Dipendenti meno stressati, ricavi in crescita: l’esperimento britannico sulla settimana corta è stato un successo

Dipendenti meno stressati, ricavi in crescita: l’esperimento britannico sulla settimana corta è stato un successo

“Mi aspettavo che le persone apprezzassero, ma una risposta così entusiastica mi ha sorpreso. Tutti parlano dell’effetto di questa iniziativa sul loro benessere. Molti colleghi dicono di sbrigare le commissioni nel giorno libero aggiuntivo e di poter trascorrere così il weekend con le loro famiglie. Una persona ha imparato a guidare, un’altra ha ridato vita a un suo progetto di punto croce”. Claire Hall lavora nelle risorse umane per l’associazione benefica Citizens Advice Gateshead e ha raccontato al Guardian l’esperimento sulla settimana lavorativa di quattro giorni – a parità di stipendio – a cui ha preso parte tra giugno e dicembre 2022. Un successo, secondo i dati diffusi dai promotori.

L’esperimento ha coinvolto 61 aziende e 2.900 lavoratori in tutto il Regno Unito. Il 92% delle imprese (56) ha deciso di continuare con la settimana corta, 18 hanno reso permanente il nuovo regime. “Questo momento è fondamentale per la transizione verso una settimana lavorativa di quattro giorni”, ha dichiarato Joe Ryle, direttore di 4 Day Week Campaign, la no profit che ha promosso l’iniziativa. “In molti settori diversi i risultati dimostrano che la settimana corta a parità di stipendio funziona. È di certo arrivato il momento di cominciare ad adottarla in tutto il paese”.

Il test britannico è il più vasto condotto finora sulla settimana corta. Gli autori del report finale sono quattro membri della società di ricerca Autonomy e professori di varie università: Boston College, Università di Cambridge, University College di Dublino e Vrije Universiteit di Bruxelles.

I numeri dell’esperimento

Il 39% dei dipendenti sostiene di essere meno stressato. I livelli di ansia e fatica sono diminuiti, al pari dei disturbi del sonno. La salute mentale e fisica è migliorata. Il 54% ha trovato più facile bilanciare il lavoro e le incombenze domestiche. I dipendenti si sono detti più soddisfatti anche della gestione delle finanze, delle relazioni e del tempo. Per sei su dieci è diventato più facile conciliare lavoro e vita sociale.

Il numero di persone che hanno lasciato le loro aziende durante l’esperimento è sceso del 57% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il totale dei giorni di malattia è calato di due terzi. Il 15% ha dichiarato che per nessuna cifra tornerebbe ai cinque giorni lavorativi.

Se il gradimento dei dipendenti poteva essere scontato, non lo erano gli effetti positivi sugli indicatori economici. Secondo Autonomy, la società di ricerca che ha elaborato i risultati, i ricavi delle aziende, pesati in base alle dimensioni delle imprese, sono aumentati in media dell’1,4%.

Alcuni casi

David Mason, chief product officer dell’azienda di robot Rivelin Robotics, dove oggi si lavora dal lunedì al giovedì tra le 8 e le 17.30, ha dichiarato al Guardian che l’orario ridotto potrebbe facilitare le future assunzioni: “È qualcosa a che ci rende diversi dalla media”. Mentre il chief technology officer, David Alatorre, ha spiegato di avere voluto “creare una cultura aziendale che mette il benessere al primo posto. Intendiamo assicurarci che tutti siano riposati e trovino un buon equilibrio tra lavoro e vita privata”. I due hanno ammesso anche che ci sono stati momenti di difficoltà, complice uno staff composto da sole otto persone, e che alcuni membri dello staff preferirebbero cinque giorni più brevi rispetto a quattro.

Ed Siegel, amministratore delegato dell’istituto di credito Charity Bank di Tonbridge, nel Kent, ha definito l’esperimento “un corso intensivo sui miglioramenti della produttività”. Simon Ursell, managing director della società di consulenza ambientale Tyler Grange, ha detto alla Npr statunitense che i quattro giorni hanno richiesto investimenti in tecnologia e la fine della “spazzatura” legata ad alcuni compiti amministrativi quotidiani. “Se dai alle persone un incentivo a fare qualcosa – il genere di incentivo che i soldi non possono comprare, come un intero giorno libero per fare ciò che vogliono, senza abbassare lo stipendio – le spingi a concentrarsi davvero”.

Le voci contrarie

Non tutti sono ancora convinti. Jay Richards, cofondatore di Imagen Insights, che aiuta le imprese a raccogliere opinioni dai membri della Generazione Z, ha dichiarato a Sky News che “una settimana di quattro giorni suona come una bella cosa. Nella pratica, però, come può aiutare il benessere dei dipendenti comprimere in quattro giorni il lavoro di cinque?”.

L’azienda di Richards ha proposto allora un altro tipo di riduzione di orario. “Facciamo una settimana di cinque giorni, ma lavoriamo dalle 10 del mattino alle 4 del pomeriggio. Accorciamo le giornate in modo che i dipendenti possano raggiungere l’armonia tra lavoro e vita privata, ma senza cambiare la loro settimana, cosa che metterebbe troppa pressione su di loro”.

Nel resto del mondo

Il principale esperimento sulla settimana da quattro giorni, prima di quello inglese, era stato condotto in Islanda tra il 2015 e il 2019. Aveva coinvolto 2.500 persone in 66 luoghi di lavoro e, secondo Autonomy e l’Associazione islandese per la sostenibilità e la democrazia, è stato “un successo straordinario”. Anche in quel caso la produttività era rimasta costante o era aumentata, mentre i dipendenti avevano accusato meno stress.

Anche Spagna e Portogallo hanno approvato progetti pilota sulla settimana corta. La Scozia ha stanziato 10 milioni di sterline per un programma sperimentale. Il Belgio ha proposto di permettere la scelta tra quattro o cinque giorni a parità di stipendio, all’interno di una riforma che sancisce anche il diritto di spegnere i dispositivi elettronici e ignorare le comunicazioni legate al lavoro fuori orario.

Perfino il Giappone nel 2021 ha introdotto la settimana corta nel suo Piano economico annuale. Una misura pensata sia per contrastare il fenomeno della morte per eccesso di lavoro – il cosiddetto karoshi, che secondo il Consiglio nazionale per la difesa delle vittime uccide 10mila persone all’anno -, sia per permettere alle coppie di fare più figli e ringiovanire una società sempre più vecchia.

In Italia

In Italia, finora, i test si sono limitati alle iniziative di alcune aziende. Intesa Sanpaolo ha proposto una settimana di quattro giorni da nove ore, a parità di retribuzione. Magister Group passerà da 40 a 32 ore nelle sue società Ali e Repas, Lavazza si è fermata ai venerdì brevi tra maggio e settembre.

“La notizia deve aprire anche in Italia un confronto tra le parti sociali”, ha dichiarato a Wired Roberto Benaglia, segretario generale dei metalmeccanici della Fim Cisl. “È tempo di regolare il lavoro, soprattutto nel settore manifatturiero, in modo più sostenibile, libero e produttivo. I salti tecnologici e organizzativi che la digitalizzazione e il lavoro per obiettivi stanno portando in tante aziende ci devono spronare. È possibile ripensare gli orari aziendali e ridurli non contro la competitività aziendale, ma alla ricerca di nuovi equilibri e migliori risultati”.

Sul tema dei mutamenti tecnologici insiste anche Joe Ryle di 4 Day Week Campaign: “L’economia non ha bisogno che lavoriamo ancora cinque giorni a settimana. La transizione ai cinque giorni è avvenuta 100 anni fa. Da allora l’economia si è trasformata”.




La Commissione europea mette al bando TikTok: la richiesta a tutti i dipendenti di disinstallare l’app

La Commissione europea mette al bando TikTok: la richiesta a tutti i dipendenti di disinstallare l'app

Dopo il bando del governo federale americano, anche l’Unione europea chiede ai suoi dipendenti di non usare.  TikTok: «Decisione sbagliata e basata su pregiudizi»

Mentre TikTok diventa sempre più popolare sugli smartphone – e non solo di quelli dei più giovani ma anche degli adulti – le preoccupazioni sulla sicurezza del social cinese non fanno che aumentare. Dopo il governo federale americano, anche l’Unione europea ha sollevato i suoi dubbi, che hanno preso forma in una richiesta formale a tutti i dipendenti della Commissione (uno dei tre organi dell’Ue insieme a Parlamento e Consiglio) di disinstallare l’app dai propri telefoni. Sia da quelli professionali sia da quelli personali. Chi proprio non potrà fare a meno di scorrere i video scelti dall’algoritmo di TikTok, potrà continuare a farlo solo sul dispositivo personale, assicurandosi però che tutti i documenti relativi al suo lavoro siano eliminati. Per il momento, come detto, la richiesta è arrivata soltanto ai dipendenti della Commissione europea, ma è altamente probabile che giungerà a breve anche a coloro che ricoprono cariche al Parlamento e al Consiglio.

«Estremamente attenti a proteggere i nostri dati»

«La Commissione europea è un’istituzione e come tale ha un forte focus sulla protezione della sicurezza informatica ed è su questo che abbiamo preso questa decisione», ha spiegato Thierry Breton, commissario europeo per il mercato interno. «Siamo estremamente attenti a proteggere i nostri dati» e precisa: «No, non c’è stata alcuna pressione dagli Stati Uniti». La decisione sul bando a TikTok, ha chiarito, è stata presa dal commissario Ue Johannes Hahn. I dipendenti avranno tempo fino al 15 marzo per disinstallare l’app.

La risposta di TikTok

Arriva il commento di TikTok: «Siamo delusi da questa decisione, che riteniamo sbagliata e basata su pregiudizi. Abbiamo contattato la Commissione per mettere le cose in chiaro e spiegare come proteggiamo i dati dei 125 milioni di persone che sono su TikTok ogni mese in tutta l’Unione Europe». Al Corriere Giacomo Lev Mannheimer, Responsabile Relazioni Istituzionali Sud Europa di TikTok, ha inoltre spiegato: «Riteniamo che questa decisione sia fondata su pregiudizi. Ci preoccupa e ci delude ancora di più il metodo: è stata una decisione improvvisa che non è stata preceduta da nessun confronto. Non è l’esito di un processo chiaro e trasparente, e non è stato specificato il capo d’accusa mosso, né è stata data possibilità d’appello». Mannheimer specifica anche come questa sia una decisione interna e non politica, ma comprende che possa destare preoccupazioni tra gli utenti: «Noi abbiamo un rapporto costante con la Commissione, il nostro Ceo è stato a Bruxelles due settimane fa. Abbiamo a cuore la sicurezza degli utenti in Europa e cerchiamo di fare sempre di più. Nel dialogo con l’Unione europea è stato ripetuto un grande messaggio: qui si rispettano le regole. E TikTok le regole le rispetta: finché siamo in quel campo di gioco rimaniamo sereni e fiduciosi».

Il bando del governo americano

La decisione dell’Unione europea di prendere precauzioni sul più popolare social cinese segue a quella del governo federale americano: lo stesso presidente Joe Biden ha chiesto a fine dicembre a tutti i dipendenti di disinstallare l’app dagli smartphone usati per lavoro. Un’imposizione che arriva dopo le precedenti decisioni di diversi Stati (dall’Ohio al New Jersey) ma anche del Pentagono di vietare l’app. Il motivo? Le tante preoccupazioni di sicurezza nazionale. Che non fanno che crescere soprattutto dopo l’avvistamento – a abbattimento – di una serie di palloni-spia che sorvolavano il territorio del Nord America. Secondo gli Stati Uniti, TikTok – e la società proprietaria ByteDance – potrebbero sfruttare il social installato su milioni di dispositivi per accedere ai dati personali dei cittadini americani, nonché – nel caso del governo federale – per accedere a informazioni riservate che transitano sui telefoni dei dipendenti. TikTok aveva risposto, attraverso le parole di un portavoce, descrivendo la decisione come «un gesto politico che non farà nulla per portare avanti gli interessi di sicurezza nazionale».

La battaglia di Trump

Ora anche l’Unione europea ha deciso di alzare il suo livello di attenzione su TikTok. E così stanno iniziando a fare anche alcuni Paesi membri, come l’Olanda, che sta considerando un bando dell’app per i suoi politici nazionali. Se per l’Ue questo è il primo atto politico contro la cinese ByteDance, nel caso degli Stati Uniti la pressione su TikTok prosegue da anni. Fu Trump il primo ad annunciare un bando dell’applicazione, scatenando le proteste non solo dalla Cina ma anche tra i giovanissimi utenti americani che consideravano inaccettabile rinunciare al social. Dopo settimane di caotiche dichiarazioni, si è passati a mesi in cui la società doveva garantire che i dati dei cittadini statunitensi rimanessero su suolo americano. Non si è ancora trovata una soluzione definitiva, ma con Biden si è tornati sul tema. Ci sono promesse ma non sicurezze sul fatto che questi dati non viaggino attraverso il Pacifico per raggiungere la Cina.

Dove finiscono i dati dei cittadini europei?

In Unione europea la questione è diversa. I nostri dati sono protetti dal GDPR – il regolamento europeo sulla privacy – che prevede tra le altre cose che i dati degli europei devono rimanere in Europa. TikTok, che ha già aperto un data center in Irlanda, sta pianificando di aprirne altri due per poter contenere le informazioni degli oltre 125 milioni di utenti attivi mensilmente nel nostro continente. Al momento è poco chiaro dove finiscano i nostri dati condivisi con il social. Sebbene ci siano state tante rassicurazioni da parte del Ceo Shou Zi Chew sia alle autorità Usa sia alle autorità Ue, un recente annuncio di cambiamento della privacy policy ha rivelato come in realtà i dipendenti di ByteDance abbiamo accesso ai dati degli utenti europei, «per garantire che la loro esperienza sulla piattaforma sia coerente, piacevole e sicura». Come riporta il Guardian, la stessa responsabile della privacy di TikTok in Europa, Elaine Fox, ha spiegato: «Sulla base di una comprovata necessità di svolgere il proprio lavoro, nel rispetto di una serie di solidi controlli di sicurezza e protocolli di approvazione, e attraverso metodi riconosciuti dal Gdpr, consentiamo ad alcuni dipendenti del nostro gruppo aziendale situati in Brasile, Canada, Cina, Israele, Giappone, Malesia, Filippine, Singapore, Corea del Sud e Stati Uniti, l’accesso remoto ai dati degli utenti europei di TikTok». Saranno davvero al sicuro e il Gdpr rispettato? Non c’è molta convinzione, vista la mossa dell’Ue.




Innovazione nel rispetto della nostra cultura: come valorizzare l’industria italiana secondo Giordano Riello, fondatore di NPlus

Innovazione nel rispetto della nostra cultura: come valorizzare l’industria italiana secondo Giordano Riello, fondatore di NPlus

La Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna figurano tra le prime dieci regioni in Europa per livello di valore aggiunto industriale. Secondo i dati Istat, aggiornati al 2021, la Lombardia è in testa a questa classifica, davanti alle due regioni tedesche di Stoccarda e dell’Oberbayern, con il Veneto al sesto e l’Emilia-Romagna all’ottavo posto. E pensare che il triangolo industriale italiano mantiene queste posizioni praticamente dal 2015 e continua, anno dopo anno, a confermare il notevole cambio di passo di un settore che negli ultimi anni è cresciuto molto di più della media europea.

“L’Italia è un Paese a vocazione manifatturiera”, afferma Giordano Riello. Un classe ’89 che ha mosso i primi passi nell’azienda di famiglia tra torni, presse e trapani verticali. Un ragazzo che crede fermamente nel valore del made in Italy, della manifattura e che si ‘sporca le mani’ quotidianamente nella fase produttiva delle sue imprese.

I primi passi nella Aermec, l’azienda di famiglia

Tra queste Aermec, fondata nel 1961 in Veneto e parte integrante della Giordano Riello International Group, gruppo diversificato di aziende con un fatturato aggregato di più di mezzo miliardo di euro, duemila collaboratori e otto stabilimenti produttivi. Aermec è la più grande del gruppo, con 800 collaboratori e 320 milioni di fatturato: “Tutto nacque a inizio ‘900 con la Riello, azienda che produceva caldaie. Negli anni ’60 mio nonno, per far fronte alla stagionalità di cui soffre questo tipo di prodotto, in seguito a un viaggio negli Stati Uniti iniziò a importare l’aria condizionata in Europa. Oggi la Riello Condizionatori, diventata Aermec, è leader europea della climatizzazione dell’aria”.

Oltre al nome, Giordano ha ereditato dal nonno il fiuto imprenditoriale e la passione per la fabbrica: “Durante i periodi estivi mi portava con sé in attrezzeria e mentre lavorava mi affidava dei compiti. Un giorno mi mise in mano la lima e un pezzo di ferro: avrei dovuto restituirgli a fine stagione estiva un cubo perfetto. Tutt’altro che semplice per un bambino”. E se oggi Riello è dirigente commerciale di questa azienda, non è soltanto per meriti ereditari: “Si entra nel gruppo soltanto se si fonda un’impresa manifatturiera sul territorio italiano con i capitali del mercato. Se l’azienda genera utili, si ha il permesso di entrare nell’azienda madre con ruoli operativi”.

La fondazione di NPlus nel 2016 e l’ingresso nella Riello

Un’ottima strategia per assicurare il ricambio generazionale. Un po’ per legittimare il suo ingresso nella Aermec, un po’ per un richiamo naturale verso il mondo dell’imprenditoria, Giordano fonda nel 2016 NPlus, società specializzata in progettazione e produzione di elettronica, attiva nel campo del monitoraggio strutturale di edifici, ponti e viadotti. Tra le aziende tecnologiche più avanzate del settore, ha chiuso il 2022 con 5,8 milioni di euro di fatturato e rappresenta un punto di riferimento a livello europeo.

“Con i nostri hardware andiamo a effettuare il cosiddetto structural health monitoring delle infrastrutture italiane, informando i gestori sullo stato di degrado e individuando eventuali criticità”, afferma il fondatore, che tra le referenze più importanti vanta le colonne del Duomo di Milano, sulla cui cima la Madonnina protegge la città. Un asset strategico invidiabile, all’interno di un settore in cui il crollo del Ponte Morandi ha acceso improvvisamente i riflettori: “Le opere in calcestruzzo compresso hanno una vita di circa 70 anni e sono state realizzate quasi tutte nel dopo guerra, intorno agli anni ’60: dunque è necessario verificare il loro stato di salute in questo momento”. E soprattutto orientare sapientemente le opere di manutenzione: “Non tutte le infrastrutture ne hanno bisogno in egual misura: i nostri monitoraggi permettono di indirizzare al meglio i controlli, ottimizzando al massimo le spese”.

In NPlus innovazione e rispetto della nostra cultura: “Basta scimmiottare la Silicon Valley”

Se non dovesse bastare il crollo del Ponte Morandi, a certificare l’importanza della manutenzione delle infrastrutture c’è il tema della viabilità: bloccare un’arteria di comunicazione tra Nord e Sud del Paese significa bloccare il Pil. “La politica deve porre attenzione a questo aspetto”. NPlus, dal lato suo, sta impiegando ogni mezzo a sua disposizione: le collaborazioni aperte con tre università e lo spirito giovane che si respira nel reparto ricerca & sviluppo – ci sono tre dottorati di ricerca e una prevalenza femminile nell’organico – testimoniano il suo impegno: “Stiamo sviluppando algoritmi di analisi dei dati e sistemi di autoapprendimento. Il machine learning e l’intelligenza artificiale sono due asset su cui stiamo spingendo molto, ma è anche e soprattutto l’atmosfera che si respira in fabbrica a fare la differenza”.

Con un matrimonio, due figli e una bambina in arrivo, Giordano Riello crede fermamente nei valori della famiglia, “la startup più bella che abbia mai fondato”. Crede nell’importanza di estenderli all’interno dell’azienda. E spera che il nostro Paese possa investire di più nel settore manifatturiero e nei giovani. “Non dobbiamo scimmiottare il modello d’impresa della Silicon Valley. Non che sia sbagliato, ma non rispecchia la nostra cultura. Dobbiamo reinterpretare quella che è la nostra storia in chiave moderna e dare sostegno alle imprese costituite dai giovani, che rappresentano il futuro della nostra industria, semplificando il quadro normativo esistente e introducendo nuovi incentivi fiscali”.

L’importanza di difendere il made in Italy nel mondo

Sempre per valorizzare e difendere il nostro più grande tesoro: il made in Italy. Un patrimonio che, se fino a qualche anno fa ci
permetteva di dormire sonni tranquilli, oggi è minacciato da una competizione più aggressiva. Il made in China, la manifattura tedesca e quella francese stanno crescendo in qualità e la bellezza del prodotto italiano non è più un fatto da dare per scontato. Riello difende le proprie origini all’estero non soltanto attraverso l’attività imprenditoriale, ma anche grazie alla sua esperienza passata in Confindustria Giovani e a quella attuale come vicepresidente di Confindustria Ungheria: “Ho conosciuto Budapest quando mio padre ha fondato la Rpm Hungaria, azienda che produce motori elettrici per il condizionamento”, afferma Giordano.

“L’Ungheria è un territorio molto importante a livello logistico: è vicino all’Italia, i costi sono inferiori ed è una porta verso l’Oriente. Ci sono molte pmi e la manodopera è qualificata: mi auguro che gli scambi commerciali con l’Italia possano prosperare”. Tutto questo dipenderà anche dalle politiche che verrano messe in atto dal nostro Paese, dalla sua capacità di rimanere competitivo, di garantire l’alto tasso di innovazione che gli ha permesso di rappresentare il traino dell’industria europea dal 2015 a oggi, di generare politiche di attrazione di talenti, di incentivare l’imprenditoria femminile e di continuare a seguire la propria vocazione: quella di un Paese manifatturiero, che ha costruito sulla manifattura le sue fortune. Giordano Riello, nel suo piccolo, lo sta facendo.




Le Culture del XXI Secolo

Le Culture del XXI Secolo

Superare il concetto di “digitalizzazione”

Una delle grandi sfide del XXI secolo sarà far convivere le complesse, stratificate, millenarie radici che abbiamo ereditato con le nuove ali in grado di far volare la matassa culturale ed artistica.

Superata, non senza qualche fatica, la dialettica tra fisico vs digitale, il dialogo si è focalizzato sul ruolo del digitale nella nostra quotidianità. L’approccio che ha prevalso è quello sintetizzabile come digitalizzazione. Termine diventato d’uso comune che nasconde una visione pienamente novecentesca nell’accettazione ed integrazione di nuovi linguaggi ed una propensione puramente tecnologica a scapito della matrice artistica e creativa.

Come suggerisce lo stesso vocabolo, digitalizzazione significa partire da un patrimonio fisico pre-esistente per convertirlo in un nuovo contenitore digitale. In questo è già ravvisabile l’idea del digitale come estensione del fisico e non come spazio di produzione indipendente, ma ci torneremo.

Archivi, quadri, statue, opere teatrali, edifici, spazi urbani, concerti vengono travasati nei “nuovi” mondi e diventano virtual tour, passeggiate dei direttori via Youtube, streaming di performance, archivi digitali. Questa ossessione per la de-materializzazione acquisisce valenza strategica se intesa come punto di partenza per future rielaborazioni altrimenti rischia di configurare un depauperamento dell’originale.

In fondo è impossibile chiedere molto ad un atto meramente tecnologico in cui non interviene alcuna nuova forma, o rielaborazione, creativa ed artistica.

Se si escludono le ragioni di ricerca e accessibilità, chi visiterà i numerosi database di beni culturali digitalizzati su cui sono già stati investiti centinaia di milioni di euro? Chi visiterà mai una città in modalità virtual tour quando può recarvisi fisicamente? Chi preferirà assistere in streaming alla Cavalleria Rusticana quando vi è la possibilità di esserne parte in un teatro?

Porto un esempio a esemplificazione di questa visione.

Dopo un iniziale successo commerciale accompagnato da numerosi articoli che lasciavano presagire la morte del libro cartaceo, il Kindle ha progressivamente visto calare i propri dati di vendita. A distanza di vent’anni dalla digitalizzazione avviata da Amazon ed altri player tecnologici, non solo il libro cartaceo non è morto ma sembra essere più vivo che mai. Se sono innegabili alcuni benefici legati al trasferimento tecnologico come la possibilità di ingrandire il carattere di lettura, immagazzinare grandi quantità di libri in soli cento grammi di scatola tecnologica o impostare ricerche velocemente tra migliaia di libri, questa esperienza di digitalizzazione non ha minimamente alterato i tre grandi pilastri di ogni esperienza culturale:

  • PRODUZIONE: la modalità con la quale si concepiscono e scrivono i libri non è cambiata nel passaggio dal libro fisico al lettore digitale.
  • CIRCUITAZIONE: Il modello economico e distributivo non è sostanzialmente cambiato. Il libro si acquista e la filiera distributiva è rimasta pressoché identica con Amazon che si sostituisce alle librerie.
  • FRUIZIONE: Il modo in cui si legge un libro digitale è identico ad uno cartaceo, da pagina 1 a pagina 100 e da sinistra e destra (almeno in Occidente).

Digitale Nativo: verso nuovi contenuti

La digitalizzazione non solo non innova il modello pre-esistente ma spesso perde alcune delle caratteristiche intrinseche. Nel caso del libro perde l’odore delle pagine, la tattilità dello sfogliare il materiale cartaceo ed anche i processi di sottolineatura e prendere appunti rendono meno coinvolgente la nuova esperienza.

La risposta alla digitalizzazione è quella che amo chiamare Digitale Nativo. Un nuovo contenuto è pensato appositamente per un nuovo contenitore. Un’operazione in cui la componente tecnologica è sempre sussidiaria a quella creativa e culturale (al contrario di quanto accade nella digitalizzazione). Il contenuto può essere di totale nuova immaginazione o attingere a dei linguaggi e contenuti precedenti per ri-mediarli nella nuova esperienza.

Rimanendo nell’esempio connesso al libro, potrebbe essere l’evoluzione portata avanti da piattaforme come WATTPAD in cui si prova a disarticolare completamente il modello tradizionale. La comunità di centinaia di milioni di lettori e scrittori, largamente under 20, presenta una inedita modalità di scrittura. L’autore, che in un’epoca di digitale nativo ha più senso definirlo attivatore, scrive su una piattaforma che consente al lettore di leggere in tempo reale man mano che le righe, le pagine ed i capitoli prendono forma. La comunità può inserire suggerimenti, indirizzare la storia così come i personaggi ed i dialoghi. Nascono addirittura amicizie e dialoghi tra i follower di quell’opera work in progress, una vera e propria comunità di pratica che si coalizza intorno ad un contenuto non ancora cristalizzatosi.

I metaluoghi saranno processo ancora prima che prodotto. Paradossalmente saremo davanti a quello che definisco “opere nell’era della irriproducibilità tecnica” con le tecnologie native digitali in grado di invertire l’assunto del 1936 elaborato da Walter Benjamin. Se le tecnologie, e nel nostro bipolarismo la digitalizzazione, hanno favorito la riproducibilità tecnica potenzialmente infinita di un’opera d’arte, oggi i processi generativi la rendono mai finita e quindi irriproducibile (se non in un caleidoscopio di varianti). È quello che accade nelle installazioni di collettivi composti da centinaia di artisti come il giapponese Teamlab, è ciò che accade nei dialoghi con le intelligenze artificiali o ancora in quei videogiochi che offrono possibilità generatrici ai giocatori come Minecraft o Roblox.

Da attrattore ad attivatore

Un luogo culturale che porta avanti pratiche di digitalizzazione continua in una visione da Attrattore Culturale. Il luogo ambisce ad attrarre, fisicamente fino a pochi anni fa e digitalmente più recentemente, visitatori nei propri spazi, tempi e modalità. In sintesi sono le persone a dover fare uno sforzo di avvicinamento verso quel contenuto culturale. È questa la strada per essere rilevanti, memorabili e coinvolgenti nella vita di 8 miliardi di persone?

Lavorare sul digitale nativo per traslazione significa, invece, sperimentare approcci da Attivatore Culturale.

È un superamento dell’idea di attrattore da intendersi come un bene, materiale o immateriale, che avoca una centralità verso cui i pubblici dovranno convergere nei tempi e negli spazi indicati. È così per un museo, che tende a voler diventare un attrattore generando processi di gentrificazione culturale. L’attivatore invece trasporta il proprio contenuto nei tempi e nei luoghi dei pubblici e si avvale, necessariamente, di differenti linguaggi e della creazione e co-creazione dei pubblici che diventano soggetti attivi della circuitazione.

Le politiche tradizionali di tutela dell’immagine rientrano nella sfera dell’attrattore quasi in antitesi con istanze di accesso, rimodulazione e libero riutilizzo, anche commerciale, portate avanti spontaneamente nella rete o da istituzioni come Rjijksmuseum di Amsterdam che sono incasellabili nell’attivazione culturale. È un cambio epocale: da secoli siamo abituati ad un modello economico fortemente connesso alla proprietà intellettuale e diritto d’autore, al pagare per accedere a quell’atto creativo molto autoriale. Per quasi tutta la storia dell’uomo parole come diritto d’autore, proprietà intellettuale, copyright non sono esistite: questo sistema di tutela inizia a nascere a seguito della rivoluzione tecnologica della stampa a caratteri mobili e bisognerà attendere il 1700 per vedere emanati i primi corpus legislativi sulla tutela. Nelle società pre-alfabetiche così come nell’Antica Grecia o ancora nel Medioevo rielaborare creazioni altrui non solo era la norma ma anche parte integrante dei processi artistici e di diffusione e valorizzazione di quel contenuto. Ciò che è accaduto esclusivamente negli ultimi 500 anni entrerà a breve in una profonda crisi, perché ogni grande cambiamento tecnologico porta ad una distruzione e ricostruzione dei rapporti sociali, identitari ma anche economici.

Un nuovo modello di creazione del valore

L’ancoraggio a vecchi paradigmi, si pensi alle recenti sentenze sull’utilizzo dell’Uomo Vitruviano o al mercato degli NFT che provano ad attribuire chiuse proprietà in un’epoca di mura aperte, certifica la crasi in atto tra i vecchi sistemi novecenteschi o di digitalizzazione, ed i nuovi modelli di creazione collettiva e connettiva della pratica artistica.

Oggi il vero valore dei beni materiali ed immateriali è generato dalla ripetizione dell’esposizione a quel contenuto e la facilità con la quale, tecnicamente e legislativamente, potrà essere ripreso, rielaborato e re-immesso nella rete.  È ciò che ha dimostrato pioneristicamente il Rjiksmuseum che, oltre una dozzina di anni fa, ha non solo digitalizzato e reso accessibili le proprie collezioni ma ha anche attribuito loro il libero utilizzo anche commerciale. A fronte di una immediata perdita di revenue generate dalla cessione dei diritti, si è assicurata nel medio-lungo periodo un aumento dei visitatori paganti, nuovi e diversificati incassi da bookshop, un aumento del valore delle proprie collezioni, un più ampio pubblico internazionale esposto ai contenuti e messaggi dell’istituzione etc etc. La continua circuitazione delle opere, la rielaborazione creativa da parte di creativi digitali e di aziende tradizionali (opere sui packaging del latte, texture a tema Van Gogh etc etc) ha aumentato il valore dell’originale ed aperto la strada a nuovi ed inediti modelli economici.

Il superamento dell’attuale diritto d’autore è un fattore fondante per il passaggio dalla digitalizzazione al digitale nativo. Per tutelare una percentuale infinitesimale di contenuti blockbuster (si pensi alle estensioni ad personam di cui gode la Disney), si condanna alla irrilevanza il 99% del patrimonio creativo mondiale. Come potrebbero diventare centrali archivi come le Teche Rai o Alinari se provassero a cambiare il proprio approccio verso ciò che conservano. Un immenso serbatoio creativo sostanzialmente inaccessibile per via delle restrizioni economiche e procedurali, che invece potrebbe generare nuove economie laddove libero di sprigionare le proprie ali grazie alle riprese di makers analogici e digitali.

Il modello economico potrebbe essere non più legato alla contrattazione individuale per accedere a quel contenuto ma, ad esempio, ad una percentuale legata all’eventuale successo di quella rielaborazione. O ancora come accaduto in ambito musicale, la distruzione del modello tradizionale basato sulla vendita degli album è stato compensato da incassi aumentati legati al concerto (più circola quella canzone liberamente maggiore sarà l’esposizione dell’artista), al boom del merchandising ed a nuove forme di interazione economica diretta tra artista e fan.

Quello che a prima vista potrebbe apparire come un depauperamento dell’opera in realtà conferisce una maggiore aura ed eternità. La riappropriazione creativa e popolare della matassa culturale di partenza ha consentito ai poemi omerici, alla Bibbia, alla Divina Commedia, alla fotografia Tank Man di Widener o ancora a Peter Pan di sopravvivere nei millenni o secoli. Cosa sarebbe accaduto se la Divina Commedia fosse stata congelata dal diritto d’autore? Avremmo perso la recitazione intorno al focolare dei contadini toscani, non sarebbero nate opere d’arte figurative come la Porta dell’Inferno di Rodin, Dorè non avrebbe potuto creare le iconiche incisioni e non sarebbero nati videogiochi come Dante’s Inferno. Questa continua ripresa ha contribuito a rendere ancora più classica l’opera e progressivamente attualizzarla in contesti cronologici successivi. Oggi la ripetizione dell’esposizione, la velocità con la quale circola e la facilità con la quale può essere rielaborata, forma il perimetro di una immagine. Tanto più è libera di viaggiare, anche a costo di essere interpretata in modo diametralmente opposto rispetto al pensiero dell’attivatore (Peter Pan che diventa addirittura una sindrome trattata in psicologia) maggiore sarà l’insorgenza di processi di spettattorialità.

Spettatore – spettATTORE – spettAUTORE

Una pre-condizione dei contenuti interattivi è la loro ripresa, mix, alterazione, condivisione e riappropriazione. Lo spettatore diventa spettATTORE attraverso un protagonismo a diversi gradienti che, pur mantenendo spesso chiara la matrice originaria del contenuto, consente al suo interno forme di protagonismo e partecipazione.

Al ruolo dello spettATTORE, negli anni recenti, sta subentrando lo spettAUTORE. Da intendersi come coloro i quali non si limitano ad agire all’interno di una cornice di movimento più o meno rigida ma creano e co-creano nuovi contenuti. Talvolta generati ex novo, in altri casi partendo da un contenuto/linguaggio pre-esistente, questa nuova generazione di creatori rompe definitivamente gli schemi del passato contribuendo ad un radicale passaggio dal focus sul “prodotto” finale a quello sul “processo”. Sintetizzando e semplificando si potrebbe affermare che il processo ha una attivazione iniziale e mai una fine, l’opera è in costante divenire e chi la maneggerà come spettatore la vivrà sempre in uno stadio intermedio. L’immagine interattiva come segno espressivo della società del XXI secolo con tutte le sue contraddizioni dettate dall’istantaneità, velocità, precarietà, desiderio di protagonismo e partecipazione.

Il futuro è un rapporto osmotico tra le competenze

Ho volutamente evitato di soffermarmi sulle singole tecnologie oggi in voga: realtà virtuale, realtà mixata, realtà aumentata, intelligenza artificiale, blockchain, metaverso perché da sole non fanno altro che creare nuove verticalità e spostare i perimetri dallo spazio materiale al nuovo spazio immateriale. Il futuro è nelle mani di quelle istituzioni che sapranno coniugare al proprio interno competenze umanistiche e scientifiche, un rapporto osmotico necessario a guidare la complessità del XXI secolo. Da questo dialogo nasceranno le risposte sulle nuove concezioni di spazio e tempo, il ruolo dello spettatore, i nuovi modelli economici legati alla produzione e circuitazione dei contenuti.

Anche perché, può sembrare paradossale, più si andrà avanti più conoscenze che sembravano ormai desuete acquisiranno nuova centralità. Per far funzionare le intelligenze artificiali come MidJourney e ChatGPT ritorna centrale la conoscenza linguistica ed il bagaglio lessicale unito all’immaginazione. Come potremo generare contenuti di qualità se non saremo in grado di fornire comandi (prompt) estremamente immaginifici, creativi e variegati?

ABSTRACT

Every profound technological change is matched by an ‘initial phase of rejection, followed by a superficial co-optation in which innovation is ancillary to the pre-existing model, and then leading to a traumatic disarticulation of what was there before in favor of what will be there in the future. Ideally, closing the cycle is the moment of re-mediation, in which the past and the present are sublimated, giving rise to social transformation. How will change the ways in which content is produced, circulated, and enjoyed in an era of “native digital” outpacing the current “digitization” paradigm? What will the audience’s role be in a society where space and time cancel out? How will copyright be overcome in an age when many of the new productions are collective and connective and therefore no longer crystallizable?




Medicina: dalla chemioterapia al parto, come funziona la realtà virtuale contro il dolore

Medicina: dalla chemioterapia al parto, come funziona la realtà virtuale contro il dolore

Creare mondi virtuali per ridurre il dolore cronico. Questo nuovo e suggestivo scenario potrebbe rivoluzionare la medicina, sempre alla ricerca di cure aggiuntive e più efficaci di quelle tradizionali. Tanto che la Fda, la Food and Drug Administration, l’agenzia statunitense che regolamenta i farmaci, a maggio 2022 ha autorizzato il primo trattamento per il dolore basato sulla realtà virtuale (VR) contro la lombalgia. Una vera e propria “terapia della distrazione”, come l’ha definita Antonio Giordano, oncologo, direttore dell’istituto Sbarro di Filadelfia e professore all’Università di Siena.

Come funzionano i visori e la loro utilità in ambito medico

Gli aspetti positivi di questa terapia sono molteplici: il visore regolarizza la respirazione e favorisce sensazioni di benessere utili a tenere a bada ansia, paura e depressione, così da facilitare la riabilitazione dopo un ictus o altre patologie, a gestire le contrazioni del parto o lo stress causato da chemioterapia e terapie dolorose. Secondo lo studio SnowWorld, il primo di questo genere e risalente a fine anni Novanta, i benefici di questa terapia sono paragonabili a quelli che danno gli oppioidi per via endovenosa, portando così una diminuzione dell’attività neuronale nelle zone collegate al dolore. Per Giordano, la VR può essere considerata un ottimo alleato dei farmaci: “Certamente non la si può considerare un suo sostituto, ma sicuramente un elemento utile che funziona in sinergia con loro. Trovandoci nell’era della terapia personalizzata, bisogna individuare la cura giusta per la singola persona e in molti piani sono previsti regimi combinatoriali”.

I progetti in Italia: “the patient dream” a Roma e i trattamenti di bulimia a Verona

“L’utilizzo della VR permettere di ridurre i livelli di stress e rendere più “piacevole” il tempo trascorso all’interno della struttura ospedaliera. L’idea è quella di creare una sorta di sollievo dalla realtà, senza la necessità di ricorrere ad altre terapie o prescrizioni mediche”, afferma Giordano, che ormai da molti anni sostiene l’introduzione dei visori durante le infusioni anti-cancro. Nel 2015, una ricerca all’ospedale Giovanni Pascale di Napoli, coordinato da un team di medici tra cui lo stesso Giordano, ha dimostrato che durante la chemioterapia la realtà virtuale abbassa il rischio di nausea, reazioni avverse e quindi di discontinuità nelle sedute, da risultare persino superiori a quelli ottenuti con la musicoterapia.

Altre iniziative sono state realizzate in Lombardia, Puglia e Lazio, dove ha destato grande interesse, nel 2019, il progetto dell’ospedale Regina Elena di Roma ‘The patient dream’, che ha permesso a donne sotto chemioterapia di utilizzare i visori per estraniarsi dalla realtà e ridurre così angoscia e stress in corso di terapia.

“Alcuni istituti ospedalieri italiani stanno implementando la VR nei loro protocolli di cura”, afferma Giordano. I visori si sono rivelati importanti anche nelle cure odontoiatriche e per la diagnosi e il trattamento dei disturbi psichiatrici, soprattutto di tipo ansioso e nel comportamento alimentare. Bulimia e anoressia sono stati così affrontati fino all’emergenza pandemica nella clinica veronese Villa Santa Chiara.

Lo studio di Giordano: chi usa la VR è meno ansioso

Nel gennaio 2020 Antonio Giordano pubblicò uno studio sulla rivista scientifica ‘Journal of Cellular Physiology’, mostrando l’efficacia dell’utilizzo della realtà virtuale durante i trattamenti chemioterapici. A 94 donne sottoposte a chemioterapia sono stati effettuati dei test per misurare con precisione lo stress e l’umore prima e dopo il trattamento.

Durante la chemioterapia, queste sono state divise in tre gruppi: il primo ha indossato un visore di realtà virtuale, il secondo ha ascoltato della musica, mentre il terzo non ha ricevuto alcun trattamento di supporto. I risultati hanno mostrato che il gruppo che ha fruito della VR ha potuto beneficiare della terapia con un abbassamento sostanziale dei livelli di ansia, mentre nel gruppo di donne senza visore e musica come supporto l’ansia non è diminuita e l’umore in alcuni casi è peggiorato dopo la chemioterapia.

Giordano: “La risposta dei pazienti è positiva, ma c’è ancora molta strada da fare”

“Il nostro studio ha evidenziato l’innovatività di questa tecnologia e le sue potenziali applicazioni nell’ambito della riabilitazione oncologica e la telemedicina – afferma Giordano – Credo però che ci siaancora molto da fare”.Poi conclude: “Grande sfida sarà comprendere il processo biomolecolare o neurologico che comporta l’efficacia della VR”. Per il momento la risposta dei pazienti è positiva e in molti accettano di buon grado il trattamento: “Ovviamente è soggettiva come cosa, dipende dalla componente caratteriale del paziente e dal tipo di patologia che deve affrontare, ma tendenzialmente i pazienti oncologici sono sempre disponibili nello sperimentare nuove cure”. Una conferma che la cura sarà anche virtuale, ma i suoi effetti sono molto concreti.