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Sostenibilità e governance, aziende italiane al top in Europa

Sostenibilità e governance, aziende italiane al top in Europa

La sostenibilità risulta sempre più integrata nella governance aziendale delle aziende italiane. In un numero crescente di imprese, infatti, è stato istituito un comitato con deleghe specifiche in temi di sostenibilità all’interno dei Consigli di Amministrazione. Non solo. Risulta in crescita anche il peso dei fattori ESG negli schemi di remunerazione. Per contro, spesso risultano ancora scarse le competenze nei temi di sostenibilità all’interno dei board aziendali. Sono questi alcuni dei principali indicatori dell’osservatorio Governance della sostenibilità condotto da Altis e Csr Manager Network, che mette a confronto le aziende quotate nel listino Ftse-Mib Italia con quelle quotate nei listini paragonabili di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.

Entrando nel dettaglio dei dati dell’osservatorio emerge che 35 aziende italiane su 40, ovvero l’87,5% del totale, integrano la sostenibilità nelle strutture di governance avendo assegnato un comitato ad hoc all’interno del Cda. Per fare un confronto, in Francia tale percentuale raggiunge il 72,5%, nel Regno Unito il 65%, in Spagna il 40%, in Germania solo il 13,3%. Un altro indicatore interessante che emerge dall’osservatorio è che le imprese italiane concedono spazio crescente all’ESG negli schemi di remunerazione dei vertici aziendali. Nello specifico, oggi 25 aziende italiane su 40 ovvero il 62,5% adotta questo genere di politica, era il 40% nel 2017, un dato che ci pone al secondo posto in Europa dietro alla Francia con l’87,5%. Discorso diverso, invece, riguardo l’incidenza degli indicatori di sostenibilità sulla remunerazione che risulta in media del 15% per gli esecutivi e del 17% per gli Amministratori Delegati.

Anche con riferimento alle competenze in temi ESG all’interno dei CdA, le aziende italiane mostrano performance in crescita: circa il 57% di esse ha un consigliere su sei con competenze specifiche. Fondamentali in questo senso sono stati i programmi aziendali specifici sui temi ESG a cui hanno partecipato in media il 76% dei consigli di amministrazione. In aggiunta, per il 43,3% delle aziende italiane sono considerate importanti le esperienze professionali legate alla sostenibilità accumulate negli anni, per il 30% delle aziende la formazione e le competenze tecnico-scientifiche. Infine, in 9 aziende italiane su 10, ovvero nel 93,3% dei casi, è presente un manager della sostenibilità che svolge, principalmente, attività di stakeholder management.




L’azienda danese LEGO continuerà a produrre mattoncini con il petrolio

L’azienda danese LEGO continuerà a produrre mattoncini con il petrolio

L’azienda danese LEGO non produrrà mattoncini da plastica riciclata. L’annuncio è arrivato dall’amministratore delegato, Niels Christiansen, che ha sottolineato come gli sforzi e gli investimenti compiuti in questi anni per cambiare materiale di produzione in chiave sostenibile non abbiano prodotto risultati soddisfacenti. 

Una fabbrica LEGO
Una fabbrica LEGO © JONATHAN NACKSTRAND/AFP via Getty Images

Per realizzare i suoi iconici mattoncini, LEGO utilizza l’acrilonitrile-butadiene-stirene (ABS), prodotto con il petrolio. In questi anni si è cercata una transizione verso forme di produzione a più basso impatto ambientale, che però si sono rivelate non funzionali per gli scopi dell’azienda e senza un reale guadagno in termini di sostenibilità. La ricerca di LEGO di nuovi materiali di produzione andrà avanti, in parallelo ad altri progetti in ottica di salvaguardia dell’ambiente.

Il dietrofront di LEGO

LEGO è l’azienda produttrice di giocattoli più grande al mondo. Ogni anno produce miliardi di mattoncini, strutturati in modo da potersi incastrare tra loro per realizzare costruzioni più o meno ingegnose. Il materiale utilizzato per questi mattoncini, quello che meglio si presta allo scopo, è nell’80 per cento dei casi l’acrilonitrile-butadiene-stirene (ABS), un polimero termoplastico. C’è però un problema: per fare un chilo di ABS servono due chili di petrolio.

In questi anni l’azienda danese ha investito centinaia di milioni di euro in ricerca e sviluppo per cercare di ridurre gradualmente l’utilizzo della plastica ricavata da petrolio. L’obiettivo era l’eliminazione completa entro il 2032 e sono state sperimentate circa 250 produzioni alternative, per la maggior parte derivanti da biomasse vegetali. A partire dal 2021 l’attenzione si è focalizzata sulle bottiglie di polietilentereftalato riciclato, il cosiddetto PET riciclato, che sembrava potesse essere la soluzione migliore. Ora però è arrivato l’annuncio che anche questa sperimentazione è fallita.

Tim Brooks, capo del dipartimento che si occupa di sostenibilità ambientale di LEGO, ha ammesso che la passare dall’ABS al PET riciclato sarebbe “come cercare di fare una bici di legno anziché di acciaio”. I mattoncini sarebbero infatti troppo poco resistenti e per compensare questa fragilità servirebbe aggiungere nuovi ingredienti nella produzione e ulteriori lavorazioni, il che avrebbe un impatto importante sulle emissioni inquinanti.

Le altre iniziative in campo

LEGO continuerà dunque a produrre mattoncini con il petrolio. Ma non si tratta di una resa, hanno fatto sapere dalla dirigenza della società danese.

La ricerca di materiale più sostenibili dell’ABS andrà avanti, con una spesa triplicata di qui al 2025. L’obiettivo è anche quello di intervenire sull’ABS stesso, cercando di ridurre la quantità di petrolio necessario e compensando con materiali riciclati o di origine vegetale. Oltre a questo, verranno gradualmente eliminati gli imballaggi di plastica con cui vengono venduti i giocattoli, passando definitivamente entro il 2025 alla carta. Come ha dichiarato l’amministratore delegato Niels Christiansen, questo consentirà di raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni inquinanti del 37 per cento entro il 2032, rispetto ai valori del 2019.




L’ideatore dello spot Esselunga: “Si sta dando altra lettura, noi raccontiamo una famiglia reale

L'ideatore dello spot Esselunga: "Si sta dando altra lettura, noi raccontiamo una famiglia reale

Se uno spot resta impresso nella mente dei consumatori ha senza dubbio raggiunto il suo scopo. Quello di Esselunga ha fatto molto di più. La pubblicità della nota catena di supermercati, che in 2 minuti racconta la quotidianità di una bambina con i genitori separati – che prende una pesca mentre fa la spesa con la mamma e poi la regala al papà da parte dell’ex compagna – è da giorni al centro del dibattito pubblico, commentato addirittura da Giorgia Meloni, che ne tesse le lodi. Dimostrazione lampante, secondo i detrattori, della vicinanza dello spot a certe idee politiche – decisamente vicine al governo di centrodestra – a sostegno della famiglia tradizionale. 

La bambina che vorrebbe far riavvicinare i genitori, infatti, per chi ha sollevato la polemica sarebbe il ritratto di una parte della società che ancora vede la separazione come il male peggiore, per i figli ma anche per i genitori. Idea anacronistica rispetto ai tempi in cui viviamo. Un tam tam del genere non se lo aspettava l’ideatore dello spot, Luca Lorenzini, che ha commentato su Repubblica: “Forse a questa storia si sta dando una lettura con un messaggio più profondo di quello che volevamo. Tutti messaggi importanti, ma il nostro, alla fine, era semplicissimo. Pensiamo di aver fatto un buon prodotto. Quando un prodotto riesce a suscitare emozioni è un buon prodotto”.

Tra le critiche quella di ripercorrere le orme del Mulino Bianco, anche se velatamente, dietro la ‘scusa’ della separazione (che si condannerebbe con questo racconto): “Il Mulino Bianco era l’esempio di famiglia perfetta di quel tempo in cui è stato girato – ha replicato Lorenzini – Noi raccontiamo un altro tipo di famiglia. Di solito vediamo la famiglia felice classica, che si alza al mattino, tutti fanno colazione assieme, sono felici e uniti. Di famiglie così ce ne sono tante, noi abbiamo deciso di raccontarne un’altra, che non è irreale, genitori separati li conosciamo tutti, se non lo siamo noi stessi”. 

Il creator ha fatto sapere che l’idea dello spot è nata insieme alla richiesta del cliente – Esselunga – che ci teneva a sottolineare il claim “Non c’è una spesa che non sia importante”. Da lì la decisione di raccontare altri consumatori. “Sin dalla fase creativa ci eravamo detti che volevamo fosse una storia che potesse avere molte e diverse interpretazioni, che poi è quello che sta succedendo” ha concluso. Dunque, missione compiuta. 




Il capo delle rinnovabili di Shell si dimette perché Shell non ha nulla di rinnovabile

Il capo delle rinnovabili di Shell si dimette perché Shell non ha nulla di rinnovabile

Il capo responsabile del comparto energie rinnovabili della nota società di combustibili fossili Shell, Thomas Brostrom, ha annunciato di voler abbandonare l’azienda dopo che il Ceo dell’azienda, Wael Sawan, ha ridimensionato i piani di transizione energetica.

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Una manifestazione contro Shell © David Ryder/Getty Images

Shell abbandona le rinnovabili e punta di nuovo sui fossili

Brostrom è entrato a far parte di Shell nell’agosto 2021 e proveniva dal gigante dell’energia eolica offshore Orsted, con il compito di guidare l’espansione degli investimenti verso le rinnovabili in Shell: il piano del colosso anglo-olandese era stato sostenuto dal precedente Ceo, Ben van Beurden.

Brostrom è diventato rapidamente responsabile delle energie rinnovabili nel febbraio 2022, dopo le dimissioni di Elisabeth Brinton, che aveva assunto il ruolo meno di due anni prima. Ma il nuovo Ceo Sawan, entrato in carica a gennaio, ha annunciato una retromarcia sulle energie pulite: il 14 giugno ha detto che Shell si sarebbe concentrata di nuovo sulla produzione di petrolio e gas, riducendo gli investimenti nelle energie rinnovabili a seguito della pressione degli investitori per concentrarsi sulle attività più redditizie.

Shell ha abbandonato l’obiettivo precedente di ridurre la produzione di petrolio del 20 per cento entro il 2030: secondo il nuovo piano, gli investimenti sul petrolio si manterranno stabili fino al 2030. Per convincere anche i soci più scettici, Shell aumenterà la distribuzione complessiva agli azionisti al 30-40 per cento del flusso di cassa dalle operazioni, rispetto al 20-30 per cento precedente, secondo un nuovo quadro finanziario annunciato durante la conferenza per gli investitori a New York.

E i mercati danno ragione a Shell: le azioni della società hanno chiuso in rialzo dello 0,4 per cento, in contrasto con l’andamento dell’indice delle società europee del settore petrolifero e del gas (Sxep). La spesa di capitale sarà compresa tra 22 e 25 miliardi di dollari all’anno nel 2024 e 2025, dopo un range pianificato di 23-27 miliardi di dollari nel 2023.

Shell prevede di spendere circa 40 miliardi di dollari per la produzione e il commercio di petrolio e gas tra il 2023 e il 2025, rispetto ai 35 miliardi di dollari per le sue attività nell’ambito delle soluzioni energetiche rinnovabili e a basso consumo energetico.

Una manifestazione contro Shell © Vuk Valcic/Sopa Images/LightRocket via Getty Images

La società continua a dire che manterrà le sue promesse sul clima

Tra l’altro Shell non è l’unica, anzi il suo annuncio segue un’iniziativa simile intrapresa dal concorrente BP (British Petroleum) all’inizio di quest’anno, quando il Ceo Bernard Looney ha ritrattato i piani di riduzione del 40 per cento della produzione di petrolio e gas entro il 2030.

“Investiremo nei modelli che funzionano, quelli con i più alti rendimenti che sfruttano i nostri punti di forza”, ha aggiunto Sawan durante la conferenza. E tanti saluti agli impegni per il clima, anche se Shell continua ad affermare di essere impegnata a ridurre le emissioni a zero entro il 2050. Il fatto è che non si capisce come farà a rispettare tali obiettivi: gli scienziati sostengono che il mondo deve ridurre le emissioni di gas serra di circa il 43 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019 per avere una qualsiasi possibilità di realizzare l’Accordo di Parigi del 2015. Si può dire che le promesse di Shell rientrino nel calderone del greenwashing.




Quando gli obiettivi climatici rimangono nascosti: cos’è il greenhushing

Quando gli obiettivi climatici rimangono nascosti: cos’è il greenhushing

Il greenwashing, il cosiddetto ambientalismo di facciata, è uno di quei termini che ormai non c’è quasi più bisogno di spiegare. Lo scandiscono a gran voce i manifestanti in piazza e lo contestano le istituzioni europee (e non solo), entrambi promettendo di stanare le aziende che sfruttano l’attenzione all’ambiente come una manovra di marketing. È – in parte – anche per questo che, negli ultimi anni, svariate imprese hanno preferito tornare sui propri passi. Anche dopo aver promesso di abbattere le proprie emissioni di gas serra, e dopo essersi organizzate per riuscirci, hanno smesso di comunicarlo. Un fenomeno inedito che prende il nome di greenhushing.

Cos’è il greenhushing e quanto è diffuso

To hush è un verbo inglese che significa stare in silenzio. Da qui nel 2008 è stato coniato il neologismo greenhushing che, letteralmente, significa tacere sui propri obiettivi di sostenibilità ambientale.

Una scelta che a un primo sguardo potrebbe apparire incomprensibile ma, in realtà, è molto più diffusa di quanto non sembri. La società di consulenza svizzera South Pole, nel 2022, ha intervistato i referenti di circa 1.200 aziende che avevano fissato l’obiettivo di azzerare le proprie emissioni nette di gas a effetto serra. Quasi tutte avevano messo a punto (o intendevano farlo a breve) i cosiddetti target basati sulla scienza, cioè percorsi di riduzione in linea con il contenimento del riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali.

Tra i motivi che le hanno spinte in questa direzione c’è la volontà di mostrare la propria leadership anche ai consumatori, sempre più attenti alle questioni ambientali. Eppure, un’azienda su quattro non intende comunicare pubblicamente i propri obiettivi di abbattimento delle emissioni. Facendo greenhushing in piena regola.

Fare greenhushing per paura del greenwashing

Diverse analisi sostengono che il greenhushing sia una sorta di via di fuga da possibili accuse di greenwashing. Ormai esistono testate, come Eco age, che smascherano i casi più clamorosi, il che può creare grossi problemi in termini di reputazione. Il cosiddetto scetticismo verde sta prendendo piede nell’opinione pubblica e, nella pratica, si può tradurre in tanti modi: pubblicità negativa, boicottaggi silenziosi oppure proteste plateali.

C’è da dire, però, che nell’Unione europea si sta sempre più allargando la platea di aziende che – volenti o nolenti – devono rendicontare le proprie performance di sostenibilità. Lo prevede la Corporate sustainability reporting directive (Csrd), la direttiva che da qui al 2026 imporrà a circa 50mila organizzazioni (comprese le piccole e medie imprese quotate) di raccogliere e pubblicare dati standardizzati in materia di ambiente, società e governance. Una volta rispettati gli obblighi di legge, però, ciascuna impresa sarà libera di decidere quanta visibilità dare a questi temi nelle proprie campagne di comunicazione.

Greenpeace
Un’attivista di Greenpeace contro il greenwashing

Perché il silenzio può diventare un problema

Perché bisognerebbe preoccuparsi del greenhushing? In fin dei conti, si potrebbe pensare che la priorità sia quella di tagliare le emissioni, e di farlo in modo rapido e incisivo, dedicando a questa missione tutte le risorse che sono necessarie. Sempre lo studio di South Pole fa sapere che quasi tre intervistati su quattro stanno investendo di più per raggiungere i propri target climatici. E quasi uno su tre si sta scontrando con difficoltà maggiori rispetto a quelle che si aspettava inizialmente.

Un’altra ricerca, stavolta di Cdp, mette invece fortemente in dubbio la credibilità dei piani di transizione climatica delle aziende. L’organizzazione infatti ha valutato 4.100 organizzazioni sulla base delle informazioni fornite in merito a 21 indicatori, tra cui il taglio alle emissioni, l’esposizione ai rischi finanziari legati al clima, il coinvolgimento dei fornitori e così via. Soltanto 81, cioè l’1,98 per cento del totale, ha dato risposte abbastanza esaustive su tutti e 21.

Alla luce di questi dati, verrebbe da pensare che la comunicazione sia, tutto sommato, un problema marginale. Ma in realtà ha anch’essa una sua importanza, soprattutto perché funge da sprone per un cambiamento di sistema. “Abbiamo più che mai bisogno che le aziende che fanno progressi sulla sostenibilità ispirino le altre a iniziare. Questo è impossibile se i progressi avvengono in silenzio”, afferma Renat Heuberger, ceo di South Pole.