Wikipedia: fontare o non fontare

Wikipedia: fontare o non fontare

Durante la cerimonia dipremiazione del concorso letterario “Racconti Corsari” dell’inizio di febbraio mi sono reso conto che alcuni interventi (tra cui il mio) hanno attinto informazioni e aneddoti dalla rete, e in particolare dalle pagine di Wikipedia. È un percorso quasi naturale, intrapreso da chiunque abbia un dubbio, e reso ancora più immediato dalla diffusione di quella protuberanza del nostro corpo chiamata smartphone. Dovrebbe essere un punto di partenza, nulla più, anche se spesso rappresenta sia l’inizio che la fine del nostro sforzo per appagare la sete di conoscenza: l’esercizio del pensiero critico necessita approfondimenti maggiori rispetto ai risultati di un semplice inserimento di parole chiave su un motore di ricerca o un sito.Sull’utilità di tale processo, tuttavia, non si discute, anche in relazione alla semplicità dell’accesso e alla fruibilità delle informazioni. Sul contenuto, invece, sarebbe il caso di discutere eccome: in passato ho eliminato dall’enciclopedia Wikipedia affermazioni che di enciclopedico avevano davvero poco, inserite da qualche buontempone probabilmente come gesto di rivolta o di critica. Ne cito due su tutte: il romanzo, definito “un genere letterario della narrativa in prosa, caratterizzato da un testo di una certa estensione, tipo anche più di venti pagine, ma anche meno se è scritto piccolo piccolo (se la pagina fa un metro per due e il carattere è piccolo, ne basta una)” o l’imposta di soggiorno di cui buona parte del gettito “inevitabilmente servirà ad alimentare il giro di corruzione, di favoritismo, di nepotismo e il mercato della prostituzione (escort) che affligge le varie istituzioni”. Queste affermazioni sono rimaste disponibili in rete senza che nessuno se ne accorgesse o che aprisse una discussione su quanto fossero “fontate” (orrendo neologismo che non deriva dall’italianizzazione di un termine inglese – font, carattere di stampa – ma da un obbrobrio linguistico tutto italiano che trasforma il sostantivo “fonte” in un verbo, “fontare” appunto, attribuire una fonte).Negli scorsi mesi mi sono trovato a fare i conti (da autore di contenuti) con il moloch di Wikipedia, che riesce a fondere in un connubio non sempre ben intellegibile la libertà diffusa di accesso alle informazioni dell’enciclopedia dal lato dei fruitori, con l’impossibilità (anch’essa diffusa) a vedersi riconosciuto il diritto di avere una pagina dedicata alla propria attività e alle proprie produzioni artistiche.In effetti, negli anni si è assistito a un aumento esagerato delle pagine di Wikipedia, trasformatasi in una specie di Facebook. La reazione era stata la chiusura del recinto dopo la fuga dei buoi, a cui si è accompagnata (possibilità che gli allevatori distratti non hanno) la cancellazione di una moltitudine di pagine non considerate enciclopediche. Questo processo continua, fondato in particolar modo su un oscuro concetto, cangiante nei confini, della “valenza enciclopedica” delle fonti che consentono e sorreggono l’inserimento di una nuova voce.Sotto questo profilo ho alzato bandiera bianca da qualche anno, rinunciando a inserire nuove voci nella enciclopedia libera. L’ultima volta ci ho provato con Fabio Izzo, ai tempi della sua partecipazione al premio Strega grazie alla presentazione di Predrag Matvejevic. La pagina è stata cancellata a breve. Se non sapete chi è Predrag Matvejevic guardate su Wikipedia. Fregandomene dell’adagio “Chi dimentica il proprio passato è destinato a riviverlo”, ho recentemente proposto l’inserimento di una pagina di Wikipedia dedicata a Giovanni Agnoloni. Non è una questione di conoscenza personale o di suggerimenti esterni: il mio interessamento deriva da un approfondimento sul movimento del Connettivismo, di cui Agnoloni è esponente rilevante sia per i romanzi prodotti e la partecipazione alle principali antologie connettiviste, sia quello che può essere considerato come il principale saggio critico sul movimento. La pagina Wikipedia del Connettivismo, tra l’altro, riporta “sia come autori che come saggisti, (…) Giovanni Agnoloni (autore anche dell’articolo riassuntivo sul connettivismo, uscito per Italica Wratislawiensia)”.Sulla pagina si sono succeduti interventi che hanno eliminato alcuni fonti ritenute non enciclopediche. La principale è quella alsito Next eliminata in quanto considerata alla stregua di un blog. Sorvolo su quanto questo intervento sia pertinente: Next non è un blog ma il sito ufficiale e di riferimento del Connettivismo. Non c’è altra fonte più qualificata e in questo caso non può valere la motivazione “Niente blog come fonti”. Ma tant’è.Una parentesi su cui varrebbe la pena soffermarsi, se non fosse del tutto inutile, riguarda la valutazione sulle case editrici per cui ha pubblicato Agnoloni, non considerate all’altezza della valenza enciclopedia richiesta. I piccoli e medi editori italiani ne saranno felici.  Nello specifico quelle di Agnoloni non possono essere considerate “micro case editrici”: sono piccoli editori ma non editori a pagamento e soprattutto non è una caso di self publishing. Il Connettivismo, purtroppo, non è mainstream, ma questo non può sminuirne la valenza letteraria. Può però determinare l’esclusione da Wikipedia.La pagina sconta il peccato originale di essere già stata inserita una volta, due con la mia versione. Dal mio punto di vista poco rileva: la comparazione del contenuto delle due pagine mostra un lavoro di ricerca, recupero di fonti critiche e di approfondimento non paragonabile a quanto in precedenza presente su Wikipedia. Dal mio punto di vista, ovviamente.E questo è un elemento su cui varrebbe la pena interrogarsi: dal mio punto di vista. Alla circostanza che le mie testi, espresse e difese, non abbiano trovato sostenitori, dovrebbe fare da contraltare la presenza di una moltitudine di soggetti interessati a giudicare, nel merito, i contenuti. Qualificati, titolati, che si esprimono con argomentazioni fondate (e non “fontate”) nell’ambito di una discussione critica. Questo è il problema, non solo di Wikipedia ma della nostra società: l’illusione che la disponibilità di dati e informazioni in rete, facilmente fruibili, sia sintomo di democrazia. E che l’illusione di una democrazia che passa per la rete non crei e consolidi, come invece avviene, oligarchie e centri di potere. Ma questo non è colpa di Wikipedia: è una versione aggiornata, nei mezzi e negli strumenti, della storia dell’Umanità.




Internet, dieci regole per far sopravvivere la Rete

Anno del signore 2018: Internet non è più libera. E potrebbe andare in pezzi.
La Russia ha bloccato Telegram. L’Iran conta di fare lo stesso. Gli Usa hanno bocciato la neutralità della Rete; la Francia vuole backdoor governative nei sistemi di messaggistica; Egitto e SudAfrica pianificano leggi censorie; l’Etiopia arresta e fa sparire un blogger autoctono; la Cina chiude gli account femministi sui social; israeliani e palestinesi si zittiscono online a vicenda e in Indonesiaun milione di utenti cade nelle maglie di Cambridge Analytica. Che sta succedendo? Succede che Internet è il nuovo terreno di scontro di un mondo che si fa la guerra con bombe e armi chimiche ma anche usando virus, missili digitali, censura e arresti preventivi nel cyberspace.
Era per impedire tutto questo che le nazioni convocate dall’Onu a Tunisi nel 2005 avevano dato vita all’Internet governance forum, l’incontro mondiale dove tutti gli utenti Internet possono esprimersi, proporre innovazioni e soluzioni condivise ai temi emergenti di un mondo sempre di più globale e interdipendente grazie alla Rete. L’idea dell’allora segretario Kofi Annan era di affrontare con Internet gli obbiettivi del millennio: la lotta alla fame e alla povertà, la pace globale e lo sviluppo del potenziale umano. Da allora questo “parlamento” di Internet si è riunito 12 volte – la prima ad Atene, l’ultima a Ginevra – ma l’enorme potenziale di crescita e democrazia che la Rete porta in dote continua a infrangersi sugli scogli dell’incomprensione, dell’autoritarismoe degli interessi commerciali.
Così accade che in larga parte del mondo – nonostante siano oltre quattro miliardi le persone connesse a Internet – non è ancora possibile per donne, minoranze, attivisti e pacifisti esercitare attraverso di essa il diritto all’informazione e alla libertà d’espressione tanto spesso raccomandate dalle Nazioni unite. E molti altri non possono neppure usare Internet per imparare, lavorare, commerciare o divertirsi online semplicemente perché non ce l’hanno.
Per favorire un processo globale di dialogo e inclusione dal Palazzo di vetro di New York è venuta la richiesta di far incontrare a un unico tavolo cittadini, imprese, governi e associazioni dello stesso Paese per liberare ogni dove il suo potenziale di crescita economica e di rafforzamento della democrazia. I capitoli nazionali dell’Igf da allora si incontrano ogni anno in molti Paesi e in qualche caso sono riusciti a ottenere dei risultati in termini legislativi. L’Italia è uno di questi. Grazie al lavoro fatto negli anni da persone come StefanoRodotà, il Parlamento italiano ha perfino partorito una Carta dei diritti della Rete, una Internet bill of rights che – come tutte le costituzioni repubblicane – stabilisce nella sua prima parte una serie di principi comuni, valori condivisi e diritti non negoziabili: l’accesso alla Rete per tutti, il diritto alla privacy, la libertà d’informazione, il diritto incomprimibile alla libera manifestazione del pensiero.

Ognuno può dare il suo parere fino al 30 aprile e stabilire le priorità di intervento votando tre temi fra i dieci proposti per mantenere la Rete libera, aperta e funzionante: lotta agli abusi verso i bambini, sicurezza informatica, diritto alla formazione, contrasto alle fake news, tutela dei lavoratori della new economy, etica dell’innovazione, proprietà dei dati personali e difesa della proprietà intellettuale, regole giuridiche globali, privacy e libertà d’espressione.
Di sicuro sarebbe utile che la consultazione ribadisse i principi della Carta di internet, a cominciare dalla libertà d’espressione che in tanti, troppi Paesi è a rischio. Sarebbe un buon esempio per tutti.




Csr, come farla male. Il pasticcio della United sulle armi

La decisione di recidere ogni collegamento con la National Rifle Association (compresi gli sconti riservati ai suoi membri), presa dalla United Continental Holding Inc. subito dopo la strage di Parkland, in Florida, potrebbe rivelarsi un boomerang.
Durante l’ultima assemblea annuale, un azionista ha fatto notare al ceo, Oscar Munoz, come la decisione rischi di allontanare milioni di potenziali clienti che possiedono armi da fuoco o che supportano il diritto a detenerle. Ebbene, la risposta di Munoz ha sminuito la portata della scelta: «Non è stata politica. (La decisione) è stata personale con riferimento alla mia “famiglia” della United».
Il Ceo della società ha spiegato che tra le 17 vittime della strage c’era anche Gina Rose Montaltola figlia teenager di un capitano della compagnia di volo. Tanto che circa un centinaio di piloti e altri dipendenti di United, JetBlue Airways Corp., American Airlines Group Inc. e FedEx Corp. hanno partecipato al suo funerale, formando una sorta di guardia d’onore all’entrata della celebrazione.
La dichiarazione di Munoz, però, potrebbe ora sollevare le proteste di quanti sostengono la scelta di allontanarsi dagli interessi della potente lobby delle armi Usa. Il rischio, infatti, è quello di aver fatto un pasticcio nella gestione di una scelta che poteva sembrare in linea con una ben definitaresponsabilità aziendale.




Influencer marketing: cos’è e come sfruttarlo

I social network sono una questione sempre più seria. Da tempo grandi e piccole aziende hanno intuito il potenziale di strumenti come Facebook, Twitter e Instagram per parlare direttamente ai propri consumatori e costruire relazioni uniche. Più recentemente però, i brand hanno scoperto un nuovo e potente canale per comunicare e raggiungere il proprio target: i cosiddetti (e sempre più famosi) influencer.
Figure accomunate da un largo seguito sui social, da una voce neutrale e allo stesso tempo autorevole agli occhi della propria community (authority, knowledge, position e relationship gli elementi costitutivi individuati da MailUp). La creazione di relazioni di valore è infatti al centro dell’Influencer Marketing, un insieme di tecniche e strategie che ha tra i propri obiettivi quello di aumentare la portata della voce del brand grazie all’affidamento dei propri messaggi a figure selezionate.
Influencer MarketingMa come scelgono le aziende l’influencer giusto? Fondamentale, nella persona individuata, la capacità di parlare a un pubblico preciso, con caratteristiche socio-demografiche e abitudini di consumo particolarmente delineate, una cosiddetta nicchia, che si immedesima nello stile del proprio influencer.
Conta dunque il numero di follower (parliamo generalmente di migliaia o addirittura milioni), ma questo non deve rappresentare l’unico criterio di valutazione all’interno di una strategia di Influencer Marketing, come sottolineato nella Video Academy di MailUp.
Oltre al seguito, è infatti necessario analizzare la capacità degli influencer di essere percepiti come persone “normali”. Di qui il vero paradosso, l’equilibrio sottile alla base dell’Influencer Marketing. Come può una persona considerata autentica e spontanea scendere “a compromessi” con un brand e mantenere intatta la relazione con il proprio pubblico? I migliori influencer hanno capito da tempo che la fiducia del proprio seguito è fondamentale per il proprio posizionamento e per il proprio business: per questo curano i propri contenuti nel minimo dettaglio e li inseriscono in uno storytelling intimo e personale.
Recentemente, negli Stati Uniti, la Federal Trade Commision ha però istituito una nuova tutela a difesa dei consumatori; l’obbligo cioè, di contrassegnare i contenuti a pagamento pubblicati su profili personali di influencer con gli hashtag #sponsored o #adv. Una misura che permette, tra l’altro, di tracciare in maniera semplice la condivisione di questi contenuti. Da gennaio 2017, solo su Instagram, ne sono stati pubblicati oltre 200 mila al mese.
Ma quanto guadagna un influencer? Per chi ha una follower base consolidata, quello dei social network è sicuramente un mercato lucrativo, come scrive l’Economist, che ha provato a fare una stima del valore di un singolo post sui diversi social network. Secondo il giornale, Instagram e Snapchat assicurano buoni ricavi: tra i 5 mila dollari per post per chi ha un massimo di 500 mila follower e oltre 150 mila dollari per chi supera i 7 milioni. Cifre considerevoli, ma nulla in confronto a YouTube, il canale più remunerativo in assoluto: si guadagnano infatti più di 12 mila dollari per un contenuto condiviso con un pubblico di 500 mila follower, per arrivare a 300 mila dollari con community di oltre 7 milioni.
Nonostante venga spesso liquidato come fenomeno di passaggio, questi dati dimostrano come l’Influencer Marketing sia di fatto un nuovo trend di considerevole portata, difficile da ignorare. Un’opportunità da analizzare a fondo per capire come utilizzarla per i propri obiettivi di brand, preparandosi a coglierne ogni possibile evoluzione.




Italia non profit

L’ospite del blog di questa settimana è Giulia Frangione, CEO di Italia Non Profit.
Ciao Giulia, benvenuta nel mio blog. La vostra organizzazione è molto particolare: ci racconti come è nata Italia Non Profit?
Italia non profit nasce a seguito di anni di studio, di lavoro e impegno nel Terzo Settore: è frutto della nostra esperienza nel non profit italiano, delle analisi, delle borse di ricerca, di quanto abbiamo visto e di cosa volevamo realizzare per gli enti e per i donatori.
In Italia non esisteva una piattaforma a cui accedere per conoscere le informazioni sulle organizzazioni che animano l’ecosistema di ogni cittadino: se è possibile conoscere ogni dettaglio dei ristoranti della zona in cui viviamo o lavoriamo perché è difficile orientarsi nel mondo del Terzo Settore che si occupa del benessere della società e a cui tantissimi donatori contribuiscono?
Abbiamo creato Italia non profit proprio per avvicinare le persone, i donatori, al Terzo Settore. Ci siamo ispirate a modelli internazionali – oggi diventati nostri partner, come GuideStar Usa – che operano su mercati in cui le issue trasparenza e accessibilità dei dati sono da sempre temi sentiti e di grande importanza nella conoscenza del Terzo Settore.
Abbiamo calato il modello sul sistema italiano, molto differente rispetto a quello americano. Abbiamo evitato di costruire i nostri servizi sulla base della comparazione tra enti, delle classifiche, caratteristiche proprie dei modelli e della cultura americana. Ci siamo sforzati di rendere fruibili i dati e le informazioni di contenuto altamente tecnico.
Come siete organizzati e come è composto il team di Italia Non Profit?
Siamo un team di 7 persone con competenze diverse che attengono il Terzo Settore, la passione per il coding e il digitale e l’amore per i dati e per l’analisi. Lavoriamo insieme da alcuni anni e proprio in queste settimane ci stiamo allargando, presto avremo con noi tre nuove risorse. Siamo un bellissimo gruppo di professionisti che hanno il privilegio di svolgere il lavoro che amano.
Quali sono tra gli strumenti che avete messo a punto quelli più apprezzati?
Italia non profit è di per sé uno strumento per gli utenti (donatori, cittadini, aziende) e per le organizzazioni non profit.
Gli utenti hanno a disposizione un vero e proprio motore di ricerca, interamente dedicato a soddisfare le esigenze di chi si interfaccia con il settore: sono disponibili numerosissime chiavi di ricerca che vanno dal bisogno, ai beneficiari, dalla geolocalizzazione alle opportunità fino alle dimensioni economiche. In questo modo, i donatori possono scoprire gli enti secondo i propri criteri, secondo ciò che per ognuno è più importante. Le funzionalità a disposizione degli utenti sono in continuo aumento: abbiamo creato un Glossario grazie al quale tutti i nostri utenti possono scoprire nuovi aspetti del Terzo Settore e li aiutiamo ad orientarsi in questo mondo così importante, ma al contempo complesso, accompagnandoli verso la conoscenza di tutto il ciclo di vita dell’ente, delle specificità di ciascuna organizzazione (è proprio per questa attività che i dati e le informazioni ci vengono in aiuto).
Gli enti hanno a disposizione una vetrina sul mondo, un luogo da sfruttare per farsi conoscere, per esprimere le proprie potenzialità e mostrarsi attraverso informazioni nuove, per far comprendere come funzionano nella loro interezza (per questo sulla piattaforma non vi è un focus solo sui progetti). Non solo: le organizzazioni non profit all’interno delle aree riservate hanno a disposizione analisi specifiche sul proprio ente a supporto della conoscenza interna e di approfondire le scelte di utilizzo della piattaforma per capire meglio gli interessi e le leve che avvicinano i donatori all’ente. Lo strumento che ci sta dando moltissimi feedback positivi e a cui siamo particolarmente affezionati è la Guida alla Riforma del Terzo Settore, un tool digitale gratuito in libera fruizione che aiuta ad orientarsi all’interno dei cambiamenti connessi alla norma in modo rapido e intuitivo, proponendo approfondimenti e contenuti utili.
L’ultima domanda è d’obbligo: che programmi avete per il futuro?
Lavoriamo quotidianamente per rendere l’esperienza degli utenti e degli enti migliore. Il nostro obiettivo è quello di diffondere la conoscenza del Settore, aumentare l’apporto delle donazioni e soddisfare i bisogni dei donatori.
Abbiamo in programma nuovi strumenti per le organizzazioni, per supportarle a farsi trovare dai donatori più facilmente e non solo sulla piattaforma.
La prossima settimana saremo online con alcuni aggiornamenti che crediamo siano di grande rilevanza per il Settore, ampliando lo spettro di analisi e azione della piattaforma: una nuova sfida che speriamo come in altre occasioni possa essere utile per il non profit e per i cittadini.