Questa disciplina ha l’incredibile capacità di connettere due campi che spesso consideriamo opposti: l’arte e la scienza. L’obiettivo? Progettare un suono in grado di influenzare il comportamento e plasmare le percezioni.

Per scoprire com’è possibile, ti consigliamo di leggere l’articolo: siamo certi rimarrai incantato!

Per introdurti all’argomento di oggi, ti propongo un indovinello:

“Che cosa hanno in comune Intel, 20th Century Fox, McDonald’s e BMW?”

A primo impatto non sembra esserci nessun collegamento razionale, queste quattro aziende operano in mercati totalmente differenti con un piazzamento eterogeneo e core business diversi.

Voglio allora darti un piccolo suggerimento: la soluzione si trova in una percezione specifica del branding e, se volessimo, potremmo aggiungere all’elenco altre innumerevoli aziende.

Infatti, mi riferisco al Sound Branding: la frontiera del branding che parla una lingua universale fatta di note, ritmo e suoni.

Ti sarà capitato infinite volte di sentire il suono associato a quei brand, a tal punto da riconoscerlo e ricordarlo meglio del logo stesso.

Facciamo un po’ di chiarezza: il branding comprende tutte quelle attività che collegano un marchio a determinati segni distintivi. Pertanto il logo, il nome e il payoff di un brand devono essere in grado di trasmettere i valori aziendali, la Mission e la Vision in modo da delineare un’identità chiara e distinta. Solo così il brand potrà essere riconoscibile e differenziarsi dai competitors.

Nella componente sonora del branding, i suoni vengono sfruttati per formare la percezione degli acquirenti e influenzarne i comportamenti. In questo modo si genera riconoscibilità e si trasmette l’unicità del marchio, evitando problematiche di naming e slogan dovute a differenze linguistiche e comunicando in maniera facile e veloce.

La percezione, sia essa visiva o uditiva, è scienza.

Gli “audio brand” sono progettati in modo da far identificare immediatamente il marchio a livello uditivo, svolgendo la stessa funzione che hanno i loghi a livello visivo.

Cosa accade invece a livello fisiologico? 

In linea generale, la risposta emotiva e fisiologica data da un suono tende ad essere più rapida ed efficace rispetto a quella generata dalla vista. A livello cerebrale, il “circuito uditivo” risulta essere meno denso del sistema visivo, ragione per cui il suono viene incanalato più velocemente verso l’area pre-corticale, ossia il luogo da cui vengono generate le nostre emozioni. Se gli input acquisiti attraverso i vari sensi si sfidassero in una corsa, quelli provenienti dall’udito probabilmente vincerebbero sempre. Per intenderci, puoi sentire dalle venti alle cento volte più velocemente di quanto tu non possa vedere.

Ma il grande potere dei suoni non finisce qui, infatti tra le loro innumerevoli abilità vi è anche quella di influenzare la percezione del nostro gusto. Chi l’avrebbe detto che una melodia potesse “rendere” le nostre pietanze più dolci o piccanti a seconda della composizione delle sue note?

Concentriamoci ora sull’utilizzo dei suoni nell’ottica del marketing.

In primis è necessario delineare una strategia precisa, ricercando l’essenza dell’identità aziendale per poi trasporla in un DNA sonoro composto da note, ritmo, melodia e armonia. A questo punto viene realizzata una campagna per creare una presenza costante e massiccia del suono. L’identità sonora può essere applicata anche come complemento per le strategie di marketing sui social, come accompagnamento nei negozi fisici e per il lancio di nuovi prodotti.

I suoni possono essere utilizzati come una risorsa di touchpoints infinita nel proprio funnel di vendita, a partire dall’awareness sino ad arrivare alla conversione.  In un mondo sempre più competitivo, in cui le strategie digital sono fondamentali è importante essere un passo avanti ai competitors, e di certo un modo per migliorare il proprio brand è quello di implementare una strategia “fonica”.

Se ancora non ti avessi convinto, ti propongo tre case studies presi dal discorso di Steve Keller nel TEDxNashville per farti cambiare idea!

  • Immagina di trovarti in una sala giochi e di non poter sentire alcun suono. Cosa succederebbe? In assenza di suoni e rumori in una sala giochi gli incassi diminuirebbero del 24%. Un risultato niente male per della semplice “musica”.
  • Citiamo ora la quotidianità, se in un negozio di bevande alcoliche una melodia francese accompagnasse l’acquisto di vini, ben il 77% dei vini venduti sarebbe di provenienza francese. Allo stesso modo, se le note fossero tedesche, la percentuale di vini venduti originari della Germania ammonterebbe al 73%.
  • Infine, come utilizzare i suoni a nostro vantaggio e rendere il mondo un posto migliore? A Berlino sono state realizzate delle strutture che rispondono con suoni e melodie alla caduta delle castagne e sono state applicate sotto a un albero nel centro della città. Questo ha attratto un gran numero di persone, che leggendo la finalità di questa applicazione hanno donato fondi a scopo benefico.

Com’è regolato il Sound Branding?

I suoni non sono solo un vantaggio strategico in termini di marketing e vendite, o oggetto di studi psicologici e comportamentali, ma sono anche divenuti oggetto della giurisdizione. Infatti esiste una precisa giurisprudenza per depositare un suono come marchio, purché questo presenti un carattere distintivo e possa essere rappresentato in forma grafica.

Quali sono le nuove frontiere per i nostri tanto discussi suoni?

Innanzitutto, parimenti all’innovazione tecnologica e ai contenuti multimediali, sono l’input per la creazione di nuove opportunità lavorative, ne è la prova tangibile la sempre maggior diffusione di figure come quella dei “Sonic Brander“.

Recentemente MasterCard Visa “sono state investite” dall’onda del sonic branding e, secondo il Sole24Ore, a breve questa pratica si estenderà a banche, assicurazioni e FinTech.

Il motivo? Per ora te lo lascio immaginare…