Caporalato, controllo giudiziario per Foodinho srl: «Glovo sfrutta 40.000 ciclofattorini pagandoli 2,50 euro a consegna»

Caporalato, controllo giudiziario per Foodinho srl: «Glovo sfrutta 40.000 ciclofattorini pagandoli 2,50 euro a consegna»

«Faccio il rider a partita Iva per Glovo, uso una bicicletta elettrica che ho acquistato io, ricevo in media 2 euro e 50 centesimi a consegna, con incrementi legati alla distanza o ai fine settimana, circa 10/15 consegne al giorno con punte anche di 20/25 percorrendo tra i 50 e 60 km., rimango collegato all’app per circa dodici ore al giorno generalmente dalle 10 alle 22, sono costantemente geolocalizzato con il Gps, se sono in ritardo Glovo mi chiama per sapere perché sono fermo o perché non sto consegnando: se potessi lascerei questo lavoro ma non ho ancora il permesso di soggiorno e non riesco a trovare un altro lavoro, pago 300 euro al mese per un posto letto nella stanza dove vivo con altre tre persone a 35 km. da Milano, spendo 200 euro al mese per prendere il treno, mando 300 euro al mese a mia madre in Pakistan». Decine di testimonianze così. E oggi Foodinho srl, la società che gestisce la piattaforma Glovo di consegna a domicilio di cibo, é stata messa in «controllo giudiziario» con procedura d’urgenza dalla Procura di Milano, secondo la quale «sfrutta la manodopera» (40.000 ciclofattorini in Italia e 2.000 solo nell’area di Milano) perché, «approfittando dello stato di bisogno dei riders» prevalentemente stranieri, li paga «fino all’81% meno della contrattazione collettiva e fino al 76% meno della soglia di povertà», parametrata (attorno ai 1.245 euro al mese per 13 mensilità) su indicatori come il reddito di cittadinanza, la cassa integrazione guadagni, la nuova assicurazione sociale per l’impiego, e l’indice di povertà Istat: retribuzione contrastante con l’articolo 36 della Costituzione, cioè «sicuramente non proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro» e non in grado di «garantire una esistenza libera e dignitosa». 

Affiancamento in azienda

Il controllo giudiziario, cioè la nomina di un amministratore giudiziario che per conto dei magistrati non sostituisce ma affianca gli organi gestori dell’azienda, viene disposto quando c’è da interrompere una situazione di ritenuta illegalità ma l’interruzione dell’attività imprenditoriale potrebbe comportare ripercussioni negative sui livelli occupazionali o compromettere il valore economico del gruppo. Sarà dunque ora l’amministratore giudiziario Andrea Adriano Romanò a dover bonificare il rispetto delle regole violate secondo la Procura, e regolarizzare i lavoratori impiegati sinora da Foodinho srl con «una politica di impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità» teoricamente cristallizzate «nel modello organizzativo», invece «inidoneo a garantire che si verifichino situazioni di pesante sfruttamento lavorativo riconducibili alla fattispecie penale dell’articolo 603» (caporalato): «Situazioni anzi deliberatamente ricercate ed attuate», per le quali la società vede indagato come persona fisica l’amministratore unico spagnolo Oscar Pierre Miquel.

L’eterodirezione algoritmica

In Foodinho srl – società italiana da 255 milioni di fatturato annuo con clienti principali come Mcdonald’s, Burger King o Poke House, controllata da una società spagnola che fa capo a un gruppo tedesco riconducibile a fondi di investimento statunitensi, e ora indagata come società in base alla legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti per reati commessi dai vertici nell’interesse aziendale – l’intero ciclo di lavoro è mediato dall’app. L’accesso al lavoro, l’assegnazione dell’incarico, la tracciabilità dell’esecuzione e la contabilizzazione ai fini del compenso dipendono dall’infrastruttura digitale: il rider non determina in modo autonomo il processo produttivo, ma si rende disponibile tramite l’app e svolge una sequenza operativa standardizzata, tracciata e valutata dalla piattaforma, che governa l’allocazione del lavoro e incide sulla continuità delle occasioni di guadagno tramite parametri di performance (accettazione, puntualità, disponibilità).

Da 5.000 a 12.000 euro in meno l’anno

L’inchiesta del pm Paolo Storari con i carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro aggrega lo studio dell’architettura informatica di Glovo, le testimonianze di decine di ciclofattorini, le sei sentenze dell’ottobre 2023 con cui la Cassazione ha precisato la nozione di «salario minimo costituzionale» in base all’articolo 36 della Costituzione, la circolare ministeriale sui casi di applicazione «rimediale» della disciplina del lavoro subordinato, e le sentenze dei giudici del lavoro sulla eteroorganizzazione algoritmica della prestazione di lavoro subordinata. E su queste basi ritiene di concludere che, per una attività lavorativa con una disponibilità oraria media di 9/10 ore giornaliere per almeno sei giorni la settimana, la maggior parte dei riders riceva un reddito netto annuo sotto soglia di povertà per uno scostamento medio di circa 5.000 euro annui, con casi di scostamenti superiori anche a 12.000 euro annui.

Vita cambiata sinora per 52.000 lavoratori

Il volume potenziale dei lavoratori in gioco – 40.000 – nel caso di Glovo è enorme se solo si considera che sinora, a seguito di analoghe inchieste condotte in Procura a Milano dal pm Storari, 36 società hanno internalizzato 52.470 lavoratori (secondo i dati Inps) prima in balia di societá-serbatoio: esito ben più significativo del pur rilevante incasso per lo Stato, determinato dal fatto che collateralmente le aziende (soprattutto della logistica, della vigilanza privata e della grande distribuzione) abbiano inoltre saldato i propri conti con il Fisco per 1 miliardo e 72 milioni di euro.




Il declino del desiderio di leadership tra i giovani manager

Il declino del desiderio di leadership tra i giovani manager

Una delle tradizionali unità di misura del potere di un manager è il numero delle persone alle sue dipendenze nell’organigramma: più ne comandi più conti secondo un vecchio schema gerarchico. Seguendo questo modo di ragionare il concetto di “fare carriera” coinciderebbe con il concetto di diventare capo e di aumentare con il tempo il numero di persone coordinate.

Sebbene sia difficile trovare delle evidenze statistiche che lo dimostrino, dall’osservazione empirica dei percorsi professionali degli ultimi anni sembra emergere un dato: “essere capo” è un desiderio meno sentito di una volta. Non è raro trovarsi di fronte a “vecchi” manager, cresciuti in un contesto culturale in cui l’investitura a leader era un destino glorioso a cui non ci si poteva sottrarre, che scuotono la testa basiti perché il giovane collega non ha accettato un incarico di responsabilità preferendo ripiegare su una dimensione lavorativa più tranquilla o su un progetto professionale più stimolante.

I sociologi del lavoro probabilmente ci potrebbero dire che oggi le nostre esistenze sono meno “lavorocentriche” di un tempo, che ci piace sempre meno essere definiti come persone dal nostro status professionale. Ritengo però esista almeno un altro motivo più concreto che porta molti di noi nelle nostre scelte di carriera a non considerare più come un must l’opportunità di “essere capo”. Si tratta dello spostamento dell’equilibrio “onori-oneri” che la responsabilità manageriale porta con sé.

Guidare delle persone comporta gratificazioni importanti, materiali (stipendi, benefit, ecc.) e soprattutto immateriali (potere, visibilità, considerazione sociale, ecc.). Ovviamente ci sono anche gli oneri. Se nella nostra scala di valori personali gli onori immateriali (lo status del “boss”) contano meno di prima e non sono controbilanciati da una riduzione degli oneri (lo stress quotidiano di garantire risultati gestendo le mille esigenze delle persone alle proprie dipendenze) allora fisiologicamente c’è chi dice “no, grazie, non ne vale la pena”. Questo accade soprattutto quando il ruolo di manager prevede responsabilità non adeguatamente proporzionate al livello di autonomia decisionale e all’effettiva capacità di impattare sul business.

Comandare è meno facile di una volta. L’universo simbolico dell’autorità in azienda ha subito nei decenni lo stesso processo di destrutturazione che abbiamo osservato a proposito dell’autorità in famiglia. Se mio padre poteva impormi le sue decisioni con uno sguardo, per ottenere lo stesso obiettivo nei confronti dei miei figli io devo faticosamente spiegare e persuadere. E se cado nella tentazione di sbraitare ed impormi con la forza perdo autorevolezza e credibilità. Ceteris paribus si può dire lo stesso nelle dinamiche capo-collaboratore sul lavoro. Le aziende sono piene di capi frustrati che si devono impegnare in faticosissime e costosissime negoziazioni per ottenere dai propri collaboratori piccoli sforzi in più, per conseguire i quali magari una volta era sufficiente una mezza battuta ironica. Insomma comandare piace ancora, ma quanta fatica. Per molti il gioco non vale la candela.

Questa tendenza ci dice che un domani avremo problemi di scarsità di manager? Difficile rispondere. Certamente dirigenti e imprenditori devono tenere conto che comandare non è più una leva motivazionale seducente come una volta. Di fronte alla scelta tra un incarico di responsabilità manageriale con tante persone nel team e un incarico senza responsabilità di coordinamento ma con la possibilità di avere un più forte impatto sulla mission aziendale e/o di acquisire competenze di frontiera oggi in tanti sceglierebbero la seconda opzione.

Le aziende inoltre devono offrire strumenti di management ai propri responsabili, in particolare formazione e coaching. Comandare è un’arte sottile e complessa, non è più una mera facoltà (“si fa come dico io e basta”) che si può esercitare senza manuale delle istruzioni.

Più in generale forse dobbiamo riconsiderare il vecchio assioma di radice organizzativa militare per cui il giovane talento e/o l’aziendalista e/o lo stakanovista nella sua progressione di carriera deve necessariamente passare da progressive esperienze di comando. Non è detto che chi lavora bene e con passione debba per forza essere valorizzato o premiato attraverso la leva del “potere sulle persone”.




Nel turismo la reputazione gioca un ruolo centrale, Italia tra le top

Nel turismo la reputazione gioca un ruolo centrale, Italia tra le top

La reputazione, ossia l’immagine che di sé mostra un paese, assume un ruolo sempre più centrale come fattore competitivo.

È una delle tendenze per delineare nuovi scenari del turismo che saranno affrontate durante la Bit, nello spazio di riflessione del Travel Makers Fest.

L’edizione n. 46 apre a Fiera Milano che ha anticipato alcuni temi.

Più di mille espositori, dei quali oltre il 39% esteri da 54 Paesi. Attesi nei 3 giorni hosted buyer da tutto il mondo, provenienti per il 52% dall’Europa, 22% dalle Americhe, 16% dall’Asia e 10% da Medio Oriente e Africa.

Riportando un’analisi dell’Anholt Nation Brands Index, emerge quindi che esiste una correlazione superiore al 60% tra l’immagine di un Paese e i ricavi generati da commercio, turismo e investimenti diretti esteri. In questo quadro, l’Italia si collocherebbe stabilmente tra le realtà più forti a livello globale: nel ranking 2025 è quarta al mondo, con un punteggio complessivo in crescita e una presenza continua nella top 10 da 17 anni.

Altri dati confermano come il turismo stia evolvendo verso modelli sempre più ibridi e flessibili. Secondo l’Osservatorio di EY, nel 2026 il 44% dei viaggiatori prevede di combinare vacanza e lavoro, quota che sale all’81% tra i business traveler. L’Italia si colloca tra i Paesi più dinamici, con il 49% degli intervistati interessato a queste formule, mentre la Gen Z emerge come la generazione più orientata a questi modelli (74%). Un cambiamento strutturale confermato anche dal contesto normativo: oltre 50 Paesi hanno introdotto visti per digital nomad e l’Italia ha attivato il proprio visto nel 2024.

Accanto alla reputazione e al tema generazionale, emerge con forza il ruolo degli immaginari come veri e propri motori di posizionamento territoriale. Le storie raccontate sullo schermo influenzano le scelte di viaggio, trasformano luoghi reali in destinazioni simboliche e contribuiscono a ridefinire l’identità dei territori. Durante il Fest si parlerà del rapporto tra narrazione, luoghi e sviluppo turistico con Film Commission italiane e professionisti della regia (tra gli esempi Le indagini di Lolita Lobosco e La Mala). Altrettanto imprtante il dialogo tra tra moda, lifestyle e identità dei territori.

L’analisi delle tendenze mette in luce anche la crescente centralità della tecnologia e dei dati. IA, piattaforme digitali e big data stanno trasformando il modo in cui le destinazioni progettano l’offerta, dialogano con i viaggiatori e personalizzano l’esperienza.

Dall’osservazione delle tendenze emerge infine una crescente attenzione al viaggio come esperienza di conoscenza, che intreccia esplorazione, scienza e responsabilità ambientale. Il turismo diventa così uno spazio in cui interrogarsi sul rapporto tra uomo, territori e pianeta.




Banca di Asti, oltre la metà dei residenti contraria alla vendita: perché il legame con il territorio è ancora fondamentale

Banca di Asti, oltre la metà dei residenti contraria alla vendita: perché il legame con il territorio è ancora fondamentale

Asti rischia di perdere la sua più importante istituzione finanziaria

Secondo i dati Bankitalia l’Italia è tra i Paesi europei con la maggiore “desertificazione” bancaria: nel 2025 appena concluso, le banche italiane hanno continuato a sfoltire la rete fisica, con 516 sportelli chiusi in dodici mesi. Il totale nazionale è sceso a 19.140 filiali al 31 dicembre, stabilmente sotto la soglia psicologica dei 20mila, e con l’incredibile cifra di 10.000 sportelli chiusi solo negli ultimi 10 anni.

Nel 2025 crescono anche i comuni totalmente “desertificati”: sono 3.457, il 44% del totale nazionale, 75 in più in un anno. Aumentano anche i cittadini che non hanno accesso ai servizi o rischiano di perderlo: quasi 11,5 milioni. Di questi, 4,9 milioni (+5,3%) vivono in comuni senza sportelli, mentre oltre 6,5 milioni (+4,6%) risiedono in comuni con un solo sportello, quelli “in via di desertificazione”.

Crescono anche le aziende con sede in comuni desertificati: 16.800 in più rispetto a fine 2024. E non è solo un problema di aree interne. Tra fine 2021 e fine 2025 le chiusure nelle due maggiori città italiane superano la media nazionale: Roma segna un -14%, Milano un -16,1% a fronte di una media del -11,6%. Forse anche per quello che percepiscono come un disinteresse per le loro esigenze, le banche non godono in generale di eccellente reputazione, e i cittadini correntisti spesso si lamentano di essere solo un numero e di non essere tenuti in considerazione. Fanno eccezione gli istituti di piccole e medie dimensioni, che hanno scelto di mantenere un forte radicamento territoriale e che rappresentano un modello distintivo, a fronte dell’omologazione dei servizi e dell’approccio anonimo e spersonalizzato percepito da molti clienti dei grandi gruppi finanziari.

Questo è il delicato e complesso scenario nel quale si inquadra un vero e proprio scontro, del quale Affari Italiani ha già dato conto nel recente passato: la Banca di Asti, storico istituto locale assai solido, presente con più di 200 filiali in 5 regioni del nord Italia, in costante espansione da decenni (dagli anni 2000 ha moltiplicato per 5 le proprie dimensioni) e che non ha mai chiuso un bilancio in perdita in 150 anni di esistenza, è molto ben patrimonializzata e quindi fa gola a molti, e il suo azionista di riferimento, una Fondazione, ha deciso di “fare cassa”, annunciando ai giornali di voler vendere la propria quota azionaria.

Suscitando immediate e autorevoli reazioni. Marco Prastaro, Vescovo della città: ”Per il 2026 l’augurio è che qualcuno decida di investire sulla nostra città, e anche che la discussione nata tra Fondazione e Banca di Asti possa mostrarci quali sono le vere questioni, chiarendo, ad esempio, se la Fondazione è davvero obbligata a vendere le azioni, e cosa comporta vendere. E un problema molto serio, perché la Banca di Asti è il secondo datore di lavoro della città dopo l’Asl, per cui ancora una volta si parla di posti di lavoro a rischio”.

Cinzia Borgia, del sindacato bancario Fisac Cgil Piemonte: “Il problema risiede nella sopravvivenza stessa di un modo di fare banca: la desertificazione finanziaria è una realtà preoccupante in Piemonte, dove oltre il 60% dei Comuni è ormai privo di sportelli bancari, lasciando centinaia di migliaia di cittadini senza accesso ai servizi essenziali, e un’ulteriore concentrazione del mercato rischierebbe di accelerare e aggravare questo processo. La presenza bancaria non è solo un tema industriale, ma un fattore di coesione sociale, e non possiamo permettere che scelte guidate solo da logiche solo finanziarie impoveriscano ulteriormente le nostre comunità”.

Perché invece di vendere a Unicredit, BPM o Credem – le tre realtà che hanno dimostrato interesse, tramite l’advisor milanese Equita – non cedere la quota da dismettere ad altre fondazioni del territorio? È la domanda che ha sollevato Sergio Ebarnabo, Consigliere Regionale e Vice Presidente uscente proprio della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, che ha dichiarato: “La Fondazione non ha alcun obbligo a dismettere la quota di maggioranza di Banca di Asti.

Si può eventualmente ridurre la partecipazione della Fondazione: dopo Biella, Vercelli e Torino, potremmo aprire ad altre Fondazioni piemontesi, sempre tenendo Asti al centro”, incalzato da Luigi Costa, Presidente di Confindustria Asti, che ha auspicato che “la Banca continui ad essere radicata nel territorio di Asti e vicina alle imprese, generando un ritorno importante non solo in termini di dividendi, ma anche di competenze, e di ricadute economiche”. 

Ora è stato pubblicato un sondaggio Doxa Ipsos, che ha selezionato in modo indipendente un campione di cittadini, fissando il punto: secondo gli intervistati, per il 68% del campione una banca territoriale dovrebbe sostenere adeguatamente le famiglie del territorio e avere un ruolo importante nello sviluppo delle aziende locali, e solo il 3% degli intervistati ritiene che lo scopo debba essere creare alti utili a favore dei grandi azionisti.

Inoltre, più della metà degli astigiani ritiene che il mondo della politica e le istituzioni locali dovrebbero sostenere quanto più possibile l’autonomia della banca di Asti sul territorio, il 60% degli intervistati ritiene che mantenere il potere decisionale di Banca di Asti sul territorio astigiano sarebbe importante per l’economia locale, e nuovamente solo il 5% circa è molto in disaccordo con questa affermazione. La sproporzione tra favorevoli e contrari pare quindi evidentissima. Quasi il 50% degli astigiani valuta molto negativamente o negativamente l’ipotesi che Banca di Asti venga acquisita da un gruppo bancario fuori dal Piemonte, e solo il 16% ritiene che una vendita e aggregazione porterebbe vantaggi per gli azionisti in termini di rendimento.

Infine, dato rilevante, oltre il 70% dei residenti ritiene che Banca di Asti dovrebbe diventare lei stessa sempre più capogruppo, crescendo tramite l’acquisizione di altre banche e realtà finanziare, e rimanere autonoma, magari facendo entrare tra gli azionisti aziende locali ed altri enti interessati a partecipare al progetto di una grande banca territoriale interregionale quale potrebbe diventare – e in parte già è – Banca di Asti. Il commento finale pubblicato in calce all’indagine Doxa è semplice: continuità gestionale, o cessione ad un grande gruppo bancario con perdita per Asti della sua più importante istituzione finanziaria?




Nell’epoca della longevità, largo ai silver startupper

Nell’epoca della longevità, largo ai silver startupper

Da impiegato a tempo indeterminato a startupper di successo. La storia professionale di Massimo Luise, 51enne ferrarese esperto in sistemi di archiviazione, è segnata da un prima e da un dopo. Lo spartiacque del suo cambio vita è racchiuso in un’intercapedine di soli venti millimetri. Si tratta di un cuscinetto di protezione ignifuga che si inventa proprio Luise, brevettandolo. Quell’idea hi-tech oggi si estende in ogni angolo del mondo. Dai 13 chilometri di Archivio centrale di Stato in zona Eur a Roma ai 12 metri di profondità del polo bibliotecario di Rami Barrack a Istanbul, che contiene fino a due milioni di libri.

E poi ci sono gli archivi universitari di Torino, Milano, Bologna e Ferrara. Luise è alla guida di Makros, impegnata a costruire sistemi di archiviazione per proteggerli da fuoco, acqua e deterioramento: così tutela pergamene, libri antichi, documenti, opere d’arte. La squadra previene la presenza di funghi, acari e batteri con algoritmi di AI e sensori di ultima generazione.

Verso figure imprenditoriali mature

Da Ferrara a Vicenza. Susanna Martucci è un’imprenditrice di prima generazione, vincitrice del premio GammaDonna. Veronese classe 1958, s’è inventata un lavoro da zero: recupera gli scarti della produzione industriale e artigianale per riprogettare nuovi manufatti e farne oggetti di design di uso comune. Altro che ventenni smanettoni della rete. L’economia reale delle start up o delle Pmi innovative negli ultimi tempi sta virando verso il coinvolgimento di figure imprenditoriali e manageriali mature, oltre la retorica giovanilistica della prima narrativa dell’innovazione. Non è mai troppo tardi per diventare startupper, si potrebbe dire. È quello che ha scritto recentemente TechCrunch definendo il fenomeno dei silver startupper in una categoria chiamata agetech. Si tratta di realtà guidate da innovatori dai capelli d’argento. Così l’innovazione abbraccia classi anagrafiche più mature rispetto al passato, equamente distribuite tra donne e uomini e geograficamente collocate anche in contesti non metropolitani.

Palmarini: «Così si dà senso alla propria vita nella società»

Oggi l’età media degli startupper si sta riposizionando. Cinquantenni, sessantenni e settantenni che come piano B del proprio percorso professionale (e personale) decidono di inventarsi qualcosa da zero. È il riflesso di una disponibilità economica maggiore, ma in ballo c’è anche altro. «La vita è larga e lunga e c’è tempo per essere quello che avremmo voluto e forse non sapevamo nemmeno di volere. D’altronde stiamo vivendo una transizione da una società della vecchiaia a una società della longevità di cui siamo contemporaneamente testimoni e protagonisti. Più che la semplice disponibilità di tempo e soldi, credo sia la presa di coscienza del proprio ruolo in questa nuova traiettoria di aspettativa di vita ad aprire scenari inesplorati e inaspettati. Oggi sappiamo benissimo di aver bisogno di sentirci utili, attivi, parte del contesto. Dare un senso alla nostra vita, avere un ruolo e un senso nella società, esserne parte integrata. Un fattore così importante e riconosciuto da far sì che le valutazioni della significatività della vita siano state adottate come uno dei parametri chiave dagli osservatori sulla salute pubblica del National Health System britannico. Siamo sempre alla ricerca di quel qualcosa che non morirà mai, indipendentemente dal nostro corpo», afferma Nicola Palmarini, direttore National Innovation Center for Ageing del governo inglese e uno dei massimi esperti di analisi delle generazioni, autore del libro “Immortali” per Egea.

Un tasso di successo del 70%

Un fenomeno che abbraccia anche lavori di relazione col pubblico: ha fatto notizia la storia di Anna Possi, 99 anni, nota come la barista più anziana d’Italia. Dal 1958 trascorre ogni giorno dietro al bancone del suo bar a Nebbiuno, meno di duemila anime in provincia di Novara. Tra gli oltre 1,5 milioni di imprenditori nel mondo, quelli sopra i 50 anni hanno maggiori probabilità di avere successo rispetto alle controparti più giovani. Oggi negli Stati Uniti un’impresa su tre è avviata da qualcuno di 50 o più anni. Ma c’è di più. Se solo il 28% delle start up create dai giovani durano più di tre anni, per quelle accese da over 60 il tasso di successo è del 70 per cento. È quanto mette nero su bianco il rapporto “The Longevity Economy” realizzato dall’Aarp and Oxford Economics. «Poter fisicamente e psicologicamente lavorare significa anzitutto riconoscere il proprio contributo alla società di cui si è parte, poter produrre reddito, non gravare sulle pensioni e quindi sui giovani per dover finanziare i più vecchi. Significa anche avere capacità di spesa, permettere all’economia di rimanere in un ciclo attivo», precisa Palmarini, che prospetta un futuro ancora più determinato dalla generazione silver.

Due miliardi di over 60 al 2050

D’altronde nel 2050 ci saranno oltre due miliardi di persone over 60. «È facile prevedere come sempre più imprenditori e innovatori saranno coinvolti a disegnare il loro stesso futuro. Non solo. Alla luce di quello che stiamo vivendo – in questa permanente capacità di interazione, connessione e accesso alla conoscenza che ci offre la tecnologia – assisteremo a un passaggio radicale: il vero svago sarà rappresentato dal lavoro creativo in una forma che ancora non possiamo immaginare», conclude Palmarini. Darsi da fare, oltre i luoghi comuni dei silos anagrafici di un tempo. Lo sosteneva anche James Graham Ballard, prolifico scrittore britannico venuto a mancare alla soglia degli 80 anni. «Se stai brevettando un nuovo gene o progettando una cattedrale a San Paolo, perché perdere tempo a lanciare una pallina da tennis al di là di una rete?».