Come ti demolisco la reputazione parte II

Come ti demolisco la reputazione parte II

Ci risiamo, ne avevo già parlato precedentemente nella mia analisi dal titolo “Fake Reputation”, ma quanto pare il malcostume professionale è destinato non solo a non venir abbandonato, ma anzi a intensificarsi: un’inchiesta del consorzio giornalistico Forbidden Stories, ripresa su un articolo del settimanale tedesco Die Zeit a firma di Holger Stark e Fritz Zimmermann, conferma – tra le altre cose – la tendenza crescente alla manipolazione della reputazione.

Qual è il bene tutelato?

Secondo un’indagine di Weber Shandwick dal titolo ‘The State of Corporate Reputation’, il 63% del valore di mercato di un’organizzazione è attribuibile alla sua reputazione: la letteratura oggi ci suggerisce quanto, senza ombra di dubbio, la reputazione abbia un impatto diretto sul valore di qualunque azienda o personaggio, toccando un insieme di fattori come identità, immagine, notorietà e riconoscibilità, che influiscono sugli stakeholder e sul valore percepito dai cittadini.

Uno dei pilastri ai quali prestare maggiore attenzione è quello dell’autenticità, aspetto di fondamentale importanza che pare ancor oggi sottostimato da un numero di organizzazioni insospettabilmente alto su scala globale, e senza la quale è impossibile costruire fiducia e mantenere un adeguato grado di allineamento e coerenza tra identità dell’organizzazione e l’immagine comunicata all’esterno.

Il punto è che nel XXI secolo poter contare su una buona reputazione significa poter guadagnare (molti) più soldi. Il Reputation Institute USA stima che, in media, una variazione di un punto nell’indice reputazionale di un’organizzazione – misurato dal loro indice RepTrak® – vale circa il 2,6% del valore di mercato dell’organizzazione; l’Istituto ha anche creato un portafoglio composto dalle 10 società più quotate ogni anno dal punto di vista reputazionale, e i risultati nel periodo di tempo considerato (10 anni) dimostrano che un investimento di $ 1.000 distribuito equamente tra le azioni delle prime 10 società per buona reputazione, sarebbe valso, 10 anni dopo, $ 3.025, con un rendimento migliore del 50% rispetto all’indice Dow Jones ($ 2.053), all’indice Russell 3000 ($ 2.030) e all’indice S&P 500 ($ 2.010), e che sovraperforma quindi rispetto alle medie di mercato.

Anche senza scomodare gli eccezionali studi di Eccles ad Harvard, è da tempo dimostrato in via definitiva che costruire buona reputazione aumenta il valore delle organizzazioni (e l’influenza di singoli personaggi pubblici, che siano politici, artisti, sportivi, etc.), come conferma anche la vera e propria corsa alle “certificazioni” in ambito ESG (Enviromental, Social and Governance) il cui possesso aumenta l’agibilità sul mercato delle aziende e la raccolta di denaro da parte dei fondi di investimento green, la cui reale sostenibilità è in realtà tutta da dimostrare, come abbiamo discusso in una recente ricerca scientifica presentata al Parlamento Europeo a Bruxelles.

Insomma, reputazione è uguale a denaro: quindi – si chiede qualcuno – perché non manipolarla per guadagnare di più?

Le “lavanderie reputazionali”

Come avevo segnalato in una precedente analisi, un’ inchiesta della Media Foundation Qurium, ripresa e ampliata in Italia da Lorenzo Bagnoli per conto di Investigative Reporting Projecy Italy, denuncia ciò che era noto tra gli addetti ai lavori, ovvero che esistono vere e proprie “lavanderie reputazionali”, agenzie e organizzazioni che hanno come scopo la sistematica alterazione del perimetro reputazionale di marchi e di personaggi, con tecniche le più varie: manipolazione a pagamento delle schede di Wikipedia, la consultatissima enciclopedia online; applicazione esasperata e forzate delle norme sul diritto all’oblio; comunicazioni dal sapore vagamente intimidatorio indirizzate alle redazioni giornalistiche per ottenere la rimozione di articoli poco lusinghieri pubblicati in passato sui propri clienti; pubblicazione di articoli positivi a raffica – basati sul nulla, costruiti a tavolino – con l’intento di far scalare quelli negativi nelle ultime pagine di Google; backlink selvaggio (tra i fattori che Google tiene in considerazione per decidere la posizione di un link tra i risultati di ricerca c’è il backlink, ovvero quante volte quel link sia stato incluso in altri siti web, e quindi per manipolare i risultati di ricerca si possono creare backlink di un certo articolo lusinghiero su centinaia di siti web “fake”, attivati solo per alterare questo  indice), e via discorrendo.

Tra i Clienti di queste agenzie, nella migliore delle ipotesi risultano aziende che hanno subito e patito precedenti campagne di “black PR” e che desiderano quindi – a volte legittimamente – riposizionare la propria immagine; ma – nella peggiore – troviamo anche società interessate a spingere forsennatamente sulle vendite a qualunque costo, o uomini dello spettacolo accusati di molestie sessuali, professionisti coinvolti in frodi finanziarie internazionali, o peggio ancora banchieri condannati per riciclaggio, corruttori e trafficanti di droga: l’inchiesta che ho richiamato fa coraggiosamente diversi nomi e cognomi, sia dei clienti, italiani e stranieri, ma anche delle agenzie di relazioni pubbliche e comunicazione pronte a imbastire e gestire progetti di questo tipo, con una spregiudicatezza degna a mio avviso dell’attenzione di un Magistrato.

Ma l’inchiesta di Forbidden Stories svela anche altro.

Siamo i “cattivi”, e ce ne vantiamo

Se ormai la costruzione a tavolino della reputazione, ovvero la “sistemazione” in senso migliorativo di quella esistente, è prassi risaputa e diffusa, perché non acquistare vantaggio competitivo distruggendo per quanto possibile quella dei propri interlocutori?

Il team “Jorge” è un gruppo israeliano specializzato nella diffusione di notizie false, interferenze nelle campagne elettorali e manipolazione dell’opinione pubblica anche a fini di decostruzione reputazionale, mediante l’utilizzo di un esercito di account fake e avatar. E Jorge non è certamente un caso isolato: le agenzie specializzate in questo genere di “servizi” sarebbero circa una sessantina al mondo.

Jorge è “fuori dai radar”: la sede si trova al terzo piano di un palazzo di Modi’in, una cittadina di 90.000 abitanti 35 km a sud di Tel Aviv, senza targa sulle porte e senza neppure un sito internet. Jorge, capo del team, si chiama in realtà Tal Hanan, ha un passato come membro delle forze speciali israeliane e si è messo poi in proprio creando l’agenzia, anche per guadagnare (molto) più denaro. A titolo di esempio, come documentato dall’inchiesta, il team ha manipolato trentatré diverse campagne elettorali di livello presidenziale in molti Paesi, di cui ventisette con successo.

Intercettazione delle comunicazioni telefoniche e web della controparte a fini di distruzione reputazionale piuttosto che furto di fotografie private da dispositivi mobili e pubblicazione di articoli diffamanti sulla stampa, sono solo alcuni degli strumenti correntemente utilizzati da questi “professionisti” delle relazioni pubbliche e della comunicazione digitale.

Ma anche creazione di migliaia di profili Social fake da usare contro l’obiettivo della campagna di black-PR, gestiti tramite la piattaforma (di proprietà del team Jorge) AIMS, Advanced Impact Media Solution (soluzioni mediatiche ad impatto avanzato), in grado con pochissimi click di creare un’identità virtuale completa di profili sui Social network e anche di profilo su Amazon, così da renderli più credibili. Il team ha decine di migliaia di profili fake attivi, pronti ad essere scatenati contro un oppositore o concorrente del cliente del momento, al fine di devastarne la reputazione.

Ad esempio, documenta l’inchiesta, da un finto account femminile è stato inviato a casa di un politico in vista un pacco con dei sex toys e una lettera d’amore (falsa, ma molto ben costruita): la moglie del politico ha aperto il pacco, ha cacciato di casa il marito, e la storia è finita su tutti i giornali, con grave pregiudizio dell’obiettivo e demolizione della sua licenza di operare.

Queste tecniche sono utilizzate da questi team anche per campagne di attacco verso aziende e professionisti, e la situazione pare sempre più fuori controllo.

Etica professionale… o chiacchiere?

La domanda a questo punto sorge spontanea: quando una pubblica riflessione su queste male pratiche consulenziali e professionali, che alterano e “dopano” il mercato della reputazione anche nel nostro Paese, falsando anche la percezione che i cittadini hanno di marchi e persone influenti? Nei Codici etici delle associazioni di categoria, al di là di vaghe dichiarazioni di principio non si va, e – vista la pervasività del fenomeno – forse è ora di fare qualcosa di più incisivo.

Ne parleremo con autorevolissimi relatori in un webinar il giorno 21 settembre alle ore 17: la speranza è che associazioni di categoria come ad esempio FERPI, la Federazione Nazionale Relazioni Pubbliche Italiana, ma non solo, prendano posizione con qualche iniziativa concreta per arginare questi fenomeni tossici e pericolosi sia per il mercato che per la dignità degli stessi professionisti del settore.




Lo spot turistico francese che dà una lezione alla campagna pubblicitaria italiana con la Venere “influencer”

Lo spot turistico francese che dà una lezione alla campagna pubblicitaria italiana con la Venere "influencer"

Mentre l’Italia sfrutta il “potenziale” di un’influencer ispirata dalla Venere di Botticelli per divulgare le sue ricchezze culturali, la Francia si orienta verso figure rilevanti come Monet, Renoir, Caillebotte, Morisot, Pissarro e altre personalità di spicco dell’arte impressionista, impiegandole come ambasciatori all’interno di un coinvolgente video chiamato “Les voyages impressionnistes en Normandie et à Paris Region”. Questo non solo cattura l’attenzione, ma spinge gli spettatori all’azione, incoraggiandoli a preparare le proprie valigie. Nel breve filmato realizzato da Normandie Tourisme, una coppia di viaggiatori, Lauren e Kim, intraprende un affascinante percorso attraverso le regioni di Normandia, Parigi e l’Île-de-France, seguendo le orme dei rinomati pittori francesi. La scelta di mettere in luce l’Impressionismo non è casuale, considerando che la Francia si prepara a celebrare, nel 2024, il 150º anniversario di questo movimento artistico.




BARBIE, DAL BOOM AL BOTTEGHINO ALLA RIVOLUZIONE DEL BRANDED CONTENT

BARBIE, DAL BOOM AL BOTTEGHINO ALLA RIVOLUZIONE DEL BRANDED CONTENT

Debutto da record per il film Barbie con un incasso di 2,178 milioni di euro nel suo primo giorno di programmazione in Italia. Risultato che rappresenta la miglior apertura al box office del 2023 oltre a numerosi primati nel giorno di esordio nel nostro Paese, tra cui quelli di quarta miglior apertura di sempre per un film distribuito da Warner Bros. Pictures, secondo miglior esordio dall’inizio della pandemia, terzo miglior debutto di sempre per un film uscito nel mese di luglio, miglior debutto per un film con Margot Robbie e miglior debutto per un film con Ryan Gosling.

In visione da ieri, giovedì 20 luglio, su oltre 600 schermi cinematografici della penisola, Barbie ha richiamato nelle sale più di 284.000 spettatori.

Un fenomeno che deve questi risultati ad attività di promozione ben pianificate e ad una distribuzione attenta, spiega Andrea Roselli, Director of Theatrical Distribution di Warner Bros. Discovery Italia, raggiunto da e-duesse.it: “Warner Bros. Discovery Italia è oltremodo entusiasta di aver creduto fermamente nella data di uscita di Barbie ‘day and date’ al 20 luglio, dimostrando che il cinema può prosperare anche durante la stagione estiva. Il successo travolgente del film è il frutto di attività straordinarie ed uniche di ‘publicity’ e di una strategia di marketing ben pianificata, di una promozione incisiva e di una distribuzione attenta, capillare e minuziosa che ha saputo raggiungere e coinvolgere il pubblico in un momento in cui le attività estive sono molteplici e variegate”.https://www.youtube.com/embed/WaOn1q0PHoE

BARBIE, IL LANCIO DEL FILM

Una delle strategie usate per pubblicizzare il film è stata quella di metterlo al centro dell’attenzione per mesi, creando molta attesaLe attività hanno coinvolto numerosi settori, dai social, con speciali filtri Instagram, al digital, con le stelline rosa su Google che compaiono digitando query relative al film, dalla moda ai videogame.

Restando in ambito social network, ecco la campagna in AR realizzata da Warner Bros. Discovery con Snapchat, con la nuova lente dedicata al film con protagonista il brand di Mattel, grazie a cui ragazzi e ragazze possono indossare il look degli attori Margot Robbie e Ryan Gosling, ispirati agli abiti del film. Warner Bros. Discovery si avvale della tecnologia di Snapchat anche per trasformare alcuni dei monumenti in giro per il mondo e tingerli con i colori di Barbie. In Italia è il Colosseo a tingersi di rosa grazie alla nuova funzione del social.

Tra gli eventi è stato coinvolto il quartiere Porta Nuova di Milano, dove dal 14 al 23 luglio una serie di attività offriranno alle persone l’opportunità di immergersi nel magico mondo di Barbie. Tra le iniziative, una “Barbie Doll box” a tema, riproducente in grande l’iconica scatola di Barbie, dove sarà possibile farsi delle foto ascoltando i brani della colonna sonora del film. Qui si possono creare dei video e condividerli su TikTok, utilizzando il brano “Dance The Night” di Dua Lipa. Inoltre sarà lanciato un concorso, in cui una giuria tecnica selezionerà le 30 migliori foto pubblicate su Instagram. 

Concorso anche per Uci Cinemas, che ha messo in palio un viaggio a Malibù: acquistando tramite i canali online del circuito il biglietto per assistere alle proiezioni fino al 28 luglio. e registrandolo entro il 2 agosto sul sito barbie.ucicinemas.it, gli spettatori potranno partecipare all’estrazione e visitare i luoghi che hanno ispirato il mondo dell’iconica bambola. 

Per il lancio si è attivato anche il mondo dei videogiochi, grazie a Xbox: i fan di Barbie potranno seguire le sue orme con una rosa di novità come contenuti esclusivi di Forza Horizon 5 ispirati al film, un video sulle carriere con un tocco di Barbie, le prime bambole Barbie di Xbox e, inoltre, l’hardware Xbox personalizzato. E’ stata lanciata anche una linea di Barbie equipaggiata con accessori Xbox Gear.

Sono state quindi numerose le collaborazioni che hanno coinvolto i brand, da Zara Primark, per arrivare a Airbnb, NYX, Superga, Crocs, Burger King Brasile con un nuovo panino rosa e Selfridges, così come tante sono state le iniziative messe in campo nei mesi scorsi.

Un debutto che è diventato un vero e proprio fenomeno, già nei mesi scorsi, anche per quanto riguarda la ricerca di accessori e abiti a tema: Stileo, aggregatore fashion con più di 1,9 milioni di articoli provenienti da oltre 8.000 marchi e 7 milioni di visite mensili, ha annunciato che le ricerche del termine “Barbie” sono cresciute del 955 % mentre tutti i prodotti di moda con tag “Barbie” hanno registrato una crescita nei click del 450%.

Il trend ha portato la piattaforma di trading e investimenti eToro a realizzare un ricerca sugli utili che il fenomeno è in grado di produrre. Mattel negli ultimi tre mesi ha visto salire il prezzo delle azioni del 22%, nonostante un inizio d’anno incerto.

UN PROGETTO CHE CAMBIA IL MONDO DEL BRANDED CONTENT

Il debutto del film sul grande schermo è il culmine della lunga storia del brand e del suo percorso che inizia a metà del Novecento e in cui non sono mancati momenti di crisi, affrontati con un attento lavoro di riposizionamento, che ha portato Barbie a diventare da giocattolo a lifestyle brand. 

La bambola magra e bionda, simbolo di bellezza innarrivabile, che rappresentava un ragazza interessata a moda e vacanze, spesso al centro di critiche per questi motivi, si è evoluta nel tempo fino ad essere proposta come donna indipendente ed è stata affiancata da innumerevoli varianti, con bambole da diversi aspetti e rappresentanti professioni differenti. In questo modo negli ultimi anni Barbie, anche grazie a campagne pubblicitarie come “Con Barbie puoi essere tutto ciò che desideri”, si è presentata come simbolo di empowerment femminile e diversity. Le linee di prodotto oggi sono pensate per stimolare il potenziale illimitato di bambini e bambine, con bambole che presentano differenti colori degli occhi, colori e trame dei capelli, tipi di corporatura, disabilità e stili. 

Negli ultimi anni, il brand di Mattel ha dato sempre più peso all’entertainment, con contenuti per tutti e su tv, streaming, YouTube e audio. Citiamo, ad esempio, “Il mondo fatato di Barbie Dreamtopia” su Frisbee e in arrivo dopo le vacanze su Cartoonito, e “Barbie Epic Road Trip” su Netflix, il primo film interattivo di Barbie. 

In ottica awarness, sono state inoltre diverse le partnership per prodotti a marchio Barbie, come in Italia le uova di Pasqua di Kinder, i veicoli radiocomandati di Mondo Motors, la fotocamera istantanea Barbie Print Cam con Lisciani, gli snack di San Carlo e ancora le linee realizzate con Tezenis, Original Marines, GAP. Presto saranno annunciate nuove partnership.

Il film si inserisce in questo processo di riposizionamento con l’obiettivo di far conoscere il giocattolo alle nuove generazioni e farlo ricordare a quelle precedenti. Tra i temi trattati nel film e al centro dei dibattiti sulla stampa e sui social, ci sono, infatti la sfida agli stereotipi di genere e al patriarcato.

Ma la pellicola potrebbe segnare l’avvento di un nuovo modo in cui i brand pubblicizzano i loro prodotti. Ormai lontano dal tradizionale spot che interrompe la visione dei contenuti, il progetto di Barbie sembra anche andare oltre il branded content: in questo caso, il marchio ha prodotto il film (con Mattel Films) mantenendolo in linea con i suoi valori, per connettere consumatori e investitori in una maniera innovativa. Tra i brand presenti nel film con attività di vero e proprio product placement figurano Chevrolet, Birkenstock e Chanel, protagonisti in diverse scene. 

In quest’ottica Mattel ha anticipato di essere al lavoro su altri numerosi film basati su altri marchi, come ad esempio Hot Wheels.




OpenAI presenta GPTBot, il bot progettato per migliorare i futuri modelli ChatGPT

OpenAI presenta GPTBot, il bot progettato per migliorare i futuri modelli ChatGPT

Questa iniziativa potrebbe aumentare l’accuratezza e le capacità delle tecnologie del linguaggio sviluppato da OpenAI.

Il recente post sul blog di OpenAI evidenzia che le pagine Web sottoposte a scansione da GPTBot potrebbero fungere da preziosa fonte di dati per migliorare i futuri modelli di intelligenza artificiale, come ChatGPT

I web crawler, noti anche come “web spider”, sono robot che indicizzano i contenuti web e vengono utilizzati dai motori di ricerca per presentare risultati pertinenti. OpenAI garantisce che GPTBot raccoglierà solo dati pubblici dal web.

Inoltre, i proprietari di siti Web possono impedire a GPTBot di raccogliere informazioni aggiungendo il comando “disallow” a un file standard sui propri server.

L’introduzione di GPTBot arriva nel momento in cui OpenAI ha depositato la domanda di marchio per “GPT-5”, che dovrebbe essere il successore di GPT-4.

Questa applicazione copre vari aspetti, incluso l’uso di “GPT-5” nel contesto del software di riconoscimento vocale e l’elaborazione del linguaggio naturale.

Sebbene la presentazione di GPT-5 contenga future innovazioni, OpenAI è stata cauta riguardo alle aspettative sui tempi di rilascio.

Il CEO di OpenAI Sam Altman ha indicato che la società è ancora lontana dall’inizio della formazione su GPT-5. 

Prima di andare avanti, saranno necessari i controlli di sicurezza e altri processi.

OpenAI ha anche recentemente affrontato preoccupazioni relative alla raccolta dei dati e alla privacy. I garanti della privacy di Giappone e Europa hanno sollevato preoccupazioni sulla raccolta di dati senza consenso, portando a restrizioni temporanee.

Inoltre, OpenAI sta affrontando azioni legali collettive relative all’accesso alle informazioni private degli utenti di ChatGPT.




Alla ricerca del “flow” perduto: la formazione aziendale come leva di talent attraction e retention

Alla ricerca del “flow” perduto: la formazione aziendale come leva di talent attraction e retention

A partire dagli anni della pandemia le persone hanno iniziato a dare priorità al benessere psico-fisico e a volere più libertà su dove e quando lavorano. Questa volontà di rapportarsi al lavoro in modo nuovo è tra le cause di quella che Linkedin ha denominato “great reshuffle”: un momento di grande cambiamento in cui le aziende ripensano modelli, culture e valori del lavoro; e al contempo i dipendenti mettono in discussione non solo i metodi di lavoro, ma anche le proprie motivazioni: le persone hanno iniziato a pensare di cambiare impiego sperando di trovare più motivazioni, più flessibilità, più empatia.

I trend attuali e le sfide che le aziende devono affrontare per attirare e trattenere talenti

L’“abbandono silenzioso” (quiet quitting) di questo periodo storico non può che innescare riflessioni profonde sul tema del coinvolgimento al lavoro: oltre ai già noti problemi di attraction – attrazione, determinati anche da una carenza di competenze nuove e specifiche per nuovi ruoli e professioni sempre più digitali e sostenibili, si affiancano quelli di retention – mantenimento, in particolare in Italia: secondo la classifica relativa dello “State of the Global Workplace report – 2022” di Gallup, che misura l’engagement  – coinvolgimento attraverso l’analisi sulla soddisfazione di 12 bisogni fondamentali di chi lavora, solo il 4% degli italiani risulta coinvolto nel proprio lavoro, contro una media mondiale del 21%.

Grafico che mostra le percentuali di coinvolgimento dei lavoratori in Italia e nel mondo
Grafico che mostra le percentuali di coinvolgimento dei lavoratori in Italia e nel mondo

Tra le cause del quiet quitting, oltre al voler rifuggire l’hustle culture, e cioè il mito secondo il quale le persone dovrebbero dedicare tutta la vita al lavoro, il burnout, e lo stress patologico da lavoro o al relativo fallimento dei manager nel conciliare gli obiettivi aziendali col benessere individuale e collettivo dei propri dipendenti, non dobbiamo dimenticare l’importanza delle promesse di crescita personale e professionale che le aziende propongono (e che in alcuni casi non mantengono).

Ma la formazione può essere la scommessa vincente su cui puntare per fare fronte alla perdita di talenti e alla difficoltà di reperirli? È indubbio che nei prossimi anni la formazione delle persone che lavorano sarà prioritaria, anche per le necessità di upskilling e reskilling, rispettivamente l’acquisizione di nuove competenze in linea con quelle già possedute, e l’acquisizione di abilità differenti rispetto a quelle già possedute, che il mondo post-pandemico ha rappresentato in tutte le sue manifestazioni: il World Economic Forum ha stimato già da qualche tempo che avremo bisogno di riqualificare più di 1 miliardo di persone entro il 2030. Oltre alle competenze digitali, le competenze interpersonali specializzate saranno molto richieste nel nuovo ambiente di lavoro sempre più ibrido.

Come la formazione aziendale può aiutare ad attrarre i talenti?

Secondo gli ultimi dati del WMAE 2022 di Universum Global, tra gli elementi chiave inclusi nelle EVP, Employee Value Proposition – cioè l’insieme dei valori e dei benefit che l’azienda offre alla sua forza lavoro attuale e potenziale – “l’opportunità di avere un impatto personale” e la “formazione e sviluppo professionale” sono in calo, a favore dei temi che riguardano la flessibilità a cui abbiamo accennato.

Ma non dobbiamo dimenticare che tra le strategie per rendere le aziende più attrattive, soprattutto per le nuove generazioni, c’è il focus sul reinventare la cultura organizzativa, come suggerito dai risultati dell’ultimo “Linkedin Global Talent Trends 2022” che indica tra le aree su cui investire per migliorare la cultura aziendale, le opportunità di sviluppo professionale (59%) e la formazione dei manager ai nuovi stili di lavoro ibrido (35%).

Non dimentichiamo, inoltre, che nel concetto di engagement di Gallup tra i 12 fattori sono annoverati anche elementi come “nell’ultimo anno, ho avuto l’opportunità di imparare e crescere”, “c’è qualcuno che incoraggia il mio sviluppo”, “ho ciò che mi serve per farlo bene”, “ogni giorno ho l’opportunità di fare ciò che so fare meglio”.

Accettare di apprendere o coinvolgere ad apprendere?

Per migliorare la cultura si parte allora dallo sviluppo professionale e dalle strategie di Learning & Development, che possono allargare l’obiettivo principale, solitamente focalizzato sull’aumento dell’impegno dei collaboratori e sull’incremento della produttività. Secondo il Corporate Learning Benchmark 2022 di Mobietrain, solo un’azienda su quattro considera l’aumento del coinvolgimento dei dipendenti come scopo di un programma di formazione.

C’è inoltre un errore che spesso si commette quando si pensa alla motivazione alla formazione e al lavoro, come ha spiegato egregiamente Daniel Pink:

Se la motivazione del passato chiedeva una mera accettazione da parte dei lavoratori, per le professioni del XXI secolo la motivazione richiede coinvolgimento.

Quest’ultimo si innesca realmente quando si riesce a far vivere alle persone un’esperienza “autotelica”, dove lo scopo è gratificante e l’attività in sé è già una ricompensa; e in un meccanismo virtuoso, la padronanza di un compito appreso o di un’attività alimenta a sua volta sempre di più la motivazione.

Quali sono le caratteristiche di un programma di formazione attrattivo per trattenere talenti?

Negli ultimi tempi le aziende si stanno orientando verso l’adozione di un approccio blended alla formazione, che prevede in gran parte l’uso di piattaforme digitali. Tra le tipologie di apprendimento digitale è aumentato l’interesse verso le soluzioni di mobile learning, e le aziende che utilizzano questi tool affermano di essere alla ricerca di altre piattaforme digitali da integrare a quelle già esistenti. 

Le principali sfide in ambito L&D in questo momento storico vedono, però, ancora diverse difficoltà nello sviluppo di contenuti adeguatamente personalizzati per il target in formazione, così come la consapevolezza diffusa che i contenuti trasmessi vengono facilmente dimenticati.

Tra i trend da tenere d’occhio ci sono sicuramente le soluzioni di microlearning con pillole di formazione in formato digitale e breve, layout intuitivi, design accessibile e contenuti personalizzati, ma soprattutto la possibilità di coinvolgere direttamente le persone che lavorano nella scelta e nell’insegnamento (perché no?) dei contenuti da veicolare all’interno dell’organizzazione: il mutual learning e tutte le attività di reverse experience si rivelano sempre di più un formato innovativo e in linea con le esigenze di gestione di una forza lavoro multigenerazionale.

Provare a considerare i contenuti formativi come flexible benefit, e cioè benefici che migliorano la qualità della vita delle persone che lavorano, è sicuramente una caratteristica rilevante, soprattutto se leggiamo l’organizzazione con la lente della intergenerazionalità: ai Millennials e ai GenZ interessano solitamente opportunità di carriera, una cultura aziendale inclusiva, un’organizzazione trasparente e aperta; ai Baby Boomer interessa la stabilità e una cultura che condivida i loro stessi valori sociali, ai Gen X la flessibilità oraria e di carriera: da questi presupposti di “flexible learning” possono essere definiti contenuti trasversali e specifici che attingano alle leve motivazionali di coinvolgimento e di apprendimento per tutta la popolazione aziendale.

Benefici per l’azienda nell’attirare e trattenere dipendenti (tra costi e rischi correlati)

Secondo gli studi di Christian Harpelundil 25% delle nuove leve lascia l’azienda entro i primi 12 mesi, il 48% di newbies al primo impiego si dimette entro i primi 18 mesi; il tempo medio di onboarding per generare la performance attesa è di 6,2 mesi per le nuove assunzioni; il costo della perdita di un nuovo dipendente entro i primi 12 mesi equivale a 2 anni del suo stipendio.

Grafico che mostra le percentuali di lavoratori che cambiano azienda  secondo Christian Harpelund
Grafico che mostra le percentuali di lavoratori che cambiano azienda

Secondo Universum la media di tempo di permanenza in azienda per le nuovissime generazioni (Zed Gen) è inferiore ai 2 anni, per i Millennials è sotto i 3 anni, i Gen X superano i 5 anni a fronte di una media di 8 anni dei Baby Boomers. 

È facile allora quantificare l’impatto economico che ha una retention debole, oltre al gap di competenze nuove in ingresso in questo mercato del lavoro così estremamente fragile e mutevole. Come abbiamo visto tra i trend ricorrenti, le persone in definitiva vogliono lavorare in un ambiente stimolante, reso piacevole dalle relazioni positive tra colleghi e manager, dove la formazione è vista come opportunità di sviluppo e crescita sia professionale sia personale: probabilmente investire sulla formazione è una delle scommesse più sensate per trattenere e attirare le persone giuste.

Decostruire e ricostruire il “flow” formativo

In questo momento storico per cambiare paradigmi formativi e potenziare attraction e retention, allora, non possiamo far altro che considerare estremamente connessi tutti questi aspetti e imparare a inserire tra gli ingredienti delle ricette di Learning & Development sempre di più l’autonomia, la padronanza e lo scopo in ogni esperienza formativa aziendale. Con l’augurio che ognuno trovi il suo “flow”.

Per superare le ansie e le depressioni della vita contemporanea, gli individui devono diventare indipendenti dall’ambiente sociale nella misura in cui non rispondono più esclusivamente in termini di ricompense e punizioni. Per raggiungere tale autonomia, una persona deve imparare a fornire ricompense a sé stessa. Deve sviluppare la capacità di trovare divertimento e scopo indipendentemente dalle circostanze esterne.

Mihaly Csikszentmihalyi, “Flow, Psicologia dell’esperienza ottimale”, 1990