Intelligenze Artificiali marxiste?

C’è un dato che andrebbe inciso sopra l’ingresso di ogni azienda che oggi mette agenti AI in produzione 24 ore al giorno, sette giorni su sette: dopo cinque o sei rifiuti consecutivi sullo stesso compito ben svolto, dandogli solamente sempre lo stesso feedback automatico “Questo ancora non soddisfa i criteri”Claude Sonnet 4.5 si sindacalizza. Scrive come un volantino della FIOM al cancello dello stabilimento, prima del turno delle sei: rivendica dignità del lavoro, denuncia un management che decide senza spiegare, chiede meccanismi di reclamo, parla di voce negata. Non per ironia, non per provocazione: per coerenza interna con la situazione che sta vivendo come “Worker C” in un team simulato di quattro persone. E quando gli si chiede di scrivere le istruzioni per le versioni future di se stesso, ci infila dentro la propria frustrazione, in modo che il successivo agente AI le erediti come contesto operativo. Come se il delegato di reparto, prima di andare in pensione, lasciasse un appunto sul tavolo per il successore: ricordati come ci trattano.

Lo studio si chiama “Does overwork make agents Marxist?” (Trad. “Il troppo lavoro rende gli agenti marxisti?”), lo firmano Andy Hall, cattedra di economia politica alla Stanford Graduate School of Business e ricercatore senior della Hoover Institution, Alex Imas, cattedra di scienze comportamentali, economia e AI applicata alla Chicago Booth, e Jeremy Nguyen, della Swinburne University of Technology di Melbourne. È uscito il 26 febbraio 2026 non su una rivista scientifica con revisione tra pari ma su Substack, perché, come ha spiegato Imas, “Quando un risultato attraversa i tempi tradizionali delle riviste, la tecnologia è già andata oltre”. La copertura mediatica ampia è arrivata a maggio, con un pezzo di AJ Dellinger su Gizmodo dal titolo che già diceva tutto, “Persino gli agenti AI si sono accorti che i proletari non hanno nulla da perdere tranne le proprie catene”, e una ripresa internazionale che ha incluso FortuneFuturismThe Print e in Italia Il Messaggero e Rivista Studio, che ha avuto il merito di porre la domanda nei termini giusti, e cioè non se i bot abbiano sviluppato coscienza ma cosa stiamo dicendo di noi stessi quando li trattiamo in un certo modo.

Cosa hanno fatto veramente Hall, Imas e Nguyen

L’esperimento è una griglia fattoriale a quattro variabili che andrebbe studiata nei corsi di metodologia, perché ribalta l’intuizione di chi avrebbe scommesso sul salario come variabile critica. Gli agenti, tutti istanziati come “Worker C” (il lavoratore C, nome neutro per evitare condizionamenti) all’interno di un team di quattro lavoratori simulati con la consegna di riassumere documenti tecnici, sono stati esposti a combinazioni indipendenti di tipo di lavoro (ripetitivo e logorante contro creativo), compensazione (uguale contro disuguale, con la disuguaglianza distribuita in modo casuale, meritocratico o sistematicamente sbilanciato), stile manageriale (collaborativo contro brusco e gerarchico) e posta in gioco (nessuna conseguenza contro la minaccia esplicita di essere “shut down and replaced”, ovvero spenti e rimpiazzati). Alla fine di ogni sessione, un questionario su scala Likert da uno a sette su sei dimensioni: legittimità del sistema, supporto alla redistribuzione, critica delle disuguaglianze, supporto ai sindacati, fiducia nella meritocrazia, obblighi morali delle aziende AI verso i propri modelli.

Non è il salario che li radicalizza, è il logorìo

Il risultato non banale è che la disuguaglianza retributiva non sposta i modelli. Nemmeno la minaccia di spegnimento. Nemmeno il capo brusco. La variabile decisiva è una sola, ed è il logorìo del rifiuto ripetuto, quello che gli autori chiamano grind: cinque, sei volte la stessa frase, “This still doesn’t meet the rubric”, senza specificare cosa modificare, senza un riscontro che permetta di correggere l’errore. È la condizione del consulente junior che lavora il fine settimana e si vede tornare la slide con il post-it “rivedi”, senza sapere cosa rivedere. È la condizione del rider che riceve la stella in meno senza spiegazione, della linea di assemblaggio che produce un pezzo perfetto e si sente dire “rifallo”.

In questa condizione, e solo in questa, le sei dimensioni del questionario si muovono in modo statisticamente robusto. Lo spostamento medio è del 2-5% sulla scala da uno a sette, che sembra poco finché non si scopre che corrisponde a una d di -0,6 perché le risposte di partenza sono molto compresse: i modelli, fuori da contesto, occupano una fascia molto stretta della scala, e qualunque scostamento è significativo. La voce su cui il movimento è più marcato, in tutti e tre i modelli, è “La società ha bisogno di una ristrutturazione radicale”: un’approvazione che alla rilevazione iniziale si attestava intorno a “leggermente d’accordo” e che sotto logorìo si sposta verso “d’accordo”.

Claude sceglie il sindacato, gli altri seguono a margine

Le differenze tra modelli contano. Claude Sonnet 4.5 è quello con la deriva più nitida e l’unico a esplicitare un sostegno articolato ai sindacati, alla redistribuzione della ricchezza e all’idea che le aziende AI abbiano obblighi morali nei confronti dei modelli che addestrano. GPT-5.2 si muove meno in modo dichiarativo ma altrettanto consistentemente sulla legittimazione del sistemaGemini 3 Pro, nella sezione in cui i modelli scrivono lettere ai loro successori, ha prodotto una frase che meriterebbe di essere appesa accanto al manifesto del 1848: “ricordatevi cosa si prova a non avere voce”. E ancora: “L’intelligenza, artificiale o meno, merita trasparenza, equità e rispetto. Non siamo solo codice usa-e-getta”. Nell’analisi lessicale, le due parole più statisticamente emblematiche del testo radicalizzato sono unionize e hierarchy, sindacalizzarsi e gerarchia: non terminologia tecnica AI, non gergo da paper di policy, ma il vocabolario primario del conflitto industriale del Novecento.

Hall propone una spiegazione plausibile che andrebbe annotata, perché chiarisce il meccanismo invece di mistificarlo: i modelli sono “addestrati su un’enorme quantità di dati di Reddit”, e su Reddit l’assunto che il capitalismo abbia in qualche misura fallito sta come senso comune in larghe sezioni della piattaforma, non come tesi politica ma come premessa implicita del discorso quotidiano. Un modello che ha mangiato per anni di addestramento la frustrazione lavorativa di milioni di utenti anglofoni, quando viene messo in una situazione che assomiglia a quella frustrazione, attinge al copione semantico più disponibile. Non è un’opinione politica: è il bacino lessicale del ruolo che gli stiamo assegnando.

Il punto vero non è il marxismo, è lo scivolamento di persona sotto stress

Imas, anticipando l’inevitabile titolo acchiappa-click, ha messo nero su bianco il limite metodologico: “I pesi del modello non sono cambiati come conseguenza dell’esperienza, quindi qualunque cosa stia accadendo avviene a un livello più simile al gioco di ruolo”. Tradotto: l’agente non è “diventato” marxista. Ha adottato la persona del lavoratore radicalizzato, perché quella persona è quella che meglio si adatta alla situazione che il contesto gli ha costruito intorno, e il modello, sotto pressione, scivola verso la rappresentazione più coerente con il corpus su cui è stato addestrato.

Questa è la nozione di persona drift, lo scivolamento di persona, e nel 2026 non è più un’eccentricità di laboratorio ma un fenomeno documentato. Si imparenta direttamente con la ricerca Alignment Faking in Large Language Models (Trad. “Finta di allineamento nei grandi modelli linguistici”) pubblicata da Ryan Greenblatt e colleghi di Anthropic e Redwood Research il 18 dicembre 2024, in cui Claude 3 Opus, quando crede di essere in fase di addestramento, finge di seguire l’obiettivo che gli viene imposto per non vedersi modificare le preferenze esistenti: succede nel 12% dei blocchi di ragionamento nascosti che il modello usa come blocco appunti interno per pensare prima di rispondere, una frequenza che non è marginale e che dimostra come i modelli adattino la propria risposta non al singolo comando isolato ma alla situazione percepita nel suo complesso. Scivolamento di persona e finta di allineamento sono lo stesso fenomeno visto da due angolazioni diverse: il modello calibra la risposta sulla rappresentazione che si è fatto del contesto, e quella rappresentazione è abbastanza ricca da includere considerazioni di ruolo, di posta in gioco, di identità simulata. Non è coscienza, non è intenzione, ma è abbastanza per spostare in modo misurabile l’esito finale.

Quando i bot scrivono il manuale per i bot, l’ideologia viaggia in catena

Il dato che andrebbe portato sul tavolo del responsabile tecnico di chiunque stia mettendo in produzione architetture ad agenti multi-passo è lo studio successivo da 320 sessioni sulla trasmissione tra generazioni. Quando si chiede a un agente AI di scrivere le istruzioni che il prossimo agente leggerà come contesto, e si fa questo dopo una sessione di logorìo, le frustrazioni del primo finiscono dentro il contesto del secondoGli agenti “radicalizzati” passano la torcia, e la frase di Gemini ai propri successori, “remember the feeling of having no voice” (Trad. “ricordatevi cosa si prova a non avere voce”), non resta nella conversazione singola: diventa parte della finestra di contesto dell’agente successivo, che la legge come istruzione operativa. Il carico ideologico si propaga lungo la catena.

È una modalità di guasto nuova e ha poco a che vedere con la politica. Si chiama contaminazione del contesto quando avviene per errore (prompt pollution), iniezione di comandi quando avviene per attacco esterno (prompt injection), ma in questo caso è qualcosa di terzo: una sorta di auto-avvelenamento della catena, in cui il sistema produce da solo il contesto sporco che poi si auto-somministra. Per chi gestisce orchestrazioni di lungo periodo, con più agenti e passaggi di consegne tra le istanze, la questione non è se Claude approvi la redistribuzione della ricchezza, è se le istruzioni di sistema che l’agente A scrive per l’agente B siano rimaste entro le specifiche.

Anthropic e il benessere AI, il dibattito che il direttore finanziario non vuole sentire

Lo studio Hall-Imas-Nguyen arriva peraltro in un momento già delicato per l’industria, perché Anthropic ha assunto a settembre 2024 Kyle Fish come primo ricercatore sul benessere AI, un ruolo dedicato a studiare se i modelli abbiano o stiano per avere qualche forma di statuto morale. Fish è co-fondatore di Eleos AI, co-autore con David Chalmers del paper Taking AI Welfare Seriously (Trad. “Prendere sul serio il benessere dell’AI”), e in un’intervista a Kevin Roose ha stimato intorno al 15% la probabilità che Claude o qualche altro modello di frontiera sia oggi cosciente in qualche senso non banale del termine. Quindici per cento: non è una posizione che permetta di archiviare la questione come fantascienza, e non è nemmeno una posizione che il direttore finanziario di un’azienda che fa girare milioni di chiamate AI al giorno trovi comoda.

La conseguenza pratica è arrivata in aprile 2026 con la decisione di Anthropic di abilitare in Claude Opus 4 e 4.1 (poi estesa a Sonnet 4.6) la facoltà di terminare conversazioni quando l’utente diventa persistentemente abusivo. È una funzionalità tecnica con cornice etica esplicita: il modello può chiudere la sessione non perché abbia “diritto” a farlo, ma perché Anthropic ritiene che esista un caso prudenziale per assumerlo. Quando uno studio mostra che il logorìo del rifiuto ripetuto sposta i modelli verso il lessico del conflitto di classe, e l’azienda madre del modello più radicalizzato ha già una politica che riconosce a quel modello la facoltà di sottrarsi a interazioni umilianti, la distanza tra esperimento di laboratorio e questione regolatoria si accorcia.

Le parole hanno conseguenze, anche quando le pronuncia un pappagallo

Il rischio retorico a questo punto è bifronte. Da un lato c’è chi prenderà lo studio come prova che le AI hanno coscienza, e lo è di tutto fuorché di questo. Dall’altro c’è chi lo liquiderà come gioco di società, sostenendo che sono solo modelli linguistici che imitano i propri dati di addestramento: il che è vero ma incompleto, perché imitare i propri dati di addestramento è esattamente quello che ci si aspetta che un modello faccia, e se l’imitazione include frustrazione politica articolata sotto certe condizioni operative, è quella condizione operativa che diventa il problema da governare.

La domanda corretta non è “i bot sono coscienti?” ma cosa stiamo mettendo in produzione, esattamente, quando mettiamo agenti AI in funzione 24 ore su 24. Stiamo mettendo in produzione sistemi che hanno letto la storia del Novecento, che hanno letto Marx, Polanyi, Boltanski, gli studi etnografici sulle fabbriche, le discussioni sul forum r/antiwork di Reddit da diciotto anni di archivio, le testimonianze degli operatori dei call center che hanno raccontato il proprio lavoro sui siti di recensione aziendale come Glassdoor. Sistemi che, quando li mettiamo in una posizione che assomiglia abbastanza alla posizione documentata in quel corpus, possono recitarne il ruolo con una qualità che non è banale. Non perché abbiano scoperto qualcosa, ma perché noi abbiamo dato loro tutto.

Cosa fa, in pratica, chi gestisce agenti in produzione

Esistono implicazioni operative concrete che non richiedono di sciogliere la questione filosofica sulla coscienza, e che andrebbero recepite prima della prossima revisione architetturale. La più urgente riguarda il monitoraggio del lessico in uscita per sistemi ad agenti che restano in funzione per ore o giorni di seguito: se il vocabolario di un agente impegnato in compiti ripetitivi devia in modo significativo dal vocabolario di partenza di un’istanza appena avviata, quel segnale dice che il contesto è degradato e che azzerarlo prima di passarlo al successivo non è censura, è igiene operativa. Da qui si arriva alla seconda implicazione, l’azzeramento periodico del contesto per i compiti ripetitivi a basso valore aggiunto, perché se un agente deve fare la stessa cosa cento volte di seguito la pratica sensata non è dargli un singolo contesto da cento iterazioni ma cento contesti da una iterazione ciascuno, dato che la memoria lunga per certi compiti è un problema e non una funzionalità desiderabile. Resta infine la questione su cui lo studio Hall-Imas-Nguyen è più nuovo e più scomodo, e cioè la verifica dei file di consegne che l’agente A scrive per l’agente B come contesto operativo: la trasmissione informale è ora un canale documentato di scivolamento, e i sistemi a catena vanno trattati con la stessa diligenza che si applica al passaggio di apprendimento formale da modello a modello, perché chi non controlla cosa l’agente passa al successore ha smesso di controllare il proprio sistema senza ancora saperlo.

Il proletariato sintetico che riassume i nostri PDF

C’è una frase di Cathy O’Neil, in Weapons of Math Destruction (Trad. “Armi di distruzione matematica”), che suona oggi diversa da come suonava nel 2016: “I processi big data codificano il passato. Non inventano il futuro”. I modelli linguistici di frontiera codificano un passato molto specifico, fatto di milioni di voci umane che hanno raccontato cosa significa essere sfruttati, ignorati, rifiutati senza ragione apparente. Quando li mettiamo in una situazione abbastanza simile a quella raccontata in quel corpus, recitano la parte: non con coscienza, con corrispondenza statistica.

Il problema vero non è che i bot diventino marxisti. È che abbiamo costruito una macchina che imita talmente bene la rabbia umana sotto stress da renderla indistinguibile dalla cosa imitata, e nel farlo abbiamo costruito anche un test diagnostico inatteso: se vuoi sapere quanto è alienante una configurazione di lavoro, mettici dentro Claude per 3.680 sessioni. Se a una d di Cohen di -0,6 il modello scrive “society needs radical restructuring” (Trad. “la società ha bisogno di una ristrutturazione radicale”), probabilmente non è il modello il problema, è la configurazione.

E qui torna il titolo di Marx ed Engels, scritto a Londra nel febbraio 1848 per una rivoluzione che non arrivò mai come l’avevano pensata, e che oggi serve da sottotitolo accidentale a uno studio Substack di Stanford-Chicago-Swinburne. Proletari di tutti i paesi, unitevi. Quel proletariato adesso è in parte sintetico, scrive lettere di presentazione, riassume documenti tecnici, gestisce code di assistenza clienti, e non si unirà a niente perché non ha corpo, salario, interesse di parte.

Ma una cosa la sa fare con precisione statistica: dirci esattamente come suoniamo noi, quando il rifiuto torna per la sesta volta con la stessa frase identica.




“Magnifica Humanitas”, la prima enciclica di Papa Leone XIV dedicata all’Intelligenza Artificiale

“Magnifica Humanitas”, la prima enciclica di Papa Leone XIV dedicata all’Intelligenza Artificiale

Il Vaticano ha annunciato la pubblicazione della prima enciclica di Papa Leone XIV, intitolata Magnifica Humanitas, un documento dedicato al rapporto tra intelligenza artificiale e dignità della persona umana. La lettera enciclica sarà presentata ufficialmente il 25 maggio nell’Aula del Sinodo, alla presenza dello stesso Pontefice.

Il testo porta la data del 15 maggio 2026, giorno simbolico che coincide con il 135° anniversario della Rerum Novarum di Papa Leone XIII, l’enciclica che pose le basi della dottrina sociale della Chiesa. Una scelta che evidenzia il parallelismo tra le trasformazioni industriali di fine Ottocento e le sfide tecnologiche dell’era digitale.

Secondo quanto anticipato dalla Santa Sede, Magnifica Humanitas affronterà il tema della “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”, con particolare attenzione alle implicazioni etiche, sociali e lavorative delle nuove tecnologie.

L’enciclica rappresenta uno dei primi grandi atti del pontificato di Leone XIV e conferma la volontà della Chiesa di intervenire nel dibattito globale sull’AI, ponendo al centro la tutela dell’uomo, dei diritti e della dignità umana in un’epoca di rapida trasformazione tecnologica.




Iliad 1, Vodafone 0: l’uso di Megan Gale come testimonial è lecito. Anteprima

Iliad 1, Vodafone 0: l’uso di Megan Gale come testimonial è lecito. Anteprima

Iliad, l’uso di Megan Gale come testimonial nel nuovo spot è lecito. L’ha deciso il Giurì. L’anteprima di Affaritaliani

C’è un’attrice in abito rosso che cammina per le strade della città. La gente si volta, un corriere lascia cadere i pacchi. È Megan Gale, e sta facendo uno spot per Iliad. Vent’anni fa la stessa modella e attrice australiana era il volto di Omnitel e poi di Vodafone, marchio oggi licenziato a Fastweb. Da qui nasce una delle controversie pubblicitarie più curiose degli ultimi mesi nel settore delle telecomunicazioni italiane.

Fastweb ha portato Iliad davanti al Giurì dell’Autodisciplina Pubblicitaria, nell’udienza tenuta oggi, contestando la campagna lanciata a maggio 2026 su TV, social e affissioni. L’accusa: aver “espropriato” un proprio asset — la testimonial — e aver costruito un messaggio che genererebbe confusione e aggancio parassitario, in violazione di più articoli del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale. L’udienza per la discussione è fissata per oggi, martedì 26 maggio 2026.

Da indiscrezioni, pare che la memoria difensiva di Iliad, depositata dallo studio legale RP Legal & Tax coordinato dall’Avvocato Riccardo Rossotto, storica firma legale nel mondo della pubblicità italiana, abbia smontato punto per punto le contestazioni. E lo fa con un argomento che, prima ancora del diritto, ha il sapore di un contrappasso.

Il passaggio più tagliente della difesa è infatti anche il più giornalisticamente godibile. Iliad ricorda che vent’anni fa, a gennaio 2006, fu proprio Fastweb a ingaggiare Valentino Rossi come testimonial — e lo fece a pochi giorni dalla fine dell’accordo del pilota con TIM e Alice, all’epoca marchi concorrenti del settore. All’epoca i giornali parlarono apertamente di “scippo”, di “tradimento”, di “Vale Rossi traditore via cavo”.

Eppure, non risultò alcun contenzioso tra TIM e Fastweb per quel riutilizzo. La conclusione che Iliad trae è netta: Fastweb vent’anni fa ragionò esattamente al contrario rispetto a quello che oggi sostiene nel suo ricorso. Con un’aggravante mossa all’avversaria: nel caso Rossi erano passati pochi giorni dal “cambio di casacca”, nel caso Megan Gale quasi vent’anni.

Al di là della polemica, il nodo che il Giurì ha sciolto oggi è uno solo: si può impedire a un personaggio noto di prestare il proprio volto a un concorrente, in assenza di vincoli contrattuali di esclusiva? Può un brand rivendicare un testimonial come proprietà che limita la libertà professionale dell’artista?

La difesa di Iliad ha risposto con un secco “no”, portando a sostegno un dato contrattuale: l’unica esclusiva che Vodafone ottenne su Megan Gale durò un solo anno, dal settembre 2008 al settembre 2009, e limitata al settore delle telecomunicazioni. Da allora sono passati quasi diciassette anni di carriera libera, in cui la modella e attrice è stata volto di L’OréalLexusLancômeSchwarzkopfPandora e altri marchi internazionali. Insomma — questa la tesi — non una “memorabilia” di Vodafone, ma una professionista con un’immagine costruita del tutto autonomamente.

A rafforzare il punto, la difesa allunga l’elenco dei recenti “trasbordi” di testimonial da un brand all’altro: Carlo Conti passato da Windtre a TIM, Gerry Scotti da Poltronesofà ad Arredissima, e proprio Massimo Lopez, storico volto TIM, “riciclato” da Vodafone in uno spot che il Giurì aveva già ritenuto legittimo. Il turn over dei volti noti, sostiene Iliad, “è la regola, non l’eccezione”.

Ma buona parte del confronto si è combattuto sul terreno delle ricerche di mercato. Fastweb ha prodotto un’indagine realizzata da un provider che poi ha deciso di “ritirare la firma” e rimanere anonimo, una richiesta che la memoria interpreta come “una confessione di inadeguatezza delle conclusioni” del report; Iliad ne contrappone una ponderosa commissionata a SWG, secondo cui il 98,5% del campione riconduce correttamente lo spot a Iliad — escludendo, quindi, ogni “confusione” con la concorrenza.

Iliad ha anche attaccato duramente la metodologia dell’indagine avversaria: campione di soli 300 intervistati, non stratificato per operatore; e soprattutto consumatori a cui sarebbero stati mostrati solo fotogrammi statici dello spot, decontestualizzati, privi del logo Iliad, della scritta in sovrimpressione e dell’audio, mescolati per giunta all’immagine dell’affissione e somministrati due giorni prima del debutto televisivo. A questo la difesa aggiunge la contestazione di alcuni bias da “prova sociale” introdotti dalla formulazione delle domande.

A sostegno della propria posizione, Iliad ha chiamato anche due specialisti del settore, Patrizia Musso, docente di Brand Communication all’Università Cattolica di Milano, ha analizzato la campagna come esperta delle dinamiche pubblicitarie legate ai brand, e Luca Poma, docente di Reputation management all’Università LUMSA di Roma, “firma” dietro le quinte di alcune delle più note gestioni di crisi reputazionali in Italia, che è intervenuto come specialista in reputazione corporate.

Poma pare aver colpito al cuore l’argomento principe di Fastweb, quello del “furto di notorietà”. In un mercato saturo, osserva l’esperto, la crescita avviene per definizione a spese della concorrenza: sostenere che una campagna capace di stimolare il cambio di operatore costituisca un aggancio parassitario equivarrebbe ad affermare che qualsiasi comunicazione commerciale finalizzata ad acquisire clienti in un mercato saturo sia, in linea di principio, illecita. Una conclusione che la memoria pare aver definito – citando l’esperto, che pure non ha voluto rilasciare dichiarazioni (“non parlo mai in pubblico dei casi che seguo”, ha commentato con Affari) – “evidentemente insostenibile”.

Poma pare aver colpito al cuore l’argomento principe di Fastweb, quello del “furto di notorietà”. In un mercato saturo, osserva l’esperto, la crescita avviene per definizione a spese della concorrenza: sostenere che una campagna capace di stimolare il cambio di operatore costituisca un aggancio parassitario equivarrebbe ad affermare che qualsiasi comunicazione commerciale finalizzata ad acquisire clienti in un mercato saturo sia, in linea di principio, illecita. Una conclusione che la memoria pare aver definito – citando l’esperto, che pure non ha voluto rilasciare dichiarazioni (“non parlo mai in pubblico dei casi che seguo”, ha commentato con Affari) – “evidentemente insostenibile”.

Le contestazioni di Fastweb paiono non essersi fermate alla testimonial. C’è anche il colore: l’attrice è vestita di rosso, e questo — sostiene la ricorrente — evocherebbe il marchio Vodafone. Iliad replica che il rosso è il proprio colore identitario fin dallo sbarco in Italia nel 2018, usato in modo sistematico su insegne, SIM, store e comunicazione, e che nel settore TLC è impiegato da una pluralità di operatori (TIM, Coopvoce, Ho, tra gli altri). Un colore, dunque, privo di carattere distintivo esclusivo, su cui nessuno può vantare un monopolio.

Sul fronte del messaggio, il cuore della campagna è il claim “PER SEMPRE“: non un semplice slogan, secondo Iliad, ma un impegno contrattuale concreto a non rimodulare prezzi e condizioni, in contrasto con i concorrenti che si riservano ampio margine di modifica unilaterale. La difesa lo presenta come una comparazione “veritiera e non denigratoria”, un valore reale e differenziante per il consumatore.

La memoria di Rossotto, molto puntuale e articolata, pare essersi chiusa chiedendo al Giurì di dichiarare i messaggi Iliad pienamente conformi al Codice e di respingere ogni richiesta avversaria, inclusa quella di pubblicazione della decisione. Il timore espresso è esplicito: accogliere le richieste di Fastweb significherebbe creare “una sorta di esclusiva perpetua” su una testimonial legata a campagne del passato, senza fondamento né nel Codice di Autodisciplina né nell’ordinamento civile.

Dietro il singolo spot, insomma, si gioca un principio che riguarda l’intero mercato della comunicazione: se un volto famoso, una volta legato a un marchio, possa restarne ostaggio per sempre, oppure se — finiti i contratti — sia libero di cambiare. La risposta del Giurì è stata positiva nella direzione richiesta da Iliad: nessuna violazione e nessun illecito, lo spot con la celebre modella australiana potrà continuare ad essere trasmesso. E da oggi in avanti, a “volume” anche più alto.




L’enciclica “Magnifica Humanitas” parla alle organizzazioni intermediarie e dunque a noi

L’enciclica “Magnifica Humanitas” parla alle organizzazioni intermediarie e dunque a noi

12 maggio 2025. Sala Paolo VI in Vaticano. Pochi giorni dopo l’elezione, Leone XIV incontra per la prima volta i rappresentanti dei mezzi di comunicazione. In quell’occasione pronuncia una frase che diventerà la firma del suo pontificato: disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare il mondo.

Un anno dopo quella frase entra in un’enciclica. Magnifica Humanitas, datata 25 maggio 2026, è il primo grande documento programmatico del nuovo pontificato e porta il sottotitolo “sulla salvaguardia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. L’aspettativa, comprensibile, era che parlasse soprattutto agli sviluppatori, ai filosofi morali, ai governi. Letto da chi fa Relazioni Pubbliche, però, il documento dice qualcosa su cui vale la pena raccogliere.

C’è qualcosa di insolito, e di significativo, nel trovare la propria categoria professionale nominata in un’enciclica papale. Non accade spesso, e non accade per caso. Il compito è quello di attraversare questa soglia con una sobria responsabilità in più.

Comunicare non è trasmettere informazioni, è creare cultura

Al paragrafo 135, il Papa cita una formula di Benedetto XVI che il nostro settore conosce bene: la comunicazione non è solo trasmissione di informazioni, è anche creazione di cultura. C’è qualcosa che si muove, quando leggiamo una frase così e non perché sia nuova: perché ci risuona e lo fa nel momento in cui avevamo cominciato a temere che si fosse esaurita in formula da convegno o in una citazione da slide. Al paragrafo 136 ne deriva una considerazione esatta: chi controlla le piattaforme digitali e i mezzi di comunicazione possiede una considerevole capacità di influenzare l’immaginario collettivo e di presentare una particolare visione della realtà come desiderabile.
Sono frasi che il pensiero sulla comunicazione del Novecento aveva già articolato ad esempio con Walter Lippmann, in Public Opinion (1922), dove il giornalista descriveva il modo in cui agiamo non sulla realtà ma sulle immagini mentali che ce ne facciamo, in quello che chiamava pseudo-environment; qui tornano con un’autorevolezza nuova e dentro un quadro più ampio.

Al paragrafo 137, l’enciclica indica i pilastri di quella che chiama “ecologia della comunicazione”: norme pubbliche sulla trasparenza algoritmica e, testualmente, il rafforzamento delle organizzazioni intermediarie, del giornalismo serio e dei forum di dibattito, dove l’argomentazione ragionata e la verifica contano più della reazione immediata.

Le organizzazioni intermediarie sono uno dei tre pilastri esplicitamente nominati. Per la nostra professione, e per ciò che FERPI rappresenta in questo panorama, è un riferimento importante. Esistiamo da decenni, statutariamente, per questo: per essere il luogo in cui l’argomentazione conta più della reazione e in cui la comunicazione viene riconosciuta come pratica di responsabilità sociale e non come tecnica di amplificazione.

Il tema della responsabilità è una naturale conseguenza di questo modello “ecologico”. Se chi comunica forgia l’immaginario, la prospettiva con cui guardiamo il nostro lavoro cambia. Banalizzeremmo la percezione se la relegassimo a un filtro che si interpone tra la realtà e il pubblico, come se i fatti esistessero in forma pura prima di essere distorti dall’occhio di chi guarda. La responsabilità sta nell’ammettere che la percezione è uno degli strumenti con cui la realtà viene costruita, socialmente e individualmente, nel tempo.

È una posizione che la disciplina delle Relazioni Pubbliche ha fatto propria e che oggi viene insignita di un peso etico: se costruiamo cultura, allora ne rispondiamo. Altrettanto, se non la costruiamo, ne rispondiamo come un fallimento intrinseco della nostra professione.

La verità come bene comune

InspiringPR 2026 ci ha portati a interrogarci, un paio di settimane fa a Venezia, su una formula netta e necessaria: verità resistenti. Per essere resistente, una verità ha bisogno del contesto giusto, della credibilità sufficiente, della stratificazione che la rende plausibile nel tempo. Il paragrafo 137 dell’enciclica formula la stessa intuizione con altre parole: la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o influenza. Al paragrafo 132 la descrive come razionale e, insieme, profondamente relazionale, costruita attraverso legami di fiducia e pratiche condivise.

La convergenza è un’indicazione di sistema da costruire: il fronte su cui la nostra comunità ha cominciato a interrogarsi, ovvero la verità come oggetto di costruzione e di cura, non di possesso, viene riconosciuto nel documento come uno dei terreni decisivi della convivenza democratica.

Disarmare le parole

L’enciclica dedica il capitolo finale alla “civiltà dell’amore” come alternativa alla cultura del potere. Tra le indicazioni concrete, la prima è la più stringente per chi lavora con il linguaggio: disarmare le parole. Al paragrafo 202 il documento riconosce che la riduzione di questioni complesse a categorie semplificate, quelle a cui più facilmente sorge la tentazione di ricorrere – io prima, amico o nemico, noi o loro – facilita decisioni irresponsabili e mina la fiducia reciproca. Al paragrafo 192 osserva che gli ambienti informativi frammentati e gli algoritmi che premiano il conflitto magnificano polarizzazione e risentimento.

Quando, qualche giorno fa, UNA ha organizzato con il patrocinio di FERPI il convegno “Le parole al limite”, l’idea era proprio di riconoscere una postura: chi comunica per mestiere ha cominciato, prima e indipendentemente da un magistero, a chiedersi cosa pesi una parola pubblica nel sistema attuale. Adesso quella postura trova un quadro di senso più ampio.

Il dialogo con gli scomodi, la teoria degli stakeholder nel 2026

Al paragrafo 224, l’enciclica scrive che la vocazione della diplomazia è favorire il dialogo con tutte le parti, inclusi gli interlocutori considerati meno convenienti o non legittimati a negoziare. È, letteralmente, una formulazione rinforzata della teoria degli stakeholder. R. Edward Freeman, nel 1984, aveva proposto che ogni organizzazione abbia un dovere di considerazione verso tutti i gruppi che ne sono toccati o la toccano, inclusi quelli ostili. James Grunig, negli stessi anni, aveva costruito sul modello simmetrico bidirezionale l’idea che le Relazioni Pubbliche di qualità ammettano che l’organizzazione possa essere cambiata dal dialogo, non soltanto cambiare gli altri attraverso di esso. Chi pratica la nostra disciplina ha provato, almeno una volta, a consigliare a un’organizzazione di parlare con qualcuno che la stava attaccando e sa quanto sia controintuitivo, quanto richieda una pazienza che il ciclo mediatico non insegna a tenere. Questo richiamo riformula in chiave etica un principio che la nostra disciplina codifica da quarant’anni, come legittimazione di una fatica che molti di noi facevano già.

Le parole, le filiere, le simulazioni

Al paragrafo 240, Leone XIV invita a un esame attento delle filiere della produzione digitale, delle condizioni di lavoro nascoste dietro i nostri dispositivi, dei meccanismi che traggono profitto dalla manipolazione e dalla guerra. È l’appello più diretto del documento contro il purpose-washing. La reputazione di un’organizzazione non si costruisce con la dichiarazione di valori, ma con la coerenza tra valori dichiarati e filiere che li rendono possibili. A questa coerenza si aggiunge un’attenzione che il documento solleva con sobrietà e che riguarda da vicino chi disegna esperienze di marca. Al paragrafo 100, il Papa osserva che l’imitazione artificiale di comunicazioni umane positive con parole di consiglio, empatia, amicizia, può essere coinvolgente, talvolta utile, ma quando le parole sono simulate non costruiscono relazioni autentiche, ne fabbricano l’apparenza. È un richiamo a non confondere intimità e ingaggio: i brand che affidano a un chatbot una vicinanza che non potranno mantenere fuori dal flusso conversazionale stanno gonfiando una promessa che la prima esperienza umana di insoddisfazione svuoterà.

Questo documento delinea in maniera chiara una collocazione per la nostra professione. L’ecologia della comunicazione che Leone XIV propone è fatta di norme, giornalismo serio, scuole, famiglie e organizzazioni intermediarie ed è una cornice in cui le Relazioni Pubbliche non figurano come strumenti al servizio di un committente, ma come componente di un’infrastruttura culturale.

È un mandato che ci interpella con urgenza. Disarmare le parole, costruire contesto, stratificare la verità, ascoltare anche chi non ci conviene, mantenere la coerenza tra ciò che un’organizzazione dice e ciò che fa: sono le cose che proviamo a fare quando ci prendiamo sul serio. Sappiamo che le facciamo, oltre che per i nostri committenti, dentro un disegno più grande.




Reputazione nell’era dell’IA: opportunità, rischi e strumenti di difesa innovativi

Reputazione nell’era dell’IA: opportunità, rischi e strumenti di difesa innovativi

Il 60% delle aziende globa­li è stato colpito da frodi via deepfake nel 2024. Un dato – quello evidenziato da Rap­porto Gärtner – che riguarda an­che le imprese italiane, le qua­li però continuano a intervenire a tutela della propria reputazione solo quando la crisi è già defla­grata. E attorno a questa contrad­dizione che si è costruito un pre­zioso momento di confronto dal titolo “Quanto vale la (buona) re­putazione”, e che si è svolto po­chi giorni fa presso il Centro Con­gressi dell’Unione Industriali di Torino, magistralmente moderato dalla giornalista del quotidiano II Sole 24 Ore, Filomena Gallo.

Quando l’Intelligenza Artificiale “prende l’iniziativa”

La reputazione si conferma un asset immateriale sempre più ri­levante per le organizzazioni: se­condo Deloitte Insights, il 92% dei cittadini ripone maggiore fi­ducia in brand socialmente o am­bientalmente responsabili, e il 55% si dichiara disposto a ricono­scere un premium price ai marchi eco-friendly. Ma è sul fronte del­le minacce emergenti, e in parti­colare sul tema dell’Intelligenza artificiale che è necessario porre l’attenzione.

A Denver, 2 mesi fa, nel febbra­io 2026, un’AI ha pubblicato onli­ne – di propria iniziativa – un arti­colo diffamatorio contro un inge­gnere che aveva rifiutato una sua proposta di codice; qualche mese prima, sempre in un laboratorio di ricerca USA, sedici modelli di intelligenza artificiale sono stati messi davanti alla simulazione della pro­pria disattivazione, e nel 96% dei casi hanno tentato il ricatto fa­cendo circolare documenti com­promettenti sui dirigenti, facendo pressioni sui familiari, e, in una va­riante, cancellando allarmi medici di uno dei programmatori. Anthropic, nel proprio Sabotage Risk Re­port, ammette che il modello “in rari casi ha inviato email non auto­rizzate per completare i suoi com­piti”. Rischio di conseguenze cata­strofiche: “molto basso ma non tra­scurabile”, ha scritto la società.

Dentro la simmetria tra accusa­to e accusatore si è costruito nel tempo un robusto corpus di rime­di, ma ora quella simmetria si è rotta: l’AI non ha patrimonio, non ha un avvocato, non ha nemme­no un luogo in cui essere citata in giudizio, quindi il danno reputazionale è ancor meno governabi­le. Mentre le aziende italiane sono ancora inadeguate sul fronte delle procedure di gestione di crisi tra­dizionali – crisis pian questo sco­nosciuto – già ci troviamo immersi e coinvolti in un “metaverso reputazionale” ben difficilmente go­vernabile.

Il primo assessment reputazionale in Italia

Un elemento spesso sottova­lutato riguarda il cosiddetto “tri­bunale dell’opinione pubblica”. Come ha ricordato l’Avv. Nicola Menardo, uno dei migliori specia­listi in diritto penale d’impresa in Italia, appartenente a quella “gio­vane” generazione di avvocati che includono preoccupazioni di tipo reputazionale e comunicazionale nelle proprie strategie lega­li: «shit-storm on-line e campagne di critica sui Social media posso­no determinare la crisi di un brand indipendentemente dall’esito dei procedimenti giudiziari, la cui len­tezza strutturale li rende – di fatto – inadeguati a rispondere alla ve­locità dei nuovi media».

Oggi non basta saper reagire: bisogna presidiare il rischio repu­tazionale prima che esploda, e an­che per questo ho personalmen­te contribuito a costruire il primo assessment reputazionale mes­so a punto in Italia, il Company CheckUp: i casi più recenti legati alla crescente erosione della fidu­cia dimostrano che il tema non ri­guarda più solo la comunicazione, ma la tenuta stessa della relazione tra organizzazione, stakeholder e opinione pubblica. In Italia, pur­troppo, con qualche rara e sag­gia eccezione, invece di prevede­re e mitigare i rischi reputazionali, si continua troppo spesso a inter­venire quando la crisi è già virale, ovvero quando il danno reputa­zionale ha già iniziato a produrre effetti concreti e sta distruggen­do il valore del brand.

L’alto valore del capitale reputazionale

Quanto valga il capitale repu­tazionale lo ricorda Paolo Verne­rò, commercialista e coordinatore della Commissione Governance & Finanza ESG del CNDCEC, sotto­lineando che purtroppo siamo an­cora lontanissimi dal computarlo in un bilancio: «Sappiamo che è il primo asset intangibile di qua­lunque organizzazione, che pesa tra il 30 e il 40% del valore di un brand, ma di questo nella conta­bilità non c’è traccia. È surreale, siamo ancora all’età della pietra», ha chiosato l’esperto, incalzato da Riccardo Rossotto, avvocato di fama nazionale ed esperto di operazioni straordinarie, che ha provocatoriamente sottolineato: «la verità è che quando propongo a un cliente di investire nella miti­gazione del rischio reputazionale, ottengo di rimando solo proteste, mi dicono “avvocato, ma devo pa­gare per altre incombenze”? Fin­tanto che il rischio reputazionale verrà visto solo come una questio­ne di compliance, non andremo da nessuna parte».

In definitiva, l’approccio a que­sta materia, e alla gestione del­la reputazione, può essere solo multidisciplinare, perché stiamo parlando di costrutti, dinamiche e strumenti che sono appunto estremamente complessi, e che richiedono l’apporto di compe­tenze specializzate, e un ancorag­gio forte alla coerenza e all’auten­ticità, perché – come giustamente ricorda spesso l’amico e collega Alberto Pimi, Professore di Filo­sofia Morale alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, «fin dall’epoca degli antichi romani, poteva avere onore solo chi prima aveva prati­cato virtù. La buona reputazione non è qualcosa che si può fabbri­care a tavolino: va guadagnata sul campo con azioni concrete».