Russia, stretta su Telegram e WhatsApp: il Cremlino spinge gli utenti verso l’app statale Max
Tra accuse di censura, rischi per la privacy e impatti sulla guerra in Ucraina, comincia un nuovo capitolo nella strategia di sovranità digitale di Mosca

Tra accuse di censura, rischi per la privacy e impatti sulla guerra in Ucraina, comincia un nuovo capitolo nella strategia di sovranità digitale di Mosca

“La Russia sta limitando l’accesso a Telegram nel tentativo di costringere i propri cittadini a passare all’app Max, controllata dallo stato e creata per la sorveglianza e la censura politica”. Con questo post pubblicato il 10 febbraio, il fondatore di Telegram Pavel Durov ha denunciato pubblicamente le restrizioni adottate dalle autorità russe contro una delle piattaforme di messaggistica più usata nella Federazione Russa. Da giorni infatti Telegram sta subendo un forte rallentamento, che secondo gli esperti si inserisce in una strategia ben precisa: deviare gli utenti su Max, il nuovo strumento di controllo del Cremlino.
Da inizio febbraio in Russia si registrano malfunzionamenti costanti di Telegram, la piattaforma di messaggistica usata da cento milioni di utenti russi, diventata negli anni uno strumento di comunicazione imprescindibile nella vita sociale, economica e mediatica del paese, megafono per la propaganda e al contempo baluardo della stampa libera.
Come riporta il giornale Rbc, Roskomnadzor, il Servizio federale per la supervisione delle comunicazioni, il 10 febbraio avrebbe avviato delle misure di “limitazione parziale” di Telegram. In realtà, le chiamate audio e video erano bloccate già dall’estate scorsa e ora i problemi si sono estesi anche all’invio e alla ricezione dei messaggi e all’apertura dei canali. Ufficialmente queste restrizioni sarebbero state adottate per “violazione delle leggi russe”: da tempo Roskomnadzor chiede a Telegram di collocare i propri server nella Federazione Russa e lo accusa di non reprimere l’estremismo e il terrorismo.
“Otto anni fa – ha scritto Durov – l’Iran ha provato la stessa strategia, fallendo. Ha vietato Telegram con pretesti inventati, cercando di costringere le persone a utilizzare un’alternativa gestita dallo stato. Nonostante il divieto, la maggior parte degli iraniani continua a utilizzare Telegram (aggirando la censura) e lo preferisce alle app sorvegliate. Limitare la libertà dei cittadini non è mai la risposta giusta”, ha scritto il fondatore di Telegram Pavel Durov, che dopo aver criticato i paesi occidentali per le misure distopiche che stanno minacciando l’internet libero, ora si scaglia contro le autorità russe, con cui evidentemente sembra non aver accettato di collaborare.
Il blocco di Telegram non è un caso isolato e rientra in un’operazione di “migrazione” forzata degli utenti: nei giorni scorsi le autorità russe hanno bloccato o limitato l’accesso anche ad altre piattaforme come WhatsApp e YouTube. Instagram e Facebook invece erano già stati oscurati nel 2022, quando la Russia aveva dichiarato Meta un’organizzazione estremista.
“Il tentativo di bloccare Telegram e WhatsApp è da ricercare nella volontà di non avere spazi indipendenti di circolazione delle informazioni, anche quando possano essere ‘lealiste’ e proputiniane: non è un caso vi siano state rimostranze persino da chi è in prima linea nel sostegno alla guerra in Ucraina – ha commentato a Wired Giovanni Savino, esperto di Russia, professore di storia contemporanea all’Università Federico II –. In sintesi, si deve pubblicare, scrivere, dire solo quel che è autorizzato dall’alto, anche quando si è a favore”.
Come spiegano gli esperti, questi servizi – così come altri siti oscurati – sono stati praticamente rimossi dal National Domain Name System, l’infrastruttura statale che fa parte del progetto di costruzione dell’internet sovrano e che replica in Russia la “rubrica” globale dei domini, consentendo alle autorità di decidere quali siti siano accessibili e quali no.
Una sorta di strangolamento selettivo, con duplice finalità: limitare le informazioni contrarie alle politiche di Mosca e spingere sempre più utenti a lasciare le app di messaggistica più comuni e registrarsi a Max, il nuovo sistema di messaggistica statale russo, ispirato al cinese WeChat.
L’app Max è un sistema di messaggistica di stato lanciato a marzo 2025 dal gruppo VK, il colosso tecnologico russo che controlla, tra gli altri, il social network VKontakte, fondato in origine da Pavel Durov ma oggi guidato da Vladimir Kirienko, figlio di Sergej Kirienko, primo vice capo dell’amministrazione presidenziale che secondo il New York Times avrebbe gestito negli ultimi anni tutti gli aspetti politici della guerra in Ucraina.
Secondo quanto scrive la Bbc, dietro alla gestione di VKontakte ci sarebbe anche Stepan Kovalchuk, pronipote di Yuri Kovalchuk, che gli Stati Uniti definiscono il “banchiere personale” del presidente russo Vladimir Putin, e molte ricostruzioni parlano di controllo finale del gruppo VK riconducibile a Gazprom. Un intreccio di controllo societario e legami familiari che mostra come il progetto Max sia strettamente legato alle autorità russe.
L’idea di creare una piattaforma di messaggistica statale era stata avanzata già nel 2015 dall’allora capo di Roskomnadzor, Aleksandr Zharov. Oggi, a dieci anni di distanza, il progetto è diventato realtà.
Pensato come uno “sportello unico” per i servizi digitali, soprattutto statali, Max offre chat, canali pubblici e privati, account business, mini-app, un sistema per prenotare biglietti e hotel, una banca digitale lanciata da VTB, sistemi integrati di pagamento e ovviamente accesso ai servizi governativi. Insomma, una super-app sul modello della cinese WeChat.
Nel 2025 il governo russo ha reso obbligatoria l’installazione dell’app Max su tutti i dispositivi mobili venduti in Russia e ora, con il soffocamento di Telegram, sta cercando di ampliare il bacino utenti. L’idea di creare un’alternativa alle app occidentali fa parte della strategia di “sovranità digitale” di Mosca per ridurre la dipendenza dalle tecnologie straniere e costruire un ecosistema controllato dallo stato.
Il servizio di messaggistica statale Max è attivo da meno di un anno e secondo l’ufficio stampa il pubblico starebbe crescendo rapidamente. A dicembre 2025 si contavano circa 75 milioni di utenti registrati. Secondo Mediascope, a dicembre Max sarebbe stato utilizzato da circa 70 milioni di persone, un dato che lo colloca al terzo posto nella classifica delle app di messaggistica più usate in Russia dopo Telegram e WhatsApp (rispettivamente 93 e 94 milioni). Ma come si legge sul giornale indipendente Meduza, a contare non sono solo i numeri, ma anche il modo in cui viene utilizzato il servizio. In più, il volume di utenti non coincide del tutto con l’uso attivo delle servizi, soprattutto dei canali, che per il Cremlino sono uno strumento fondamentale per diffondere la narrativa ufficiale russa.
Come scrive Kommersant, a gennaio 2026 su Max si contavano 150mila canali, per un audience totale di 59 milioni di iscritti. Numeri in crescita, ma ancora lontanissimi da quelli di Telegram, che in Russia ospita più di 1,5 milioni di canali e un ecosistema informativo di ordine di grandezza nettamente superiore.
Per fare un confronto, uno dei principali propagandisti del Cremlino, il conduttore Vladimir Solovyov, sul suo canale Telegram ha 1,2 milioni di iscritti, su Max appena 400mila. Il vice presidente del consiglio di Sicurezza Dmitrij Medvedev attraverso il suo canale Telegram raggiunge 1,8 milioni di iscritti, su Max appena 193mila.
Nel tentativo di ampliare ulteriormente il bacino di utenti e rendere questo servizio un perno della vita digitale in Russia, Mosca ha imposto l’utilizzo di Max anche nelle scuole e negli enti pubblici. Ma molti temono che l’installazione di questa app rappresenti una minaccia alla propria sicurezza. Per questo spesso viene installata su un secondo telefono, libero da qualsiasi informazione personale.
Secondo gli esperti, Max potrebbe diventare un “libro aperto” per i servizi segreti russi, perché potrebbe dare accesso ai dati personali degli utenti e alle loro conversazioni. La app infatti accede a un’ampia serie di dati: geolocalizzazione, contatti, file, fotocamera, microfono, bluetooth, notifiche e dati biometrici, e apre alla possibilità di trasferirli ad altri soggetti.
Dati sensibili che in realtà vengono raccolti anche da molte app occidentali, con rischi potenzialmente molto alti. Secondo un esperto russo citato da Novaya Gazeta, questi dati “potrebbero essere usati per fare pressione sul dissenso” e “realizzare report molto interessanti” sui cittadini.
Non è chiaro se Max utilizzi una crittografia end-to-end: le indicazioni disponibili fanno pensare piuttosto a una cifratura tra utente e server, che protegge il traffico in transito ma consente alla piattaforma di accedere ai contenuti. Inoltre, tutti i dati sono archiviati su server localizzati in Russia, un elemento che facilita l’accesso da parte delle autorità e rafforza il timore che Max possa trasformarsi in un’infrastruttura di sorveglianza più che in un semplice strumento di comunicazione.
Visti i potenziali rischi per gli utenti, in un contesto di ampio controllo e repressione, la Fondazione per la Lotta alla corruzione guidata da Yulia Navalnaya, vedova dell’oppositore russo Aleksej Navalny, ha lanciato una campagna per contrastare l’espansione dell’ecosistema digitale controllato dal Cremlino: chiedono sanzioni contro i responsabili delle restrizioni online in Russia e pressioni sulle Big Tech affinché integrino strumenti di aggiramento dei blocchi nei propri servizi. L’obiettivo più ambizioso è spingere Apple e Google a rimuovere Max dai loro store: secondo Yulia Navalnaya, colpire la distribuzione del messenger statale significherebbe indebolire l’intera strategia russa di sostituzione delle piattaforme di messaggistica.
Paradossalmente, il piano di Mosca per strangolare Telegram e deviare gli utenti su Max rischia di avere sgradevoli ripercussioni su interi settori dell’economia, dal mercato pubblicitario a quello turistico. La piattaforma di Pavel Durov infatti non è solo un’app di messaggistica, ma una vera e propria piattaforma-ecosistema che riunisce, oltre ai canali, mini-applicazioni, una propria criptovaluta e vari altri servizi.
Il rallentamento di Telegram ad esempio rischia di colpire il mercato pubblicitario online, visto che molti canali basano la propria sopravvivenza sulla vendita di spazi advertising. Gli inserzionisti però tendono a evitare piattaforme instabili o poco affidabili (come ormai sta diventando Telegram).
Secondo l’Associazione dei tour operator russi, poi, le agenzie e i tour operator stanno perdendo uno dei principali canali di contatto con i clienti, usato da anni per risolvere rapidamente problemi e richieste urgenti.
E secondo alcuni esperti citati da RBC, il rallentamento di Telegram colpirà anche l’ecosistema della blockchain Ton (acronimo di Telegram Open Network) e, più in generale, il settore crypto russo: un progetto che deve gran parte della propria visibilità al supporto diretto della piattaforma.
In generale, la società per la protezione di internet ha calcolato che le perdite economiche causate dall’interruzione dei vari servizi internet in Russia ammontano a circa 600 milioni di dollari al giorno.
Ma le ricadute più pesanti potrebbero sentirsi al fronte, nella guerra in Ucraina, dove i soldati comunicano e coordinano le operazioni proprio attraverso Telegram. Lì, il nuovo servizio di messaggistica Max, non è ancora arrivato.
Negli ultimi giorni hanno iniziato a circolare diversi video girati al fronte: si vedono soldati russi in mimetica e con il volto coperto che si rivolgono alle autorità con la richiesta di ripristinare Telegram. “Ci rivolgiamo alla dirigenza di Roskomnadzor: non rallentate e non bloccate Telegram. In questo momento Telegram è uno strumento indispensabile”, dice uno di loro. “Telegram è il nostro unico canale di comunicazione”, sostiene un altro.
Secondo l’Institute for the Study of the War, le forze russe in alcune regioni starebbero conducendo assalti di fanteria minimi e poco efficaci. Le cause sarebbero in parte da attribuire al rallentamento di Telegram, che limita le comunicazioni tra le forze armate.
“Il problema sta nel fatto che i soldati sono tutti registrati su Telegram, non su Max – ha commentato il fondatore del Conflict Intelligence Team, Ruslan Leviev –. Attraverso Telegram è facile contattare il capo di Stato maggiore, un’unità di artiglieria o i soldati di un’altra divisione. Se invece si pretende di farlo attraverso Max, bisognerebbe recuperare il contatto di tutti”.
In gioco insomma non c’è solo il destino di un’app, ma la trasformazione di internet da spazio globale a infrastruttura nazionale controllata, con confini sempre più simili a quelli di uno Stato e ripercussioni che potrebbero varcare le frontiere nazionali.
