikTok si basa esclusivamente sulle sole dichiarazioni dall’utente stesso durante il processo di registrazione.
Secondo i Giudici tedeschi tale prassi, con la semplice richiesta della data di nascita al momento della registrazione, costituisce peraltro un chiaro incentivo per i giovani a dichiararsi più grandi per aggirare i limiti di età e le funzioni limitate. Si tratta di una conclusione intuitiva ed in linea con la sostanza della normativa vigente, che è destinata ad essere applicata in tutta Europa, visto il chiaro dettato legislativo che impone invece alle piattaforme di svolgere tutte le verifiche possibili in base all’esperienza ed alla tecnologia disponibile.
Il Tribunale ha ritenuto dunque questa pratica dell’azienda, che favorisce l’accesso indiscriminato di minori nella piattaforma, insufficiente a garantire che i dati personali dei minori di età inferiore ai 16 anni non vengano trattati a fini pubblicitari senza il consenso dei genitori. La vendita di spazi pubblicitari basati sullo studio minuzioso dell’attività degli utenti e delle loro caratteristiche (a partire della loro fascia di età, peraltro) rappresenta infatti la linfa vitale delle piattaforme social, garantendo gran parte dei loro introiti.
Risulta evidente che il minore sotto età che acceda mentendo sulla propria data di nascita fruirà di un’esperienza diversa da quella per lui adeguata, con tutti i rischi che ne conseguono: proprio per evitare tale rischio il Tribunale berlinese ha vietato a TikTok di trattare i dati personali degli utenti registrati di questa fascia d’età senza il consenso dei titolari della responsabilità genitoriale per l’invio di messaggi di marketing e la visualizzazione di pubblicità personalizzate, prevedendo una sanzione fino a 250.000 euro in caso di violazione di tale divieto.
Anche in Italia, per accedere a TikTok (come anche a Instagram e Facebook) basta indicare una data di nascita corrispondente ad almeno 13 anni compiuti.
Questo è contrario alle leggi in vigore nell’Unione Europea e nei suoi Stati membri, come la Germania e l’Italia – a partire dal GDPR (Regolamento generale sulla protezione dei dati) e dai codici privacy nazionali. Il primo prevede all’art. 8 un’età minima di 16 anni per poter accedere ai servizi di social network, consentendo ai legislatori nazionali di fissare un limite minore, non inferiore ai 13 anni, mentre il codice privacy italiano prevede invece il limite minimo di 14 anni, 13 qualora sia presente anche il consenso di entrambi i genitori del minore.
Le conclusioni preliminari della Commissione UE nel quadro del procedimento ai sensi del DSA: design e sistemi additivi, insufficienza della valutazione del rischio
Il 6 febbraio 2026 la Commissione ha divulgato il contenuto delle proprie conclusioni preliminari, nel quadro del procedimento instaurato nel febbraio 2024 nei confronti di TikTok ai sensi del Digital Services Act (Reg. UE 2022/2265), avente ad oggetto la tutela dei minori, la trasparenza della pubblicità, l’accesso ai dati in favore dei ricercatori e la gestione del rischio con riferimento al design additivo ed ai contenuti dannosi.
Secondo la Commissione, TikTok ha violato le norme UE per il suo design che crea dipendenza, il quale include funzionalità come lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei contenuti, le c.d. notifiche push e il suo sistema di raccomandazione altamente personalizzato.
Il comunicato stampa della Commissione pone l’accento sull’inadeguatezza della valutazione del rischio compiuta dall’azienda sui propri sistemi, evocando altresì i risultati della ricerca scientifica, secondo cui il funzionamento della piattaforma (che rischia di “mettere il cervello in modalità pilota automatico”) può indurre comportamenti compulsivi e a ridurre l’autocontrollo.
TikTok avrebbe inoltre ignorato importanti indicatori dell’uso compulsivo dell’app, come il tempo speso sull’app dai minori anche durante la notte, l’inefficacia degli strumenti di gestione del tempo e di controllo parentale.
La Commissione ritiene che TikTok debba modificare la struttura di base del suo servizio, attraverso la disabilitazione delle principali caratteristiche che creano dipendenza, a partire dallo scorrimento infinito dei contenuti (infinite scrolling), ponendo in essere effettive modalità di interruzione dell’uso dell’app e adattando il suo sistema di raccomandazione.
Annotiamo che l’azione inibitoria di classe promossa dal nostro Studio per il Moige e le Famiglie avanza proprio questa richiesta: la modifica del design delle piattaforme per limitarne il potere di condizionamento a danno dei minori e dei più fragili.
Se l’azienda non adempirà all’invito della Commissione di adeguare i propri sistemi alle norme vigenti, rischia una sanzione fino al 6% del suo fatturato annuo …una cifra monstre di circa 8/9 miliardi di euro!
Per ulteriori approfondimenti, è possibile scrivere ai professionisti dello Studio legale A&C all’indirizzo info@ambrosioecommodo.it.
[1] Landgericht Berlin II, Sentenza del 23.12.2025, 15 O 271/23.
Il lato oscuro di Brunello Cucinelli e della sua azienda
Quando ho scritto qui un ritratto ironico del miliardario “re del cachemire” Brunello Cucinelli e della sua proverbiale megalomania, credevo che la storia fosse autoconclusiva.
E invece, nel giro di poche ore fino ai giorni successivi, mi è arrivato un fiume di messaggi, mail, perfino whatsapp di persone che avevano voglia di raccontarmi la loro esperienza nell’azienda.
Ex dipendenti arrabbiati, traumatizzati o delusi, ma anche dipendenti che hanno bisogno della busta paga e che se potessero, però, scapperebbero via. Sono maglieriste, magazzinieri, dipendenti che lavorano in ufficio, persone che lavorano o hanno lavorato nei negozi, ma anche personaggi che hanno avuto incarichi di rilievo e che hanno sentito l’esigenza di raccontare quanto poco lo storytelling del datore di lavoro virtuoso corrisponda alla realtà. Non solo. Mi hanno scritto persone che lo hanno incrociato in alcuni convegni o a incontri con gli studenti. Una ragazza che lo ha intervistato a un evento di dermatologia mi ha raccontato come lui l’abbia umiliata pubblicamente al punto da farla quasi piangere. E me lo hanno confermato le persone che erano lì, ad assistere. Lei si chiama Antonella Ciocca, e quel giorno doveva intervistare Cucinelli a un convegno di dermatologia a Perugia:
“Cucinelli aveva chiesto di iniziare alle 8,30 e tutti eravamo lì puntuali. Lui è arrivato con un’ora di ritardo, nervoso. A un certo punto ho citato un dato economico relativo a un suo investimento e lui mi ha aggredita dicendo che era sbagliato, che se le sue segretarie fossero state come me sarebbe fallito. Mi ha dato praticamente della cretina, tanto che poi si è girato di schiena e non mi ha più rivolto la parola. Ho provato a difendermi, dall’umiliazione mi si è rotta la voce, stavo per piangere. Quando è finito tutti i dermatologi mi hanno fatto cerchio intorno mortificati, per consolarmi”, mi racconta Ciocca.
Tutto questo sarebbe già significativo, ma quello che accade in azienda (e talvolta nei negozi) è molto più interessante perchè “Brunello Cucinelli” non è un’azienda come tante. Il fondatore ha creato la sua narrazione intorno al concetto di dignità dell’uomo e del lavoratore.
Ha pure fatto costruire un monumento a Solomeo – il borgo umbro che per lui è casa e quartier generale dell’azienda- dedicato proprio a questo. E non perde occasione nelle interviste, sul sito dell’azienda, nel suo film autocelebrativo diretto da Tornatore e persino nel suo discorso al G20 (dove è stato invitato da Mario Draghi) per ribadire il fatto che lui rappresenta una sorta di capitalismo umanistico, per cui il rispetto del lavoratore viene prima del profitto : “Da ragazzo vidi gli occhi lucidi di mio padre umiliato e offeso sul lavoro, e ancora oggi non capisco perché si debba umiliare ed offendere, ma ispirato dal dolore che lessi in quegli occhi decisi che il sogno della mia vita sarebbe stato quello di vivere e lavorare per la dignità morale ed economica dell’essere umano. Volevo un’impresa che facesse sani profitti, ma lo facesse con etica, dignità e morale”, ha detto davanti ai potenti del pianeta.
Sempre a supporto di questa idea grandiosa, Cucinelli ha riqualificato il Borgo di Solomeo (poche centinaia di abitanti in provincia di Perugia), ha comparto il castello e diverse mura, ha fatto costruire o restaurare teatro e biblioteca e ha piazzato lì la sede dell’azienda. Ogni giorno, i suoi dipendenti partono da Perugia e comuni limitrofi per godere del grande privilegio di lavorare per questo imprenditore filosofo e filantropo che racconta quanto sia virtuosa la sua azienda in cui i lavoratori sono circondati da bellezza, non si timbra il cartellino, si fa un’ora e mezzo di pausa pranzo, non si lavora il sabato e la domenica, si lavora dalle 8 alle 17, 30, non si mandano mail o messaggi dopo le 17,30, niente straordinari forzati.
Prima di pubblicare queste testimonianze (ne ho lasciate alcune molto dure fuori) ho provato a contattare lo stesso Cucinelli. Credevo fosse importante per lui sapere cosa raccontano LE PERSONE della loro esperienza in azienda. Cosa pensano i suoi lavoratori- almeno quelli che hanno deciso di parlare- dal momento che li usa così di frequente nella sua narrazione per dare lustro al suo storytelling di imprenditore generoso e illuminato. Pensavo intendesse replicare.
E invece il suo ufficio stampa mi ha fatto sapere che no, non gli interessava approfondire. Peccato. Perchè il visionario garbato avrebbe senz’altro dato spiegazioni interessanti.
Comunque, ho deciso di fare un lavoro accurato almeno quanto la lavorazione del cachemire, e ho suddiviso le testimonianze per macrotemi.
Intanto ho scoperto che il BORGO SOLOMEO è stato soprannominato da abitanti del posto “SOLOMIO” per via della “colonizzazione” di Cucinelli che non solo lo ha reso il suo quartier generale, la sua casa, il suo museo a cielo aperto, ma ha pure piazzato lì un servizio di vigilanza con telecamere e ha l’abitudine di voler eliminare ciò che disturba esteticamente il panorama.
“Ti rifà il paese che è un gioiellino tipo Disney ma se hai una casa “brutta” la compra e la butta giù. Ha anche la vigilanza privata che controlla il paese.
Se lo accetti come Signorotto e lo segui alla corte vivi da Dio”, mi dice una persona del posto. “Ah, un episodio “buffo” … Dal suo magico borgo di Solomeo si vede la zona industriale di Ellera-Corciano che lo infastidisce moltissimo perché deturpa il paesaggio. A dargli fastidio era soprattutto la sede gigantesca del “Brico” che con il suo colore arancione stonava e niente, lui voleva fargli cambiare il colore in verde. Ovviamente non ci è riuscito”.
Il sindacato da Cucinelli non esiste. E questo è bizzarro per una persona che dice di mettere al centro il lavoratore. Nel 2011 la Cgil di Perugia provò a convocare i lavoratori in assemblea, ma come riferì ai tempi il segretario Sgalla “Sappiamo che qualche giorno prima il proprietario dell’azienda, il signor Cucinelli, ha convocato tutti i lavoratori ad un incontro in fabbrica e questi, naturalmente in maniera libera, hanno partecipato e ascoltato quello che il loro datore di lavoro aveva da dire, comprese le sue opinioni sui sindacati, sulla loro utilità e sulla loro contemporaneità. Allora, ci viene il dubbio che la libera opinione di Cucinelli possa aver in qualche modo orientato i suoi dipendenti, o almeno alcuni di essi”. In effetti, sempre secondo gli articoli dell’epoca l’assemblea andò deserta, ma in compenso Cucinelli nello stesso periodo diede un bonus ai dipendenti in busta paga.
Non c’è il sindacato ma a Solomeo c’è il filosofo Giuseppe Moscati che, secondo la leggenda metropolitana del posto, è colui che seleziona gli aforismi celebri che Cucinelli sforna ad ogni incontro pubblico.
Comunque, i macrotemi sono i seguenti:
NIENTE SALUTI
Tanto per cominciare, molti dipendenti raccontano che l’imprenditore non ama essere salutato, una legge non scritta, che viene riferita da colleghi e superiori. Alcuni testimoni: “Lui impone anche il divieto di salutarlo in campagna vendite, io ci ho lavorato una stagione che ero disoccupata e sono scappata”. “Innanzitutto, un fatto esilarante è che quando arrivano Brunello o l’attuale CEO in azienda, non è generalmente “permesso” salutarli, a meno non si abbia direttamente a che fare con loro a livello lavorativo”. “Non ama essere salutato ed è una delle prime cose di cui vieni informata quando vieni assunta. Naturalmente non esiste nulla di scritto a riguardo, ma è così. Tutti lo sanno e, anche lui di riflesso, non saluta nessuno ad eccezione di pochissimi collaboratori che forse reputa alla sua altezza”. “Non lo potevi salutare, capitava spesso di trovarlo in bagno. Perché i bagni erano unisex”.
“Ho lavorato lì tre anni, Brunello in azienda non voleva essere salutato, “non aveva da perdere tempo”, mi sono ritrovata un sacco di volte nei grossi bagni dell’azienda a lavarmi le mani di fianco a lui senza nemmeno essere degnata di un mezzo sorriso”.
Insomma, la dignità del lavoratore è tale che non può neppure dire BUONGIORNO al capo.
LA PAUSA
La famosa PAUSA di un’ora e mezza all’ora di pranzo venduta come una grande concessione di libertà e riposo per il lavoratore non è esattamente un regalo per tutti:“Questa e’ un po’ la loro strategia in ogni cosa: far passare per qualcosa di eccezionale la normalità assoluta. Questo e’ come fanno passare la lunga pausa pranzo di 1 ora e mezza che permette di rientrare a casa (a quelli che abitano a 5 min dall’azienda sperduta nel nulla) e godersi il pranzo. Chi invece abita un po’ più lontano è costretto ad aspettare del tempo infinito a girarsi i pollici nella campagna perugina perchè questo orario non e’ sufficiente per rientrare, ma non è nemmeno possibile ricominciare a lavorare dopo 1 ora o 30 min per finire prima”, mi racconta una dipendente.
NIENTE CARTELLINO E SCARSA FLESSIBILITÀ
C’è poi la storia dell’assenza del cartellino da timbrare, raccontata spesso da Cucinelli come un valore perchè i lavoratori non sono mica numeri da lui. In realtà numerosi dipendenti o ex mi raccontano che non c’è la timbratura del cartellino, ma in compenso ci sono addetti al controllo inflessibili e telecamere. “Non esiste il cartellino per le timbrature e te la raccontano come un “non abbiamo bisogno di controllare i dipendenti”. La verità è che non esistono permessi, guai ad entrare qualche minuto più tardi in ufficio perché il capo ti prende da una parte e ti dice che è il caso che il giorno dopo entri in orario, per lui nessun problema ma ti ha visto un capo ancora più importante dalle telecamere (sentito e visto con le mie orecchie)”.
“Non ci sono cartellini, ma c’e public shaming e terrorismo psicologico se arrivi letteralmente alle 8, 01. Ricordo ancora che ad un collega alle 7, 58 venne inviata una email “sei in ritardo!” dalle “umane risorse” che non vedendolo sull’uscio davano ormai assodato il suo ritardo, effettivo orario di arrivo 8,03. Ho avuto 3 tamponamenti nel periodo in cui ho lavorato li, e tutti per lo stress di arrivare a lavoro con nessun MINUTO di ritardo, forse nemmeno secondo. La flessibilita’ non esiste minimamente in quell’azienda. Lo stile sembra quello del Medioevo con il mezzadro che controlla il contadino”.
“Quanto alla flessibilità, questa sconosciuta. Non hai idea di quante mamme siano costrette a sforzi inauditi per poter accompagnare i bambini a scuola in quanto non concedono la possibilità di modulare il proprio orario. Ultimamente hanno dato la possibilità di entrare alle 8:30, ma comprendi che chi abita a 30 minuti di macchina, pur volendo, non riesce ad organizzarsi in maniera agevole e senza rischiare ogni mattina di fare un incidente per andare al lavoro”.
“Se abiti a Solomeo, altrimenti perdi 1 ora e mezza della tua vita perché lui ci voleva vedere tutti arrivate e andare via insieme (forse troppo difficile gestire orari diversi senza timbrare cartellino). E così, dopo molti anni, ho deciso di licenziarmi rinunciando a un indeterminato nell’unica azienda di moda in Umbria con 2 bambine piccole. Questo andrebbe anche “bene” ma non ti riempire la bocca del benessere dei dipendenti”.
BESTEMMIE E SFURIATE
C’è poi una imponente aneddotica sul carattere rozzo del visionario garbato, che a quanto pare è piuttosto sgarbato: “Alla prima cena di Natale sono rimasta scioccata: non riusciva a mettere insieme due frasi se non con bestemmie trattenute a stento”.
“Ho cenato con lui e con un professore universitario. Sboccato, ha tirato giù non so quante madonne. Non avevo neanche trent’anni, stavo studiando molto tra dottorato e abilitazione forense, dissi che ero stanca. Replicò che avrei dovuto chiedere ai suoi facchini cosa significasse faticare e che magari qualcuno tra quelli mi sarebbe anche piaciuto”.
“Per come bestemmiava e dava degli incapaci ai sarti tutto era fuorché garbato! Detto da uno che ci ha lavorato e di cose in tre anni ne ha viste. Dal mobbing sottile per chi era sovrappeso o a chi semplicemente non indossava i suoi capi in azienda, passando anche alla concezione assurda che i sarti che dovevano avere a che fare con i clienti dovevano essere necessariamente maschi, etero meglio”.
“Il nostro ufficio, prima della nuova disposizione, si trovava proprio di fronte al suo. Inutile dire quante bestemmie possiamo aver udito e quante frasi di cattivo gusto e spesso di stampo misogino rivolte ai suoi più stretti collaboratori”.
“Lui non umilia nessuno”, ma una volta dopo numerosi richiami ad un operaio che si presentava al lavoro con la macchina “sporca”, a sua detta, gli si è presentato con dei soldi (credo venti euro) e gli ha detto che se non poteva permettersi di lavare la macchina i soldi glieli dava lui”.
L’OSSESSIONE PER L’ESTETICA
Cucinelli viene poi dipinto come un maniaco della perfezione estetica, arrivando a creare un clima di paura nell’azienda. I dipendenti devono essere vestiti solo di colori chiari, detesta il nero, controlla perfino le scrivanie e l’estetica delle macchine parcheggiate. “Il terrorismo psicologico che mi hanno fatto pur di non farmi arrivare al colloquio in tailleur nero (ho adorato che sua figlia si e’ poi sposata con guanti di quel colore), il body shaming perpetrato di fronte a tutti verso un povero nuovo arrivato in sovrappeso, facendogli presente che non aveva bisogno di unirsi al resto della comitiva per un rinfresco. Il silenzio, la tensione ed i colori della terra che regnano sovrani nell’ufficio open space a ridosso della brutta copia dei giardini di Versailles”.
“Quando Brunello gira tra gli uffici c’è un clima di terrore assoluto. Una delle prime cose che mi sono state dette è stata di mettere la borsa nell’armadietto perché se lui passa e la trova sulla scrivania o peggio, ci trova il cellulare, sono guai”.
“Un giorno andando in bagno mi hanno ragguagliata dall’ufficio stile dicendomi che avevo ai piedi dei fantasmini neri (fantasmini neri quasi impossibile da vedere su una scarpa) e mi hanno detto che Brunello odiando il nero non voleva mai vedere questo colore sui dipendenti neanche per sbaglio e quindi dovetti toglierli.
“Dovevamo vestirci tutti di beige o bianco (colori che a me per esempio stavano malissimo). Un altro giorno mi dissero che avevo una “camminata” aziendale che andava bene (per fortuna) e rispettava gli standard di Brunello (secondo lui si doveva camminare con velocità, alzando la testa e sempre con dinamicità), poiché secondo Brunello chi non aveva questo tipo di camminata era considerata una persona svogliata e priva di entusiasmo, quindi che avrebbe rallentato il lavoro. Altro aneddoto su come si parcheggiava la macchina sul parcheggio aziendale. Tutti rigorosamente a spina di pesce e se poco poco di qualche centimetro una macchina poteva risultare non proprio a spina di pesce o storta, veniva richiamato immediatamente”.
“I suoi dipendenti sono tutti esauriti. Pretende che al parcheggio nessuno metta l’auto con il muso in posizione di partenza per non dare l’impressione che si voglia andare via il prima possibile”.
“Una volta il suo PA (i suoi PA stavano seduti con le spalle al suo ufficio e lo sguardo rivolto verso il commerciale ) ha chiamato la mia responsabile per dirle di dirmi che avrei dovuto togliermi la pinza (il mollettone per i capelli per intenderci che era medio e marrone, non fucsia) perché non era ok. Sempre noi del commerciale (i più esposti a lui e ai visitatori esterni) non potevamo tenere le bottiglie d’acqua sulla scrivania, per una questione estetica quindi se volevi bere dovevi andare in cucina”.
IL DRESS CODE
Riguardo il dress code dell’aziendale testimonianze non sono tutte perfettamente coincidenti, probabilmente negli anni alcune regole hanno subito variazioni, ma su un elemento convergono: devi vestirti color Cucinelli e se compri qualcosa di Cucinelli è meglio: “Sia le divise per andare in fiera in Germania o durante Pitti erano obbligatorie ed anche vestirsi Cucinelli al lavoro. Le divise ce le davano omaggio per le fiere (2 cambi) tutto il resto dei vestiti (ti parlo all’epoca) ce li compravamo noi al 70% di sconto (da Cucinelli ndr). Ora lo sconto é molto diminuito e varia tra il 30/50%”.
“Nessuno ti costringe ad acquistare abiti Cucinelli, ma è chiara e tangibile la pressione nell’essere sempre abbigliato con capi del brand. Per alcuni dipendenti, non tutti, è prevista una divisa che a causa dei prezzi molto alti consente di acquistare pochi pezzi e, considerando che al lavoro ci si va tutti i giorni, tutto il resto va acquistato di tasca propria… tutto questo se vuoi essere parte del sistema”.
ORARI E STIPENDI
Su orari e stipendi poi, la narrazione portata avanti dall’imprenditore umanista non sembra coincidere esattamente con i racconti di alcuni dipendenti ed ex dipendenti. “Sono una sua dipendente da anni e purtroppo ho un mutuo e ho bisogno del lavoro. Tuttavia vorrei confermarti che purtroppo quasi nulla di quello che si vede è vero. L’ azienda è divisa tra reparti eden e reparti che di dignità dell’ operaio e dell’ impiegato non sanno manco cosa vuol dire. È vero, I’ azienda è bella, pagano regolarissimo. Ma oltre a questo c’ è poco. Straordinari non menzionati, cose che non si possono dire o chiedere perché “non sta bene farlo”. È vero alle 17.30 si esce, ma nessuno menziona i sabati “solidali” in cui devi lavorare perché altri reparti devono lavorare e devi lavorare anche tu, per solidarietà, anche se non c è lavoro. O gli orari di straordinario che hanno fatto fare alle signore, signore che durante i campionari arrivavano a fare in una settimana più di dieci ore di straordinario. È un’azienda come tutte le altre, forse peggio perché almeno le altre hanno la decenza di non parlare”.
“Io ho lavorato lì in un ruolo abbastanza importante. Per essere assunto devi dire di essere d’accorso con la filosofia aziendale. Poi, nonostante il classico contratto a 40h settimanali, ti viene richiesto di lavorare sei sabati mattina l’anno, cosa non scritta né approvata da nessuna parte. Solo per par condicio con gli altri reparti”.
Un’altra ex dipendente mi racconta: “Ad esempio il discorso retribuzione: sembra sempre che regali soldi ai dipendenti, ma in realtà paga per il lavoro svolto in base al ccnl, e ci mancherebbe! Il problema è che in un mondo lavorativo marcio, uno che rispetta il contratto di base si riesce a spacciare addirittura come benefattore. Tra l’altro gli scatti di carriera sono rarissimi.
“Se poi parliamo di diritti dei lavoratori (permessi, malattie dei figli, richiesta di part-time,…).. mi limito a dire che in azienda non esistono i sindacati e una percentuale moooolto alta di donne si licenzia al massimo dopo aver fatto il secondo figlio. lo non ho vissuto questa parte perché me ne sono andata prima di diventare madre, ma per esempio del mio gruppetto di colleghe amiche strette ne lavora ancora lì solo una. Tutte ci siamo licenziate dopo sposate, in pochi anni.
Del nostro ufficio non è rimasto quasi più nessuno, sono tutte nuove. Lui punta molto la sua comunicazione sul benessere in azienda e l’attenzione ai dipendenti, ma la realtà è molto diversa..se si stesse così bene staremmo ancora li, anche perché l’Umbria è piccola, le aziende grandi e valide non sono tante.. Grazie al mio contratto lì ho potuto sposarmi con stabilità lavorativa (me ne sono andata quando ho trovato meglio) e ci hanno concesso facilmente il mutuo, questo devo riconoscerlo, ma non mi ha regalato un centesimo del mio stipendio: ho sempre lavorato a testa bassa e con ritmi serrati, perché i ricchi devono essere accontentati sempre e subito! Quando sono stata assunta ero al settimo cielo, mi sentivo una privilegiata, alla fine la domenica sera quando andavo a dormire mi veniva l’angoscia di rientrare il lunedì.. credo che li dentro io abbia dato il peggio di me in termini di acidità e antipatia, ora sono rinata! Ho sempre preso tra i 1300 e 1.400 circa, sia come apprendista che con l’indeterminato. Con straordinari e trasferte all’estero sono arrivata a 1600, qualche volta a 1800”.
“Sono un ex dipendente che ha speso in quest’azienda molti anni. Ti sono grata per la garanzia relativa all’anonimato. Ci sarebbero tante cose da dire ma tra tutte le le più necessaria credo che ci sia quella relativa agli straordinari. Per anni il reparto delle spedizioni e il magazzino é stato obbligato a lavorare tutti i sabati e ad entrare alle 7 o alle 6 del mattino dal lunedì al venerdì per poi ascoltare le sue castronerie sul tempo da dedicare alla famiglia, sull’assenza degli straordinari fino alla retorica delle 7 ore al giorno spammata su centinaia di social e giornali.
Inoltre non si poteva usufruire di permessi relativi alla malattia dei figli (anche quelli sotto i 3 anni) ma ti chiedevano/obbligavano a scalare le ferie. Credo che se gli si chiede un report sui gg di permesso per malattia dei figli usufruiti dai dipendenti troverà il vuoto siderale”.
“In varie interviste viene citato il fatto che i suoi dipendenti non lavorano il sabato, cosa non vera. Quasi tutti (dalla produzione, al commerciale, al digital al magazzino e così via) lavorano moltissimi sabati all’anno (retribuiti, ma spesso senza una ragione precisa in quanto poi ci si ritrova lì in azienda senza avere realmente del lavoro da svolgere)”.
“Nonostante un contratto a tempo indeterminato ho deciso di licenziarmi quando la mia seconda figlia era ancora piccolissima perché impossibile conciliare vita lavorativa e familiare. Per me che abitavo a più di 50 km dalla sede (quasi 1 ora di macchina in andata e 1 al ritorno), gli orari ASSOLUTAMENTE NON FLESSIBILI non mi hanno permesso di dare la famosa “cura” di cui lui parla tanto alla mia famiglia”.
“Impensabile chiedere si entrare 30 minuti dopo (8.30) magari per accompagnare i bambini all’ asilo o uscire prima riducendo la pausa pranzo (che ricordo era ed è per tutti di 1 ora e mezza, un tempo esagerato quando sei fuori sede). No: gli orari sono fissi, perché “le nostre lavoranti possono tornare a casa a mangiare”. Certo se abiti a Solomeo, altrimenti perdi 1 ora e mezza della tua vita perché lui ci voleva vedere tutti arrivate e andare via insieme (forse troppo difficile gestire orari diversi senza timbrare cartellino). E così, dopo molti anni, ho deciso di licenziarmi rinunciando a un indeterminato nell unica azienda di moda in Umbria con 2 bambine piccole”.
“Trasferte oltre oceano pagate solo per il tempo di permanenza in showroom (no tempo del volo ad esempio) e soprattutto si lavorava a volte anche 20 giorni di fila perché magari lavoravi una settimana, poi nel weekend si partiva, ai stava fuori una settimana e se si rientrava di lunedì ad esempio il martedì dovevo essere al lavoro (sempre stesso orario ovviamente) lavorare tutto la settimana e spesso in campagna vendita anche il weekend successivo per poi ricominciare”.
“Le famose email non oltre le 5.30 hahahahahah questa devo dire che è una delle cose che mi fa più ridere. Forse lui non riceverà email dopo le 5.30. Io mi sono ritrovata lavorare centinata di volte nei negozi di Europa in piena notte, per fare allestimento, e al mio ritorno non è mai esistito prendersi un giorno di riposo (obbligatorio per legge) nonostante lavorassi nei weekend o senza mai uno stop per oltre una settimana. Uguale per tutti i miei colleghi. Tutti gli anni andavamo alla fiera di Dusseldorf, dove eravamo tutti costretti a stare in showroom intere giornate senza fare assolutamente niente e senza sapere quando potevamo uscire. Brunello ci voleva lì tutti ben vestiti educati e sorridenti. Solo la sera quando anche Brunello andava via o arrivava il permesso dall’alto, finalmente potevamo tornare in albergo dopo un intera giornata a girare le grucce”.
CLIMA TOSSICO
Molti lamentano una sensazione di clima ostile, competitivo.
“Lavorare con Brunello è stato un incubo travestito da sogno. Una sudditanza travestita da contratto dipendente. Felice di esserne uscita”.
“Ho vissuto un esperienza molto brutta in azienda. Ho avuto un burn out e mi sono licenziata, a causa dell’ambiente molto freddo e competitivo, sempre colleghi strafottenti, mobbing, e zero empatia. Mi piacerebbe tantissimo leggere le cose che ti stanno scrivendo e avere un contatto un confronto con chi ha vissuto lo stesso appunto. Perché stando lì ti senti una mosca bianca anche solo per il fatto di pensare che“stai male” in posto che tutti lodano e ammirano. Ma io I’ ho sempre chiamata una “gabbia d’oro”, dove si- si guadagna tanto- ma la salute mentale non c’è”.
“Il mal dell‘anima non nasce dal lavoro in sé, né dagli straordinari quando sono riconosciuti. Nasce dalla distanza tra ciò che viene raccontato e ciò che accade per davvero. Mentre sui giornali si parla di un’azienda in cui tutti lavorano fino alle 17:30, la realtà é ben diversa per chi fa inventario o controllo qualità, così per citarne solo alcuni. Basta chiedere a loro. Si parla di dignità dell’uomo attraverso il lavoro, ma poi si ricorre sistematicamente a contratti a termine, tramite agenzie e/o tirocini under 30 per persone già qualificate che potrebbero legittimamente aspirare ad un contratto stabile. A questo si aggiunge un altro elemento significativo, ossia I’ assenza totale di una rappresentanza sindacale, non per caso ma per scelta. In un contesto del genere i dipendenti finiscono per essere trattati come pedine, spostati da un reparto all’ altro non sulla base delle competenze, ma di logiche opache e relazionali”.
“È una gabbia dorata. Tutti ne rimangono estasiati, all’apparenza. Non c’è niente che sia fuori posto, tutto perfettamente in palette, dalle persone, tutte perfettamente abbinate e curate come se andassero ad un matrimonio ai cuscini che trovi nei divanetti. Ma basta davvero poco per accorgersi che ci sono dinamiche al limite della tossicità. Ogni qualvolta si chiede una spiegazione, la risposta è sempre la stessa “si è sempre fatto così”. Questo spiega anche l’altissimo turnover che ha caratterizzato questi ultimi anni”.
“Mi ricordo quando stavo cercando un appartamento per trasferirmi lì a Perugia, la padrona di casa mi guardò e mi disse “sei proprio il genere di ragazza che può lavorare da Cucinelli”, dopo ho capito a cosa si riferiva. Li è come se volessero un certo tipo di persona, acqua e sapone, carina, educata.. e alla fine è come se tu diventassi un soldatino uguale a tutti, è come se ti plasmassero”.
DIPENDENTI COME CAMERIERE
Alcune donne (SOLO DONNE) che lavoravano o lavorano ancora in azienda raccontano di aver dovuto preparare alcuni pasti o il caffè a Cucinelli e ospiti, come fossero state cameriere:
“Un’altra cosa assurda che solo noi donne dovevamo fare a turni era portargli la merenda e a richiesta il caffè. Qualsiasi cosa urgente si stesse facendo, quando il telefono squillava dovevi subito preparare vassoio con mezza fetta di pane e prosciutto su un tovagliolo rosso e portarla al suo segretario, uomo, che la dava a lui. Il segretario non la preparava da solo. E se c’erano ospiti occuparti anche di loro (caffè etc), in pratica le cameriere”.
“Una chicca che merita attenzione è il suo caffè: esiste un file in cui viene spiegato per filo per segno come deve essergli portato il il caffè. La posizione della tazzina, dello zucchero, del cucchiaino… come se fossimo a “cortesie per gli ospiti”. Non sto a specificare il fatto che il caffè viene portato solo dalle donne”.
“Noi ragazze del commerciale avevamo un file in cui ci era assegnato un giorno in cui saremmo state di “turno” In quel giorno, la mattina avremmo dovuto preparare la colazione per Brunello da lasciare nel suo ufficio prima che lui arrivasse. Chi era lì da più tempo di me mi aveva istruito su come disporre il tovagliolo, il panino …
E poi per il resto della giornata rimanevamo a disposizione per servire caffè acqua in caso ci fossero meeting in azienda (mentre ovviamente dovevamo continuare a svolgere il nostro lavoro)”.
Insomma, racconti che fanno pensare più al Megadirettore Galattico di Fantozzi che al capitalista umanista per cui i lavoratori non sono risorse, ma persone portatrici di talento e dignità.
E a proposito di megadirettore, una dipendente racconta: “Ad ottobre 2024 ha ricevuto il premio “WWD John B. Fairchild Honor” in Usa e al suo ritorno in Italia ha piazzato un palco ed un tappeto nel mezzo della fabbrica. É entrato con musica e applausi da parte dei dipendenti percorrendo il tappeto. Poi ha fatto un discorso nel suo solito stile”. Per la cronaca è stato premiato “per aver unito lusso e artigianalità del Made in Italy con una visione etica dell’impresa”.
Mi scrive invece una ragazza, S. T., che a quanto pare lavora nella comunicazione di Cucinelli: “Anche tu a cavalcare le cattiverie su Brunello Cucinelli. Hai visto il film? Sei venuta a Solomeo? Conosci veramente quello che fa? Perché io sinceramente prima di parlare ti inviterei a documentarti. Valentino lo sconto lo chiedeva veramente!! E sai come lo faceva?!? Faceva chiamare da Giammetti!! Ci saranno mille email che possono dimostrarlo in azienda. Non é stato elegante dirlo durante il funerale, é vero. Tutti sbagliamo. Ma prima di attaccare così una persona forse dovresti andare un minimo più a fondo”.
Ma a parte questo messaggio un po’ sgangherato il cui contenuto non è verificabile visto il mutismo di Cucinelli e del suo ufficio stampa, non ho ricevuto praticamente altro in difesa dell’azienda o di Cucinelli. Un ex dipendente che aveva un ruolo piuttosto importante, in parziale difesa di Cucinelli, afferma che la responsabilità di ciò che accade in azienda è anche di alcuni amministratori, ma conferma ogni singolo racconto e tutte le criticità che mi sono state segnalate, aggiungendone altre (secondo lui la narrazione dorata del rispetto di orari lavorativi è falsata dal non includere ciò che accade nei negozi Cucinelli, per esempio).
LA SVALUTAZIONE DELLO STUDIO
Un’altra cosa sconcertante è che molti mi hanno riferito quanto Cucinelli svaluti l’importanza dello studio, e in effetti ha rilasciato dichiarazioni in tal senso anche pubblicamente . “Alle lauree triennali di Perugia durante la prolusione disse agli studenti che avevano buttato via tre anni di vita. Che la vita vera si impara al bar, che lui è arrivato dove è arrivato grazie al mondo del bar non certo grazie alla studio”, mi dice un testimone. “Lui non incoraggia gli studi, anzi. Basta guardare il consiglio di amministrazione, i laureati sono pochi. Non lo sono neppure le sue figlie”, mi dice una persona che ha lavorato a stretto contatto con Cucinelli.
Detto ciò, come ho premesso, ho chiesto di potermi confrontare con l’azienda ma ai numeri dell’ufficio stampa milanese non rispondeva nessuno. A quello di Solomeo mi è stato risposto che al momento non rispondeva nessuno all’interno apposito. Poi sono stata contatta dall’ufficio stampa a cui ho spiegato su cosa vertesse l’articolo. Alla fine, molte ore dopo, mi è stato inviato il seguente messaggio: “Gentile Selvaggia Lucarelli, da parte nostra non c’è volontà di approfondire ulteriormente. Grazie e buon lavoro”.
Il messaggio mi è arrivato alle 19,30. Quindi abbiamo la prova: chi lavora per Cucinelli non stacca alle 17,30.
Se lo mangiava Pippo Baudo, poteva mangiarlo chiunque: la rivoluzione a tavola
Siciliano fino al midollo, Pippo Baudo – uno dei quattro moschettieri della televisione nostrana, con Mike Buongiorno, Corrado Mantoni ed Enzo Tortora – non ha mai fatto mistero della sua anima nazional popolare. Entrava nelle case degli italiani con garbo ed ironia, cultura mai esibita e l’immagine rassicurante della persona per bene che tanto piace alle famiglie.
Al conduttore più amato dagli italiani, scomparso l’estate scorsa all’età di 89 anni, viene dedicato quest’anno il Festival di Sanremo, a lui che per tante edizioni ha condotto con il consueto stile che guardava a genitori e nonni ma che sapeva tendere una mano anche a figli e a nipoti (nella foto di apertura Baudo con i vincitori del Festival di Sanremo del 1968: Roberto Carlos e Sergio Endrigo).
Ben più attuale di quanto si era soliti pensare era un esempio di misura ed eleganza, cui si tributava grande autorevolezza, fiducia e familiarità, foss’anche per l’essere stato per quasi 6 decenni una presenza fissa nel sabato sera, nelle domeniche pomeriggio, e nelle lunghe maratone festivaliere.
Un «grande professionista» della tv, influencer ante litteram che se da una parte celebrava con nostalgia la caponata della mamma, dall’altra riusciva a orientare gli acquisti facendosi portavoce di nuovi prodotti che entravano nelle abitudini degli italiani pronti a cambiare stile di vita.
I consigli per gli acquisti di Pippo Baudo
L’Italia che imparava a riconoscere i marchi, cominciava a sostituire i nomi comuni dei prodotti con i nomi propri delle aziende che li producevano e in questa rivoluzione seguiva i suoi consigli per gli acquisti. Dai tempi di Carosello a quelli più recenti degli spot pubblicitari, passando per le sponsorizzazioni dei programmi, Pippo Baudo suggeriva, raccontava, certe volte interpretava pure personaggi che a loro volta diventavano familiari e affidabili.
Ai tempi in cui le pubblicità si chiamavano ancora réclame e non spot, spesso avevano un titolo ed erano sceneggiate da autori di rango (come per esempio Enrico Vaime e Marcello Marchesi) Pippo Baudo normalizzava i prodotti industriali contribuendo all’evoluzione della società: Simmenthal, Motta e via ad andare.
Piaccia o no, negli anni ’60-’70 l’industria alimentare ha impresso un cambiamento nelle abitudini degli italiani e soprattutto delle italiane, accompagnando l’emancipazione femminile e favorendone l’accesso al lavoro, così la carne in scatola poteva risolvere un pranzo in pochi minuti, lo stesso per i biscotti e i dolci che sostituirono man mano quelli casalinghi… e se li mangiava anche il Pippo nazionale poteva mangiarla chiunque. E così anche per i surgelati: Althea divenne un nome noto quando, sul finire degli anni ’70, Baudo prestò la sua notorietà per presentare un disco di canzoni regionali legate a piatti tipici: Ricette in musica (stesso titolo di un programma che presentava su Rai1) era sponsorizzato dal marchio di surgelati.
I brand cominciavano a entrare nei programmi televisivi con siparietti più o meno gustosi, cui Baudo si prestava a partecipare, lasciando che i prodotti si legassero a lui e alla sua credibilità per i milioni di spettatori che lo seguivano. Ci sono stati bibite (Tomarchio Naturà), supermercati (Sma), e poi il caffè Kimbo, che grazie all’effetto Baudo alla fine del secolo scorso conquistò fette di mercato sempre più grandi, e successivamente l’acqua Santa Croce e ancora caffè, stavolta Palombini.
Tutti prodotti di uso e consumo quotidiano, niente che fosse legato a momenti eccezionali, perché Baudo era famiglia, era la quotidianità, era confort. In piena coerenza con le due uscite private, con le interviste, con le (poche) paparazzate che non lo vedevano mai irraggiungibile ma sempre uno di noi: la caponata di mamma, il vino sfuso, gli spiedini di pesce e il fritto di pesce, roba normale, che ordinerebbe chiunque.