Manodopera cinese per i grandi marchi della moda. Inchiesta su 13 brand

Manodopera cinese per i grandi marchi della moda. Inchiesta su 13 brand

AGI – La Procura di Milano ha notificato 13 ordini di consegna a altrettante case della moda che avrebbero “utilizzato manodopera cinese in condizione di pesante sfruttamento”. Le maison coinvolte sono: Dolce & Gabbana, Prada, Versace, Guccio Gucci, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia, Off-White Operating.

Le accuse ricalcano quelle già contestate ad altri brand, come Tod’s, sempre dal pm Paolo Storari. Alle case di moda viene chiesto di consegnare tutta la documentazione relativa ai modelli organizzativi di lavoro come modelli di audit, bilanci, elenco di fornitori e subfornitori. Nel documento, di una quarantina di pagine, vengono indicati i nomi dei lavoratori cinesi presunte vittime dello sfruttamento.

Le reazioni politiche

“Dall’alba al tramonto di mercoledì, il pubblico ministero Paolo Storari, insieme ai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, ha notificato 13 ordini di esibizione documentale ad altrettanti marchi del lusso – da Dolce & Gabbana a Prada, da Versace a Gucci, passando per Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia e Off-White Operating. Tutti coinvolti, a vario titolo, nelle inchieste sugli opifici cinesi clandestini che operano come subfornitori in condizioni di sfruttamento e illegalita’”. Lo afferma Marco Grimaldi di Avs intervenendo nell’Aula di Montecitorio.

“Non si tratta di episodi isolati – prosegue il vicecapogruppo rossoverde alla Camera – ma di un sistema strutturato che appalta e subappalta fino a sette livelli, che tollera laboratori-dormitorio illegali, dove lavoratrici e lavoratori, spesso migranti, sono costretti a turni massacranti senza diritti, senza sicurezza, senza dignità. È li’ che nascono le borse da migliaia di euro prodotte a pochi spiccioli e rivendute con ricarichi fino al 10.000%. È li’ che si suda sfruttamento, e dove purtroppo, si muore. Come il giovane del Bangladesh, deceduto nel 2023 a Trezzano sul Naviglio nel suo primo giorno di lavoro. Chiediamo con urgenza una comunicazione in Aula della Presidente del consiglio Giorgia Meloni, insieme ai ministri Urso e Calderone. Basta con le difese d’ufficio, basta con gli audit di facciata, basta con le leggi che proteggono i forti e abbandonano i deboli. Serve verità, serve giustizia, serve una riforma radicale delle filiere produttive. E serve il coraggio di dire i nomi, perché chi produce lusso sulla pelle degli ultimi non può più nascondersi. Il vero prestigio dell’Italia – conclude Grimaldi – non sta nei loghi cuciti sulle etichette, ma nei diritti garantiti a chi quelle etichette le cuce. Basta lavoro povero in un’Italia ricca, basta moda per super ricchi costruita sullo sfruttamento. La dignità del lavoro non è negoziabile”.




MA BASTA CON QUEST’USO DELL’AI!

MA BASTA CON QUEST’USO DELL’AI!

Lo so, la #AI è uno strumento preziosissimo, ci aiuta a tagliare i tempi, e *di molto*. Ma leggere email integralmente confezionate con l’Intelligenza Artificiale mi genera una grande irritazione: tu spendi tempo e neuroni per elaborare un pensiero complesso, e un tuo interlocutore ti risponde con una controproposta partorita dall’AI (che nella quasi totalità dei casi contiene per metà delle castronerie). A me pare una mancanza di rispetto, perdonatemi per questo.

Oggi con la #AI appariamo *tutti esperti di qualunque disciplina*: per qualcuno, leggere un intero libro e meditarci sopra ha lo stesso identico valore che chiedere all’AI di leggerlo per noi ed estrapolarci alcuni concetti chiave. E no, non è la stessa cosa, lo dimostrano fior di studi nel campo delle #neuroscienze, con i quali i fanatici della AI (strumento, ripeto, utilissimo in mille situazioni) ovviamente preferiscono non confrontarsi.

Tutto ciò è vero al punto che – vengo al dunque – persino Frank Merenda, marketer con un ampio seguito sui Social (con stile parecchio “divisivo”, ma questa sarebbe un’altra analisi e ci porterebbe nel campo del Reputation management) diventa “tuttologo” e improvvisamente esperto di Crisis communication, che è una scienza sociale che richiede un’elevata specializzazione (il che equivarrebbe a dire che un buon medico generico è automaticamente anche esperto di neuro-chirurgia).

Merenda – personaggio sicuramente di grande visibilità e sulle cui competenze in campo marketing non discuto proprio perché non sono un esperto di quello specifico settore – qualche giorno fa ha pubblicato quest’articolo, che mi viene segnalato da un mio assistito (bravissimo marketer anche lui, pur senza alcuna preparazione specifica in Crisis): https://frankmerenda.substack.com/p/il-manuale-signorini-come-trasformare

Nota: nell’articolo Frank Merenda consiglia, tra varie cose, di “controllare la narrativa”: forse vuole suggerire a manager e imprenditori di andare in libreria a piantonare gli scaffali dei romanzi? Perché se parliamo di Crisis, sarebbe stato corretto scrivere “governare la narrazione”, non “controllare la narrativa”… Tant’è, al netto delle battute, non serve il software antiplagio che usiamo in Università per capire che il pezzo è scritto con un massiccio ricorso (a voler essere generosi) alla AI: basta notare la sciatteria (propria delle Intelligenze Artificiali) delle maiuscole messe a casaccio ovunque nel titoli…

Qualcuno dirà: che problema c’è? (E infatti il mio assistito ha scritto: “Si, ma… nel merito cosa hai da dire?”).

Ecco cosa gli ho risposto: “L’analisi di Frank Merenda è in larga parte *corretta*, anche se un po’ *semplicistica* per com’e scritta e impostata. Per capirci, nessuna rivista seria nel campo del management la pubblicherebbe mai: chiediti perché. Aggiungo per completezza che – premesso che Merenda neanche sapeva cos’è l’effetto Straisand prima di (farsi) scrivere quell’articolo – non è che dica queste grandi novità sotto il profilo dell’analisi. Anche evitando autocitazioni che sono sempre poco eleganti, su cosa fare e non fare in un caso del genere è stato scritto tutto *già 15 anni fa*, almeno. Oggi ci è arrivata anche la AI di Merenda. Meglio tardi che mai”.

Sintesi (quanto segue non riguarda specificatamente Merenda, la cui vicenda mi ha solo ispirato queste riflessioni):

– è sbagliato utilizzare la AI per sveltire processi di ricerca? No, *non è sbagliato*;

– è sbagliato spacciare per proprio un testo dell’AI, o confezionato in larga parte dall’AI? Si, si chiama *plagio* (basterebbe citare che l’articolo è fatto dall’AI, come già fanno molte redazioni giornalistiche), tanto che in Università le indicazioni dell’Ateneo in questi casi sono di ritirare l’assegnazione della tesi e segnalare l’accaduto agli organi accademici (nello specifico, la AI di Merenda ha attinto a fonti terze *senza citarle*);

– la qualità garantita dall’AI è la stessa garantita dal lavoro cognitivo dell’essere umano? *No*, mettetevelo in testa;

– è sciatto fare copia incolla di una ricerca svolta dall’AI senza neanche revisionarla e farla propria aggiungendoci qualcosa che sia frutto del punto di vista dell’autore che firma l’articolo? Si, è *sciattissimo*!

– è vietato fare divulgazione di concetti legati a un settore scientifico-disciplinare del quale non si ha alcuna competenza? *No*, ci mancherebbe, ma quanto meno *dillo* (che non è il tuo, che stai proponendo farina di altri, e cita le opere alle quali ti sei ispirato, o dì che l’articolo è “made in AI” per la quasi totalità etc.).

Banalizzo: se io chiedo all’AI un’analisi sui rischi dell’esposizione alle radiazioni nucleari in caso di malfunzionamento di una centrale, e poi lo pubblico a mia firma, NON SONO diventato magicamente un ingegnere nucleare. Ne deriva che è bene che nessuno mi affidi la gestione di una centrale nucleare, perché poi quando il gioco si fa duro non posso sempre chiedere “l’aiuto da casa” all’AI.

Quindi: dovrei stare zitto, invece di vendermi come pseudo-esperto su una specifica materia (per altro ad alto tasso di tecnicismo) solo perché ho usato un Prompt adeguato che ha permesso all’AI di restituire un testo decente dal punto di vista dei contenuti? Si, dovrei stare zitto.

Anche perché la domanda, alla fine, è una sola: cosa voglio dimostrare pubblicando un articolo su una materia tecnica della quale *non ho alcuna specifica preparazione* spacciandolo per mio? Frank Merenda vuole acchiappare nuovi clienti, questo é tanto chiaro quanto legittimo (infatti al fondo del suo articolo c’è una call-to-action), ma attenzione: perché poi quando le persone capiscono che fai del plagio (o del copia-incolla da fonti terze che non citi mai) uno dei tuoi strumenti di lavoro, forse potrai interessare qualcuno non particolarmente preparato su quei temi, ma il boomerang #reputazionale è li che ti aspetta… come in questo caso.

E allora magari ti servirà un esperto di #Crisis: uno vero, però, non “sintetico”. Daniele Chieffi e Patrick Trancu, CBCI, candidatevi voi, che io avendone scritto non posso… 😅

(Nell’immagine, una copia della Gioconda. Fatta bene. Ma non è la Gioconda)

AGGIORNAMENTO del 02/01/26 h 14:16: Frank, dopo aver avuto notizia della mia analisi e presumibilmente averla letta, ha avuto come unica reazione quella di bloccarmi su Linkedin, impedendomi tra l’altro di partecipare alla discussione sulla sua pagina; curioso, per una persona che fa il suo lavoro e che dovrebbe avere familiarità con la netiquette. Ciò detto, una collega socia FERPI, che aveva segnalato a Merenda l’articolo, mi ha riferito di aver avuto una conversazione con Lui (presumo in DM) nella quale il marketer ha affermato sostanzialmente (sintetizzo) che “non si abbassa a replicare alle mie affermazioni perché non ama il dissing e per non darmi visibilità, che tutto quanto ho scritto è animato da invidia, che lui le maiuscole le usa in virtù del Title Case che insegna anche, e che non si è mai spacciato per esperto di Crisis, tanto che quando deve aver a che fare con la materia chiama in soccorso Matteo Flora che se ne occupa”. Ok, prendiamo nota, e facciamo un veloce debunking di quanto scrive Merenda:

1) a prescindere che in 30 anni di professione non ho mai usato il dissing per guadagnare notorietà (vedete: c’è qualcosa su cui io e Merenda siamo d’accordo), la visibilità certo fa sempre piacere (sarebbe ipocrita negarlo) ma non ho bisogno di quella che mi porterebbe Merenda, ne ho davvero abbastanza dal mio lavoro, sia in ambito accademico che professionale, e comunque io e Merenda parliamo a pubblici completamente diversi, lui a liberi professionisti e PMI, io a C-level di medie e grandi aziende, quindi aver visibilità sulla sua pagina o grazie alla sua pagina non mi porterebbe nulla, anzi, sarebbe fuori posizionamento per me;

2) chi mi conosce bene sa che non ho mai provato invidia verso nessuno, anzi, sono ben felice del successo di Merenda che possiede doti di divulgazione al grande pubblico che a me probabilmente mancano. Inoltre abbiamo diverse conoscenze che lo stimano (ad esempio Matteo Flora, da lui citato, è un amico, nonché serio professionista nel proprio settore, che è quello della gestione delle complessità del mondo digitale). No, Frank Merenda, davvero non hai capito nulla del perchè ho scritto questa analisi, che va ben oltre te (capisco che la notorietà possa essere un bias, ma non esageriamo);

3) il Title case è una prassi made in USA, e non solo propria dell’AI, è vero, ma è stata a più riprese contestata perfino dall’Accademia della Crusca, che consiglia invece il Sentence case (solo la prima lettera maiuscola, salvo nomi propri etc). Quindi, Merenda, se é farina del tuo sacco e non della tua AI, e lo insegni, fai male, perchè lavori in Italia e ti riferisci a imprenditori italiani, e in Italia non è una prassi corretta;

4) se non sei (e non lo sei, in questo caso) un esperto di qualcosa, scrivilo in apertura. Merenda in nessun passo del suo articolo fa questa precisazione, non segnala le fonti terze dalle quali lui (o più probabilmente la sua AI) ha attinto, e anzi dimostra esattamente l’intenzione contraria a quanto afferma, quando risponde nel merito e approfonditamente (e di nuovo: in maniera in larga parte anche corretta!) a suoi follower che gli pongono domande più specifiche sul thread, “vendendo” quindi una propria seniority sulla materia (e a vendere, Merenda, non c’è nulla da dire, è davvero bravissimo, lo riconosco, ed è evidente agli occhi di chiunque). Io – my 2 cent – fossi in lui sarei molto più prudente nel dibattere di materie sulle quali non ho competenza, e questo va anche ben oltre il caso specifico, ma riguarda il mood purtroppo dominante sui Social: questa è una critica costruttiva, Merenda invece che irritarsi e bloccarmi avrebbe potuto coglierla come tale…

Per questi motivi, principalmente, la risposta di Merenda – contro il quale lo ribadisco non ho proprio nulla e sulle cui doti di divulgatore non discuto minimamente – non convince. Anzi, a ben guardare, pare che sia lui a vivere poco bene questo confronto. To be continued…




Reddit e ragebait: un nuovo tassello utile per analizzare e comprendere casi di black PR ai danni dei brand

Reddit e ragebait: un nuovo tassello utile per analizzare e comprendere casi di black PR ai danni dei brand

Negli ormai 17 anni di vita della nostra rivista digitale, abbiamo dedicato ampio e crescente spazio agli effetti della disinformazione e alle conseguenze, anche molto concrete, che le fake news possono avere sulla vita delle organizzazioni e sul profilo reputazionale dei brand.

Lo abbiamo fatto, tra gli altri, con alcune nostre inchieste, come quella sul crollo della start-up quotata in borsa Bio-On, con il lavoro sulle inchieste dei PM Milanesi nel settore immobiliare, e con la nostra inchiesta “Le fake news possono distruggere la reputazione dei brand? La ‘setta degli anti-sette’ e il caso Genio in 21 Giorni®”, nella quale abbiamo ricostruito in dettaglio la campagna di delegittimazione che ha colpito una nota società di formazione, nata in Italia e presente in 6 nazioni con oltre 60 sedi, bersaglio – per anni – di accuse decontestualizzate e/o rivelatesi in tutto o in parte prive di fondamento, eppure capaci di minacciarne seriamente la business continuity.

Oggi torniamo su quel caso, a partire da un nuovo tassello di quest’analisi. La dott.ssa Giorgia Grandoni, docente di gestione della reputazione e relazioni pubbliche digitali, ha pubblicato su Ferpi.it un articolato approfondimento dedicato a Reddit come “laboratorio di disinformazione” e come piattaforma in grado di amplificare campagne di ragebait e operazioni di black PR a danni di singoli personaggi con pubblica visibilità ma anche di brand e organizzazioni complesse.

Nel suo ultimo contributo, l’autrice mette a fuoco tre elementi che ci interessano in relazione a questo contesto. Primo: la disinformazione non è più un incidente sporadico, bensì la cornice strutturale entro cui si gioca una parte rilevante del lavoro su reputazione, fiducia e legittimità. Secondo: Reddit – piattaforma testuale, apparentemente “di nicchia” e solo in apparenza marginale rispetto a Social mainstream più noti – è diventato uno dei luoghi dove spesso le campagne manipolative si progettano e si realizzano, anche per testarle e, in caso di buon ritorno per gli autori, esportarle su altri canali. Terzo: le dinamiche di ragebait – contenuti progettati non per informare, ma per estrarre e stimolare rabbia, indignazione e ostilità – sono sempre più spesso il veicolo ideale per operazioni di black PR, cioè campagne costruite per danneggiare deliberatamente un’azienda o i suoi collaboratori.

Nel caso di Reddit, come emerge nella dettagliatissima analisi di Grandoni, supportata da numerose evidenze scientifiche, questa combinazione di fattori è particolarmente evidente. L’architettura a subreddit, l’anonimato diffuso, i meccanismi di upvote/downvote e la centralità dell’engagement creano un ambiente dove i contenuti polarizzanti, aggressivi, scandalistici tendono a guadagnare terreno più rapidamente dei materiali informativi e delle tesi argomentate anche con documenti di terze parti indipendenti.

Le ricerche più recenti mostrano come i thread Reddit che linkano a fonti inaffidabili non solo siano associati a livelli maggiori di tossicità nei commenti, ma tendano a concentrarsi in comunità insulari, molto polarizzate, dove l’indignazione diventa il carburante quotidiano. In queste “camere di risonanza” la disinformazione non si limita a circolare: si rafforza, si affina, viene testata perché risulti sempre più efficace nel produrre reazioni emotive “forti”.

È qui che l’analisi proposta su Ferpi.it diventa, per noi, particolarmente stimolante: perché aiuta a leggere il caso Genio in 21 Giorni® non come episodio isolato, ma come manifestazione concreta di una logica più ampia.

Nell’articolo pubblicato su Creatoridifuturo.it nel 2024 abbiamo ricostruito come l’azienda in questione sia stata per anni al centro di una narrazione distorta, alimentata da un ecosistema di attori e contenuti che – al di là delle intenzioni di ciascun singolo utente – hanno assunto tutte le caratteristiche di una campagna di propaganda nera (black-PR campaign): dalle le accuse di essere una “psicosetta” a quelle di vendere integratori alimentari tossici (l’azienda non è ovviamente una “setta religiosa” né ha mai venduto direttamente o avuto in passato partecipazioni indirette nel settore degli integratori, ndr), i linguaggi allarmistici, le etichette infamanti ripetute fino a diventare, nell’immaginario di alcuni, “verità di fatto”, indipendentemente dalle successive smentite formali, dai pareri di esperti e dalla totale assenza di iniziative della magistratura contro l’azienda, che non è mai neppure stata indagata, hanno raggiunto il loro scopo, pregiudicando il perimetro reputazionale dell’organizzazione.

Nel modello descritto dal Prof. Luca Poma nei suoi studi sulle black PR ritroviamo gli stessi passaggi che l’autrice rintraccia nell’evoluzione delle campagne di disinformazione su Reddit: una fonte – spesso opaca, e comunque sempre coperta di un nickname di fantasia – diffonde notizie denigratorie, esagerazioni di fatti reali, illazioni non supportate o dati in parte veri ma totalmente decontestualizzati o enfatizzati in modo manipolatorio. Successivamente, la rete amplifica questi contenuti, li semplifica, li polarizza, li trasforma in frame morali netti, ovvero “azienda buona/azienda cattiva”, “vittime” da una parte e “manipolatori” dall’altra: l’eco mediatica, a quel punto, prescinde quasi del tutto dalla complessità del reale, e la narrazione tossica continua a circolare nelle bolle in cui era stata incubata, con escalation a volte anche sui mass-media tradizionali, anche quando, a posteriori, fact-checking e indagini giornalistiche smentiscono le accuse.

Le ricerche analizzate nell’articolo pubblicato da Ferpi News ci ricordano che questo schema non è certamente un’anomalia, ma una vera e propria infrastruttura narrativa che attraversa più piattaforme: Reddit innanzitutto, ma anche X, Facebook, YouTube, forum tematici e blog, che si alimentano a vicenda.

Il punto non è stabilire se il caso Genio in 21 Giorni® sia nato su una specifica piattaforma – non lo è, e la nostra inchiesta lo documenta con chiarezza, Reddit è stato solo uno degli strumenti utilizzati nella campagna che ha colpito, con toni diffamatori, l’azienda – bensì riconoscere come le stesse logiche di ragebait e di polarizzazione affettiva che vediamo su Reddit si ritrovino, con poche varianti, in molte delle campagne che hanno colpito negli ultimi anni aziende, istituzioni e persone fisiche con visibilità pubblica.

Quando un brand viene marchiato come “schema piramidale”, “psicosetta”, “fuffa”, “truffa”, “gruppo manipolatorio”, etc, le sfumature scompaiono rapidamente: qualsiasi criticità – errori nella gestione dei clienti, singoli casi conflittuali con ex collaboratori, o problemi di comunicazione interna, fattori esistenti in qualunque azienda – viene ingigantita e assorbita dentro una solida e inscalfibile cornice di condanna morale.

È il momento in cui, per usare le parole dell’inchiesta su caso Genio in 21 Giorni®, singoli personaggi interessati a screditare il brand, concorrenti e sedicenti “ricercatori ed esperti” in realtà ignoti alla comunità scientifica, cessano di essere un soggetto critico e diventano produttori di disinformazione: selezionano solo i dati funzionali alla propria tesi, ignorando sistematicamente tutto ciò che la contraddice, utilizzano il linguaggi e strumenti che dovrebbero proteggere le vittime che sostengono di tutelare per legittimare a loro volta attacchi personali, campagne d’odio e shit-storm.

L’articolo di Grandoni offre quindi un contributo decisivo a queste riflessioni, perché pone in relazione questa dinamica con ciò che avviene “a monte”: nei luoghi, spesso meno visibili, in cui certe narrazioni vengono pubblicate, sperimentate e raffinate prima di raggiungere il grande pubblico. Reddit, scrive infatti l’autrice, funziona spesso anche come un banco di prova: frame, parole chiave e metafore diventano gli strumenti per cristallizzare narrazioni distorte che traggono linfa dalle dichiarazioni sensazionalistiche, e in quei subreddit si osserva quali argomenti producono più reazioni, quali generano thread più polarizzanti e partecipati, quali innescano scissioni tra “noi” e “loro”, con il risultato che un contenuto che riesce a catalizzare rabbia e ostilità ha buone probabilità di funzionare altrettanto bene quando sarà rilanciato su TikTok, X, o nei servizi di cronaca spettacolarizzata sui mass-media generalisti o su Blog specializzati.

Analizzando il caso Genio in 21 Giorni® con questi filtri, potremo portare in emersione di alcune analogie significative. La scelta del bersaglio – una realtà aziendale che lavora sul terreno sensibile della formazione e della crescita personale, con un posizionamento forte e riconoscibile – rende la “narrazione cospirativa” particolarmente appetibile; l’uso di etichette ad alto impatto emotivo, come quella di “psicosetta”, crea immediatamente un corto circuito tra paura, morbosità e curiosità; la presenza di singole testimonianze negative, decontestualizzate e trasformate in “prova regina” indiscutibile, anche se si riferiscono a situazioni del passato, vecchie di 10 o 5 anni, e relative a meccanismi organizzativi completamente riformati dall’azienda stessa, fornisce l’illusione di una “contro-inchiesta nata dal basso”. È lo stesso identico meccanismo, riportato nell’articolo di Grandoni, relativo alla teoria complottista sul brand Wayfair: prezzi anomali + nomi di prodotti potenzialmente equivocabili = traffico di minori, mentre nel caso Genio: corsi intensivi + forte motivazione richiesta ai partecipanti = manipolazione settaria. L’equazione è fallace sul piano logico: ma assai potente sul piano emotivo.

Il punto non è trasformare Reddit – o qualunque altra piattaforma Social – nel capro espiatorio per campagne di blackPR: l’ecosistema informativo contemporaneo è, per definizione, distribuito e multilivello, tra siti di fact-checking, giornalismo d’inchiesta, community online, contenuti user-generated e strumenti di intelligenza artificiale, che convivono nello stesso spazio. Ciò che l’articolo di Ferpi News e la nostra inchiesta sul caso Genio in 21 Giorni® provano a fare è invece un’operazione complementare: mostrare come la stessa logica manipolativa possa assumere forme diverse, ma riconoscibili, a seconda del contesto in cui attecchisce.

Da un lato, quindi, queste evidenze rappresentano un vero e proprio appello per i relatori pubblici a sviluppare quella che l’autore definisce platform literacy: non limitarsi a “monitorare i Social”, ma capire come funzionano davvero le piattaforme, quali sono i loro incentivi interni, che ruolo giocano la moderazione, la cultura dei singoli spazi e la presenza di attori coordinati

Dall’altro, il caso Genio in 21 Giorni® ci costringe a misurarci con le conseguenze di questi abusi od usi impropri delle piattaforme Social: cosa accade quando quella stessa infrastruttura di disinformazione decide di puntare il faro – o il mirino… – su un’azienda che non è un’entità astratta, ma è composta da persone reali, famiglie, clienti, collaboratori e dipendenti?

Mettere in dialogo questi due livelli – il “laboratorio Reddit” da una parte, la storia di Genio in 21 Giorni® dall’altra – ci sembra oggi un passaggio necessario, non per attenuare le responsabilità individuali di chi diffonde fake news o per accusare le piattaforme di ogni male, bensì per ricordare consapevolmente che ogni crisi reputazionale generata da campagne di disinformazione ha una “preistoria” fatta di dinamiche tecniche, culturali e psicologiche che possiamo e dobbiamo imparare a riconoscere e governare. Anche, perché no, al fine di non caderne vittime anche noi, e farci a nostra volta megafono di “cattiva propaganda”.




I SERVI SCIOCCHI DELLA TRIBU’ DEI DIFFAMATORI SERIALI

I SERVI SCIOCCHI DELLA TRIBU’ DEI DIFFAMATORI SERIALI

Ci risiamo. Diffamazione online – o quanto meno tentativo di – da parte di nick anonimi su Reddit, la cloaca della disinformazione online, covo di complottisti, no-vax e ingiuriatori seriali, piattaforma USA non moderata sulla cui (scarsissima) affidabilità sono state scritte encicolopedie.

Questa sera mi hanno segnalato un commento proprio su un thread Reddit, che evidentemente mi riguarda, e quindi prendo l’iniziativa per rispondere, in modo diretto e schietto come sempre faccio.

Breve riassunto:

  • chiedo a un collega giornalista di approfondire la storia di un’azienda (una società di formazione presente con 60 sedi in 6 nazioni) vittima da anni di una campagna sistematica di pregiudizio alla reputazione, con frequente pubblicazione di post on-line dai toni diffamatori, con le accuse più diverse, dall’essere una “psicosetta” (termine inesistente in bibliografia scientifica) ad aver creato un sistema piramidale per la vendita di integratori (mai questi imprenditori sono stati attivi in quel settore), e via discorrendo lasciando libero spazio alla fantasia aggressiva del “popolo del web”, che ama sempre molto i flame polemici. Nota per gli addetti ai lavori: siamo dinnanzi a una crisis smoldering generata da black PR campaign;
  • precisazione utile: né l’azienda in questione né alcuno dei suoi manager è mai stato oggetto di censure deontologiche, iniziative penali, sentenze di condanna, etc.;
  • la redazione della rivista digitale della quale sono condirettore pubblica un’inchiesta molto dettagliata, in 4 lingue, che spiega storia e genesi di questa campagna di black PR ai danni di quel brand;
  • uno degli autori dell’attacco al brand – già rinviata a giudizio per diffamazione aggravata a mezzo stampa per fatti correlati a quella campagna – chiede in occasione di varie udienze di Tribunale durante il processo nel quale è imputata, la rimozione dell’inchiesta, richiesta alla quale sia io che il direttore editoriale della rivista ci opponiamo in nome del diritto di cronaca, di critica e di analisi scientifica (con successo, chi fosse interessato ai dettagli potrà leggerla qui, dov’è ancora online);
  • la campagna di attacco a quel brand, che offende sistematicamente non solo l’azienda in quanto tale ma tutti i collaboratori della stessa e le loro famiglie, comunque prosegue imperterrita, e oggi gli schizzi di fango arrivano fino a me e ai miei colleghi, con un commento (evidentemente etero-indotto) da parte di un “genio” (uomo o donna che sia) il quale, fiero di aver scoperto l’acqua calda, pubblica il seguente testo

Beh, questo personaggetto protetto da anonimato (come al solito i leoni da tastiera lanciano la pietra solo se hanno la possibilità di nascondere subito la mano), la cui identità digitale guarda caso è nata per l’occasione, 2 settimane prima della pubblicazione del commento diffamatorio su di me, con “ben” 3 commenti sul web al suo attivo, “ha scoperto male”, perchè:

  • accusa la piattaforma sulla quale state leggendo questo articolo di essere “un blog personale” (mio, ndr), ma questo è falso, è invece da moltissimi anni una rivista regolarmente iscritta alla sezione stampa del Tribunale territorialmente competente (n° iscr. 43-04/10/19), con una sua autonoma redazione, io ne sono solo condirettore, e peraltro non ho né scritto né firmato io l’inchiesta in questione (chi molto probabilmente gli ha “suggerito” la risposta gli ha dato evidentemente un’informazione parziale e sbagliata);
  • tenta di svilire l’autorevolezza della rivista stessa, che tuttavia pubblica inchieste e articoli da ben 17 anni (oltre 2.600 pezzi online, parte a firma di colleghi di altri giornali, ripresi per divulgazione, e parte non trascurabile a firma della redazione interna), e accoglie anche giovani giornalisti in praticantato;
  • adombra un potenziale conflitto di interesse segnalando che io sono stato consulente diretto del Brand in questione (prima di cedere tutti i miei contratti di consulenza a fine 2019). È verissimo: proprio nell’esercizio di questa funzione – pubblicamente nota, legittima, e mai nascosta – presi contezza della vergognosa campagna di black PR della quale quel Brand (assieme ad altri, negli anni recenti) è stato oggetto, e – a differenza di chi si nasconde spesso dietro nick anonimi non avendo gli attribuiti per prendersi responsabilità di ciò che dice e fa – ho preso posizione apertamente sulla vicenda (non me ne pento per nulla, anzi, lo rifarei);
  • ⁠⁠in ultimo, il diffamatore seriale mi accusa di essere un “ex (membro di) Scientology”. Come sanno anche i muri, ho frequentato Scientology da ragazzo (30 anni fa!), per poi dissociarmi pubblicamente, ho pubblicato vari saggi critici su quell’organizzazione, densi di dati, analisi e critiche costruttive, ne ho poi scritto in libri di testo adottati nelle Università dove insegno, e peraltro ne ho pagato anche il prezzo venendo dichiarato persona “sgradita e pericolosa” da Scientology stessa (il che per qualcuno potrebbe essere ritenuto anche motivo di vanto). Ecco allora un’altra informazione totalmente decontestualizzata, parziale e quindi falsa, suggerita e pubblicata solo per tentare di screditare una persona, il sottoscritto nella fattispecie, come è d’uso per chi fa sistematicamente della diffamazione uno strumento di pressione e, appunto, di “propaganda nera”. Diffamatori che – disancorati dalla realtà e vittime di una rara sindrome che mescola confusamente manie di protagonismo e manie di persecuzione – sono responsabili delle stesse indentiche condotte che cercano di attribuire agli altri.

Forse l’utente Reddit @Slight_Rise_8676 è in qualche modo parte del gruppo organizzato delle persone che sono tra le/gli artefici di quella campagna di black PR, tanto tenace quanto incomprensibile nell’acredine che la connota; o, quanto meno, si approvvigiona di informazioni da quelle fonti, sulla cui credibilità e affidabilità preferisco non pronunciarmi.

Aggiungo che una di quelle fonti, come ho poc’anzi accennato, è attualmente rinviata a giudizio per diffamazione aggravata a mezzo stampa, con processo penale in corso, ed è stata oggetto di un approfondimento giornalistico da parte di Germano Milite, un giornalista d’inchiesta che è anche il più importante “anti-fuffa guru” d’Italia. Ma immagino che per @Slight_Rise_8676 anche Milite – persona tutta di un pezzo e di indiscussa serietà professionale, che io neppure conoscevo prima della vicenda che ha riguardato questo Brand – sia stato “manipolato” dal sottoscritto o dal Brand in questione (gli analfabeti funzionali, si sa, vedono complotti ovunque…).

Concludo: invece di spargere fango a comando (al servizio di chi? Sarebbe interessante saperlo…) @Slight_Rise_8676 dovrebbe trovare coraggio e intelligenza per informarsi davvero in modo indipendente (ad esempio: perché prima di scrivere di me non mi contatta direttamente via e-mail, per acquisire informazioni? I miei indirizzi sono pubblici…), invece di dar credito a pettegolezzi e notizie frammentarie, errate, decontestualizzate e manipolate ad arte, comportamento peraltro tipico di quelle sette che certi massimalisti sostengono di voler combattere.

Purtroppo, temo non accadrà, perchè – come amava ripetere Ennio Flaiano, riprendendo i latinisti medioevali – la stupidità è una madre sempre feconda”…




DOSSIERAGGIO IN CORSO. DOBBIAMO PREOCCUPARCI?

DOSSIERAGGIO IN CORSO. DOBBIAMO PREOCCUPARCI?

Sapevo che prima o poi l’ora sarebbe arrivata: non si può pretendere di prendere posizione su centinaia di dossier riguardanti crisi di brand di fama internazionale, facendo analisi impietose e scrivendo in chiaro i nomi di aziende e di amministratori delegati, e inoltre coordinare inchieste giornalistiche su temi scottanti di taglio corporate, senza pagare un prezzo (per una parziale rassegna di analisi e debunking a mia firma leggete qui). Ora, qualche pusillanime sta raccogliendo dati sul sottoscritto, per “investigare” (chissà cosa, poi…), e magari confezionare un dossier avvelenato (vero o falso non importa).

Qualche giorno fa, di prima mattina, arriva una chiamata dal 3934530694, un numero sconosciuto fino a quel momento; non faccio in tempo a rispondere, e richiamo dopo qualche minuto.

È un corriere – a Suo dire – e deve consegnare un pacco.  “Devo fare una consegna di Natale, mi dice il suo nome così la trovo nella lista?”

Gli do nome e cognome (errore fatale, non fatelo mai, è chi chiama che deve dirvi chi cerca). Lui esita, prende tempo come se stesse cercando qualcosa. Poi dice: “Sa che non la trovo? Mi dice l’indirizzo per cortesia?”

Mi ero svegliato da pochi minuti, e ci casco… gli do un indirizzo di reperibilità, e a quel punto: “Mi spiace ma non ho niente per lei”, e sbrigativamente mette giù.

Ok, ora – grazie alla mia superficialità – questo soggetto ha un nome, un cognome e un indirizzo di riferimento, che diversamente non avrebbe potuto avere dal momento che non è la mia residenza anagrafica, ma uno dei domicili abituali. Utile, se si deve iniziare a costruire un dossier su qualcuno.

Provo a richiamare – più o più volte – e il telefono è sempre spento: resterà spento per i 4 giorni seguenti. Ben strano, per un corriere in un periodo Natalizio. Impossibile, ovviamente.

Cinque giorni dopo, questa mattina, il telefono è nuovamente acceso. Chiamo e risponde.

Balbetta scuse; non conosce i numeri della sua amministrazione centrale, con la quale chiedo di parlare; dice che 5 giorni prima non era lui ma un collega (mente, perché la voce è la sua); sostiene di lavorare in Sardegna (ma – come spiegherò tra qualche riga – il cellulare risulta intestato a una ragione sociale di Bolzano); dice di dipendere dalla SDA di Elmas (e allora perché doveva consegnare un pacco nel nord ovest?); infine tronca la comunicazione, mette giù la chiamata mentre parliamo; e – quando richiamo – non risponde più.

Da verifiche sollecitamente effettuate da un organismo dello Stato l’utenza in questione risulta intestata alla Confid Servizi SRL, con sede legale in Via Luigi Negrelli 13, a Bolzano, società che si occupa – almeno così risulta – di “trasporto merci su strada”. Unica azienda italiana che dichiara oltre 33 milioni di euro di giro d’affari ma non ha neppure un sito web. Sempre più strano.

Sarà interessante verificare se effettivamente la persona in questione – che mi contattò presentandosi come Corriere 5 giorni fa, e che è la stessa che ha risposto stamane – lavori effettivamente per Confid; se Confid sia effettivamente attiva nelle consegne di pacchi ai privati; e – anche se così fosse – se tutto sia in regola, o non si sia dinnanzi ad attività che nascondano invece un’operazione di costruzione di un dossier ostile, anche da parte di un lupo solitario che ha usato senza autorizzazione un telefono aziendale (proprio o altrui), per dare esito alle richieste oscure di chissà chi.

Che la reputazione sia il primo asset intangibile per un’organizzazione, ma anche per una persona fisica, è cosa acclarata, e che ci siano persone pronte a “manipolarla” pur di distruggere la credibilità di un individuo, anche. Ne abbiamo parlato a più riprese, tra addetti ai lavori, in libri, saggi, webinar e congressi (per chi volesse approfondire il tema della “fake reputation” qui un articolo interessante). Abbiamo anche documentato la disponibilità di strumenti, gestiti da agenzie di consulenza private, in grado di depositare e far materializzare dossier pedopornografici sul PC di “nemici” o concorrenti (giornalisti, politici, Ceo di aziende, etc.) per devastarne la reputazione. Perché persone senza scrupoli possono arrivare a qualunque cosa per levarsi di torno chi da loro fastidio. E il sottoscritto, obiettivamente, ha dato fastidio a molti, anche ne recente passato (in casi come questo, che hanno poi generato inchieste TV nazionali, e in molti, moltissimi altri).

Nell’attesa di approfondire e scoprire chi c’è dietro questo maldestro tentativo di mettere assieme informazioni sul sottoscritto, pubblico qui il mio Certificato Penale e dei Carichi Pendenti (negativo) e la dichiarazione di regolarità nel pagamento delle Imposte. Prima che qualcuno manipoli la realtà, è bene mettere le mani avanti e difenderla, questa preziosa reputazione.