American Eagle crolla dopo aver assunto un team di crisi per la pubblicità

American Eagle crolla dopo aver assunto un team di crisi per la pubblicità

 Le azioni di American Eagle Outfitters Inc (NYSE:AEO) sono scese del 3,9% dopo che Modern Retail ha riportato che l’azienda ha assunto specialisti esterni di comunicazione di crisi per gestire le reazioni negative alla recente campagna pubblicitaria con Sydney Sweeney.

Il rivenditore di abbigliamento da 3,3 miliardi di dollari sta collaborando con Actum, una società di consulenza globale specializzata nella gestione delle crisi, secondo informazioni ottenute da Modern Retail. La mossa arriva mentre American Eagle affronta critiche per la sua campagna “Sydney Sweeney Has Great Jeans”, che gioca sull’omofonia tra “jeans” e “genes” (geni).

I critici hanno condannato la campagna per aver presumibilmente evocato temi di eugenetica e suprematismo bianco, mentre altri hanno notato che rappresenta un allontanamento dall’approccio di marketing precedentemente orientato alla body positivity del marchio. Le pubblicità controverse sono state esposte in modo prominente su autobus, su un cartellone di 20 piani a Times Square, sulla Sphere di Las Vegas e su piattaforme social come Snapchat e Instagram.

Quando contattato riguardo alla controversia, un rappresentante di Actum ha risposto alle richieste dei media, confermando il loro coinvolgimento con il marchio. Tuttavia, l’agenzia di pubbliche relazioni ufficiale di American Eagle ha successivamente dichiarato che questo rappresentante “non era autorizzato a parlare per conto di AE”.

La reazione negativa del mercato suggerisce che gli investitori sono preoccupati per il potenziale danno alla reputazione del marchio e il possibile impatto sulle vendite mentre il rivenditore affronta questa sfida di pubbliche relazioni.




Gwyneth Paltrow, Astronomer e la crisis communication del 2025

Gwyneth Paltrow, Astronomer e la crisis communication del 2025

Le immagini di Andy Byron, abbracciato alla sua amante durante il concerto dei Coldplay, fanno parte di un bagaglio immaginifico complessivo incredibilmente attuale, oltre che ancor più assurdamente protagonista degli ultimi giorni. Non c’è bisogno neanche di spiegare perché e, soprattutto, di quali accezioni stiamo parlando: per giorni, sui social non si è parlato di altro, soprattutto in un’era in cui di gossip si ha bisogno quasi vitalmente e costantemente; allo stesso tempo, però, accanto ad Andy Byron e ai Coldplay, che sono stati inglobati in un ciclone mediatico tutt’altro che banale, c’è stata anche l’occasione di chiamare in causa il cinema e di renderlo protagonista in quella che – in gergo – viene chiamata crisis communication. In questo senso, c’entra il nome di Gwyneth Paltrow, scelta come nuovo volto “temporaneo” di Astronomer per riabilitare l’immagine del brand: ma vediamo più da vicino che cosa è successo e perché.

La crisi di Astronomer e la scelta di Gwyneth Paltrow

Senza scendere troppo nel dettaglio di quelli che sono stati i fatti che hanno riguardato Andy Bryon, CEO di Astronomer, sintetizziamo in pochissime battute tutto ciò che è accaduto per ragioni di cronaca: durante il concerto dei Coldplay, nel momento della kiss-cam, l’uomo viene inquadrato dalle telecamere mentre era abbracciato alla sua amante, dirigente della stessa azienda. Le immagini dell’uomo che si nasconde e della donna che si copre il volto diventano virali, causando la reazione silente della moglie di lui, le dimissioni di Andy Byron da CEO e di Astronomer e tutte le polemiche relative a quanto l’effettiva immagine-social possa entrare nella vita di un individuo (indipendentemente dalla sua moralità), cambiando l’intera storia che lo riguarda.

Quella che ha affrontato Astronomer è una marketing crisis, in termini tecnici: un’associazione del lavoro, delle opportunità finanziare e dell’intero bagaglio di un’azienda ad un solo volto, non esattamente ben voluto e oggetto di hating da parte dei più. Insomma, si può tranquillamente immaginare come questa crisi sia particolarmente negativa per l’immagine complessiva di un’azienda, che ha necessariamente bisogno di scollegarsi da quella di una sola persona, in questo caso Andy Byron, per riabilitare il proprio impatto con il pubblico. Da qui la scelta di Gwyneth Paltrow, che non è soltanto un’attrice particolarmente amata, ma anche l’ex moglie di Chris Martin, frontman dei Coldplay, con un duplice risultato che ha l’obiettivo di risollevare immediatamente consenso: ironizzare sulla vicenda e strizzare anche l’occhio a quel timore, profondamente attuale, che la privacy di ognuno possa essere incontrovertibilmente minata.

Le immagini di Andy Byron e la sua amante durante il concerto dei Coldplay

La crisis communication del 2025 e il cinema come fonte di fiducia

La scelta di Gwyneth Paltrow per gestire la crisi comunicativa di Astronomer muove sostanzialmente da un elemento: l’attrice è l’ex moglie di Chris Martin, e sceglierla come volto testimonial della fase di transizione di Astronomer permette di ironizzare su una vicenda che, al di là di ogni altra valutazione, ha messo anche i Coldplay sotto i riflettori per quel tema dell’invasione della privacy che da tempo si lamenta, soprattutto in contesti come quello del concerto. La stessa band ha avuto modo di aggiustare il tiro nei concerti successivi, avvisando della presenza di una kiss-cam prima che questa fosse effettivamente attivata, ma il punto resta: qual è il confine tra un elemento di per sé amato dal pubblico e la possibilità che un solo errore e una sola immagine rovini una realtà molto più ampia?

Poiché non più solo di Andy Byron si parla, ma anche di Astronomer e di 300 dipendenti che rischiano di affrontare una crisi sistemica, il video fortemente ironico con cui Gwyneth Paltrow svia l’interesse del pubblico verso l’effettiva operatività dell’azienda acquisisce un grande valore. Per più motivi: innanzitutto, slega l’immagine dell’azienda da un volto noto (anche se per poco tempo), associandolo (anche se temporaneamente) ad un altro volto noto; in secondo luogo, pone l’accento sull’affidabilità di un’azienda che non si identifica nel suo ex-CEO; in ultimo, e questo ci sembra l’elemento più importante di tutti, associa al cinema un’idea di fiducia e affidabilità, elemento importantissimo se si parla di crisis communication: riconquistare il favore del pubblico è fondamentale per chi affronta una crisi di immagine, e il cinema può fornire il destro per una nuova immagine, questa volta più bonaria e legata quasi al tema del deus ex machina. In più semplici parole: se a parlare è un attore, specie se famoso, allora quel che dice deve essere presumibilmente vero, ed ecco che l’immagine di Andy Byron si affievolisce immediatamente, rimanendo legata ad un sì brutto, ma al contempo ormai superato passato.

Che tutto sia effettuato in maniera repentina e quasi invadente è certamente un altro discorso: la grande esposizione mediatica a cui ci si sottopone, al giorno d’oggi, impone delle logiche che non sono più uguali al passato, e bisogna rendersi conto che qualsiasi errore – o presunto tale – ha un’amplificazione molto più ampia rispetto a quanto ci si potrebbe altrimenti attendere. Andy Byron è allora il passato, Gwyneth Paltrow resta temporanea e adatta a superare la crisi, ma per Astronomer è tempo di guardare oltre. E il modo in cui lo si è concretizzato è, comunicativamente, impeccabile.




Se il comunicato stampa è umano il pubblico si fida: nuova ricerca rivela che l’origine del messaggio influenza credibilità, responsabilità e percezione aziendale più della strategia adottata nella crisi

Se il comunicato stampa è umano il pubblico si fida: nuova ricerca rivela che l’origine del messaggio influenza credibilità, responsabilità e percezione aziendale più della strategia adottata nella crisi

Una tastiera che batte tasti in carne e ossa, oppure un algoritmo che tesse frasi con intelligenza binaria: spesso il lettore non percepisce alcuna differenza, ma la fiducia si costruisce tutta nella trasparenza della firma. In tempi di crisi aziendali, la domanda non è più solo cosa comunicare—ma soprattutto chi lo sta scrivendo.

Circa un campione di partecipanti, informato su un’immaginaria crisi alimentare che coinvolge un’azienda dolciaria, è stato invitato a leggere un comunicato stampa redatto con identico contenuto ma attribuito alternativamente a un autore umano o all’intelligenza artificiale.

I risultati sono stati netti: i messaggi identificati come di origine umana hanno guadagnato punteggi di fiducia e credibilità sensibilmente superiori rispetto ai messaggi presumibilmente scritti da un algoritmo.

Le reazioni, raccolte dopo esposizione a differenti tipologie di strategia comunicativa (da quella meramente informativa, a quelle scusanti e compassionevoli), evidenziano che né il tono né il tipo di messaggio influenzano la percezione quanto l’identità—umana o digitale—del mittente.

Reputazione aziendale e responsabilità percepita

Oltre alla valutazione dei singoli testi, i partecipanti sono stati chiamati a giudicare l’affidabilità della organizzazione alla base del messaggio. Emerge così che il grado di responsabilità attribuito all’azienda cresce in modo significativo quando la comunicazione si presenta con un “volto umano”.

In particolare, i lettori reputano più trasparenti e responsabili quelle realtà che si espongono direttamente, mentre l’uso dichiarato di IA genera una sottile diffidenza, indipendentemente dalla strategia di risposta. Secondo i ricercatori, “il pubblico non può imporre la responsabilità su una macchina. Devono attribuire la responsabilità a una persona”.

I dati sottolineano come la responsabilità delle aziende venga effettivamente riconosciuta solo attraverso un intermediario percepito come reale.

Intelligence artificiale, etica e nuove linee guida per la comunicazione di crisi

La crescente presenza dell’intelligenza artificiale nelle pubbliche relazioni apre nuove sfide per la trasparenza e la gestione delle crisi aziendali. L’indagine mostra che non basta replicare formalmente i contenuti umani per garantire la stessa fiducia del pubblico.

Si impone la necessità di chiarezza sull’utilizzo della tecnologia, di attenzione nella revisione degli output e di consapevolezza che ogni messaggio automatizzato potrebbe essere accolto con maggiore scetticismo.

Le aziende, di fronte a incidenti che possono compromettere la reputazione, sono chiamate a riflettere sul valore di una comunicazione autentica, in grado di trasmettere responsabilità e affidabilità reale. La scelta fra esseri umani e intelligenza artificiale diventa così una variabile strategica sempre più centrale nel rapporto tra imprese e consumatori.




Comunicare la scienza: una nuova era?

Comunicare la scienza: una nuova era?

Nel contesto attuale dove le conoscenze scientifiche progrediscono rapidamente, come dimostrano innovazioni quali l’intelligenza artificiale o nuove tecnologie di modifica genetica, è indispensabile che anche la comunicazione della scienza evolva per affrontare le sfide del nostro tempo. Mai come oggi, è cruciale chiedersi come rendere la scienza – e  la tecnologia – comprensibile, poiché solo se compresa essa può essere accettata e avere un impatto concreto sulle decisioni individuali e sulle politiche pubbliche.

Questo è uno dei messaggi centrali del lavoro di Druckman et al. (2025), pubblicato dalla National Academy of Science, che esplora i limiti e le potenzialità di due approcci alla comunicazione: il modello tradizionale di diffusione “top-down” e quello partecipativo, incentrato sull’ascolto e il dialogo e che porta alla luce una riflessione molto profonda sul ruolo della comunicazione della scienza.

Entrambi i modelli presentano vantaggi e sfide significative. Il modello “top-down” si scontra con un ecosistema informativo ipercompetitivo, che amplifica voci pseudo-scientifiche e politicizza la conoscenza. Al contempo, il modello partecipativo, pur ideale per affrontare incertezze e costruire fiducia, si scontra con una polarizzazione del pensiero attuale che ostacola la fiducia e  impone un intenso impegno ai comunicatori. Questi infatti devono non solo tradurre la scienza, ma anche comprendere le preoccupazioni, le esigenze e i valori delle diverse comunità. È un processo impegnativo che richiede dialogo, collaborazioni interdisciplinari e ingaggio sistematico con stakeholder diversificati, oltre che di capacità di anticipare le esigenze del pubblico, evitando le reattività tipiche di momenti di crisi.

Come sottolineano gli autori, la complessità della scienza si riflette nella complessità della sua comunicazione. Non esistono soluzioni semplici. Esiste, però, una “scienza della comunicazione scientifica”, un settore che merita ricerca continua e applicazioni informate per garantire che il sapere scientifico possa essere recepito e utilizzato efficacemente. È il momento di investire in strategie proattive e partecipative per colmare il divario tra scienza e società, affinché la conoscenza non sia solo prodotta, ma compresa e adottata, contribuendo al benessere individuale e collettivo. E che il ruolo di chi comunica la scienza sia rivalutato al pari di chi produce la scienza in una sorta di alleanza per un obiettivo comune: il progresso.

(Fonte: Druckman J.N. et al., An agenda for science communication research and practice, PNAS, Vol 122, No 27, 2025)




Un piano nazionale per la formazione all’AI: USA, Cina, UK e Germania hanno avviato programmi per la formazione all’AI. E l’Italia?

Un piano nazionale per la formazione all’AI: USA, Cina, UK e Germania hanno avviato programmi per la formazione all’AI. E l’Italia?

L’Intelligenza Artificiale sta provocando nei Paesi avanzati lo sviluppo di piani nazionali per la formazione in ambito scolastico e per la riqualificazione professionale. Una esigenza che nasce dalla consapevolezza dei governi dell’impatto potenziale dell’AI sull’occupazione, sulle competenze e sulla produttività. Parliamo quindi di progetti strategici per il sistema Paese. Proviamo allora ad analizzare alcuni casi internazionali per trarre delle valutazioni utili soprattutto nell’ottica di avviare una riflessione sullo sviluppo di un piano nazionale in Italia.

UK: il piano Starmer

Il premier Keir Starmer ha annunciato la partnership con undici Big Tech globali per formare 7,5 milioni di lavoratori all’Intelligenza Artificiale entro il 2030. Il focus viene posto sugli strumenti tecnologici, forniti dalle stesse aziende produttrici. Verrà sviluppata una piattaforma per la formazione permanente dei lavoratori all’AI. Nella scuola viene annunciato il programma TechFirst da 187 milioni di sterline, focalizzato su nuovi laboratori tecnologici, competenze digitali richieste dalle aziende, formazione dei docenti.

Cina: l’AI nelle scuole

Pechino ha lanciato il suo primo piano nazionale per trasformarsi in una “potenza educativa” entro il 2035.  Il programma del Ministero dell’Istruzione Cinese, rivolto sia agli studenti che al corpo docente, prevede l’inclusione dell’IA nei materiali didattici, nei programmi di studio e nelle attività di insegnamento.  L’introduzione sistematica dell’AI nella scuola punta a generare capitale umano ad alta specializzazione, elemento fondamentale per lo sviluppo di settori strategici quali robotica, biotecnologie, semiconduttori, difesa e cybersicurezza. Questa visione posiziona l’educazione come uno degli assi centrali della nuova sovranità tecnologica cinese.  Il Ministero ha inoltre sottolineato che le tecnologie AI renderanno le lezioni più dinamiche e coinvolgenti, incentivando un approccio più creativo all’apprendimento.  Nelle università cinesi sono stati aperti numerosi corsi sulla Intelligenza Artificiale. L’integrazione dell’intelligenza artificiale nei programmi scolastici cinesi rappresenta molto più di una riforma educativa: è una scelta di politica industriale, tecnologica e geopolitica.

USA: investimenti, task force, concorsi

Il presidente Trump ha avviato una Task Force per l’Educazione all’Intelligenza Artificiale, e firmato un ordine esecutivo ad aprile, invitando le scuole a integrare l’AI nelle classi di tutti i livelli scolastici “per garantire che gli Stati Uniti rimangano leader globali in questa rivoluzione tecnologica”.

Viene lanciato anche il Presidential Artificial Intelligence Challenge, un concorso che metterà in risalto i risultati ottenuti da studenti e insegnanti in tutto il Paese.

Vengono potenziati anche i programmi di apprendistato e formazione permanente.

Negli USA anche i privati si muovono: è stato siglato un accordo tra Microsoft, OpenAI e Anthropic, per finanziare la formazione dei docenti all’uso dell’Intelligenza artificiale, con un investimento di 23 milioni di dollari a favore dell’American Federation of Teachers.

Germania: focus sui settori economici e sulla tecnologia nazionale

Il piano da 20 miliardi annunciato dal Cancelliere Mertz ha come obiettivo una Germania leader dell’AI, in particolare nei settori chiave dell’economia. L’aumento della concorrenza da parte di nazioni come Cina e Stati Uniti richiede una strategia chiara che non solo investa in ricerca e sviluppo, ma che favorisca anche l’educazione e la formazione di talenti nel campo dell’AI.  

La Germania si sta rendendo conto che la competitività futura non dipenderà solo dal suo patrimonio industriale, ma anche dalle nuove tecnologie e metodologie emergenti, sulle quali il paese ha accumulato un ritardo.

Il piano si basa anche sulla collaborazione tra start-up, fondamentali per creare un tessuto industriale innovativo, e istituti di ricerca, e intende implementare programmi di formazione per riqualificare la forza lavoro.  

Alcune osservazioni sui piani internazionali

Occorre ora analizzare queste strategie internazionali per poter sviluppare una progettualità alternativa, adatta al contesto italiano e possibilmente migliorativa. Nel caso inglese il coinvolgimento delle Big Tech USA configura un potenziale conflitto di interesse, oltre che una minaccia per la sovranità tecnologica di quel Paese. Farsi raccontare dall’oste (le Big Tech) quanto è buono il vino (l’AI) è una scelta discutibile, specie per un governo europeo. Si prospetta, sempre per lo stesso motivo, una potenziale sottovalutazione dei rischi connessi all’AI (atrofia mentale, dipendenza, Bias, allucinazioni e molto altro). Si prospettano addirittura alcune situazioni paradossali, come nel caso delle “politiche di supporto psicologico per chi vive il cambiamento come una minaccia”, che potrebbero trasformarsi in campagne di persuasione occulta di massa a favore di prodotti di aziende private. Peraltro, anche voler porre gli strumenti AI al centro del contenuto della formazione è per certo riduttivo: questi, infatti, evolveranno rapidamente rendendo obsolete le competenze acquisite, diventeranno inoltre sempre più facili e semplici da utilizzare, in certi casi vanificando l’utilità della formazione stessa. Il modello cinese risulta più solido essendo finalizzato alla costruzione di asset e competenze nazionali, anche se rischia di avere un approccio fortemente tecno-centrico. Analogamente, la Germania punta a recuperare il ritardo sulle tecnologie digitali, inserendo la formazione all’AI nel quadro di un colossale investimento per l’innovazione della economia tedesca, in tutti i settori. Negli USA, infine, il piano istituzionale presenta alcune idee innovative (concorso, task force) e risulta separato da quello dei privati, che peraltro investono direttamente anche nell’ottica di aprirsi futuri mercati pensando alle nuove generazioni.

Per un piano nazionale italiano

Il contesto italiano presenta alcuni aspetti problematici: la debolezza dei player tecnologici nazionali, l’elevata età dei docenti e il ritardo annoso nella alfabetizzazione digitale: fattori che rendono la nostra strategia più complessa. Tuttavia, i recenti investimenti del PNRR hanno introdotto – almeno nella scuola – molti dispositivi tecnologici, che possono essere valorizzati in un piano di formazione all’AI purché si agisca tempestivamente. Da qui una serie di spunti di riflessione indirizzati al disegno di un possibile piano nazionale italiano di formazione all’AI.

AI Act e tavolo europeo

Un piano nazionale italiano non può prescindere dal contesto europeo. In particolare, occorre tenere conto, così come già avviene in Germania, delle linee guida dell’AI Act di Bruxelles, che pone alcuni vincoli – in termini di rispetto della privacy, conservazione dei dati presso data center in Europa, rispetto del copyright – piuttosto difficili da accettare per le Big Tech americane o cinesi. Ci sono anche indicazioni di natura etica che pongono il settore educativo tra quelli ad alto rischio, e ciò va considerato. Alcune strategie, soprattutto anche di politica industriale e occupazionale, dovrebbero quindi essere condivise a livello europeo. In conclusione, l’idea di un tavolo europeo potrebbe consentire all’Europa di promuovere sia una risposta competitiva, capace di ridurne l’artificial divide, sia una cornice di norme e valori a presidio di una cultura dei diritti che appare sempre più minacciata.

Monopoli e facoltà discrezionale 

Un ulteriore aspetto, sempre in coerenza con le indicazioni europee, riguarda i monopoli digitali. Deve essere combattuta quella dipendenza da singoli player, specie se extraeuropei, che si è conosciuta in passato con i motori di ricerca (Google), il software e i sistemi operativi (Microsoft), i social (Meta), l’e-commerce (Amazon). Pur non escludendo il ricorso a strumenti offerti dalle Big Tech, va abilitata e presidiata la facoltà discrezionale tra tools diversi, anche attraverso sistemi tecnologici che permettano ad esempio di passare agevolmente da un modello AI all’altro, anche semplicemente per cogliere le opportunità che si affacciano con una continua evoluzione tecnologica e la specializzazione funzionale (es: traduzione automatica, sintesi vocale, AI multimodale, operativa, creativa, organizzativa…).

Le intelligenze artificiali – al plurale

Come indicato dal Rapporto Draghi per la competitività europea, nel vecchio continente è fondamentale collegare l’AI ai diversi settori economici e della ricerca. Anche in tema di formazione occorre quindi superare la metafora dell’unica Intelligenza Artificiale, magari antropomorfica, per analizzare e trattare, invece, le diverse tecnologie AI applicate nei settori del sapere e dell’industria. La visione artificiale per la diagnostica medica non va, ad esempio, confusa con l’AI conversazionale dei servizi, e neppure con quella predittiva applicata alla meccatronica. Una corretta alfabetizzazione all’AI quindi non si basa banalmente sull’uso popolare di ChatGPT; al contrario, passa attraverso una analisi funzionale delle diverse tecnologie e dei relativi obiettivi e contesti.

Open Source e AI come commodity

Ogni 18 ore, nel mondo, viene rilasciato un nuovo modello AI Open Source, utilizzabile gratuitamente da sviluppatori – per creare nuove applicazioni di alto livello -, e da utenti. Questa risorsa si unisce alle tecnologie di distillazione, che già hanno permesso, ad esempio, al modello cinese Deepseek di riprodurre, in tempi e costi limitati, le prestazioni dei grandi modelli USA. Si può cominciare a intravedere uno scenario in cui l’AI potrebbe diventare una commodity, una merce disponibile a basso costo da diversi fornitori, capace quindi anche di un’ampia gamma di soluzioni per la formazione e lo sviluppo di nuovi strumenti.

Il ruolo dei docenti

Come indicato dal Ministro Valditara, il ruolo dei docenti dovrà comunque essere cruciale. Nel saggio “Conoscenza o barbarie, storia e futuro dell’Educazione”, Jacques Attali disegna un quadro e una prospettiva difficili per il mondo dei docenti, che stanno vivendo una contrastata fase identitaria, motivazionale e anche di autorevolezza, rispetto alle informazioni e funzioni offerte dalle piattaforme digitali. Il docente va pertanto riposizionato nel contesto di un nuovo ecosistema dove l’AI entra in classe e nei dispositivi dei docenti, i quali, ora, interpretano nuovi ruoli: quelli, ad esempio, del controllo critico o della mediazione culturale digitale.

Una nuova mediazione culturale digitale

La comunità educativa ha quindi di fronte a sé un nuovo ruolo strategico: trasformare il web e l’AI da rischio in risorsa.

Attualmente gli smartphone e i social sono considerati vere e proprie armi di “distrazione di massa” che hanno ridotto il Quoziente Intellettivo delle nuove generazioni. L’AI può fare ancora peggio, soprattutto se abbandonata all’attuale fai-da-te degli studenti che genera forme di atrofia mentale. Ecco che allora ai docenti spetta il compito di una nuova rilevante sfida: quella di farsi mediatori tra la sfera digitale e gli studenti. In quest’ottica sarà importante adottare piattaforme di aggregazione e content curation, in grado di valorizzare e potenziare i contenuti positivi presenti in rete, e occorrerà rispettare nell’AI il principio di trasparenza delle fonti, per distinguere quelle autorevoli dall’universo fake.

Controllo critico e autorale

Gli strumenti di formazione con AI devono alimentare e mantenere attivo il controllo critico di docenti e studenti. Occorre andare quindi oltre le “scatole nere” che contraddistinguono l’AI odierna, per rendere disponibili sistemi in grado di trattare documentazioni specifiche, compresi video o altri contenuti multimediali, ma anche di impostare facilmente il ruolo e il comportamento degli agenti AI, e di progettare interfacce creative per raggiungere determinati obiettivi. In sostanza, strumenti che sviluppano il senso critico e la creatività autorale nell’AI. 

Personalizzazione

La personalizzazione dell’apprendimento, auspicata anche dal Ministro Valditara, è sicuramente una opportunità offerta dall’AI che ci aiuta a superare l’approccio omologante dei sistemi educativi tradizionali, specie se si realizza sotto il controllo della funzione docente e della comunità educativa che allontanano il rischio di un rapporto uno-a-uno tra studente e piattaforma.

Ciò comporta strumenti didattici diversi dalle piattaforme di massa come Google, Meta o ChatGPT, basate sulla disintermediazione verso gli utenti finali: bisogna invece sviluppare soluzioni che introducano il docente nel processo di personalizzazione dell’apprendimento.

Tecno-metodologie

La pedagogia tradizionale non è più sufficiente nel contesto dell’apprendimento con l’AI: occorre pensare a nuove tecno-metodologie. Quali ad esempio:

  • l’Innovation Design, che consiste in una metodologia di ricerca applicata che adotta le tecnologie emergenti per realizzare sperimentazioni e prototipi di nuovi servizi e prodotti nella scuola, anticipandone la successiva diffusione nella società e nelle aziende;
  • la workplace simulation, che è invece la riproduzione di ambienti e processi lavorativi, realizzata con realtà virtuale e Intelligenza Artificiale;
  • la didattica incrementale, infine, che prevede fasi crescenti di interazione: dalla fruizione di contenuti esistenti alla rielaborazione e creazione di nuovi contenuti.

Scuola e lavoro: laboratori con AI

La didattica della formazione all’AI può prendere la forma di attività laboratoriali realizzate anche con l’AI. Vanno progettati laboratori per le discipline umanistiche e per gli indirizzi tecnici e professionali. Ad esempio, è importante abilitare la competenza nelle microlingue specializzate dei diversi settori, simulare attività professionali, arrivare a progettare il futuro di aziende e comparti, sviluppare competenze manageriali già pensate per essere “estese” dall’Intelligenza Artificiale.

Umanesimo e Homo Extensus

L’umanesimo nasce in Italia e contraddistingue la nostra cultura e sensibilità. Un tratto italiano dell’Intelligenza Artificiale può e deve nascere da questa nuova visione umanistica, nella quale la persona è posta al centro, ma in una forma evoluta: la visione dell’Homo Extensus. Una prospettiva che parte dal presupposto che già in passato l’intelligenza umana ha compiuto dei salti evolutivi interagendo con tecnologie cognitive. Ciò è avvenuto infatti con la scrittura alfabetica, con gli strumenti di osservazione scientifica, con la stampa, con nuovi media, e oggi con l’Intelligenza Artificiale. La sfida progettuale che dobbiamo affrontare è quindi quella di immaginare le future forme di quella che chiamiamo “intelligenza estesa”. Homo Extensus allude, pertanto. ad un modello antropologico emergente, necessario per orientare anche la formazione. Se rinunciamo a immaginare che tipo di persona dobbiamo formare per il futuro, se non ne abbiamo idea, la triste conseguenza è che non disponiamo della base pedagogica per impostare un piano di formazione su vasta scala.

Per una formazione alla “intelligenza umana estesa”

Per tutto quanto si è fin qui detto la formazione dovrebbe essere più centrata sul lato umano e professionale: sul ruolo delle persone e dei professionisti nel contesto dell’AI, e su come questa può potenziare la loro competenza ed efficienza. 

Oltre a focalizzare gli strumenti AI, che – si badi – invecchiano dopo soli 6 mesi, dobbiamo evidenziare le competenze umane “estese”. In ogni campo va quindi immaginata la forma futura dell’intelligenza umana estesa dall’interazione con l’AI: dal docente al giornalista, dal manager all’artista.

Non è scontato né facile saper progettare le nuove forme dell’intelligenza estesa, ma è questa la prossima sfida entusiasmante che attende la comunità educativa. E noi siamo pronti ad affiancarla.

Per approfondimenti: AI-Book “Homo Extensus” di Gualtiero e Roberto Carraro – https://homo-extensus.ai-book.it/category/leducazione-estesa/