Ciao Internet – newsletter di Matteo Flora


Nel 1787, il principe Grigorij Potëmkin orchestrò una delle più grandi illusioni della storia moderna. Per impressionare l’imperatrice Caterina la Grande in viaggio attraverso la Crimea, fece erigere lungo il fiume Dnepr interi villaggi di cartapesta. Facciate dipinte, contadini festanti a comando, bestiame spostato freneticamente nella notte per apparire innumerevole. Era tutto falso, ma era rassicurante. Era l’ordine imposto sul caos.
Oggi, quasi tre secoli dopo, la tecnica non è morta: ha solo indossato un dolcevita di cashmere beige e ha imparato a citare Kant a memoria. Non parliamo di cartapesta, ma di Storytelling. Non parliamo di villaggi russi, ma di borghi umbri restaurati con una perfezione quasi inquietante. Benvenuti nel “Teorema del Cashmere”, dove analizziamo cosa succede quando un impero economico si regge non solo sulla qualità del prodotto, ma sulla sacralità intangibile del suo fondatore.
Per comprendere il fenomeno Cucinelli, dobbiamo guardare oltre la moda. Dobbiamo osservare il vuoto lasciato dalle istituzioni tradizionali. Dagli anni ‘90 in poi, mentre la politica e la religione perdevano la loro presa morale sulla società, il mercato ha iniziato a vendere senso oltre che cose. È l’era del “Purpose Marketing”, dove non ti vendo un maglione perché tiene caldo (funzione), ma perché salva il mondo (valore).
Brunello Cucinelli ha cavalcato questa onda con maestria assoluta, trasformando una commodity come il filato in una reliquia laica. Ma c’è un punto di rottura fondamentale in questa narrazione: la quotazione in borsa. È il momento esatto in cui la filosofia cessa di essere un vezzo intellettuale e diventa una asset class, una variabile da monetizzare e scalare. Fino a ieri, abbiamo assistito a quella che definirei una “cortigianeria industriale” da parte della stampa italiana, terrorizzata dall’idea di perdere l’accesso al Re Sole di Solomeo. Ma l’incantesimo si sta sgretolando, e non per pettegolezzo, ma per un accumulo di dati che non combaciano più con la leggenda.
Se apriamo il cofano di questa macchina narrativa perfetta, troviamo una serie di dissonanze cognitive affascinanti. Prendiamo l’aneddoto del “panino al lassativo”, spesso citato nelle biografie per colorire l’infanzia rurale. Tecnicamente, un lassativo inodore e insapore spalmabile come formaggio non esisteva nelle farmacie di provincia degli anni ‘60. In psichiatria, questa si chiama Confabulation: la produzione di memorie fabbricate o distorte, non necessariamente per mentire, ma per rendere la realtà coerente con il mito che si è costruito.
Ma spostiamoci su dati più “hard”. Il report di Morpheus sulle attività in Russia è una ferita aperta: mentre giganti come LVMH e Kering chiudevano le operazioni russe per un consenso morale quasi unanime, la Cucinelli SpA manteneva un’operatività che, seppur legale nelle pieghe delle sanzioni, devasta il “patto fiduciario” del brand umanista. Qui il Capitalismo Umanistico si scontra con il P&L (Profit and Loss), e a vincere è il secondo.
Anche la struttura di governance rivela crepe interessanti: se nemma narrazione si parla di merito e filosofia platonica, l’organigramma è un monolite dinastico con figlie e generi in posizioni apicali. I sociologi la chiamano Elite Reproduction: il meccanismo con cui le classi privilegiate assicurano la trasmissione dello status ai discendenti, mascherandolo da meritocrazia. E non dimentichiamo il Tax Credit: 4 milioni di euro di fondi pubblici usati per un docu-film autocelebrativo costato 10 milioni. La narrazione del “mecenate che dona al territorio” si inverte: è lo Stato che finanzia la propaganda dell’imprenditore.
Per decodificare veramente Solomeo, dobbiamo scomodare Jean Baudrillard. Solomeo non è un borgo storico; è un Simulacro. È un’iper-realtà, una copia di un passato ideale che non è mai esistito davvero, dove la sporcizia e il conflitto sono stati rimossi chirurgicamente. È la “Disneyland del Rinascimento”.
Il meccanismo psicologico che protegge Cucinelli (fino ad ora) è il Moral Licensing, teorizzato da Monin & Miller. Funziona così: “Siccome ho restaurato una chiesa e parlo di San Francesco (azione morale), mi sento inconsciamente autorizzato a operare in Russia o a trattare con sufficienza i colleghi (azione dubbia)”. Il credito morale accumulato funge da scudo cognitivo.
Inoltre, Cucinelli è caduto vittima della Legge di Goodhart: “Quando una misura diventa un obiettivo, cessa di essere una buona misura”. Ha reso l’Etica un KPI (Key Performance Indicator) aziendale. Nel momento in cui l’ha fatto, l’etica ha smesso di essere virtù ed è diventata una variabile da ottimizzare per gli azionisti.
Facciamo un passo indietro e guardiamo la scacchiera globale. Il caso Cucinelli è il canarino nella miniera per l’intero settore del lusso e dell’ESG (Environmental, Social, and Governance). Siamo entrati nell’era della Post-Authenticity: il consumatore non compra più il prodotto, ma l’assoluzione dai propri sensi di colpa consumistici.
Il rischio è sistemico per il “Made in Italy”. Se il nostro Soft Power si basa sulla bellezza e sullo stile di vita, permettere che venga cannibalizzato da figure messianiche espone il settore a un pericolo reputazionale enorme. Tra dieci anni, probabilmente assisteremo al declino dei “Guru-Founders”. Il mercato punirà chi accentra il valore etico su una singola persona fallibile e premierà brand “agnostici”, dove l’etica è certificata dalla Blockchain e non dalle lettere immaginarie agli imperatori romani.
E la lezione, dovesse essercene una, che portiamo a casa da questa analisi è amara ma necessaria: non esistono santi quotati in borsa. Abbiamo assistito alla parabola di un Icaro con un maglione di cashmere al posto delle ali di cera: il sole che lo sta sciogliendo è la trasparenza radicale dell’era digitale.
Brunello Cucinelli rimarrà un grande imprenditore, ma il “Profeta” è stato declassato a uomo. E forse è meglio così. Diffidate sempre da chi vi vende la Virtù al chilo, perché solitamente sta cercando di distrarvi mentre vi vende un panino o, peggio, compera il vostro senso critico. La realtà è complessa, sporca e priva di busti di marmo che vi applaudono.
Estote parati.
