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Lo so, la #AI è uno strumento preziosissimo, ci aiuta a tagliare i tempi, e *di molto*. Ma leggere email integralmente confezionate con l’Intelligenza Artificiale mi genera una grande irritazione: tu spendi tempo e neuroni per elaborare un pensiero complesso, e un tuo interlocutore ti risponde con una controproposta partorita dall’AI (che nella quasi totalità dei casi contiene per metà delle castronerie). A me pare una mancanza di rispetto, perdonatemi per questo.

Perché oggi con la #AI siamo *tutti esperti di qualunque disciplina*: per qualcuno, leggere un intero libro e meditarci sopra ha lo stesso identico valore che chiedere di leggerlo all’AI ed estrapolarci alcuni concetti chiave. E no, non è la stessa cosa, la dimostrano fior di studi nel campo delle #neuroscienze, con i quali i fanatici della AI (strumento, ripeto, utilissimo in mille situazioni) ovviamente preferiscono non confrontarsi.

Tutto ciò è vero al punto che – vengo al dunque – persino Frank Merenda, marketer con un ampio seguito sui Social (con stile parecchio “divisivo”, ma questa sarebbe un’altra analisi e ci porterebbe nel campo del #reputationmanagement) diventa “tuttologo” e improvvisamente esperto di Crisis communication, che è una scienza sociale che richiede un’elevata specializzazione (il che equivarrebbe a dire che un buon medico generico è automaticamente anche esperto di neuro-chirurgia).

Merenda qualche giorno fa ha pubblicato questo articolo, che mi viene segnalato da un mio assistito (bravissimo marketer anche lui, pur senza alcuna preparazione specifica in Crisis): https://frankmerenda.substack.com/p/il-manuale-signorini-come-trasformare

Nota: nell’articolo Frank Merenda consiglia, tra varie cose, di “controllare la narrativa”: forse Merenda vuole suggerire a manager e imprenditori di andare in libreria a piantonare gli scaffali dei romanzi…? Perché se parliamo di Crisis, sarebbe stato corretto scrivere “governare la narrazione”, non “controllare la narrativa”. Tant’è, al netto delle battute, non serviva il software antiplagio che usiamo in Università per capire che il pezzo era scritto con un massiccio ricorso (a voler essere generosi) alla AI: bastava notare la sciatteria (propria delle Intelligenze Artificiali) delle maiuscole messe a casaccio ovunque nel titoli…

Qualcuno dirà: che problema c’è? (E infatti il mio assistito ha scritto: “Si, ma… nel merito cosa hai da dire?”).

Ecco cosa ho risposto: “L’analisi di Frank Merenda è in larga parte *corretta*, anche se un po’ *semplicistica* per com’e scritta e impostata. Per capirci, nessuna rivista seria nel campo del management la pubblicherebbe mai: chiediti perché. Aggiungo per completezza che – premesso che Merenda neanche sapeva cos’è l’effetto Straisand prima di (farsi) scrivere questo articolo – non è che dica queste grandi novità sotto il profilo dell’analisi. Anche evitando autocitazioni che sono sempre poco eleganti, su cosa fare e non fare in un caso del genere è stato scritto tutto *già 15 anni fa*, almeno. Oggi ci è arrivata anche la AI di Merenda. Meglio tardi che mai”.

Sintesi:

– è sbagliato utilizzare la AI per sveltire processi di ricerca? No, *non è sbagliato*;

– è sbagliato spacciare per proprio un testo dell’AI, o confezionato in larga parte dall’AI? Si, si chiama *plagio* (basterebbe citare che l’articolo è fatto dall’AI, come già fanno molte redazioni giornalistiche), tanto che in Università le indicazioni dell’Ateneo in questi casi sono di ritirare l’assegnazione della tesi e segnalare l’accaduto agli organi accademici (nello specifico, la AI di Merenda ha attinto a fonti terze *senza citarle*);

– la qualità garantita dall’AI è la stessa garantita dal lavoro cognitivo dell’essere umano? *No*, mettetevelo in testa;

– è sciatto fare copia incolla di una ricerca svolta dall’AI senza neanche revisionarla e farla propria aggiungendoci qualcosa che sia frutto del punto di vista dell’autore che firma l’articolo? Si, è *sciattissimo*!

– è vietato fare divulgazione di concetti legati a un settore scientifico-disciplinare del quale non si ha alcuna competenza? *No*, ci mancherebbe, ma quanto meno *dillo* (che non è il tuo, che stai proponendo farina di altri, e cita le opere alle quali ti sei ispirato, o dì che l’articolo è “made in AI” per la quasi totalità etc.).

Banalizzo: se io chiedo all’AI un’analisi sui rischi dell’esposizione alle radiazioni nucleari in caso di malfunzionamento di una centrale, e poi lo pubblico a mia firma, NON SONO diventato magicamente un ingegnere nucleare. Ne deriva che è bene che nessuno mi affidi la gestione di una centrale nucleare, perché poi quando il gioco si fa duro non posso sempre chiedere “l’aiuto da casa” all’AI.

Quindi: dovrei stare zitto, invece di vendermi come pseudo-esperto su una specifica materia (per altro ad alto tasso di tecnicismo) solo perché ho usato un Prompt adeguato che ha permesso all’AI di restituire un testo decente dal punto di vista dei contenuti? Si, dovrei stare zitto.

Anche perché la domanda, alla fine, è una sola: cosa voglio dimostrare pubblicando un articolo su una materia tecnica della quale *non ho alcuna specifica preparazione* spacciandolo per mio? Frank Merenda vuole acchiappare nuovi clienti, questo tanto chiaro quanto legittimo (infatti al fondo del suo articolo c’è una call-to-action), ma attenzione: perché poi quando le persone capiscono che fai del plagio (o del copia-incolla da fonti terze che non citi mai) uno dei tuoi strumenti di lavoro, forse potrai interessare qualcuno non particolarmente preparato su quei temi, ma il boomerang #reputazionale è li che ti aspetta… come in questo caso.

E allora magari ti servirà un esperto di #Crisis: uno vero, però. Daniele Chieffi e Patrick Trancu, CBCI, candidatevi voi, che io avendone scritto non posso… 😅

(Nell’immagine, una copia della Gioconda. Fatta bene. Ma non è la Gioconda)

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