LA STORIA SOSTENIBILE DELL’AZIENDA DI CIOCCOLATO DI LECCO
I rapporti diretti con i produttori in Perù, Repubblica Dominicana e Uganda. I corsi di formazioni e l’impegno ad acquistare tutta la produzione. Per Andrea Perrone dell’università Cattolica è un modello di impresa sociale
Non più trader attraverso i quali acquistare il cacao, ma un rapporto diretto con i piccoli produttori di una materia prima che abbonda nei Paesi poco sviluppati delle regioni attorno all’equatore, ai quali fornire formazione e sicurezza dell’acquisto.
È la strategia della Icam, che ha permesso all’azienda cioccolatiera di Lecco di sviluppare il business, e ai produttori locali di avere condizioni di lavoro e di vita migliori. La racconta Angelo Agostoni, che ha ereditato l’impresa dal padre: «Negli 80 lavoravo come acquisitore. Mi occupavo di comprare il cacao. Allora l’attività si svolgeva al telefono con i trader,non si comperava direttamente. Mosso dall’esigenza di risparmiare, ho cominciato a girare il mondo andando direttamente alla fonte. Incontrando i produttori locali ho capito una cosa: se l’interlocutore è contento di lavorare con te, lavorerà bene e anche in futuro e il rapporto sarà proficuo per entrambi».
Così, Agostoni si mette a “costruire” rapporti di fiducia e a stabilire relazioni stabili, nell’interesse della sua azienda. «Nel 1989 sono andato nella Repubblica Dominicana che allora aveva una qualità di cacao molto bassa. Ho incontrato le cooperative locali e lavorando insieme li ho aiutati a produrre un cacao migliore. Nostro contributo è dare le competenze. In 20 anni sono arrivati a produrre uno dei migliori cacai al mondo. Poi i produttori hanno cominciato a fare biologico. Il rapporto con loro mi ha avvantaggiato, perché ero in pole position quando il mercato ha cominciato a chiedere cioccolato bio». Il vantaggio per le coop sta nel fatto che Icam garantisce l’acquisto di tutta la produzione e con il contratto firmato le banche concedono il capitale circolante.
Poi è stata la volta dell’Uganda. «Icam è arrivata in Uganda nella primavera del 2010 e, in collaborazione con la Fondazione Spe Salvi – Università Cattolica del Sacro Cuore, abbiamo fatto qualcosa di più. Lì non esistevano cooperative, non c’erano strutture centralizzate. La proprietà terriera era particolarmente frammentata. I contadini coltivavano piccoli appezzamenti e dopo aver raccolto le cabosse e aver estratto i semi procedevano alla fase di fermentazione ed essicazione nelle loro abitazioni. Noi abbiamo organizzato corsi di formazione per gli agricoltorisulle moderne tecniche agronomiche e costruito il centro per la raccolta, la fermentazione e l’essiccazione. In cinque anni abbiamo migliorato le loro condizioni di vita ed economiche, creando una materia prima di alta qualità e aumentando la redditività delle piantagioni».
I produttori ugandesi sono venuti all’Expo di Milano, mentre il 21 luglio arriveranno quelli del Perù. «In questa Paese abbiamo risanato alcune coop, garantendo acquisto della produzione. In quel Paese la produzione del cacao è utile anche per far abbandonare la produzione di coca».
Con questo approccio, la Icam ha ottenuto tre vantaggi. «Abbiamo risparmiato, eliminando un pezzo della filiera, eliminando i trader. Abbiamo ottenuto un prodotto di qualità migliore. E infine, ho la certezza della quantità. Con i trader, invece, era prevista una tolleranza di quantità e di difetti».
«Il modello di Icam è un esempio chiaro di impresa sociale: mira all’efficienza economica e, nel contempo, muta il contesto sociale in cui opera – ha dichiarato Andrea Perrone, ordinario di Diritto Commerciale all’università Cattolica -. Non è un approccio “buonista”, ma è un modello che distribuisce le risorse e, in particolare, il profitto tenendo in considerazione tutti i fattori coinvolti nell’attività produttiva, senza limitarsi alla remunerazione del capitale. Questo modo di operare crea maggiore coesione sociale e, per questa via, una maggiore efficienza produttiva».