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Eni vs Report, il modello di gestione delle crisi nell’era digitale

Eni vs Report, il modello di gestione delle crisi nell’era digitale

Sono passati sette anni da quella domenica sera di un freddo dicembre del 2015 in cui, per la prima volta, un’azienda rispondeva, in diretta, a una trasmissione televisiva attraverso i social. Da allora quello che è stato definito “Eni vs Report” è diventato un format utilizzato e reinterpretato da molte altre aziende (recentissimamente da Fileni vedi qui) per gestire situazioni critiche legate a una sovraesposizione mediatica televisiva. Accanto a questo la strategia di risposta è diventata oggetto di molte tesi universitarie ed è regolarmente citata in corsi e lezioni come caso di studio.

Che io debba molto professionalmente a quest’idea che proposi durante una riunione convocata per decidere come gestire le richieste della trasmissione “Report”, è un dato di fatto. Così come è un dato che nulla sarebbe stato possibile senza che l’allora direttore della comunicazione, Marco Bardazzi, la sposasse e la supportasse in pieno mettendoci direttamente la faccia, e senza che tutto il team della comunicazione di Eni la realizzasse con un durissimo lavoro (non smetterò mai di ringraziare, Andrea Andreoni, Viviana Esposti e Vincenza Gargiulo).

In cosa consiste il modello di risposta “Eni vs report”? Nel costruire un vero e proprio palinsesto di risposte sui social, alle singole contestazioni mosse da una trasmissione televisiva, durante la loro messa in onda. Un vero e proprio contraddittorio crossmediale, costruito sfruttando appieno quello che viene definito il “second screen” ovvero le conversazioni social che si sviluppano a commento di quel che si vede in Tv.

L’obiettivo principale è dimostrare “forza”, sia nella fondatezza e solidità dei fatti che vengono contro dimostrati e contestati, sia nella scelta stessa di rispondere, punto su punto, il che rappresenta bene la sicurezza dell’azienda e mette percettivamente in discussione la totale affidabilità di quanto sostenuto nella trasmissione stessa.

Instillare il dubbio nella audience, quindi, e affrontare la issue critica sia da un punto di vista dei contenuti ma anche e soprattutto da un punto di vista dialettico, cercando la migliore rappresentazione possibile al fine di governare la percezione reputazionale dell’azienda stessa. Partendo dall’assunto che oggi le crisi non sono governate dal sistema mediatico (leggi giornali e giornalisti) bensì da tutti gli utenti che autogenerano la narrazione grazie alle loro reazioni pubbliche e visibili sulle piattaforme social. Sono queste che diventano “notizia giornalistica”.

Tutto questo si basa ovviamente sulla certezza e veridicità delle proprie posizioni e argomentazioni. Non a caso, nel caso di Eni vs Report, l’esito dell’inchiesta giudiziaria su cui era incentrata l’inchiesta giornalistica, ha visto, recentemente, l’assoluzione con formula piena di tutti gli indagati, a partire dal Ceo di Eni sino all’azienda stessa.

Ma anche nel caso di vulnerabilità dell’azienda la logica non cambia. Anche l’ammissione dell’errore, le scuse, il racconto delle intenzioni riparatorie chiedono una precisa rappresentazione, prima ancora di una semplice trasmissione dell’informazione.

Ma andiamo con ordine

La cronaca dei fatti

La storia dello scontro “Eni vs Report” inizia con la classica richiesta d’intervista televisiva della trasmissione di giornalismo investigativo, ai tempi condotta da Milena Gabanelli, all’AD di Eni. Un’intervista che sarebbe stata registrata, senza alcuna possibilità di contraddittorio e montata dalla redazione di Report, senza alcuna possibilità di controllo, inserita in un servizio che avrebbe sostenuto il coinvolgimento dell’azienda in un caso gravissimo di corruzione internazionale. Da un punto di vista percettivo e reputazionale un vero disastro annunciato.

La trasmissione sarebbe andata in onda senza che l’azienda avesse potuto dimostrare al pubblico di avere argomenti solidi per replicare a dubbi e accuse. L’unica possibilità di replica sarebbe stata il giorno seguente, non sulla stessa piattaforma ma attraverso il classico comunicato stampa, ripreso da pochi media e con scarsa evidenza, ottenendo un impatto comunicativo e percettivo molto ma molto inferiore rispetto a quello della trasmissione stessa. Una vera e propria “esecuzione mediatica”.

Le strategie di gestione a disposizione quindi erano le solite: rifiuto dell’intervista in video, richiesta di domande scritte e produzione delle relative risposte – velocemente riassunte in diretta televisiva dalla conduttrice – comunicato stampa il giorno dopo. Non bastava, era necessario governare la percezione degli stakeholders e non subire l’onda negativa dell’inchiesta. Per ottenere questo risultato era necessario prendersi il diritto di replica e ribattere tema su tema, come fosse un vero e proprio “duello” dialettico. Ma come?

Fu proprio il concetto di conversazione a ispirare la soluzione. Report era la trasmissione giornalistica italiana con il più importante second screen: un ambiente digitale, soprattutto Twitter, dove i telespettatori commentavano i servizi della trasmissione, in tempo reale.

Conversare quindi, questa era la soluzione. Prendersi il diritto di replica, in tempo reale, attraverso il second screen di Report e contemporaneamente aprire una conversazione con gli spettatori, per portare alla loro attenzione le contro argomentazioni.

L’idea strategica era quindi governare la percezione dei telespettatori della trasmissione e degli stakeholders dell’azienda attraverso l’attivazione di una conversazione digitale con gli stessi telespettatori, contemporaneamente alla messa in onda del servizio giornalistico, in modo da poter controbattere argomento su argomento.

Un vero contradditorio crossmediale, un cross-over fra televisione e social network che di per sé, oltretutto, avrebbe ottenuto l’attenzione mediatica per la sua originalità. Oltretutto una simile reazione da parte dell’azienda avrebbe avuto anche un rilevante significato per le persone di Eni, che avrebbero visto l’azienda stessa reagire alle accuse con orgoglio e, soprattutto, con fatti e argomentazioni solide.

Se questa era la strategia, la tattica richiedeva invece uno studio attento e un dispiegamento di strumenti e risorse importante. La prima cosa che decidemmo fu di sfruttare il fattore sorpresa e per questo fu mantenuto il massimo riserbo su quanto sarebbe accaduto la domenica sera della messa in onda di report.

Fu organizzato un team operativo che, sfruttando le risposte scritte preparate per le domande che intanto la redazione di Report ci aveva inviato (approvate da tutte le funzioni aziendali e quindi pubblicabili), realizzò una serie di tweet che controbattevano ogni singola argomentazione negativa che si potesse dedurre dalle domande stesse o che rappresentassero possibili argomentazioni negative mosse all’operato dell’azienda. In buona sostanza si cercò di prevedere la struttura giornalistica dell’inchiesta, anticipandone fonti, argomenti e tesi e per ciascuna di queste vennero creati uno o più tweet da utilizzare per controbatterle.

Venne poi allestita una pagina del sito istituzionale (ancora visibile qui frutto dello splendido lavoro di Roberto Ferrari e di tutto il suo team) nella quale pubblicare l’intera versione dell’azienda, supportata da documenti e da ogni evidenza necessaria a dimostrare le tesi difensive. In ciascun tweet fu inserita la url della pagina del sito, in modo da condurvi l’attenzione degli utenti: l’obiettivo era una replica informata e supportata da documenti ed evidenze.

Infine fu studiata la struttura della trasmissione: tempi, durata dei servizi e ritmo del montaggio, alternanza fra conduzione in diretta e servizio registrato, rientri in studio, ecc. Su questa base fu studiato un vero e proprio storyboard per adattare il ritmo e la tempistica delle risposte a quelli del programma, per renderle le più efficaci possibile.

La sera della trasmissione il team si riunì in ufficio, insieme con i colleghi di altre strutture (Ufficio stampa, legali, IT), per supporto nel caso la trasmissione toccasse argomenti non previsti e si dovessero realizzare risposte all’impronta. Il team – supportato splendidamente sin dall’inizio dall’agenzia esterna, Doing – venne organizzato dedicando una persona al monitoraggio della rete (in costante collegamento con gli analisti dell’agenzia), per analizzare l’evolvere della conversazione e capire in tempo reale le eventuali criticità e identificare chi partecipasse. Un altro membro del team era dedicato a pubblicare i tweet e un altro i commenti su FB. I contenuti erano infatti stati replicati anche per Facebook.

Ogni contenuto era numerato e suddiviso per tema, arricchito da infografiche e visual. Io mi occupavo di coordinare il flusso. Man mano che la trasmissione procedeva era sufficiente chiamare un numero affinché i membri del team pubblicassero il contenuto più adatto a controbattere il tema che in quell’istante era in onda.

Il “duello” durò circo un’ora e nel mentre attirò l’attenzione dei media digitali che “coprirono” immediatamente la notizia che l’azienda stesse rispondendo a Report sui Social Network. Questo innescò un dibattito parallelo che coinvolse molti giornalisti e opinion leaders sul web e “spostò” l’attenzione dal tema della trasmissione alla risposta messa in atto dall’azienda (su questo lo studio di The Fool). La stessa cosa accadde il giorno dopo quando su tutti i media generalisti e specializzati la notizia fu la risposta digitale di Eni a Report e non il tema dell’inchiesta giornalistica (esempi Repubblica, Corriere della SeraWiredLa StampaBottomUpCorriere delle ComunicazioniAgoràVoxFerpiSocialCom).

Eravamo riusciti a gestire una possibile crisi in maniera resiliente, ribaltandola a nostro favore e trasformandola in un potente driver reputazionale, interpretando al meglio la natura stessa dei social network: piattaforme che abilitano la conversazione e non strumenti editoriali. Dimostrando inoltre la natura profondamente crossmediale della comunicazione nell’era del digitale.

Non solo una modalità di risposta ma il modello di crisis management al tempo del digitale

Il modello di gestione della crisi rappresentato da “Eni vs Report” interpreta efficacemente le particolarità delle issues critiche nell’era del digitale. Il modello predigitale chiedeva una prontezza di produzione e fornitura di informazioni perché la crisi era intermediata dal sistema mediatico e l’obiettivo era, appunto, fornire tempestivamente i giusti dati e le giuste informazioni per governare la narrazione del fatto, costruita dai giornalisti. Con il digitale la narrazione non appartiene più solo ai giornalisti ma soprattutto agli utenti stessi, che l’auto generano con i loro commenti e le loro prese di posizione polarizzate. Non conta più solo cosa si dice ma come lo si dice. Conta la percezione che le audiences traggono dalla forza, la modalità, la sicurezza, la forma della risposta di un’azienda coinvolta in una crisi. Al centro del processo c’è la rappresentazione prima ancora dell’informazione.

Il modello “Eni vs Report” si fonda sulla capacità di un’azienda di controbattere, in maniera decisa, solida e argomentata non tanto e non solo alle argomentazioni ma al contesto mediatico nel quale queste vengono diffuse, a una rappresentazione, quindi. E per farlo è necessario costruire una “contro rappresentazione”, in grado di indebolire, mettere in discussione quella critica e “decentralizzare” la conversazione.

Una contro rappresentazione che necessariamente deve svilupparsi sulle piattaforme nelle quali le audiences assistono e commentano ciò che accade, utilizzando lo stesso linguaggio e gli stessi format contenutistici (video, grafiche, infografiche, foto) che sostengono la issue critica. Prevedendo e gestendo soprattutto la reazione emotiva ed emozionale delle audiences.

Perché tutto questo sia possibile è però necessario “gestire la crisi quando la crisi non c’è” ovvero operare una profonda e attenta attività di risk assestement e di risk management, prevedendo i possibili scenari, pre-organizzando le strategie di risposta e preparando sia il team che i contenuti.

Il modello di reazione “Eni vs Report” è evidente che non possa e non debba essere applicato a ogni issues ma il razionale che lo sostiene è non solo attualissimo ma è il cuore del crisis management moderno.

Al centro delle crisi oggi non c’è più l’informazione ma la rappresentazione e la capacità di governare la percezione delle azioni e delle reazioni dell’azienda agli occhi delle audiences.




Il coding a scuola per lo sviluppo del pensiero computazionale

Il coding a scuola per lo sviluppo del pensiero computazionale

Il mondo del lavoro richiede un numero sempre maggiore di figure professionali esperte nella programmazione, sia per costruire i nostri luoghi di interazione virtuale – siti web, app e sistemi operativi – sia per far funzionare gli oggetti smart di cui amiamo circondarci.

Ma non è per questo che il coding è sempre più presente nella scuola, non si studia infatti per diventare dei professionisti del digitale.

Quando si diventa fluenti a leggere e scrivere non lo si fa solamente per diventare uno scrittore di professione.
Ma imparare a leggere e scrivere è utile a tutti. Ed è la stessa cosa per la programmazione.
La maggior parte delle persone non diventerà un esperto di informatica o un programmatore, ma l’abilità di pensare in modo creativo, pensare schematicamente, lavorare collaborando con gli altri […] sono cose che le persone possono usare, indipendentemente dal lavoro che fanno.

Mitchel Resnick – Lifelong Kindergarten del MIT Media Lab

Il coding, che rientra tra le misure promosse dal PNSD – Piano Nazionale Scuola Digitale, favorisce infatti il pensiero computazionale, ma anche le abilità di problem solving e di lavoro di squadra. Approfondiamo insieme l’argomento.

Cos’è il coding

Prima di scoprirne i benefici e l’uso che se ne può fare nella didattica, iniziamo col comprendere cos’è il coding.

Con questo termine si fa riferimento alla programmazione informatica e dunque all’ideazione e allo sviluppo di software.

Programmare vuol dire fornire istruzioni a un esecutore che non ha un’intelligenza propria. Per questo le istruzioni devono essere molto semplici e chiare, e vanno fornite all’esecutore una per volta, in maniera sequenziale e in modo esaustivo, cioè senza tralasciare alcun dettaglio. L’insieme delle istruzioni per svolgere un compito fornite all’oggetto smart è detto programma.

Se utilizzato come strumento didattico, il coding consente di sviluppare:

  • creatività: potenzialmente si può creare tutto ciò che si riesce ad immaginare
  • problem solving: grazie allo sviluppo del pensiero computazionale, si acquisisce la capacità di risolvere problemi via via sempre più difficili
  • lavoro di squadra: esistono piattaforme di coding che permettono di lavorare in gruppo, ciò consente di interagire e relazionarsi con gli altri per sviluppare progetti in comune

Il pensiero computazionale

Programmare consente di sviluppare il pensiero computazionale, un concetto introdotto da Seymour Papert nel libro Mindstorms nel 1980. Jeanette Wing in seguito lo definì come

il processo necessario per la formulazione e soluzione di problemi in forme comprensibili da agenti in grado di processare informazioni

Il pensiero computazionale è quindi un processo mentale, che consente di risolvere problemi di varia natura seguendo metodi e strumenti specifici scelti in base a una strategia pianificata.

È un processo logico creativo che utilizziamo nella vita quotidiana. Imparare a farne un uso consapevole ci consente di affrontare le situazioni in maniera analitica, scomponendole nei vari aspetti che le caratterizzano e scegliendo per ognuno le soluzioni più idonee.

Queste strategie sono indispensabili nella programmazione dei computer, ma nella didattica qualsiasi attività che preveda una costruzione ponderata di algoritmi può favorirne lo sviluppo: situazioni che richiedono di creare una procedura da adottare, di ideare una sequenza di operazioni per risolvere un problema, ecc.

Tali attività contribuiscono alla costruzione delle competenze matematiche, scientifiche e tecnologiche e all’affinamento delle competenze linguistiche. La padronanza del coding e del pensiero computazionale inoltre possono aiutare le persone a sviluppare un pensiero critico.

Il coding in classe

​​Il coding può essere utilizzato in aula come attività trasversale a tutte le discipline. Questo perché, se utilizzato come strumento didattico, non richiede competenze informatiche specifiche, ma consente di esemplificare concetti, descrivere procedure per risolvere problemi e trovarne le soluzioni.

Unendo creatività e fantasia con Logica e Matematica, la programmazione si presta ad essere un‘importante risorsa per l’apprendimento delle materie sia scientifiche che letterarie.

Ma se ogni docente può sentirsi libero di arricchire le proprie lezioni con l’aiuto della programmazione, il Piano Nazionale Scuola Digitale prevede una figura apposita per la diffusione del coding:

Ogni scuola avrà un animatore digitale, un docente che, insieme al dirigente scolastico e al direttore amministrativo, avrà un ruolo strategico nella diffusione dell’innovazione a scuola

L’animatore digitale si occupa quindi di

individuare soluzioni metodologiche e tecnologiche sostenibili da diffondere all’interno degli ambienti della scuola (es. uso di particolari strumenti per la didattica di cui la scuola si è dotata; la pratica di una metodologia comune; informazione su innovazioni esistenti in altre scuole; un laboratorio di coding per tutti gli studenti), coerenti con l’analisi dei fabbisogni della scuola stessa, anche in sinergia con attività di assistenza tecnica condotta da altre figure.

Prima ancora del PNSD, le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione del 2012 avevano previsto delle attività legate al pensiero computazionale:

Quando possibile, gli alunni potranno essere introdotti ad alcuni linguaggi di programmazione particolarmente semplici e versatili che si prestano a sviluppare il gusto per l’ideazione e la realizzazione di progetti

Nelle Indicazioni nazionali e nuovi scenari del 2018, al punto 5, viene ribadita l’importanza del pensiero computazionale come uno degli strumenti culturali per la cittadinanza:

L’esercizio della cittadinanza attiva necessita di strumenti culturali e di sicure abilità e competenze di base, cui concorrono tutte le discipline. […] Lingua e matematica, apparentate, sono alla base del pensiero computazionale, altro aspetto di apprendimento che le recenti normative, la legge 107/2015 e il decreto legislativo n. 62/2017 chiedono di sviluppare. Attività legate al pensiero computazionale sono previste nei Traguardi delle Indicazioni in particolare nell’ambito della Tecnologia, tuttavia se ne possono prevedere in ogni ambito del sapere.

Scratch e le piattaforme didattiche

Insegnare il coding ai bambini e ai ragazzi richiede una modalità diversa rispetto a quella che si usa con gli adulti. Questi ultimi devono necessariamente apprendere una grande quantità di nozioni e devono conoscere le sintassi dei principali linguaggi di programmazione.

A scuola, o in generale per i più piccoli, è invece consigliato un approccio ludico. A tale scopo sono stati creati sia dei giochi per imparare a programmare sia sono state sviluppate delle piattaforme per muovere i primi passi nel mondo del coding. Vediamo insieme le principali che possono essere usate a scuola o anche a casa.

Scratch

La piattaforma online più famosa, sviluppata dal Lifelong Kindergarten del MIT Media Lab, si chiama Scratch. Ha un’interfaccia grafica molto intuitiva e mette a disposizione di professori e alunni diversi progetti con cui è possibile imparare a programmare e migliorare le proprie abilità di coding.

Con Scratch è possibile programmare animazioni, giochi e storie interattive e condividere il risultato con gli altri membri della community.

CoderDojo

Il progetto CoderDojo nasce invece per offrire ai ragazzi una palestra per la programmazione. Il progetto, attivo in 114 paesi e sostenuto da oltre 12.000 volontari, consente di apprendere le basi del coding e migliorare le abilità di programmazione.

Ogni dojo, la palestra virtuale, rappresenta un club di programmazione e ciascun club si impegna a portare a termine diversi progetti.

Codeacademy

Un’altra community di programmatori a cui ci si può iscrivere è Codeacademy, una piattaforma con centinaia di progetti e con tantissime risorse utili per lo studio.

Lego Mindstorms

Un altro strumento è Lego Mindstorms, piattaforma basata sui famosi mattoncini, che ha anche una versione didattica con è possibile costruire e programmare un vero robot.

Minecraft Education

Basato invece sul noto videogame MinecraftMinecraft Education consente di approcciarsi alla programmazione e di sviluppare tutte quelle skills utili a relazionarsi con gli altri in maniera divertente e interattiva.

Valutare il pensiero computazionale

L’Italia è stata tra i primi Paesi che hanno introdotto il coding nella scuola, insieme alle altre misure per la digitalizzazione. Ed è anche tra i Paesi della IEA, la International Association for the Evaluation of Educational Achievement, che hanno deciso di valutare le competenze e informative mediante l’Indagine ICILS – International Computer and Information Literacy Study.

Nell’edizione più recente di ICILS, quella del 2018, sono stati misurati sia il pensiero computazionale che la Computer and Information Literacy ed è emerso che gli studenti italiani ottengono un punteggio nella Literacy digitale significativamente inferiore alla media internazionale. Occorre però sottolineare che gli studenti italiani hanno svolto la prova all’inizio dell’ottavo anno di scolarità, a differenza degli studenti degli altri Paesi che invece l’hanno svolta verso la fine del medesimo anno.

Sarà interessante confrontare il dato del 2018 con quello della prossima rilevazione che avrà luogo nel 2023, così da comprendere l’andamento del processo di digitalizzazione della nostra scuola. 




Osservatorio Italiano Esports, ecco il Bilancio Sociale: è il primo esempio di rendicontazione sugli Esports in Italia

Osservatorio Italiano Esports, ecco il Bilancio Sociale: è il primo esempio di rendicontazione sugli Esports in Italia

Il 21 novembre a Roma, in concomitanza con l’Esports Legal Forum, l’Osservatorio Italiano Esports presenta il suo primo bilancio sociale: si tratta del primo e unico caso di rendicontazione dell’impatto sociale delle attività Esports in Italia.

L’Osservatorio Italiano Esports sta per tagliare un nuovo traguardo, unico per il settore esportivo in Italia: essere il primo ente di questo mercato a dotarsi di un bilancio sociale. La presentazione avrà luogo lunedì 21 novembre dalle 16:00 durante l’evento Esports Legal Forum dell’OIES presso la sede dello studio legale Ontier a Roma, e verrà trasmesso in live streaming sulla pagina LinkedIn dell’Osservatorio Italiano Esports.

Si tratta di un evento storico, poiché sarà la prima volta in cui un’organizzazione del settore renderà pubblici gli esiti delle proprie attività, e la rendicontazione dell’impatto sociale positivo che ne scaturisce. L’obiettivo di questo primo bilancio sociale, che analizza l’anno 2021, è quello di rendere conto dell’operato dell’Osservatorio agli stakeholder, sia interni che esterni, in modo chiaro e trasparente.

Dopo la presentazione del bilancio sociale da parte di Luigi Caputo, CEO di Sport Digital House e Founder di OIES, sarà previsto un momento dedicato ad alcune testimonianze sull’operato di OIES da parte di alcuni membri e di studenti che hanno frequentato il corso di formazione Advanced Esports Programme.

I contenuti del primo bilancio sociale dell’Osservatorio Italiano Esports verranno pubblicati e resi disponibili sul sito a partire dal 21 novembre.

L’Osservatorio Italiano Esports è il primo network B2B in Italia che raduna tutti gli operatori del settore per attività di formazione, divulgazione e networking. É un progetto spin-off di Sport Digital House, digital agency focalizzata sul settore dello sport che sviluppa innovative strategie di funnel marketing per le aziende utilizzando il proprio network di atleti e team Esports.




24 multinazionali si “colorano” di verde, i campioni del greenwashing si proclamano sostenibili

24 multinazionali si “colorano” di verde, i campioni del greenwashing si proclamano sostenibili

Il 13 febbraio 2023 è stata pubblicata la seconda edizione del Corporate Climate Responsibility Monitor, report sviluppato da Carbon Market Watch in collaborazione con il NewClimate Institute, che valuta l’integrità delle strategie climatiche di diverse multinazionali. L’analisi si è concentrata su 24 grandi società provenienti da un’ampia varietà di Paesi, che si sono cucite addosso il ruolo di protagonisti nella lotta al cambiamento climatico. Le aziende appartengono a diversi settori: moda, automotive, agricoltura, tecnologia e aeronautica. La maggior parte non sta rispettando gli impegni presi e gli obiettivi raggiunti non sono in grado di essere realmente incisivi.

Le società analizzate raggiungono da sole il 10% del fatturato delle 500 più grandi multinazionali al mondo e sono responsabili di circa il 4% delle emissioni globali, pari a circa 2,2 Gt CO2 l’anno. Il Corporate Climate Responsibility Monitor è estremamente dettagliato e non tralascia nessun aspetto, identificando i vari profili delle aziende in una scala di integrità che va da “alta” a “molto bassa”, passando per “ragionevole” e “moderata”. Come si può notare dalla tabella pubblicata sul sito di Carbon Market Watch (vedi grafica), nessuno dei piani climatici delle 24 aziende ha ricevuto un punteggio di “alta integrità”. Solo una società, il gigante danese delle spedizioni Maersk, ha ottenuto una classifica di “ragionevole integrità”. Apple, ArcelorMittal, Google, H&M Group, Holcim, Microsoft, Stellantis e Thyssenkrupp sono riuscite tutte a ottenere un punteggio di “moderata integrità”, mentre le restanti 15 società hanno oscillato tra basso e molto basso.

Si definiscono “carbon neutral”, ma è soltanto fumo negli occhi

Gli obiettivi net-zero danno l’impressione che le emissioni si avvicineranno a zero o quasi a zero, ma la realtà è ben diversa. L’inadeguatezza delle strategie emerge sia nel medio che nel lungo termine. Per quanto riguarda il primo, le società analizzate hanno un impegno per il 2030 fornendo una riduzione di un bassissimo 15% delle loro emissioni reali. Questo è totalmente insufficiente, considerando quanto il mondo ha bisogno di quasi dimezzare la sua impronta di carbonio per mantenere l’aumento della temperatura entro i 1,5°C considerati relativamente sicuri. Sul lungo periodo lo scenario è quasi lo stesso. Entro il 2050, le aziende dovranno aver ridotto le proprie emissioni del 90-95% rispetto ai livelli attuali. Tuttavia, il CCRM calcola che, presi insieme, gli impegni netti delle 24 società ammontano a un misero 36% entro la metà del secolo.

La questione su cui soffermare particolare attenzione è la volontà di 3/4 delle società di compensare o neutralizzare una parte significativa delle loro emissioni utilizzando crediti di carbonio derivanti da progetti forestali e altri progetti di utilizzo del suolo. Sam Van Den Plas, Policy Director di CMW, ha affermato che “non solo queste soluzioni immagazzinano il carbonio temporaneamente e sono vulnerabili alle inversioni, ma avremmo bisogno di un secondo pianeta Terra per assorbire le emissioni globali se tutti decidessero di compensare come queste società”.  Le imprese non agiscono realmente per modificare in modo consistente il loro impatto ambientale, ma gettano fumo negli occhi inserendo affermazioni come “carbon neutral” per descrivere il piano di azione dei prossimi anni. “Tutto ciò è estremamente dannoso, si da l’illusione che le aziende stiano intraprendendo operazioni serie per affrontare la crisi climatica quando, in realtà, stanno nascondendo il problema sotto il tappeto e lasciando che siano gli altri e le generazioni future a ripulire il loro casino”. spiega Gilles Dufrasne, Lead on Global Carbon Markets di CMW.

Lindsay Otis, esperta di politiche sui mercati globali del carbonio presso Carbon Market Watch, si è espressa per spiegare quale dovrebbe essere la giusta linea da seguire per evitare che queste aziende possano continuare la loro campagna di greenwashing, invitando governi e istituzioni a prendere delle serie e incisive decisioni per invertire la rotta: “Facendo affermazioni così stravaganti, queste società non solo fuorviano consumatori e investitori, ma si stanno aprendo a una crescente responsabilità legale e reputazionale. I governi devono agire ora per impedire alle aziende di fare queste affermazioni false e dannose. Da parte loro, le società devono smetterla di affermare di poter inequivocabilmente annullare il loro impatto climatico dannoso semplicemente acquistando crediti di carbonio invece di ridurre le proprie emissioni. Quando acquistano i crediti, queste aziende devono comunicare accuratamente ai consumatori in cosa consiste veramente questa azione: un contributo, o una donazione, a un progetto di mitigazione e non una neutralizzazione delle emissioni”. Il ricorso alla compensazione è molto diffuso nei vari piani climatici. Infatti, la maggior parte delle aziende, come Apple, ad esempio, prevedono di affidarsi in gran parte alla compensazione attraverso progetti legati alla silvicoltura e all’uso del suolo. Questo approccio è problematico per due motivi fondamentali: il primo concerne il processo di stoccaggio del carbonio biogenico (cioè di quella CO2 prodotta da fonti naturali, non antropiche), che si rivela inadatto a compensare le emissioni a causa dell’imprevedibilità degli eventi naturali che potrebbero danneggiare le strutture di stoccaggio; il secondo motivo ha a che vedere con la domanda di crediti di carbonio implicita nei piani di queste aziende che, allo stato attuale, richiederebbe dal doppio al quadruplo delle risorse della Terra, soprattutto se l’approccio viene condiviso da altre imprese. (Come spiegato in questo articolo su altreconomia.it).

“L’Unione Europea ha un’occasione d’oro per limitare questa forma di greenwashing aziendale e costituire un esempio da emulare per altri governi.” – afferma Lindsay Otis –  “L’istituzione dell’UE sta aggiornando la legislazione sulla protezione dei consumatori per proteggere meglio i consumatori da queste diffuse pratiche di greenwashing. Tuttavia, le proposte sul tavolo non vanno abbastanza lontano per porre fine a queste affermazioni ingannevoli. Pertanto, i responsabili politici dell’UE devono istituire un divieto totale su tutte le affermazioni di neutralità climatica o ambientale o variazioni correlate, come “carbon neutral”, “CO2 neutral”, “climate positive”, “net zero”, eccetera.

Per questo motivo, Carbon Market Watch e altre ONG (tra cui Client Earth, ECOS e EEB) hanno inviato una lettera aperta alle istituzioni dell’UE esortandole a mettere in atto un divieto assoluto al fine di proteggere consumatori e per “consentire loro di comprendere e abbracciare il loro ruolo nella transizione verde dell’Europa”.

Non è tutto “Greenwashing”, l’esempio di Maersk

Il Gruppo Stellantis, H&M, Apple sono le aziende che sono riuscite a raggiungere un risultato mediamente soddisfacente per il loro impegno nella lotta al cambiamento climatico. Il migliore risulta essere il colosso danese Maersk, che opera principalmente nel trasporto marittimo. Nel 2021 ha infatti ordinato 8 navi portacontainer oceaniche alimentate con metanolo, alla Hyundai Heavy Industries (HHI); la prima flotta è prevista per il primo trimestre del 2024.

Inoltre, la controllata Maersk Supply Service, sta lanciando Stillstrom, una nuova sussidiaria dedicata allo sviluppo di boe per la ricarica elettrica offshore. L’energia incamerata servirebbe per tutte le operazioni a bordo, permettendo di spegnere i motori endotermici e, nel caso delle navi ibride, fornirebbe anche la propulsione per le manovre in prossimità della terraferma.

Alcune aziende stanno cercando di prendere delle decisioni che possano realmente influire nella riduzione delle emissioni. Dhl sta investendo nell’elettrificazione della propria flotta e nell’aumento della produzione di combustibili a basse emissioni di carbonio per il trasporto stradale, marittimo e aereo, Apple sta adottando misure per rendere più accessibili ai propri fornitori opzioni di approvvigionamento tramite energia rinnovabile di alta qualità, oltre a implementare misure per estendere la durata di vita dei dispositivi.

Greenwashing e la reputazione: il costo elevato delle menzogne

Il rischio reputazionale è attualmente così elevato da esercitare significative pressioni sulle aziende, spingendole ad adeguarsi al recente trend relativo alla sostenibilità e ad attuare comportamenti responsabili. Questo porta un gran numero di aziende ad azioni di greenwashing, allo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli effetti negativi per l’ambiente imputabili alle proprie attività o ai propri prodotti. Sempre più spesso le aziende che attuano questa strategia ne pagano le conseguenze, apparendo per quello che sono, poiché è sempre più difficile, nell’epoca del digitale e dell’informazione 2.0, ingannare i propri pubblici. Il report eseguito da Carbon Market Watch in collaborazione con il NewClimate Institute ne è una prova evidente. I vari stakeholder coglieranno la distonia tra quello che l’azienda cerca di comunicare e il suo operato, e di conseguenza, l’organizzazione subirà un danno reputazionale, con gravi ripercussioni anche dal punto di vista economico. Ecco perché il greenwashing è devastante per un’azienda. Nell’era del web 2.0, in un mondo in cui una menzogna – qualsiasi menzogna – viene puntualmente e sempre più in fretta svelata da un blogger, rilanciata sui social network, e punita infine nelle corsie del supermercato, fare greenwashing significa prendere in giro i clienti, disseminare di bugie quelle “conversazioni” che sono divenuti i mercati.




Problemi di comunicazione alla Casa Bianca. Il burattinaio di Washington. Il dilemma del giornalismo in Ucraina. Perché Zelensky non canta a Sanremo. Dal calcio alle teorie cospirazioniste. I siti di news in UK perdono visibilità. L’hype intorno all’intelligenza artificiale.

Problemi di comunicazione alla Casa Bianca. Il burattinaio di Washington. Il dilemma del giornalismo in Ucraina. Perché Zelensky non canta a Sanremo. Dal calcio alle teorie cospirazioniste. I siti di news in UK perdono visibilità. L’hype intorno all’intelligenza artificiale.

Problemi di comunicazione alla Casa Bianca

Karine Jean-Pierre, addetta stampa della Casa Bianca, interrogata sui documenti riservati trovati nella casa e nell’ex ufficio di Biden, ha un’unica risposta: “I would refer you to the White House Counsel’s Office”. Come riporta Paul Farhi del Washington Post, durante l’incontro con la stampa di venerdì 27 gennaio, Jean-Pierre è ricorsa a questa frase per ben otto volte. Si è mostrata diffidente verso i giornalisti anche quando le hanno chiesto se la Casa Bianca fosse stata “trasparente” sull’indagine. A peggiorare la situazione, i suoi tentativi di eludere anche elementi marginali della storia durante i suoi briefing televisivi quasi quotidiani, sollevando il sospetto di ostruzionismo per alcuni critici. È evidente che la strategia messa in atto si è rivelata assolutamente controproducente. La scorsa settimana l’ex consigliere della Casa Bianca di Obama, David Axelrod, ha scritto che sono state violate tutte le regole della comunicazione di crisi. La vicenda ha anche sollevato dubbi, almeno tra i giornalisti, su quanto sia preparata la Jean-Pierre. L’anno scorso ha preso il ruolo di addetto stampa sostituendo Jen Psaki, che era apprezzata dai giornalisti per la sua ampia conoscenza del pensiero di Biden. Ma anche prima che i documenti riservati diventassero una notizia, alcuni sostenevano che, a differenza di Psaki, Jean-Pierre non sempre sa cosa succede alla Casa Bianca: “She doesn’t appear to be in the room where it happens”, ha detto un corrispondente senior, parlando a condizione di anonimato. Come hanno notato i funzionari della Casa Bianca, ci sono valide ragioni per cui Jean-Pierre non può dire molto. La gestione dei documenti da parte di Biden, come quella di Trump, è oggetto di indagine speciale supervisionata dal Dipartimento di Giustizia, che potrebbe perseguire qualsiasi falsa dichiarazione come prova di manomissione. Altri professionisti della comunicazione ed ex addetti stampa dei precedenti presidenti difendono Jean-Pierre, sostenendo che le sue opzioni sono limitate. Secondo Lockhart, ex addetto stampa di Bill Clinton, bisogna attendere i risultati delle indagini, e non il flusso quotidiano di informazioni, per avere un quadro completo della situazione.

Il burattinaio di Washington

La campagna di McCarthy, attuale speaker della Camera dei Rappresentanti, è stata manovrata e gestita da Jeff Miller, uno dei più importanti lobbisti repubblicani di Washington che rappresenta anche una serie di aziende di prim’ordine, come Apple, Blackstone e Space X. Come raccontato dal New York Times, il suo ruolo è profondamente intricato ed enigmatico: negli anni si è mosso a sostegno di Trump e di una parte del partito repubblicano che però adesso, con l’elezione di McCarthy, è ancora più spaccato internamente. Nelle sue attività Miller cerca di creare accordi, legami e guadagni a partire dalle sue relazioni che, tra politica, denaro e mondo delle imprese, giocano un ruolo fondamentale nelle dinamiche sociali e nazionali. Il posto di rilievo assunto in questo ultimo periodo da Miller ha attirato però un maggiore controllo da parte dei gruppi di vigilanza che monitorano l’influenza politica dei gruppi di pressione e da parte dei conservatori stessi che lo vedono come una persona con un grande potere dietro il trono. Tra comunicazione, persuasione e influenza, Miller ha la possibilità di decidere attraverso il suo lavoro il destino di persone e imprese.

Il dilemma del giornalismo in Ucraina

Come racconta un articolo di Politicoil giornalismo ucraino non si è mai trovato in un contesto così complesso: da un lato,  c’è il racconto della pura guerra, degli attimi di terrore che da tempo attanagliano l’Ucraina; dall’altro, i recenti scandali di corruzione. Tra i giornalisti sorgono spontanee certe domande: “Come devo comportarmi rispetto a questi casi? Come potrebbero essere percepiti dagli alleati? Come evitare che il nemico ci indebolisca sfruttando queste notizie?”. Una guerra nella guerra, quella alla corruzione, che provoca disagio e timore ma che è essenziale combattere e vincere e dai cui dipende l’esito del conflitto contro la Russia, spiega Mykhailo Tkach, uno dei più importanti giornalisti investigativi ucraini. Come la Russia anche l’Ucraina si trova a sfidare i propri demoni interni. La pronta risposta del Paese guidato da Volodymyr Zelensky nei confronti di questi scandali ha dimostrato quanto l’Ucraina sia diversa dalla Russia, dove lo Stato non dà la caccia ai funzionari corrotti ma ai giornalisti che riportano i casi di corruzione.

Perché Zelensky non canta a Sanremo

Non si sono fatte attendere le polemiche sulla partecipazione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Sanremo 2023. Le voci contrarie sarebbero sintomo, secondo Vice, di una crescente insofferenza degli italiani verso il leader ucraino: stando ai sondaggi, almeno la metà di loro non sopporterebbe Zelensky e gli imputerebbe alcune colpe circa l’origine della guerra, giudizi che si baserebbero sull’immagine distorta data da alcuni media italiani. Alla base di tali giudizi negativi ci sarebbero principalmente tre motivi. Il primo è il filoputinismo radicato in Italia, tra i più alti d’Europa. Le radici di questo fenomeno possono ritrovarsi tanto nella simpatia di alcuni leader italiani verso Putin quanto nell’idea che il leader russo rappresenti la “tradizione” e la “cristianità”. Il secondo motivo è una diretta conseguenza del primo, l’antiamericanismo. In particolare, sarebbe diffusa l’opinione per cui la guerra sia scoppiata per volere degli Stati Uniti e della Nato che userebbero Zelensky come una mera pedina, stessa teoria sostenuta da Putin e dai suoi ministri. Infine, la terza e ultima ragione sarebbe la più diffusa: a Zelensky non si perdona di non essersi arreso. Circa la metà degli italiani, secondo un sondaggio Ipsos dello scorso ottobre, è contraria al sostegno militare dell’Ucraina e spinge per concessioni territoriali alla Russia così da porre fine al conflitto. L’idea che sta alla base è che la guerra, in termini egoistici, sarebbe la causa del rialzo dei prezzi e della crisi energetica che hanno colpito anche l’Italia, peccato che la sconfitta dell’Ucraina causerebbe ulteriore instabilità all’Europa.

Dal calcio alle teorie cospirazioniste

RedIssue, un account Twitter con quasi 60.000 follower dedicato ai tifosi del Manchester United, da gennaio 2020 – come riporta The Economist – ha iniziato a parlare di Covid, criticando le autorità sia per non aver cancellato gli eventi sportivi sia per non aver fornito al personale sanitario nazionale l’equipaggiamento protettivo. A settembre, tuttavia, la pagina ha iniziato a cambiare opinione mettendo in discussione le restrizioni particolarmente dure ed esortando gli studenti dell’Università di Manchester a protestare. Non solo: quando è stato annunciato il secondo lockdown nazionale, RedIssue ha cominciato a fare il tifo per gli imprenditori che sfidavano gli ordini della polizia in merito alla chiusura dei locali. Con il passare dei mesi l’account continuava a insistere sul fatto che non si trattava di un virus ma del “manuale del governo”. A un certo punto alcuni follower hanno reagito chiedendosi se il profilo fosse stato hackerato, altri – influenzati dai suoi messaggi – hanno iniziato a elaborare teorie cospirazioniste contro il virus. A questo proposito, gli psicologi hanno dimostrato che la teorizzazione delle cospirazioni nasce dal desiderio di dare un senso al mondo che ci circonda, desiderio che aumenta nei momenti di crisi sociale come quelli vissuti in quei mesi.

I siti di news in UK perdono visibilità

Secondo i dati Sistrix, durante il 2022 i siti di news in UK hanno registrato un calo significativo, in termini di visibilità, nelle ricerche effettuate su Google. L’analisi degli esperti di SEO, riportata da PressGazette, rivela che nel gennaio 2023 45 dei 68 di questi siti hanno registrato numeri peggiori rispetto allo stesso mese del 2022. Tra i grandi nomi, in termini assoluti, guardian.com ha avuto un calo del 36%, seguito da thesun.co.uk con un calo del 48% e nytimes.com con un -34%. Gli editori, negli ultimi anni, hanno ampliato le loro offerte digitali per includere più contenuti relativi giochi e ricette di cucina. Tali contenuti, secondo Steve Paine di Sistrix, hanno contribuito a incrementare la visibilità di coloro che hanno guadagnato maggiormente nel 2022. PressGazette sottolinea anche come il cambiamento dell’algoritmo da parte di Google possa influenzare i risultati nei motori di ricerca. Lo scorso settembre, infatti, 10 dei 25 principali siti di notizie in Regno Unito hanno visto ridursi la loro visibilità a seguito di un importante aggiornamento dell’algoritmo di Google.

L’hype intorno all’intelligenza artificiale

La popolarità di ChatGPT è stata una grande sorpresa anche per i dipendenti di OpenAI e ha dato il via a una “corsa agli armamenti” nel campo dell’intelligenza artificiale. Lo riporta il New York Times ripercorrendo la parabola della nascita del chatbot: realizzato in tredici giorni, il suo nome completo è “Chat with GPT-3.5” e non si tratta del modello più recente; è stato infatti rilasciato per collezionare feedback utili a migliorare GPT-4, la versione più sofisticata in lavorazione fino a questo cambio di programma. Ciò non ha rappresentato un ostacolo per la popolarità del chatbot, diventato nei mesi seguenti al debutto un fenomeno globale, capace di attirare gli investimenti della Silicon Valley e non esente da controversie, come quelle relative al suo impiego a scuola, che per qualche giorno ha generato un dibattito sulla stampa italiana. Del resto, questa ambivalenza emerge anche dalle parole del CEO di OpenAI Sam Altman, che ritiene l’intelligenza artificiale portatrice di benefici per l’umanità talmente grandi da essere difficilmente immaginabili per lui da un lato e, dall’altro, secondo lo scenario peggiore possibile, in grado di ucciderci tutti. Aspettative, in ogni caso, notevoli, ed è proprio Altman a essere preoccupato delle possibili conseguenze di un hype eccessivo nei confronti di ChatGPT, che, teme, potrebbe portare a un contraccolpo normativo o creare aspettative eccessive verso future versioni del software. Ciò che è certo è che i concorrenti della corsa all’intelligenza artificiale stanno scaldando i motori: tra loro, il colosso cinese Baidu, Anthropic e Google. C’è, inoltre, attesa anche per l’uscita di GPT-4, rimasta in programma quest’anno: sarà sorprendente come quella di GPT-3.5?

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: www.storywordproject.com