Quando la verità non basta per essere vera

Quando la verità non basta per essere vera

Era il 2010.
Jan Frisch, artista francese, campione mondiale di illusionismo, stava aspettando dietro le quinte di un teatro parigino prima di entrare in scena. Era vestito da clown – naso rosso, costume, una bottiglia d’acqua in mano per umettarsi la voce. In quel momento, nei corridoi del teatro, scoppiò un incendio. Frisch corse sul palco e avvisò il pubblico con tono fermo, senza panico: per cortesia, alzatevi e uscite, c’è un incendio. Il pubblico rise.
Lui insistette. Risero ancora.

Da quella sera, Frisch porta in scena uno spettacolo intitolato La sindrome di Cassandra.
È con questa storia, raccontata da Massimo Bustreo, Presidente del Comitato Ccientifico di InspiringPR per spiegare la genesi del tema 2026, che la dodicesima edizione del festival delle Relazioni Pubbliche ha bussato alla testa e alle coscienze dei partecipanti.
“Verità resistenti”: due parole che sembrano una tautologia finché non ci si ferma a guardarle bene in una riflessione che non si accontenta dell’ovvio: la verità dovrebbe resistere per definizione, non è forse nella sua natura? Tutt’altro.

Come il clown di Frisch dimostra senza possibilità di appello, la verità ha bisogno di qualcuno che la porti, che la dica con le parole giuste, nel contesto giusto, con la credibilità sufficiente perché qualcuno ascolti davvero. Ha bisogno di essere comunicata con autorevolezza. E qui entra in scena la nostra professione.

Una verità non basta: l’umano ne porta molte

La domanda che il clown impone non è solo una domanda di credibilità, ma è anzitutto una domanda sulla natura della verità stessa.
Nel linguaggio comune, e spesso nella pratica professionale, la verità viene trattata come una variabile binaria: o è vera o è falsa. Eppure chiunque abbia lavorato a lungo con organizzazioni, istituzioni, comunità sa che la realtà funziona diversamente.

Gli esseri umani sono portatori di molte verità simultaneamente, ce lo hanno ricordato gli ospiti di questa edizione di InspiringPR: persone che guidano processi importanti, che prendono decisioni, che fanno scelte, che hanno vincoli. Nel loro racconto si coglie quanto la verità non sia quasi mai “data”, ma stia nel processo più che nella tappa finale da raggiungere.

Questo punto di vista è un forte richiamo per chi progetta e organizza i processi di comunicazione che dovrebbero sempre interrogarsi sulle percezioni altrui e sul processo per “cucirle” insieme. La fase di “ascolto”, fondamentale, può acquisire una densità e una profondità diversa se la attuiamo con questa direzione.

Sappiamo che gli esseri umani credono in cose che si contraddicono, aggiornano la loro comprensione di eventi in base al punto di vista da cui li osservano, tengono insieme letture diverse dello stesso fatto senza che questo li paralizzi. È la struttura normale della cognizione umana che si è stratificata secondo il ciclo apprendimento – sperimentazione – ricalibrazione, un processo continuamente in loop nel background delle nostre vite.

Esistono verità di esperienza diretta e verità apprese per trasmissione, verità che resistono al confronto con i fatti e verità che si sfalderanno alla prima verifica seria. Ci sono poi le verità emotive, quelle che appartengono alla storia profonda di una comunità, di una famiglia, di un’identità e verità procedurali, documentate, verificabili.

Nessuna è falsa a priori, alcune sono più resistenti di altre. La resistenza ha anche a che fare con la loro comprensibilità, con la capacità di leggere il contesto e con la forza della comunità che la condivide.

La domanda che resiste è quella che ha queste condizioni per reggere.
Il comunicatore professionale che parte dall’assunzione che il proprio compito sia semplicemente “dire la verità”, come se questa fosse un dato preesistente da trasmettere, si trova in difficoltà perché agisce in un campo già affollato da altre verità e la sua non avrà più spazio delle altre.

La percezione non distorce la realtà: la costruisce

C’è un meccanismo che la nostra professione conosce bene in teoria e tende a sottovalutare in pratica: la percezione non è il filtro che si interpone tra la realtà e il pubblico, come se la verità esistesse in forma pura prima di essere “distorta” dall’occhio di chi guarda.
La percezione è uno degli strumenti con cui la realtà viene costruita, socialmente e individualmente, nel tempo.

Quello che un’organizzazione “è” nell’immaginario pubblico non coincide esattamente con ciò che l’organizzazione fa, né con ciò che dichiara di essere. La stratificazione di percezioni accumulate forma “la verità”, alcune derivanti da esperienze dirette, altre da informazioni ricevute, altre ancora da analogie con entità simili, da attese, da pregiudizi.

È ciò che chiamiamo reputazione, che non è mai stata la somma dei messaggi emessi, ma la sedimentazione di come quei messaggi sono stati ricevuti, interpretati, confrontati con l’esperienza di chi li ha incontrati.

Questo cambia radicalmente il problema del comunicatore. Trovare la verità e comunicarla è un lavoro per chi si ferma all’indagine, una fase cruciale per chi comunica, ma solo una parte del processo.

Il passaggio immediatamente successivo è quello di capire quali verità già abitano nella mente del pubblico, come si stratificano, quali sono le più resistenti e quali, invece, sono aperte a essere aggiornate se arriva qualcosa di abbastanza solido da giustificare la revisione.

Stratificare, non etichettare

Le parole che abbiamo ascoltato durante InspiringPR, con le loro “verità” ci hanno certamente ampliato la visione, richiesto coraggio e umiltà al tempo stesso.
Eppure questo non basta. Le Relazioni Pubbliche ci chiedono di consolidare la verità attraverso la loro stratificazione, un lavoro lungo e complesso, l’unico che rimane in un’epoca in cui i “terremoti” reputazionali, tecnologici, organizzativi, sono fatti da scosse sismiche quotidiane.

Se ci limitassimo a etichettare una verità e classificarla come vera, falsa, verificabile, non verificabile non entreremmo nella temperatura emotiva con cui l’informazione viene ricevuta e non contribuiremo a costruire il contesto in cui quella informazione ha senso.
Insomma, pretendiamo di essere creduti, nonostante siamo vestiti da clown.

Stratificare ha un significato e un impatto molto diverso.
Significa capire che attorno a qualsiasi fatto coesistono strati di verità, alcune più vicine all’esperienza diretta, alcune più mediate, alcune in tensione tra loro, e che il lavoro del comunicatore è dare a questi strati un ordine, un contesto, una gerarchia che permetta al pubblico di orientarsi. Non possiamo (e forse non dobbiamo) eliminare le tensioni, ma renderle leggibili.

Questa direzione nasconde un grande inganno: che possiamo fare tutto questo attraverso un’azione di storytelling. Certamente la “costruzione delle narrative condivise” è anche storytelling, ma non sostituiamo la struttura con la tecnica.

La stratificazione di cui una “verità resistente” ha bisogno è qualcosa di più vicino a quella geologica: ogni strato ha il suo tempo, la sua composizione, la sua relazione con quelli che lo precedono e quelli che vengono dopo. Una narrazione stratificata può contenere anche ammissioni scomode, può richiedere al pubblico di aggiornarsi o può, per sua ammissione, dirsi parziale, mutevole, aperta al confronto con i fatti. Ma ha una qualità che le narrazioni piatte non hanno: regge. Resiste alla pressione delle domande, al confronto con i fatti, al test del tempo.

Costruire il contesto in cui la verità sia credibile

Torniamo al clown: la verità che porta è reale e urgente eppure il problema che non la rende credibile è l’assenza di un contesto condiviso in cui il contenuto possa essere ricevuto con la giusta attenzione, apertura, disponibilità all’azione.

Il pubblico in teatro, però, non dispone di un framework attraverso cui interpretare l’allarme di un clown come informazione genuina, ne ha piuttosto uno molto solido e del tutto logico: tutto ciò che viene detto da un clown sul palco è performance.

Il professionista delle Relazioni Pubbliche lavora precisamente su questo: costruisce, prima che arrivi il messaggio urgente, il contesto condiviso in cui quel messaggio potrà essere ricevuto. Non manipola il contenuto e non trasforma il clown in pompiere, ma costruisce la fiducia, la coerenza tra ciò che viene detto e ciò che è stato fatto nel tempo, la credibilità che è l’unico vero lasciapassare per le verità difficili che ambiscono a resistere.

Questa è la differenza tra comunicazione professionale, propaganda e spin. La propaganda sceglie la verità conveniente e la amplifica cancellando le altre. Lo spin ri-inquadra i fatti per produrre una percezione favorevole indipendentemente dalla realtà. La comunicazione professionale, nelle sue forme migliori, costruisce le condizioni in cui la complessità della realtà può essere ricevuta senza frammentarsi in versioni irriconciliabili.
È un lavoro di tessitura lungo e complesso per arrivare a un patchwork che sia di senso condiviso, non di produzione di consenso.

La differenza è sostanziale: il consenso può essere ottenuto per stanchezza, per saturazione informativa, per assenza di alternative, mentre il senso condiviso richiede che chi riceve il messaggio abbia davvero capito qualcosa e abbia aggiornato la propria mappa della realtà per trovare un posto in cui collocare anche le verità che non si adattano facilmente alla narrativa dominante.
Richiede che le molte verità che ciascuno porta con sé abbiano trovato non un’unica risposta, ma uno spazio in cui coesistere senza annullarsi.

Questa è la vocazione delle Relazioni Pubbliche, quando si prende sul serio: costruire contesto.
La tentazione (e qualche volta la necessità) di semplificare è forte, ma stratificare diventa sempre più la strada che conduce alla solidità e da qui, alla resistenza.




TRIBE v2, intelligenza artificiale e il futuro della professione

TRIBE v2, intelligenza artificiale e il futuro della professione

Il 26 marzo 2026 Meta ha reso pubblico TRIBE v2, un modello di intelligenza artificiale addestrato a predire come il cervello umano elabora qualsiasi stimolo visivo, sonoro o linguistico. 

Il tool è open source, scaricabile da chiunque, applicabile in pochi passaggi. Il neuromarketing è già nei programmi universitari e nelle pratiche delle agenzie: la domanda che questo articolo prova ad affrontare non riguarda se utilizzarlo, ma cosa cambia per le relazioni pubbliche quando strumenti un tempo riservati a laboratori specializzati diventano accessibili a livello industriale.

Attraverso il concetto di cognitive load, la letteratura più recente sulla neurodivergenza e il framework del tessitore sociale elaborato da Toni Muzi Falconi, l’articolo completo, che trovate anche in calce, analizza le opportunità concrete e i rischi strutturali di uno strumento senza precedenti: da un lato la possibilità di progettare comunicazione più efficace e accessibile, dall’altro il rischio che l’ottimizzazione neurologica dei messaggi eroda proprio quelle competenze relazionali che sono al cuore del nostro mestiere.

Una riflessione specifica riguarda infine l’organizzazione che ha prodotto e rilasciato lo strumento. Ragionare su TRIBE v2 significa anche ragionare su Meta oggi e su quali interessi muovono la sua generosità open source.

Le domande che TRIBE v2 porta con sé riguardano chi vogliamo essere come professioniste e professionisti, cosa siamo disposti a delegare e cosa invece deve restare profondamente umano. In un ecosistema in cui gli strumenti cambiano con una velocità che la formazione professionale fatica ad assorbire, la risposta più utile non è l’entusiasmo né il rifiuto, ma la consapevolezza critica con cui decidiamo come usarli.

Qui l’articolo completo (file allegato in .PDF)




Leroy Merlin Italia lancia Talent Lab: più spazio alla crescita interna

Leroy Merlin Italia lancia Talent Lab: più spazio alla crescita interna

Leory Merlin Italia, azienda multi-specialista con un’ampia gamma di soluzioni complete di prodotti e servizi per il miglioramento della casa, rafforza il proprio impegno nello sviluppo delle persone e lancia Talent Lab, un nuovo percorso dedicato alla crescita professionale e alla valorizzazione dei talenti interni. L’obiettivo di Leroy Merlin è quello di aumentare, entro la fine del 2026, la percentuale di manager di negozio cresciuti internamente dall’attuale 54% al 60%. L’iniziativa nasce da una visione manageriale che riconosce e valorizza il talento. Guardando sia al benessere delle persone, sia al futuro dell’organizzazione.

Il percorso di Talent Lab, iniziativa annunciata il 5 maggio 2026 dall’azienda. si distingue per un approccio formativo innovativo e personalizzato, integrando momenti in presenza (9 giorni) e momenti di formazione virtuale (3,5 giorni) e si articola in un sistema modulare: cinque moduli obbligatori e cinque moduli opzionali a scelta tra dieci diverse proposte. In questo modo ogni partecipante può costruire un piano di sviluppo individuale basato sulle proprie competenze, obiettivi e aspirazioni.

Tra i temi centrali del programma figurano il Design Thinking, la Data Storytelling, la comunicazione efficace e la leadership agile, competenze chiave per il mercato attuale. Inoltre, completano il percorso formativo di Talent Lab: sessioni di mentorig e coaching con professionisti esterni, utili a garantire un accompagnamento continuo e mirato.

Talento, dati e innovazione al servizio delle persone

Il progetto si fonda sulla filosofia di porre le persone al centro. In Leory Merlin, infatti, i percorsi di sviluppo nascono dall’ascolto delle esigenze interne e puntano a valorizzare l’unicità di ciascun collaboratore, formando profili completi e pronti ad affrontare le sfide di un mercato in costante evoluzione.

I numeri confermano l’impegno dell’azienda in questa direzione: ogni anno vengono erogati circa 170mila ore di formazione, mettendo a disposizione una piattaforma e-learning con circa 300 corsi. I programmi già attivi, come Talent Up e Talent Future, hanno prodotto già risultati significativi, con circa il 50% dei partecipanti che ha ottenuto una crescita professionale. A questi progetti si aggiungono iniziative come Talentiamo, dedicata ai leader junior, e Shape Your Potential, il programma internazionale del Gruppo Adeo, di cui Leroy Merlin fa parte insieme ad altri noti marchi del bricolage, per gli alti potenziali.

A supporto di questi percorsi formativi, l’azienda, ha introdotto la piattaforma digitale Pack, basata su un approccio data-driven e soluzioni di intelligenza artificiale, che facilita il matching tra collaboratrici e collaboratori con una rete di mentor e coach esterni certificati.

In questo senso. Talent Lab rappresenta un ulteriore passo concreto nella strategia di Leroy Merlin Italia: investire sulle proprie persone e sul loro valore per costruire il cambiamento dall’interno e formare i leader di domani.




Come l’AI ha già stravolto l’intero settore della cybersecurity

Come l'AI ha già stravolto l'intero settore della cybersecurity

Ci sono momenti in cui i freddi dati numerici possono spazzare via le speculazioni di chi prevede un futuro completamente diverso da ciò che siamo abituati a considerare “normale”. Ci sono momenti in cui, però, quegli stessi dati numerici finiscono per confermare le peggiori previsioni. A guardare le cifre riportate dal 2026 Y-Report di Yarix e dalle dichiarazioni degli esperti della italianissima azienda di cyber security, l’ipotesi di un futuro dominato dall’AI è qualcosa di più di una semplice suggestione.

Un’ondata di attacchi

A fare impressione, nel quadro tratteggiato dal rapporto, sono prima di tutto i numeri. I dati raccolti riguardano infatti circa 240 aziende italiane, ma le segnalazioni di eventi di cyber sicurezza sono nell’ordine delle decine di migliaia. Più precisamente, nel corso del 2025 il Security Operation Center (Soc) di Yarix ha registrato ben 522.486 eventi, cioè “possibili violazioni dei livelli di sicurezza definiti o situazioni anomale potenzialmente rilevanti per la protezione dei dati e degli asset aziendali”.

Di questi, ben il 30% (158.316) sono stati classificati come veri e propri incidenti di sicurezza, cioè “uno o più eventi che determinano, o possono determinare, la compromissione della riservatezza, dell’integrità o della disponibilità dei dati e dei servizi informatici”. In media, quindi, stiamo parlando di circa 658 incidenti di sicurezza per azienda. Quasi due al giorno.

Fonte Yarix

Un valore in costante aumento, che gli esperti di Yarix imputano alla costante evoluzione delle tecniche di attacco e, in particolare, all’utilizzo di strumenti basati sull’AI da parte dei criminali informatici che consentono di utilizzare modelli di attacco più distribuiti, automatizzati e adattivi.

Il fattore tempo

Uno degli aspetti più preoccupanti è il continuo assottigliamento delle tempistiche di attacco. Gli autori del report, infatti, segnalano una notevole riduzione del tempo tra accesso iniziale e potenziale impatto dell’attacco informatico.

Si tratta di uno dei nodi fondamentali in ambito cyber security, soprattutto da quando il fenomeno dei ransomware ha assunto un ruolo di primo piano. In chiave offensiva, l’uso dell’AI ha permesso ai cybercriminali di ridurre notevolmente i tempi necessari per quella che in gergo viene chiamata weaponization, cioè l’attività di trasformare una vulnerabilità conosciuta in un exploit pronto all’uso.

Nell’ottica di chi si trova sul fronte difensivo, questo significa essere in grado di individuare nuove forme di attacco con una velocità maggiore rispetto al passato. La risposta, come prevedibile, è solo una: affidarsi all’AI. Le cose, però, non sono così semplici.

Il fattore volume

La rapidità con cui i criminali informatici sono in grado di sviluppare strumenti offensivi si traduce, nella pratica, in un numero impressionante di attacchi che rischiano di sommergere letteralmente i team di specialisti dedicati all’analisi delle minacce. A livello di Soc, il rischio è che la quantità di alert rilevati finisca per “intasare” i processi di analisi lasciando via libera alle attività dei cyber criminali.

L’AI, in questo ambito, viene attualmente utilizzata in affiancamento agli analisti per migliorare le prestazioni a livello di tempistiche, senza però sostituire completamente l’elemento umano. Secondo gli esperti di Yarix, però, il contesto porta a osare di più. “A fine luglio eseguiremo il primo test operativo per gestire un Soc L1 interamente con l’intelligenza artificiale” dichiara Mirko Gatto.

Il “livello 1” dei Security Operation Center è quello dedicato alla prima analisi degli eventi di sicurezza, a cui è affidato in sostanza il compito di scremare gli alert per eliminare i falsi positivi e individuare gli eventi sui quali vale la pena approfondire l’analisi. Il ruolo “umano” resta comunque fondamentale per L2 (approfondimento) e L3 (intervento per il contenimento della minaccia).

Un notevole passo avanti, che lo stesso manager di Yarix annuncia con una certa cautela, ma che chiarisce meglio di qualsiasi altra considerazione la pressione a cui sono sottoposti gli addetti ai lavori in questa fase. Il rischio di affidare completamente la fase di prima analisi degli eventi all’intelligenza artificiale, infatti, riguarda essenzialmente la possibilità che non riescano a valutarne correttamente la rilevanza. Un rischio che, però, vale la pena di affrontare. “Il tema dell’alert fatigue è sempre stato un tema rilevante del Soc, quindi la capacità di ridurre i falsi positivi rilevati dall’AI sarà uno degli aspetti su cui il mondo della cyber security dovrà concentrarsi attraverso l’affinamento del prompting” sottolinea Gatto. “Personalmente sono ottimista” conclude.




Instagram elimina account inattivi e bot: Chiara Ferragni crolla nei numeri dopo la “pulizia” dei follower, Giulia De Lellis e Giulia Salemi la superano

Instagram elimina account inattivi e bot: Chiara Ferragni crolla nei numeri dopo la “pulizia” dei follower, Giulia De Lellis e Giulia Salemi la superano

L’8 maggio Instagram ha avviato una massiccia operazione di pulizia della piattaforma che prevedeva l’eliminazione di account bot, profili spam e follower inattivi in quello che molti osservatori hanno definito un vero e proprio “reset” dei social network. Un intervento che, nel giro di poche ore, ha avuto effetti immediati sui numeri dei profili più seguiti al mondo e ha modificato sensibilmente le fanbase di numerosi influencer. Tra i casi più evidenti spicca quello di Chiara Ferragni, che ha perso circa 387.000 follower, pari a poco più dell’1% del totale. Un dato rilevante in termini assoluti, che ha riacceso il dibattito sulla reale natura delle audience dei grandi profili social e sulla presenza di follower inattivi o non organici accumulati negli anni. Effetti molto più contenuti, invece, per Giulia De Lellis e Giulia Salemi. La prima ha registrato un calo di circa 5.700 follower (circa lo 0,10%), mentre la seconda si è fermata a circa 5.000 (0,09%). Una riduzione minima che suggerisce una fanbase più stabile e meno esposta a “gonfiaggi” artificiali.

Gli altri profili penalizzati

L’operazione ha coinvolto numerosi altri volti noti del panorama social e dello spettacolo. Mariano Di Vaio ha perso circa 150.000 follower, Gianluca Vacchi circa 284.000, mentre Wanda Nara e Valentina Ferragni hanno registrato cali rispettivamente di 187.000 e 44.000 unità. Nel gruppo dei profili più colpiti rientrano inoltre Belén Rodriguez, Michele Morrone, Emma Marrone, Alessia Marcuzzi, Fedez e Cecilia Rodriguez, tutti interessati da riduzioni più o meno consistenti della propria audience, legate alla cancellazione di profili inattivi o non autentici.

L’obiettivo

La decisione della piattaforma, legata all’aggiornamento dei sistemi di autenticazione e controllo, aveva l’obiettivo di rendere più realistici i dati di engagement e ridurre la presenza di follower non autentici. Il risultato è stato un calo diffuso per molti account di primo piano, con impatti diversi a seconda della composizione delle rispettive community.