Quando si sbaglia, chiedere scusa

Le chiavi della comunicazione aziendale del futuro

Ne abbiamo parlato con Luca Poma, professore in Reputation management e Scienza della Comunicazione alla Lumsa. Autore di libri, saggi e articoli, consulente di aziende e figure istituzionali, in carriera, ha lavorato a progetti in 23 Paesi del mondo, ed è direttore della prima rivista online creata in Italia su questi temi, 17 anni fa, CreatoridiFuturo.it.

Perché si è specializzato nel tema della reputazione? Questo ambito come è cambiato negli anni?

Inizio il mio percorso nelle pubbliche relazioni, venticinque anni fa, ma il tema della reputazione mi ha subito interessato, tanto che nel tempo ho costruito una specializzazione verticale, pubblicando già nel 2010 il primo volume in lingua italiana sulla gestione delle crisi reputazionali. Per i primi anni del mio percorso, questo tema è rimasto di nicchia, a differenza dei Paesi anglosassoni, in cui era più centrale. Negli ultimi anni, invece, è diventato cruciale, perchè i Social hanno amplificato i rischi di crisi reputazionale. E la maggior parte delle aziende ha finalmente capito che non occuparsi di questo aspetto espone a grossi rischi.

Che cosa è – e non è – la reputazione?

La reputazione, contrariamente a quanto si pensa, non si basa sull’immagine, ma muove dall’identità, dal DNA, da ciò che siamo realmente. Tanto che la maggior parte delle crisi è causata da un modo di rappresentarsi lontano e non allineato rispetto a ciò che accade dentro l’azienda. Vince quindi chi può contare su un corretto allineamento tra identità e immagine. Qualunque azione che includa una forzatura narrativa, invece, è pericolosa: se centriamo il nostro racconto di brand solo sull’immagine commettiamo un peccato mortale, che il mercato non ci perdonerà.

Perché oggi la reputazione è il primo asset intangibile di un’azienda? È possibile misurarla?

Perché orienta positivamente gli acquisti e ha un impatto forte e concreto sui clienti finali. Ma ce l’ha anche sui finanziatori, le banche, i giornalisti e i dipendenti, attuali e potenziali. A differenza della comunicazione, che parla tendenzialmente al grande pubblico, la reputazione parla a tutti gli stakeholder. E si, è possibile monitorarla. Reputation management, la nostra startup nata da un confronto tra alcuni validi ricercatori nei corridoi dell’università, ha messo a punto il primo assessment che in Italia permette di individuare eventuali criticità o potenziali inespressi nella costruzione e protezione della reputazione aziendale. L’abbiamo chiamato Company CheckUp, perchè è una specie di visita medica che misura lo stato di salute del brand sul fronte reputazionale.

Come prepararsi a una crisi?

Il tempismo è tutto. Quasi sempre si interviene quando il problema è già in atto, ma in quel momento è tardi. A quel punto le aziende sono disposte a tutto, anche a spendere tantissimo per limitare i danni e risolvere un problema che invece sarebbe stato possibile evitare grazie a un buon set-up preventivo. È in “tempo di pace” che occorre fare una previsione di scenario, mappare i rischi in modo professionale, preparare gli strumenti di intervento, decidere il tono di voce della comunicazione. Si va dalle bozze dei comunicati stampa alle corrette procedure da attivare in caso di crisi. Non è semplice: basti pensare che nelle aziende più grandi, quando parliamo di crisis plan parliamo di un manuale strutturato di 250 pagine. 

Quali sono gli errori più diffusi che vede fare dalle aziende vittime di crisi reputazionale?

Negare l’evidenza, mettersi subito sulla difensiva, attaccare l’accusatore. Altrettanto grave è il fatto di non prendersi le proprie responsabilità: si tende istintivamente a dare la colpa a qualcun altro, invece di farsi un sereno esame di coscienza.

E invece che cosa si dovrebbe fare?

Le regole che fanno funzionare i brand sono le stesse che regolano la vita quotidiana delle persone. Perciò bisognerebbe ragionare a mente fredda, come un cardiochirurgo che opera a cuore aperto: il primo step consiste nel capire esattamente di cosa siamo accusati. Poi comprendere se abbiamo delle responsabilità, anche solo parziali. E quindi, banalmente, scusarsi. L’opinione pubblica non ha problemi a scusare gli errori dei brand: ma, come nella vita reale, non perdona l’arroganza, la menzogna e la scarsa autenticità.

Ha una case history che rappresenta una crisi reputazionale mal gestita?

Il Pandoro gate, che tutti conosciamo, ha intaccato il valore dell’azienda e pregiudicato l’immagine dell’influencer coinvolta. L’azienda ha ricevuto la notifica dell’istruttoria in corso a luglio del 2022, il caso è scoppiato sui giornali a dicembre dello stesso anno. Mi chiedo: che cosa hanno fatto i suoi manager da luglio a dicembre? È un chiaro esempio di come la cultura dell’attendismo può essere deleteria. Il bacio della morte è non cogliere i segnali deboli di crisi, che, in questo caso, non erano neppure tanto deboli.

E invece un caso virtuoso di buona gestione?

Se è vero che i Social l’hanno amplificata, va smentita la credenza che la sensibilità su questo tema si sia sviluppata solo ora, le aziende di un certo livello l’avevano già prima, e cito il caso, pre-Social, della catena francese di supermercati Leclerc. Nel 2005 si sono verificati dei casi di intossicazione in seguito di lotti contaminati: benché gli hamburger fossero stati confezionati da un fornitore esterno, Leclerc ha assunto la gestione diretta della crisi e si è presa le sue responsabilità. In 48 ore, sono stati contattati quasi diecimila clienti, e l’azienda ha messo in atto iniziative articolate per avvisarli e poi risarcirli. Dopo, il suo perimetro reputazionale ne è uscito rafforzato, perchè l’opinione pubblicata ha apprezzato la gestione efficace della crisi.

Quanto conta oggi la reputazione personale del Ceo rispetto a quella dell’azienda? E dove finisce la libertà di espressione del manager sui social e inizia il rischio per il brand?

Il Ceo identifica il brand, e viceversa. Una sua scivolata, crea immediati danni anche sul brand. Una ricerca del MIT di Boston evidenzia come le aziende che strutturano uno stroytelling sul Ceo performano fino al 20% in più. In genere, in aziende strutturate, si tratta di una comunicazione coordinata, perchè oggi le dimensioni del privato e del pubblico si sovrappongono e si confondono.

Lei sostiene che l’etica non sia un freno al business, ma un moltiplicatore di valore. In che modo un approccio etico alla comunicazione diventa un vantaggio competitivo?

Lo dimostrano non solo le statistiche, ma anche i casi pratici. Inserire preoccupazioni di carattere etico aumenta la resilienza in modo significativo fino al 25% del valore di mercato. Prendersi cura di tutti i pubblici, e non solo dei clienti finali, rende l’azienda più performante, e in grado di attutire meglio le crisi anche grazie alla rete di alleanze che costruisce. E poi attira investitori e talenti. Fare bene quindi non è solo una dimensione morale, ma aiuta anche a fare più soldi.




Mac: come liberare spazio di archiviazione

Mac: come liberare spazio di archiviazione

Perché ci si concentra sui Dai di Sistema?

La memoria di un pc e quindi anche di un Mac può essere occupata/intasata da diversi fattori. Parliamo ad esempio dei dati di sistema Mac che possono creare diversi problemi come il netto rallentamento del Mac stesso. Di che cosa si tratta? Sono tutti i file che non fanno parte di quelli di base in fase di archiviazione e cioè foto, video, cestino, mail iCloud drive e musica. I dati di sistema sono quindi vecchi backup di iOS, file temporanei, immagini disco che non sono utilizzate, backup di Time Machine. Ecco che lo spazio di archiviazione è fondamentale per un funzionamento adatto corretto e veloce del computer stesso. Bisognerà trovare il modo per intervenire, liberare questo spazio e riportare il Mac alle funzionalità originali.

Time Machine con i backup da togliere in maniera manuale

Vediamo allora come fare per liberare memoria sul disco. Svuotare il Cestino, archiviare su iCloud e ottimizzare lo spazio sono azioni sì buone ma non del tutto sufficienti. Innanzitutto, si dovranno cercare app e programmi specializzati e orientati a quel tipo di lavoro: è questa una soluzione sempre tra le più utilizzate perché con pochi click il Mac sarò sottoposto ad un lavoro specifico molto importante. Manualmente si potrà invece svuotare la cache o anche togliere i vecchi backup di Time Machine, operazione non sempre automatica quando lo spazio di memoria comincia ad essere davvero risicata.

I nuovi salvaschermo possono occupare gran parte della memoria come i backup iOS

Percorrere strade sicure e facili per snellire lo spazio dei Dati di Sistema, di archiviazione e rendere il Mac più leggere e quindi più performante. Quali? L’eliminazione dei file di registro e del salvaschermo ad esempio. In questo senso Mac realizza dei prodotti dei salvaschermi dinamici, funzionali, ottimali ma vengono scaricato allo stesso modo di tutti i file video: possono arrivare ad occupare fino a più di 20 GB di spazio. E a proposito di backup c’è da prendere in considerazione quelli di iOS che se non servono più rappresentano solo un ingombro inutile per lo spazio di memoria.

Ottimizzare al meglio lo spazio che fornisce il Mac

Moltissimi addetti ai lavori così come gli appassionati che conoscono Mac sanno bene che questi passaggi di cui abbiamo parlato sono fondamentali. Occuparsi dei Dati di Sistema in riferimento al recupero dello spazio di archiviazione significa garantire una funzionalità adatta ad una macchina altamente sofisticata come il pc di Apple. Chi possiede il Mac sa bene che lo spazio di archiviazione è davvero limitato ecco perché ogni singolo file vecchio, inutilizzato può rappresentare un ostacolo. Controllate sempre il vostro Mac e ottimizzate lo spazio di archiviazione per poter svolgere al meglio lòe attività di lavoro ma anche conoscere al meglio nel tempo libero un pc che ha rivoluzionato il concetto di computer.




Il talento che stiamo lasciando fuori dalla porta

Il talento che stiamo lasciando fuori dalla porta

Chi lavora nel reputation e crisis management lo sa: le crisi raramente arrivano senza preavviso. Prima di esplodere lasciano tracce, segnali deboli, pattern che si incrinano prima che la crepa diventi visibile a tutti. Il problema non è che i segnali manchino. Il problema è che non tutti i cervelli (e non tutti i team) sono attrezzati per intercettarli.

È da questa constatazione che prende le mosse questo contributo, che propone una riflessione su una risorsa cognitiva strutturalmente sottoutilizzata nel nostro settore: il pensiero neurodivergente. Tra il 15 e il 20% della popolazione mondiale presenta qualche forma di neurodivergenza, un termine ombrello che descrive chi elabora le informazioni in modo diverso dalla norma statistica. Per decenni questa popolazione è stata letta attraverso la lente del deficit. La letteratura scientifica più recente dimostra che questa lettura è non solo incompleta, ma profondamente errata.

Alcune caratteristiche cognitive tipicamente associate alla neurodivergenza come la capacità di riconoscere pattern complessi, il pensiero visivo e olistico, l’attenzione “porosa” che coglie segnali periferici, sono competenze preziose nei contesti di monitoraggio reputazionale e gestione delle crisi. L’articolo esplora i meccanismi neurologici sottostanti, affronta con le dovute cautele il tema delle differenze di genere nel funzionamento cerebrale e le implicazioni per la composizione dei team, e introduce il concetto di groupthink come rischio strutturale dei team omogenei che la presenza di professionisti neurodivergenti contribuisce a ridurre.

Integrare la diversità cognitiva nei team di reputation e crisis management – e più in generale nelle attività di relazioni pubbliche – significa rafforzare in modo concreto la capacità di intercettare segnali deboli e leggere la complessità: nei contesti in cui il tempo è limitato e le informazioni sono frammentate, la differenza si gioca nella qualità dello sguardo con cui si osserva ciò che ancora non è evidente.

Qui l’articolo completo.




Chieti, un candidato fa campagna elettorale su Pornhub, Tinder e Hinge e abbandona i canali più tradizionali della propaganda politica

Chieti, un candidato fa campagna elettorale su Pornhub, Tinder e Hinge e abbandona i canali più tradizionali della propaganda politica

Paride Paci, trent’anni, consigliere comunale uscente di Chieti e candidato a rinnovare il proprio posto a Palazzo d’Achille, ha deciso di scombinare la campagna elettorale: via manifesti e affissioni nelle strade della città, basta con volantini che ricoprono auto e fanno strabordare le caselle postali. La sua campagna elettorale se la vuole giocare nel digital: inserzioni su Instagram e TikTok? Non proprio: il candidato in orbita Pd ha scelto degli spazi pubblicitari che, ultimamente, hanno una visibilità più ampia. Ha deciso, infatti, di sbarcare su PornhubTinder e Hinge per promuovere la propria candidatura.

La scelta ha immediatamente infiammato il dibattito. Paci ha rivendicato la sua scelta spiegando, in una lunga intervista al quotidiano locale Il Centro, di voler abbandonare i canali più tradizionali della propaganda politica e intercettare gli elettori nei luoghi digitali che oggi concentrano attenzione, traffico e visibilità.

Nel filmato che precede i video a luci rosse su Pornhub, Paci adotta apertamente il linguaggio dell’allusione, ovviamente, giocando con il doppio senso per catturare l’attenzione dell’utente prima dell’avvio del contenuto. La strategia comunicativa adottata è chiara, anche se le urne decreteranno se sarà vincente o meno. Sulle app di incontri, invece, la promozione passa attraverso immagini e call to action pensate per mimare l’estetica tipica di quelle piattaforme, con inviti diretti a cliccare e concedere pochi secondi di attenzione. Insomma, come se l’elettore dovesse trovarsi a decidere se matchare o meno con il candidato.

Paci ha dichiarato che l’operazione avrebbe avuto un costo relativamente contenuto, compreso tra i 300 e i 350 euro per un mese di campagna, tanto manca alle elezioni di fine maggio. Quello a cui tiene, però, è la volontà di rompere gli schemi della comunicazione politica classica, per andare a cercare nuovi potenziali elettori laddove ci si aspetterebbe di vedere tutto, meno che un comizio elettorale. Ovviamente, le critiche non sono mancate. Il candidato del centrosinistra, però, le aveva messo in conto: per questo ai detrattori di oggi e a quelli che non hanno ancora visto le sue inserzioni, sa già come replicare. Sì perché, a suo dire, non c’è alcuna lesione del ruolo istituzionale in una campagna elettorale alternativa come la sua: l’istituzione, sostiene, si onora con il lavoro politico, non con il formalismo dei canali scelti per farsi conoscere.

Se in Italia questo tipo di comunicazione politica rappresenta di fatto una prima volta, non si può dire lo stesso per quanto riguarda l’estero. Nel 2019, in DanimarcaJoachim B. Olsen era sbarcato proprio su Pornhub per far comparire i suoi messaggi politici agli utenti della piattaforma. Anche in quel caso il tono era ironico e volutamente provocatorio: l’obiettivo era attirare l’attenzione in uno spazio inconsueto, forzando i confini della comunicazione politica tradizionale. Il caso aveva fatto discutere, ma aveva anche aperto una domanda rimasta attuale: fin dove può spingersi un candidato nel tentativo di rendersi visibile? Agli elettori l’ardua sentenza.




Social, non è dipendenza. È ingegneria cognitiva.

Social, non è dipendenza. È ingegneria cognitiva.

“If we wanna win big with teens, we must bring them in as tweens.” Questa frase non compare in un piano di marketing. Non è estratta da una riunione di strategia creativa. È in un documento interno di Meta, prodotto in sede legale, letto ad alta voce davanti a una giuria popolare di Los Angeles il 25 marzo 2026. Il giorno in cui, per la prima volta nella storia, una corte americana ha stabilito che Instagram e YouTube sono responsabili dei danni psichici causati a una persona specifica: Kaley G.M., ventenne, esposta alle piattaforme sin dall’età di sei anni, con un percorso clinico che include depressione e pensieri suicidi riconducibili – secondo la giuria  – al design intenzionale di quei prodotti.

Sei milioni di dollari di risarcimento. Meta responsabile al 70%. E, dettaglio che vale più dei soldi, la prima breccia nella muraglia giuridica del Section 230, la norma americana che per trent’anni ha tenuto le piattaforme al riparo da qualsiasi responsabilità per i contenuti. Quella muraglia è caduta. Non è crollata – è stata scalfita. Ma le duemila cause pendenti in altri tribunali americani la guarderanno diversamente da domani mattina. Il punto, però, non è la sentenza. La sentenza è il sintomo.

La differenza tra dipendenza e ingegneria

Quando diciamo che i social “creano dipendenza” usiamo una metafora che attenua, invece di chiarire. Dipendenza evoca qualcosa di involontario, un effetto collaterale non previsto, un eccesso d’uso che scatta per debolezza dell’utente. Come il fumo, il gioco, l’alcol. L’immagine che ne emerge mette l’individuo al centro del problema, con la piattaforma sullo sfondo come ambiente neutro che è stato, semmai, mal frequentato.

Non è così. E il documento citato in aula lo rende difficile da contestare: la dipendenza non è un effetto collaterale. È il prodotto. Il modello di business è strutturato sulla massimizzazione del tempo di permanenza – dwell time, nel gergo delle piattaforme – e questo obiettivo si persegue attraverso una catena di scelte progettuali deliberate: lo scorrimento infinito, che elimina il segnale naturale di fine del consumo; il sistema di notifiche intermittenti, progettato sul modello del rinforzo variabile che nei laboratori di Skinner produceva nei topi comportamenti più compulsivi; gli algoritmi di raccomandazione che non massimizzano la qualità dell’informazione ma la reattività emotiva del contenuto, privilegiando ciò che attiva paura, rabbia o indignazione perché questi stati prolungano la sessione. Non basta più chiamarla dipendenza. Quello che è stato costruito è un sistema di modulazione dell’architettura cognitiva a scala industriale.

La differenza non è semantica. È politica, etica e strategica. Perché se si tratta di dipendenza, il problema è sanitario e il rimedio è la cura. Se si tratta di ingegneria cognitiva intenzionale, il problema è di governance e il rimedio è la regolazione strutturale – e la responsabilità penale e civile di chi quella struttura ha progettato.

Quando il medium non è più solo il messaggio

McLuhan aveva ragione ma forse non abbastanza. Il medium è il messaggio: il canale attraverso cui comunichiamo trasforma il contenuto, ne modifica il senso, riconfigura i processi cognitivi del ricevente. Era vero per la televisione, vero per la radio, vero per la stampa. Ma per i social media digitali questa formula va riscritta in termini molto più radicali.

Il medium non è solo il messaggio. Il medium è la percezione. Le piattaforme non trasportano informazioni: le filtrano, le gerarchizzano, le colorano di polarizzazione prima ancora che raggiungano il lettore. Non sono finestre sul mondo: sono costruttori attivi di frame cognitivi, nel senso preciso che Lakoff attribuisce al termine – cornici interpretative che precedono e condizionano ogni valutazione. Quando l’algoritmo di Instagram decide cosa mostrare e in quale sequenza a un adolescente di tredici anni, non sta ottimizzando l’accesso alle informazioni rilevanti per lui: sta costruendo la struttura entro cui quel ragazzo interpreterà sé stesso, il proprio corpo, i propri rapporti sociali, la propria posizione nel mondo.

Questo è il punto che la sentenza di Los Angeles ha costretto a portare fuori dalle riviste di neuroscienze e dentro le aule di giustizia: l’impatto dei social media non si misura in ore trascorse online. Si misura in modificazioni strutturali dei processi di attenzione, di regolazione emotiva, di costruzione dell’identità. Gli studi di Jean Twenge sui dati longitudinali degli adolescenti americani, le ricerche del gruppo di Jonathan Haidt, i dati sul crollo dell’attenzione sostenuta nelle generazioni cresciute con lo smartphone – non sono intuizioni allarmistiche. Sono evidenze accumulate nel corso di un decennio che le piattaforme hanno sistematicamente ignorato, e che i documenti interni dimostrano fossero note ai loro vertici. Zuckerberg sapeva. Non nel senso vago di “aveva sentito qualcosa”. Sapeva.                                                                                

L’infosfera come campo di battaglia globale

Fin qui il primo problema. Ma c’è un secondo livello, più difficile da mettere a fuoco, e che la condanna americana rischia paradossalmente di oscurare invece di illuminare.

Il verdetto è americano. Le piattaforme sono americane. La giurisprudenza è americana. E già questo ci dice qualcosa di importante: la battaglia legale contro l’ingegneria cognitiva dei social si sta combattendo dentro un sistema giuridico, mentre il fenomeno che descrive non conosce confini. L’infosfera – quell’ecosistema ibrido fatto di flussi digitali, media tradizionali, conversazioni offline, algoritmi e narrazioni virali – è globale per definizione. Non esistono infosfera italiana, infosfera francese, infosfera brasiliana come entità separate: esistono nodi locali di un sistema interconnesso in cui una campagna di disinformazione prodotta in un Paese può destabilizzare la percezione pubblica in un altro nel giro di ore. In cui il frame che domina il dibattito su un tema – la sicurezza, l’immigrazione, la credibilità di un’azienda, la reputazione di un leader – non è costruito localmente ma assemblato da flussi provenienti da direzioni multiple, spesso coordinate, spesso non trasparenti.

Questo non è più il tempo in cui un direttore delle relazioni pubbliche poteva costruire la propria autorità sul presidio delle relazioni con le redazioni nazionali, sulla conoscenza degli equilibri interni ai giornali, sulla frequentazione dei corridoi giusti. Quello strumento esiste ancora, e ha ancora valore. Ma non basta più. Non basta quasi più.                                        

La guerra percettiva – e il termine “guerra” non è un’iperbole retorica ma una categoria analitica precisa, usata esplicitamente nei manuali di dottrina militare americani, russi e cinesi per descrivere le operazioni di influenza sull’infosfera – si combatte su scala planetaria con strumenti progettati esattamente per operare a quella scala. Chi si difende con strumenti locali, in una guerra globale, ha già perso prima di scendere in campo.              

Il limite del comunicatore provinciale

In Italia questo problema ha una forma specifica. La comunicazione strategica italiana è eccellente, per molti aspetti, nella gestione delle relazioni tradizionali: l’architettura istituzionale dei rapporti con i media, la navigazione degli equilibri politici, la gestione delle crisi nei tempi lunghi della carta stampata. È un patrimonio reale, costruito in decenni, e sarebbe sbagliato svalutarlo. Ma quella competenza è strutturata intorno a un’unità di misura che l’infosfera globale ha reso obsoleta: il ciclo di notizia nazionale.                  

Oggi quel gap si è allargato. Le campagne di pressione che colpiscono le aziende italiane non partono da Piazza Affari o da Viale Mazzini: si formano su Reddit, si amplificano su X, trovano eco su media internazionali, tornano in Italia con la legittimità che conferisce la circolazione globale. Un’organizzazione che non monitora l’infosfera in inglese, in spagnolo, in francese – che non ha presidio delle narrazioni che la riguardano nelle community digitali internazionali – è cieca su almeno metà del campo.

E i comunicatori? Troppo spesso ancora confermati nella realtà locale. Ottimi gestori delle relazioni con i giornalisti romani, precisi conoscitori del sistema mediatico italiano, capaci di muoversi con intelligenza nei salotti istituzionali. Ma stranieri nell’infosfera globale dove si costruisce – o si distrugge – la percezione che conta.

Per questo lo sforzo di FERPI di ampliare non solo le relazioni ma le azioni e la cultura dei comunicatori su scala internazionale è la risposta giusta e necessaria. In tre anni la Federazione italiana è passata da essere uno scantinato di periferia a protagonista alla pari.                                                                                                                       

Cosa chiede un mondo di guerra percettiva

La sentenza di Los Angeles non è solo la fine di un processo. È un segnale di sistema che dice una cosa precisa: le piattaforme che governano l’infosfera globale non sono ambienti neutrali. Sono attori con interessi, con strategie, con un design progettato per produrre specifici effetti cognitivi. Questo vale per i singoli utenti. Vale, a maggior ragione, per i processi di formazione dell’opinione pubblica, per la costruzione del capitale reputazionale delle organizzazioni, per la stabilità delle democrazie.                                                                                                  

Chi lavora nella comunicazione strategica – chi si occupa di reputazione, di gestione delle crisi, di posizionamento di organizzazioni e leader – non può più ignorare questa dimensione. Non può continuare a lavorare come se le piattaforme fossero canali da presidiare invece di ambienti cognitivi da comprendere. Non può continuare a costruire strategie su scala locale in un’infosfera che non conosce scala. Questo significa competenze nuove: la lettura dei flussi informativi transnazionali, la comprensione degli algoritmi come attori strategici, la capacità di operare in contesti culturali diversi da quello domestico, la gestione della percezione non solo nei media tradizionali ma nelle community digitali globali dove le narrazioni si formano prima di diventare notizia.

Significa anche un aggiornamento del codice etico. Se l’ingegneria cognitiva delle piattaforme è il problema, i comunicatori non possono essere complici di quel modello, usandone gli strumenti per amplificare frame costruiti sulla polarizzazione e sulla manipolazione dell’attenzione. Non è un vincolo esterno. È la condizione per essere credibili in un’infosfera che il pubblico più sofisticato ha imparato – a fatica, con danni – a riconoscere.                  

La domanda vera, allora, non è se i social fanno male. Una giuria popolare americana ha risposto ieri. La domanda è: chi ha il mandato e la competenza per costruire un’alternativa? E i professionisti della comunicazione strategica – in Italia, in Europa, nel mondo – sono pronti a giocare quel ruolo, o continuano ad aspettare che la partita si decida altrove?  In Italia sembra che i relatori pubblici la risposta la stiano già dando.