«Oggi, chiunque può pubblicare accuse. Quasi nessuno può permettersi di confutarle. Objection cambia le cose». È con questo slogan che si presenta Objection, la piattaforma americana basata sull’intelligenza artificiale che promette di “valutare” il lavoro dei giornalisti investigativi, verificare inchieste e attribuire punteggi pubblici di affidabilità ai reporter attraverso una sorta di “processo in 72 ore”. Dietro il progetto compare Aron D’Souza, imprenditore australiano già noto per aver promosso gli Enhanced Games, le competizioni sportive aperte anche agli atleti dopati. Tra i finanziatori figurano Peter Thiel, cofondatore di PayPal e di Palantir, e Balaji Srinivasan, imprenditore legato al mondo cripto. Presentata come uno strumento contro la disinformazione, la piattaforma consente, pagando fino a 10 mila dollari, di contestare articoli e trascinare i giornalisti in un tribunale reputazionale algoritmico.

Sul suo sito Objection si propone, infatti, come una piattaforma di “responsabilità” giornalistica, capace di verificare l’attendibilità di articoli e reporter attraverso strumenti di intelligenza artificiale e grazie a un network di consulenti privati provenienti da apparati investigativi e di intelligence (compresi ex agenti CIA e FBI). Una volta avviata la contestazione, il sistema raccoglie documenti, analizza dichiarazioni, confronta le fonti e produce una sorta di verdetto reputazionale destinato a incidere sulla credibilità pubblica del giornalista. Il risultato confluisce in un “Honor Index”, un punteggio consultabile pubblicamente, che dovrebbe misurare l’affidabilità professionale dei reporter. D’Souza ha affermato di aspettarsi che il suo “tribunale della verità” sia utile a coloro che si sentono mal rappresentati dai media: «È un tentativo di verificare i fatti; è la stessa cosa di Community Notes di [X]. La saggezza della folla unita al potere della tecnologia per creare nuovi metodi di divulgazione della verità». Sulla carta, l’obiettivo sarebbe quello di combattere fake news e campagne diffamatorie, ma il rischio evidenziato da molti osservatori riguarda soprattutto le pressioni e le conseguenze sul giornalismo investigativo. Gran parte delle più importanti inchieste degli ultimi decenni si è basata, infatti, su fonti anonime, whistleblowers, fughe di documenti e testimonianze riservate. In un simile contesto, l’idea di sottoporre il lavoro giornalistico a una verifica algoritmica permanente rischia di trasformarsi in un potente strumento di intimidazione preventiva.

Il nodo centrale riguarda proprio il rapporto tra tecnologia, informazione e potere. Peter Thiel non è soltanto un investitore della Silicon Valley. Attraverso Palantir ha costruito uno dei più influenti imperi tecnologici legati all’intelligence e alla gestione dei dati sensibili. Da anni, il miliardario tech sostiene apertamente che la democrazia liberale sia incompatibile con l’innovazione tecnologica e guarda con crescente diffidenza ai media tradizionali. Non sorprende, quindi, che il progetto Objection venga letto da molti critici come un ulteriore tassello di quella visione tecnocratica che punta a sostituire gli spazi pubblici e le istituzioni intermedie con piattaforme private governate da algoritmi e grandi capitali. La promessa di neutralità tecnologica, in questo caso, rischia di mascherare un meccanismo di controllo reputazionale capace di colpire soprattutto le voci più scomode o indipendenti.

Il precedente di Gawker Media resta emblematico. Nel 2016, il sito venne travolto da una condanna da 140 milioni di dollari di danni dopo la pubblicazione di un video sessuale dell’ex wrestler Hulk Hogan e fu costretto a dichiarare bancarotta. Solo successivamente emerse che Peter Thiel aveva finanziato segretamente con dieci milioni di dollari l’intera offensiva giudiziaria contro la testata, colpevole anni prima di aver rivelato, attraverso il sito Valleywag, la sua omosessualità. Quel caso segnò un passaggio cruciale: per la prima volta, un miliardario della Silicon Valley dimostrava apertamente di poter utilizzare il proprio potere economico per distruggere un organo di informazione ritenuto ostile. Oggi, quella strategia sembra evolversi in una forma ancora più sofisticata e strutturale per creare una piattaforma permanente in grado di monitorare, classificare, delegittimare e, di fatto, silenziare il lavoro giornalistico scomodo, attraverso strumenti tecnologici e reputazionali.

La vicenda Objection si inserisce in un contesto più ampio, segnato dalla crescente offensiva contro il giornalismo indipendente e dalla privatizzazione dei meccanismi di controllo dell’informazione. Negli ultimi anni, la lotta alla “disinformazione” e alle fake news è diventata il pretesto per introdurre una informazione certificata, sdoganare la censura algoritmica, approvare “liste nere” reputazionali e sistemi liberticidi di moderazione dei contenuti, spesso utilizzati per colpire le voci scomode o fuori dal consenso dominante. In questo scenario, il progetto sostenuto da Peter Thiel rischia di rappresentare l’ennesima infrastruttura di controllo del dibattito pubblico, affidando a piattaforme private e sistemi algoritmici il potere di stabilire quali giornalisti siano credibili e quali, invece, debbano essere delegittimati pubblicamente.

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